COME FARE IL BUDDISMO-SENZA FARSI MALE

Jacopo Fo

 

Manuale di illuminazione zen ad uso dei viandanti
LA MAMMA DI BUDDHA
ERA VERGINE?
Buddha si chiamava in realtà Shakyamuni. Non nacque come tutti i comuni cristiani per via uterina ma, come ogni messia che si rispetti, venne fuori dal fianco di sua madre, il mondo si illuminò e ci furono prodigi di ogni sorta. Shakyamuni era figlio di un re e c’era stata una profezia: avrebbe rinunciato a governare, a onori e ricchezze se avesse visto un morto, un vecchio, un malato e un eremita. Siccome suo padre voleva farne un re lo fece crescere in tre palazzi d’oro circondati da tre ordini di mura senza mai farlo uscire di là.
Shakyamuni visse svariati secoli in questa reggia attorniato da centinaia di fanciulle procaci che gli facevano dei giochetti erotici di gruppo veramente scioccanti, nutrendolo di ogni sorta di leccornie. Lui mangiava a quattro palmenti e guzzava come un mandrillo.
Poi però un giorno decise di farsi un giro in carrozza, vide un morto, un malato, un vecchio e un eremita e decise di abbandonare sua moglie, suo figlio, i tre palazzi, le concubine e ogni ricchezza. Girovagò un po’ per l’India in cerca di saggi e saggezza poi si sedette sotto un albero e restò così, immobile per svariati anni, tanto che i muschi lo ricopersero e gli insetti ci fecero il nido sopra.
Poi un bel mattino si illuminò: la terra tremò e ci fu un’altra mostruosa quantità di prodigi. Il Buddha aveva capito che la vita è così brutta perché la gente desidera le cose e quando le perde soffre. Così propose di non desiderare più nulla evitando in questo modo ogni dolore. Predicò per 45 anni poi un giorno un fabbro che viveva presso la città di Pâ wa lo invitò a mangiare con i suoi discepoli offrendogli riso e funghi. Buddha fece distribuire il riso ai monaci ma i funghi se li mangiò tutti lui. Fece indigestione e morì.
I più benevoli sostengono che i funghi erano velenosi e per questo lui non li fece mangiare ai suoi accoliti. Prima di morire, comunque mandò a dire al fabbro di non crucciarsi per aver cucinato funghi velenosi. Son cose che succedono.
Questa è la storia del Buddha così come la raccontano i testi più antichi, cioè Maha Padana Suttanta e Udana ovvero i sacri testi di Pali (Pali non è il plurale di “palo”, come a lungo ho creduto ma un posto nell’isola di Ceylon, alias Sri Lanka). A noi occidentali il buddismo appare come una religione molto più libera e democratica del cristianesimo, ma questo dipende dal fatto che da piccoli non siamo stati annoiati da monaci buddisti ma da preti cattolici, protestanti e simili.
Il buddismo non ha niente da invidiare al cristianesimo per quanto riguardo prodigi incredibili, gusto della sofferenza e disprezzo del piacere. È però vero che il buddismo contiene una grande novità: l’idea dell’illuminazione; cioè si afferma che l’essere umano può alfine trovare il senso della vita e sperimentarlo, sentirlo come una sensazione fisica.
L’illuminazione è appunto questo stato di pieno sviluppo della personalità umana che ci permette di percepire l’unità tra noi e l’universo e il piacere cosmico e l’amore universale. Una cosa assolutamente deliziosa. Intorno a quest’idea si sviluppa l’insegnamento del Buddha. Non sappiamo poi se il resto delle idee e delle storie siano vere. I vangeli buddisti sono stati scritti almeno un secolo dopo la morte di Shakyamuni, quando il Buddismo era una religione organizzata e gerarchica e c’è da sospettare che molta roba sia stata aggiunta per fare colpo e per ingraziarsi i potenti.
Ad esempio uno dei comandamenti fondamentali del buddismo tibetano è: “Rispetta coloro che sono nobili per nascita”. Dubito che il Buddha abbia detto proprio così. D’altra parte il fatto che la chiesa buddista sostenesse che i poveri sono morti di fame perché hanno fatto i cattivi in una vita precedente piacque moltissimo ai re e agli imperatori di gran parte dell’oriente che adottarono alla svelta il buddismo come religione di stato.
Questo successo di pubblico fu facilitato anche dal fatto che i buddisti pensano che tutto è illusione, quindi non gliene frega sostanzialmente un cazzo di qualunque formalità. I buddisti non cercarono mai di imporre riti di qualche genere anche perché il Buddha si era limitato a meditare e predicare. Così, ovunque arrivarono, inglobarono tutte le ritualità delle religioni preesistenti, ne adottarono i costumi, le festività, le cerimonie, limitandosi a sostituire i vecchi sacerdoti con monaci buddisti. Questo comportamento può sembrare molto aperto e tollerante ma è anche terribilmente astuto.
Così oggi il buddismo tibetano, tailandese, cinese, giapponese, indiano e filippino sono assolutamente diversi l’uno dall’altro. Ci sono decine di scuole, sette, chiese, un casino che non ha niente da invidiare a quello che vige in campo cristiano o mussulmano. Anzi le differenze tra buddisti sono molto più grandi. L’unica costante sono l’idea dell’illuminazione, della sofferenza e del ciclo delle reincarnazioni. Quest’ultima idea è interessante perché il mondo, la vita viene vista come una scuola destinata a migliorare gli esseri. Il mondo è imperfetto, attraverso le reincarnazioni le creature si migliorano. Quando sono perfette si fondano nel tutto cosmico.
I Buddha (Buddha vuol dire illuminato) sono esseri che raggiunta la perfezione rinunciano a fondersi col tutto e tornano in terra a educare l’umanità. Alla fine tutte le creature avranno capito cosa è bene e cosa è male, tutti ci fonderemo nell’energia cosmica e non ci sarà più bisogno di reincarnarsi.
Lo scopo ultimo del buddismo è perciò l’eliminazione di qualunque forma di vita sul pianeta terra e nelle galassie circostanti.
BUDDHA ERA UN PAZZO SCATENATO?
Negli Udana si racconta che c’era presso la città di Savatti un bramino “errante”. Sua moglie stava per partorire e gli chiese di procurarle un po’ d’olio, al fine di ungersi la pisella per rendere più facile la nascita. Il religioso non aveva denaro, però sapeva che un certo principe dava pane e olio a volontà a tutti i bramini a patto che lo consumassero presso di lui.
Egli si recò dal principe e si tracannò litri di olio pensando di vomitarlo poi una volta giunto a casa, e darlo così a sua moglie per il parto. Così fece, ma giunto a casa non riuscì a vomitare e fu preso da dolori mostruosi.
Il Buddha passava di lì e, vedendo questo “errante” che si contorceva davanti alla sua povera capanna, disse ai suoi discepoli: “Guardate quest’uomo, ha voluto avere troppo e ora ha solo mal di pancia”.
In un’altra occasione la moglie di un suo discepolo, che l’aveva abbandonata per diventare monaco, si trovò a non avere più nulla da mangiare né per se né per il piccolo figlio. Si recò dal monaco con la loro creatura, e lo trovò seduto sotto un albero che faceva meditazione. Gli disse che era disperata, ma l’uomo non la degnò neppure di uno sguardo. Allora depose il pargolo ai suoi piedi e se ne andò. Il bimbetto si mise a piangere ma il padre non mosse un dito.
Dopo un po’ la madre, sentendo le urla del piccino, tornò indietro, riprese il figlio e se ne andò senza che il marito smettesse di meditare. Il Buddha, vedendo tutto ciò, disse: “Bravo! Non si è fatto distrarre da questioni terrene!”.
Il Buddha era un tipo così. Duro e spietato, senza mai un solo gesto di pietà verso chi soffre. Per fortuna questa è solo una faccia del buddismo, quella dei testi sacri. Dopo Shakyamuni ci sono stati centinaia di altri Buddha che si sono comportati un po’ meglio. Questo fatto è molto contraddittorio e permette di interpretare e rivedere il senso degli insegnamenti del Maestro.
In effetti si può essere buddisti in decine di maniere diverse a seconda di quali testi si riconoscano veri e giusti e di quali si diffidi considerandoli dei falsi apocrifi. Ci sono maestri che negano le affermazioni ufficiali di Shakyamuni, altri che sostengono che lui disse quel che disse solo perché parlava con degli ignoranti che non erano in grado di capire nient’altro.
Così si tramanda che un allievo chiese al Buddha: “Maestro, veramente io mi reincarnerò in un’altra creatura?” E lui rispose: “Ti ho detto che tutto è illusione. Come puoi pensare che tu che non esisti ti reincarnerai in un’altra creatura che non esiste per vivere di nuovo una vita che non esiste in un mondo che non esiste?”.
Altri sostengono che il Buddha, in punto di morte abbia detto: “Vi ho detto solo quello che volevate sentire”. Così, mentre la regola fondamentale per chi vuole raggiungere l’illuminazione è non fare sesso e non occuparsi delle ricchezze terrene vi furono grandi maestri che si sposarono, ebbero figli e gestirono imprese commerciali.
Uno di questo era Marpa uno dei massimi patriarchi del buddismo tibetano, uno dei principali guru della successione Kagyü, allievo come Milarepa del maestro indiano Naropa. Ebbe sette figli e gestì per tutta la vita una fiorente azienda agricola con decine di lavoranti. Un giorno uno dei suoi figli morì. Un suo allievo, vedendolo disperato gli chiese: “Se tutto è illusione perché soffri?”
Lui rispose: “Tutto è illusione ma questa è una super-illusione”. (Va oltre ogni illusione).
Ugualmente ci furono maestri che si opposero alle gerarchie ecclesiastiche. Si narra ad esempio che Drugpa Kunlegs (alias Drugpa Legpa), meglio conosciuto come lo Yoji pazzo, si trovasse in una regione del Tibet colpita da una tremenda siccità. Tutti i più grandi Lama si erano radunati per fare riti e recitare mantra allo scopo di far piovere. Però non pioveva.
Arrivò allora Drugpa, raggiunse il centro della cerimonia, si mise a testa in giù con le gambe incrociate e sparò una tremenda scorreggia. Subito il cielo si riempì di nubi e iniziò a diluviare. Allora Drugpa dichiarò, rivolto ai grandi sacerdoti: “Vale più una mia scorreggia di tutti i vostri mantra”.
Anche sul sesso le idee sono molto divergenti. C’è ad esempio la storiella della bellissima monaca che vive insieme ad altri monaci. Uno di questi le scrive una lettera d’amore chiedendole un appuntamento clandestino. Lei durante la preghiera comune legge pubblicamente questa lettera e poi dice al monaco: “Se mi ami vieni qui e amami ora, l’amore non deve essere nascosto!”.
C’è poi la storia di un’anziana donna che da anni manteneva un monaco. Gli aveva perfino fatto costruire una capanna sulla sua terra. Un giorno elle volle mettere alla prova lo zen di questo suo protetto. Gli mandò quindi una giovane e bella fanciulla di facili costumi con l’incarico di sedurlo. Ma il monaco restò indifferenze dicendo cose tipo “la tua carne è apparenza, io vedo solo il tronco scarno di albero morto”.
Quando la ragazza riferì l’accaduto, la vecchia andò su tute le furie: “Che maleducato insensibile! Come si fa a offendere così una bella ragazza! Se è tutto apparenza avrebbe dovuto amarti almeno per cortesia!”. Così cacciò il monaco e incendiò la sua capanna.
Si potrebbe dire che nel buddismo vi sono due tendenze. Una, maggioritaria, sostiene che i piaceri terreni sono la causa della sofferenza e della paura della morte, quindi bisogna rinunciare a qualsiasi piacere. L’altra tendenza sostiene che l’attaccamento ai piaceri terreni è la causa del dolore e non il piacere in sé.
Quindi non c’è alcun male a far sesso, mangiare bene, amare la musica o i letti comodi. Il problema è non volere una donna tutta per sé, non essere possessivi, imparare a rinunciare alle cose e alle persone quando queste prendono altre vie. Accettare il buono quando viene e goderne, non lagnarsi quando ciò che amiamo ci abbandona.
è una distinzione di concetti molto sottile, forse troppo perché potesse essere colta 2600 anni fa, ai tempi di Buddha, quindi non sapremo mai come la pensava veramente lui. Comunque io credo che lui fosse proprio radicalmente contrario al piacere. L’idea che gioire possa essere un bene è un concetto moderno.

Punti di vista

di Seng-ts’an

 

Non vi è alcun bisogno di cercare il Vero, basta smettere di avere punti di vista.

Sherpa Daju-Le bandiere di preghiera

L’uso delle bandiere di preghiera deve essere considerato molto più di un semplice elemento decorativo di una cultura esotica.
E’ infatti oltre che un elemento estetico/artistico in modo particolare una profonda e spirituale espressione del desiderio che è in noi per una Pace, un’Armonia ed un Benessere in tutto il nostro pianeta.
La dimensione spirituale di questa usanza tibetana, nata nell’ XI secolo, non ha niente a che fare con credenze di una cultura straniera ma è una importante componente di uno sviluppo che il Dalai Lama chiama “Conoscenza dello Spirito”.
Una conoscenza sviluppata da una profonda ed attenta osservazione della natura dello Spirito e della connessione tra tutti i fenomeni.
Non meraviglia che sia la medicina sia la scienza moderne confermino la coerenza di questi pensieri.
Nessuna delle azioni del nostro corpo, della nostra parola e del nostro spirito restano sterili; ognuna porta ad un risultato.
Questo risultato è strettamente collegato ai motivi che le hanno generate.
Così anche l’uso grazioso e semplice di appendere le bandiere di preghiera diffonde buoni auspici a tutti gli esseri viventi.
Il vento, facendo sventolare le bandiere, porta in tutto il mondo i buoni pensieri e le preghiere che vi sono state impresse.
La loro presenza ci ricorda la forza delle nostre aspirazioni e desidera aiutarci nella vita quotidiana.

Le bandiere sono impresse sui cinque differenti colori che sono collegati ai cinque elementi.
Blu: Aria/Cielo, Bianco: Spazio, Rosso: Fuoco, Verde: Acqua: Giallo: Terra.
Il cavallo del vento, rappresentato al centro, simboleggia la direzione e la velocità con la quale i desideri vengono trasmessi.
Al centro delle bandiere (dzog.chen) il cavallo del vento (lung-tha) descrive le trasformazioni dello Spirito che riesce persino a tramutare gli ostacoli in situazioni favorevoli.
Nella parte superiore sono stampati antichi Mantra tradotti in tibetano dal sanscrito che dirigono la forza spirituale emessa da noi stessi e dall’ambiente circostante.
La parte inferiore recita il seguente Mantra:

Ognuno/a nato/a sotto i dodici segni delle stelle del cielo ed ognuno/a che si trova in rapporto con loro, con loro affine od unito/a, possa avere una lunga vita.
Possa ognuno avere una salutare evoluzione sia nello sviluppo spirituale come pure nella vita materiale.
Possano tutti avere un’esistenza dignitosa, trascorsa tra felici circostanze e vivere una vita in armonia nella quale i desideri si avverino.

Il periodo più propizio per appendere le bandiere di preghiera al vento è al Losar, il capodanno tibetano che coincide con la luna nuova di febbraio, oppure in un giorno di luna piena od in un giorno della prima quindicina di ogni mese del calendario lunare.
L’ora migliore è al mattino presto con chiari e forti propositi altruistici ed un desiderio personale.
Possano tutti gli esseri senzienti vivere in serenità e mai essere separati dalla felicità.

Niente da capire

L’amore non accorda, e meno ancora deve farsi capire; esso dà, ed è felice di quel che dona.

Franz Kafka

E’ difficile dire la verità, perchè ne esiste sì una sola, ma è viva e possiede pertanto un volto vivo e mutevole.

Dualità

di Seng Ts’an

 

Non rimanete nella dualità; evitate attentamente tale perseguimento.
Se vi è anche una sola traccia di questo e quello, giusto e sbagliato, l’essenza della Mente si perderà nella confusione.
Sebbene tutte le dualità provengano dall’Uno, non attaccatevi nemmeno a questo Uno.
Quando la mente esiste indisturbata nella Via, niente al mondo può ferire,
e quando qualcosa non può più ferire, cessa di esistere nel vecchio modo.

Astrologia azteca

di Laura Poggiani

 

Per la popolazione Azteca l’intermediario tra gli uomini e le stelle era il sole, in quanto costituisce il centro del sistema planetario. Per questo fu collocato al centro della famosa “Pietra del Sole”, rappresentazione del Calendario Azteco.

La “Pietra del Sole”, chiamata spesso “Calendario Azteco” ma il cui vero nome è “Cuauhxicalli” che significa “nido d’aquila”, è non solo un calendario ma anche una pietra commemorativa di una data sacra.
Gli aztechi ponevano queste pietre nel Tempio Maggiore, il Tempio doppio e In particolare su questa “Pietra del Sole” era incisa la data del 13 Acatl che segnò la festa del Fuoco nuovo nell’anno 1479.

La Pietra è composta da 8 cerchi concentrici che formano delle corone circolari. Nel cerchio esterno che circonda il tutto, due serpenti si congiungono, la testa in basso, e rappresentano il giorno e la notte (Tonatiuh-Xiutecutli) ma sono solamente due aspetti di una stessa cosa.
La distribuzione concentrica si adatta alla funzione dei pianeti. I due serpenti sono divisi in 13 segmenti (13 cieli) che sono l’immagine dell’universo contenente tutto. Sono lo yin e lo yang, il giorno e la notte che ci avvolgono. Sono anche la Via lattea, la galassia che contiene il nostro sistema solare. Per gli Aztechi, la Via lattea rappresenta la più grande forza di espansione rispetto all’uomo, prima di arrivare alla Totalità assoluta.

I cerchi concentrici sono divisi come segue:

1° Cerchio: il Cerchio Centrale, rappresentato dal viso del Sole Ollin Tonatiuh. La sua lingua è realizzata da un coltello di ossidiana e simboleggia il sacrificio di sé stesso, fonte di vitalità e di creazione.

2° Cerchio: le braccia della croce o quinconce sono formate dai glifi delle quattro ere precedenti, collegate ai quattro elementi dove appaiono le date che corrispondono alla fine delle Ere

3° Cerchio: è composto dai 20 giorni del mese. L’anno civile era composto da 18 mesi di 20 giorni che si collegavano ai 13 mesi del calendario magico. La perfetta corrispondenza tra i due calendari si stabiliva ogni 52 anni, quando le due ruote del calendario si ritrovavano al loro punto iniziale. I 20 giorni del mese erano collegati anche al Corpo umano .

4° Cerchio: è formato dagli 8 reparti del Sole ed esprimeva il rapporto tra Sole e Venere. Questo cerchio è composto di 40 quadrati coi quinconce in ciascuno di essi. Ricordiamo che 5 rivoluzioni di Venere equivalgono a 8 rivoluzioni terrestri (5 x 8 = 40 ; 8 x 365 = 5 x 584). 40 rivoluzioni di Venere equivalgono a 126 rivoluzioni di Mercurio con una differenza di 9 giorni. Nella “Pietra del Sole”, i 40 quadrati, i 5 incroci e gli 8 sopracitati reparti fanno riferimento ai segni di Quetzalcoatl. I 5 incroci alludono al fratello gemello di Venere, Mercurio-Xolotl, perché 5 rivoluzioni di Mercurio equivalente ad una rivoluzione di Venere.

5° Cerchio: è legato al pianeta Marte la cui rivoluzione sinodale è di 780 giorni ed equivale a 260 x 3. Il culto di Tlaloc, l’acqua bruciata, è vecchio quanto quello della luna Tecciztecatl Tezcatlipoca e personifica anche i 4 Chacs o custodi degli angoli che regolavano le piogge. La cifra 17 è importante nelle azioni di Marte, perché costituisce l’ultimo giorno di sensibilità vespertina ed il primo giorno di sensibilità mattutina.

6° Cerchio: corrisponde al pianeta Giove, il gioiello del cielo Tezcatlipoca in quanto è il cielo stellato e la notte. È il rivale senza tregua di Quetzalcoatl poiché nega di dare il fuoco. Appare come Tepeyotl, il cuore del monte (Giaguaro), al quale era dedicato il mese della Morte.

7° Cerchio: il Cerchio di Saturno. Questa sezione è composta da 28 piccoli archi (che ricordano le vertebre del serpente): difatti, Saturno realizza 28 rivoluzioni sinodali in quasi 29 anni tropici. In metà di questo tempo, si contano 9 rivoluzioni di Venere.

8° Cerchio: è il cerchio della Via lattea. I due serpenti nascono dal geroglifico dei 13 Acatl che indica la data della celebrazione del Fuoco nuovo. Le code dei due serpenti hanno 12 squame da ogni lato e le loro teste rappresentano i diversi cieli.

I 20 giorni del mese corrispondono ai 20 segni zodiacali. Questi non sono in alcun modo compaabili ai Segni Tradizionali o a quelli dell’Oroscopo Cinese e sono i seguenti:

1. CIPACTLI = Coccodrillo.
2. EECATL = Vento.
3. CALLI = Casa.
4. CUETZPALIN = Lucertola.
5. COATL = Serpente.
6. MIQUIZTLI = Morte: .
7. MAZATL = Capriolo.
8. TOCHTLI = Coniglio.
10. ITZCUINTLI = Cane.
11. OZOMATLI = Scimmia.
12. MALINALLI = Erba.
13. ACATL = Canna.
14. OCELOTL = Ocelot.
15. QUAUHTLI = Aquila.
16. COZCAQUAUHTLI = Avvoltoio.
17. OLLIN = Movimento.
18. TECPATL = Pietra Focaia.
19. QUIAHUITL = Pioggia.
20. XOCHITL = Fiore.

I venti giorni del mese corrispondevano ai sette Corpi celesti, datori di vita, distribuita in triadi e diadi:

1. Cipactli – 2. Eecatl… Venere – 3. Calli – 4. Cuetzpallin – 5. Coatl…
Saturno – 6. Miquiztli – 7. Mazatl – 8. Tochtli… Luna – 9. Atl – 10.
Itzcuintli – 11. Ozomatli… Marte – 12. Malinalli – 13. Acatl – 14.
Ocelotl… Giove – 15. Qauhtli – 16. Cozcaquauhtli – 17. Ollin… Sole –
18. Tecpatl – 19. Quihuitl – 20. Xochitl.. Mercurio/Venere.

(Tratto da Fernand Scharz, “Le Tradizioni dell’America antica”, Edizioni Dangles).