Il Tao della fisica

di Fritjof Capra Ed. Adelphi

…Un ulteriore sviluppo della scienza occidentale doveva verificarsi solo nel Rinascimento, quando gli uomini cominciarono a liberarsi dall’influenza di Aristotele e della Chiesa e mostrarono un nuovo interesse per la natura. Verso la fine del Quattrocento lo studio della natura fu affrontato per la prima volta con spirito realmente scientifico e vennero effettuati esperimenti per controllare le ipotesi teoriche. Poiché parallelamente si verificò un crescente interesse per la matematica, questo sviluppo condusse infine alla formulazione di teorie propriamente scientifiche, basate sull’esperimento ed espresse nel linguaggio della matematica. Galilei fu il primo a combinare conoscenza empirica e matematica e perciò viene considerato il padre della scienza moderna.
La nascita della scienza moderna fu preceduta e accompagnata da uno sviluppo del pensiero filosofico che portò a una formulazione estrema del dualismo spirito-materia. Questa formulazione comparve nel Seicento con la filosofia di René Descartes, il quale fondò la propria concezione della natura su una fondamentale separazione tra due realtà distinte e indipendenti, quella della mente (res cogitans) e quella della materia (res extensa). La separazione <> permise agli scienziati di considerare la materia come inerte e completamente distinta da se stessi e di raffigurarsi il mondo materiale come una moltitudine di oggetti differenti riuniti insieme in una immensa macchina. Una siffatta concezione meccanicistica del mondo fu sostenuta da Isaac Newton, che su questa base costruì la sua scienza della meccanica e la pose a fondamento della fisica classica. Dalla seconda metà del Seicento alla fine dell’Ottocento, il modello meccanicistico newtoniano dell’universo dominò tutto il pensiero scientifico. Era accompagnato dall’immagine di un Dio monarca che dall’alto governava il mondo imponendo a esso la sua legge divina. Di conseguenza, le leggi fondamentali della natura ricercate dagli scienziati vennero considerate le leggi divine, invariabili ed eterne, alle quali il mondo era soggetto.

La filosofia di Cartesio non fu solo importante per lo sviluppo della fisica classica, ma ebbe anche un’enorme influenza su tutto il modo di pensare occidentale fino ai giorni nostri. La famosa frase di Cartesio Cogito ergo sum ha portato l’uomo occidentale a identificarsi con la propria mente invece che con l’intero organismo. Come conseguenza della separazione cartesiana, l’uomo moderno è consapevole di se stesso, nella maggior parte dei casi, come un io isolato che vive <> del proprio corpo. La mente è stata divisa dal corpo e ha ricevuto il compito superfluo di controllarlo; ciò ha provocato la comparsa di un conflitto tra volontà cosciente e istinti involontari. Ogni individuo è stato ulteriormente suddiviso in base alle sue attività, capacità, sentimenti, opinioni, ecc., in un gran numero di compartimenti separati, impegnati in conflitti inestinguibili, che generano una continua confusione metafisica e altrettanta frustrazione.
Questa frammentazione interna dell’uomo rispecchia la sua concezione del mondo <>, che è visto come un insieme di oggetti e di eventi separati. Si considera l’ambiente naturale come se fosse costituito da parti separate che devono essere sfruttate da vari gruppi di interesse. Questa visione non unitaria è ulteriormente estesa alla società, che viene suddivisa in differenti nazioni, razze, gruppi religiosi e politici. La convinzione che tutti questi frammenti -in noi stessi, nel nostro ambiente e nella nostra società- siano realmente separati può essere vista come la causa fondamentale di tutte le crisi attuali, sociali, ecologiche e culturali. Essa ci ha estraniati dalla natura e dagli esseri umani nostri simili. Essa ha provocato una distribuzione delle risorse naturali incredibilmente ingiusta, che crea disordine economico e politico: un’ondata di violenza, sia spontanea sia istituzionalizzata, che cresce sempre più e un ambiente inospite, inquinato, nel quale la vita è diventata fisicamente e spiritualmente insalubre.
La separazione operata da Cartesio e la concezione meccanicistica del mondo hanno quindi portato nello stesso tempo benefici e danni; si sono rivelate estremamente utili per lo sviluppo della fisica classica e della tecnologia, ma hanno avuto molte conseguenze nocive per la nostra civiltà. È affascinante osservare come la scienza del ventesimo secolo, nata dalla separazione introdotta da Cartesio e dalla concezione meccanicistica del mondo, e che anzi poté svilupparsi solo sulla base di una concezione del genere, superi oggi questa frammentazione e ritorni nuovamente all’idea di unità espressa nelle prime filosofie greche e orientali.
Al contrario della concezione meccanicistica occidentale, la concezione orientale è di tipo <>. Per il mistico orientale, tutte le cose e tutti gli eventi percepiti dai sensi sono interconnessi, collegati tra loro, e sono soltanto differenti aspetti o manifestazioni della stessa realtà ultima. La nostra tendenza a dividere il mondo percepito in cose singole e distinte e a sentire noi stessi come unità separate in questo mondo è considerata un’illusione che deriva dalla propensione della nostra mente a misurare e a classificare. Essa è chiamata avidya, o ignoranza, nella filosofia buddhista ed è considerata uno stato di turbamento mentale che deve essere superato.
Quando la mente è turbata, si produce il molteplice, ma il molteplice scompare quando la mente si acquieta.>>
(Asvaghosa)

Le varie scuole del misticismo orientale, sebbene differivano fra loro in molti punti particolari, sottolineano tutte l’unità fondamentale dell’universo che è la caratteristica principale del loro insegnamento. L’aspirazione più elevata dei loro seguaci -siano essi Indù, Buddhisti o Taoisti – è quella di diventare pienamente consapevoli dell’unità e della interconnessione reciproca di tutte le cose, di trascendere la nozione di sé come individuo singolo e di identificarsi con la realtà ultima.
Il raggiungimento di questa consapevolezza – chiamata <> – non è solo un atto intellettuale ma un’esperienza che coinvolge l’intera persona e che fondamentalmente è di natura religiosa. Per questo motivo, la maggior parte delle filosofie orientali sono essenzialmente filosofie religiose.
Nella concezione orientale, quindi, la divisione della natura in oggetti separati non è fondamentale e ciascuno di tali oggetti ha un carattere fluido e continuamente mutevole. La concezione orientale del mondo è perciò intrinsecamente dinamica, e il tempo e il mutamento ne sono elementi essenziali. Il cosmo è visto come una unica realtà indivisibile, in eterno movimento, animata, organica: materiale e spirituale nello stesso tempo.
Poiché il movimento e il mutamento sono proprietà essenziali delle cose, le forze che causano il movimento non sono esterne agli oggetti, come nella concezione della Grecia classica, ma sono una proprietà intrinseca della materia. Corrispondentemente, l’immagine orientale della divinità non è quella di un sovrano che dirige il mondo dall’alto, ma quella di un principio che controlla ogni cosa dall’interno:

Colui che, risiedendo in tutti gli esseri, da tutti
gli esseri è diverso, lui che tutti gli esseri non conoscono,
per il quale tutti gli esseri sono corpo,
lui che governa dall’interno tutti gli esseri,
questi è il tuo atman, l’intimo reggitore, l’immortale.
(Brhad-aranyaka-upanisad)

Dai prossimi capitoli risulterà chiaro che i principi fondamentali della concezione orientale del mondo sono gli stessi che ritroviamo nella visione del mondo che sta emergendo dalla fisica moderna. Lo scopo che mi propongo con queste pagine è di far capire come il pensiero orientale e, più generalmente, il pensiero mistico forniscano alle teorie della scienza contemporanea un importante e inerente riferimento filosofico: una concezione del mondo nella quale le scoperte scientifiche dell’uomo possono trovarsi in perfetta armonia con le sue aspirazioni spirituali e la sua fede religiosa. I due temi fondamentali di questa concezione sono l’unità e l’interdipendenza di tutti i fenomeni e la natura intrinsecamente dinamica dell’universo. Quanto più profondamente penetriamo nel mondo submicroscopico, tanto più ci rendiamo conto che il fisico moderno, parimenti al mistico orientale, è giunto a considerare il mondo come un insieme di componenti inseparabili, interagenti e in moto continuo, e che l’uomo è parte integrante di questo sistema.
La concezione del mondo organicistica, <>, delle filosofie orientali è senza dubbio una delle principali ragioni dell’immensa popolarità che esse hanno recentemente ottenuto in Occidente, specialmente tra i giovani. Nella nostra cultura occidentale, che è ancora dominata da una visione meccanicistica e frammentata del mondo, un numero crescente di persone ha visto in essa la ragione che sta alla base della diffusa insoddisfazione presente nella nostra società e molti si sono rivolti alle vie orientali di liberazione.
(…)

La visione di Castaneda

Le ultime ricerche volte a scoprire la natura delle particelle elementari costituenti la materia hanno appurato che i più piccoli componenti sinora percepiti sono dei «quanti» vibrazionali. Piccole «vibrazioni» di energia. L’intuizione di Einstein, ossia che la materia è in realtà una manifestazione di energia, è pienamente dimostrata. Tutto ciò è però ormai risaputo, quello che molti non conoscono, tuttavia, è che qualcuno affermava la stessa cosa già molti anni fa, forse addirittura millenni… Non è facile riunire a riassumere in poche righe la visione dell’universo degli sciamani dell’antico Messico, rivelata al mondo dall’incredibile opera di Carlos Castaneda. Mi rendo conto che il tutto potrà apparire eccessivamente «alieno» rispetto a qualsivoglia visione dell’universo. Per questo motivo comprendo perché Carlos Castaneda, nel discorso introduttivo ad una conferenza, esortò il pubblico a sospendere per un attimo il giudizio, e a provare anche solo con la fantasia, a pensare a cosa sarebbe cambiato in ciascuno di loro se quanto detto fosse stato vero. Nei primi anni ‘60, il giovane studente di antropologia si recò in Messico per effettuare una ricerca universitaria sull’uso di piante allucinogene nelle pratiche rituali sciamaniche. Erano gli anni di Timothy Leary, il «profeta» dell’acido lisergico. Il «caso» volle che il giovane Castaneda si imbattesse proprio in uno dei depositari di una tradizione antichissima, tramandata da secoli. Lo sciamano, che assunse il nome di Juan Matus, utilizzando una facoltà extrasensoriale sviluppata durante tutta la sua vita, «vide» in Castaneda un essere dalla configurazione energetica tale da poter diventare il depositario della tradizione. E da quel famoso incontro in una stazione degli autobus in Messico ebbe inizio l’esperienza castanediana.

La visione del mondo da parte degli sciamani del retaggio di Don Juan Matus era fondata non su presupposti ideologici di qualche tipo, ma sulla percezione e sperimentazione diretta di quanto descritto. L’universo è energia, un flusso ininterrotto di energia. Non ha mai avuto inizio, ma è passato, sta passando adesso, e passerà. La teoria secondo la quale l’universo ha avuto inizio, si espande per poi contrarsi nuovamente, ubbidisce alla sintassi umana comune, per cui un uomo nasce, vive per poi invecchiare e morire. Ma non è l’unica sintassi possibile. La fonte da cui tutto emana è un essere, ma per quanto infinito ed incommensurabile, non è pienamente autocosciente di sé, si evolve. Gli esseri viventi evolvono la loro coscienza ed esperienza vivendo e accumulando ricordi. La fonte si evolve assimilando in sé i ricordi e le esperienze di ogni essere vivente, all’atto della morte. La fonte viene percepita come un mare di fibre luminose ed energia, ed è infinita in ogni direzione (chiamato «oscuro mare della consapevolezza»). Ogni fibra luminosa è un ricordo, un attimo, una piccola percezione. Dalla fonte emanano continuamente delle piccole bolle, contenenti al loro interno una porzione di fibre luminose e di energia. Un nuovo essere è nato. Vivendo, ogni essere converte la parte di energia in fibre luminose, costruendo così nuovi ricordi. Quando un essere muore, la bolla si rompe, e le fibre luminose del suo essere ritornano alla fonte, disperdendosi come una goccia d’acqua nel mare. In questo modo la fonte si evolve, raggiungendo livelli di consapevolezza praticamente divini, ma in continuo divenire. La fonte veniva chiamata anche Aquila, dagli sciamani, perché a volte veniva percepita come un’entità titanica, con un punto molto più luminoso, in cui veniva «consumata» la coscienza di un essere vivente durante la morte. A loro ricordava il becco dell’aquila.

Come avviene la percezione? Dalla fonte non emanano solo le uova luminose, ma anche delle grosse fasce di energia. Dei flussi di energia che si estendono ovunque, in ogni direzione. All’interno delle uova luminose c’è un punto che risplende maggiormente, e si trova più o meno nella stessa posizione in tutti gli esseri umani, una trentina di centimetri alle spalle della scapola destra, circa quindici gradi più in alto. In quel punto si «assembla» la percezione del mondo. Per questo veniva chiamato «punto di unione» o «punto di assemblaggio». La percezione si ha quando il punto di unione allinea le fibre luminose delle grandi fasce di emanazione dell’Aquila. In quel punto particolare, l’energia si traduce in fibre luminose, facendo sì che nascano i ricordi di un essere umano. Il punto di unione è solitamente reso fisso dalla consuetudine, perché nessuno ci ha mai insegnato a spostarlo. E nessuno ci ha mai insegnato perché spostarlo. Un movimento del punto di unione «allinea» nuove fibre di energia, e si percepiscono cose differenti. Di solito eventi traumatici sbalzano il punto di unione in una nuova posizione, per qualche tempo. In questo modo i nuovi ricordi appena creati vengono «immagazzinati» in una posizione non consueta, per cui quando il punto di unione ritorna al posto originale, dimentichiamo quanto accaduto. È questo il motivo per cui tendiamo a non ricordare gli eventi tragici e improvvisi. Le donne lo sperimentano all’atto del parto. Durante il parto, il punto di unione viene spostato inconsciamente a causa del dolore e della tensione. Sono momenti molto «forti», ma dopo qualche giorno la madre tende a dimenticare quanto ha vissuto, per poi ricordarsene al parto successivo. Questo è anche il motivo per cui nessuno di noi ricorda la maggior parte dei sogni avuti durante la notte. Durante i sogni il punto di unione si sposta, creando percezioni e ricordi in posizioni inconsuete, troppo lontane dalla nostra soglia di coscienza durante la veglia. Uno spostamento laterale e profondo del punto di unione porterà all’allineamento di mondi differenti, ma pur sempre umani (è quanto accade durante la maggior parte dei sogni comuni). Uno spostamento del punto di unione verso il basso, all’interno dell’uovo luminoso, può allineare modi di percepire non umani. Gli sciamani in grado di operare consapevolmente questo tipo di spostamento venivano chiamati «diableros». È proprio questo uno dei punti fondamentali. Tutto ciò che percepiamo è in qualche modo reale, ma al contempo non è la realtà. La realtà (in qualche modo è emersa in Matrix, anche se in forma distorta) è che tutti noi siamo delle bolle luminose «agganciate» a delle fasce di emanazione. Tutti gli esseri quindi (a parte la differenziazione tra organici e inorganici, che vedremo dopo) si differenziano non tanto per la dimensione dell’uovo luminoso, ma per la posizione del loro punto di unione. È questo il principio utilizzato da quegli sciamani in grado di assumere la forma di corvo, puma, orso. I diableros. Quando qualcuno di noi ha ricordi di altre vite, sta semplicemente allineando il suo punto di unione con parte di quelle fibre luminose che hanno composto il suo «bozzolo» all’atto della nascita.

Gli sciamani distinguevano inoltre tra nagual e tonal. Il tonal rappresenta tutto ciò che costituisce il mondo ordinario degli uomini, e comprende le posizioni del punto di unione in cui si è ancora umani. Il nagual comprende tutto ciò che va al di là della dimensione umana della percezione. Una parte della percezione del nagual è raggiungibile attraverso una dura disciplina di controllo interiore ed eliminazione della mente egoica (considerata dagli sciamani una sorta di installazione estranea). La maggior parte del nagual non può essere conosciuta, né tantomeno intuita, essendo preclusa agli esseri umani. La visione di Castaneda è dunque assolutamente pessimistica? Messa in questo modo sembra non esserci scampo, si nasce, si vive, si muore, ed è finito tutto… In effetti è proprio così per la stragrande maggioranza della gente. Ma c’è un’alternativa. Noi non siamo solo i nostri ricordi, ognuno di noi, per il solo fatto di essere vivo, ha ancora in sé una parte dell’energia creatrice non ancora convertita in «cibo per l’aquila». Una delle tecniche descritte da Castaneda è la «ricapitolazione». In parole povere, si tratta di ripercorrere con la mente tutti gli attimi della propria vita, ricordandoli nei minimi dettagli. Ci vogliono anni per ricapitolare tutta la propria esistenza. Si comincia col fare un elenco di tutte le persone conosciute durante la vita, e poi una ad una le si passa in rassegna, cercando di ricordare col maggior dettaglio possibile tutti gli eventi vissuti. Questa tecnica veniva eseguita con una particolare forma di respirazione, che non sto qui a descrivere. Il punto è un altro. Il riesame di tutta la propria vita ha lo scopo di farci capire quale sia la nostra sintassi comportamentale, e soprattutto di farci accorgere di cosa ci sia dietro: il nostro ego, la nostra «forma umana». L’eliminazione dell’ego non blocca il processo di fabbricazione dei ricordi, ma qualcosa cambia. Non viene più utilizzata la stessa quantità di energia. I ricordi ci sono ugualmente, ma non più i «miei» ricordi, perché non c’è più un «io, me, mi». Sono dei ricordi e basta, e se fossero i ricordi di qualcun’altro non farebbe alcuna differenza. In questo modo, l’essere si spersonalizza. Non muore, o almeno vive molto più a lungo, ma non è più come prima. Vi è mai capitato di fare dei sogni lunghissimi per poi accorgervi di aver dormito solo pochi minuti? Esistono posizioni del punto di unione in cui il tempo scorre in modo differente rispetto al mondo «ordinario». Avendo padronanza dello spostamento del punto di unione («arte di sognare») e del suo mantenimento in una determinata posizione («arte dell’agguato»), si può allineare un nuovo mondo, ed esserci dentro in «carne ed ossa». Così facendo si potrebbe allungare la propria vita in modo indefinito. In molti libri di Castaneda si fa menzione di uno sciamano particolarmente abile in quest’arte, chiamato «lo sfidante della morte», il quale era riuscito a trasformare il suo essere in modo tale da essere in giro da centinaia (se non migliaia) di anni. Un’altra cosa emerge da questa visione della vita. Se dopo la morte non c’è niente, ogni istante della nostra vita, ogni nostra azione, anche la più stupida e frivola, assume una grande importanza. E questo si ricollega con gli insegnamenti di Gurdjieff, sulla necessità di essere «svegli» e presenti in ogni nostro gesto.

In questa breve esposizione ho cercato di delineare per sommi capi molti concetti assai complessi, e devo dire che temo di dare una visione distorta di qualcosa di molto reale e importante. Nella mia vita ho cercato di procedere sulle orme di Castaneda, e ho fatto mie molte sue esperienze. Le esperienze nei sogni, con gli esseri inorganici (ne parlerò in un altro articolo), con la percezione, che ho avute personalmente.