I GIOIELLI AFRICANI: TRA ESTETICA E SIMBOLOGIA

Fusi in oro o argento, intagliati nell’avorio, realizzati in corallo o pietre
semipreziose oppure in conchiglia, legno, osso, terracotta, perline di
vetro, vertebre di pesce o di serpente, guscio di tartaruga, corno,
pelle, semi, paglia, uova di struzzo, e qualche volta persino ricavati
da materiali di recupero come la plastica (fanali delle automobili, fili
elettrici…) i gioielli africani sono non solo un elemento di bellezza
maschile e femminile ma spesso esprimono messaggi. Essi svelano il
passato di un paese e le sue tradizioni, il modo di vivere, le credenze.
Vengono tramandati di generazione in generazione, per secoli,
millenni. Sono, insomma, un vero e proprio veicolo di comunicazione.
Agli albori della storia
Dai primordi dell’umanità l’uomo si è confezionato ornamenti d’osso,
pietre, semi e frutta secca, con molteplici scopi, non solo per abbellire
il proprio aspetto: servivano ad attirare a sé l’energia della terra, per
proteggersi, per ottenere le benedizioni degli dèi, per curarsi. Nel
corso del 3° millennio avanti Cristo gli Egiziani e i Sumeri
possedevano già tecniche sublimi per realizzare i gioielli. L’impiego
delle gemme si estese presto a tutti i paesi del Vicino Oriente e
dell’Africa. All’inizio dell’epoca storica le pietre preziose costituivano
una moneta per gli scambi e osservando i materiali di cui erano fatti i
gioielli si potevano indovinare le vie di commercio e di comunicazione
che legavano i vari paesi del mondo allora conosciuto. Per esempio
una collana egiziana del 3° millennio a. C. poteva riunire materiali
trovati in aree molto lontane tra loro: lapislazzuli dell’Afghanistan,
turchesi del Sinai, amazonite del Sahara.
La metà delle pietre preziose e semipreziose che utilizziamo
correntemente oggi era già usata in Egitto durante il Nuovo Regno
(circa1.500 a. C.) . Alcune di loro erano già antiche ai tempi degli
Egizi. Ad esempio la fama delle Indie per l’agata e la cornalina risale
e millenni addietro. La regina di Ur (Mesopotamia) Pu-Abi (2500 a. C.)
e le mogli dei faraoni portavano ornamenti in cui si mescolavano
lapislazzuli, cornaline, agate e grani d’oro. Le piccole perle in
cornalina che si trovano nei mercati della Mauritania assomigliano
straordinariamente a quelle delle collane egiziane del Medio Regno…
Così come i pendenti d’agata triangolari del palazzo di Dario a Susa
richiamano i kefta delle collane tradizionali della Mauritania.
Le perle, attrazione fatale
Perle importate, venute dal capo del mondo, scambiate nel corso dei
secoli, confezionate dalle donne con uova di struzzo già in epoca
neolitica, in pietra, in diaspro, amazonite, quarzo, grani di ebano e di
argento, d’ambra, d’oro, di bronzo, perline di uova di struzzo, osso,
conchiglia, vertebre di pesce si trovano ininterrottamente dalle epoche
più antiche ai nostri giorni. La tradizione prosegue fino ai tempi
moderni e non è raro trovare al collo e alle braccia delle donne
africane ornamenti già indossati dalle loro antenate della preistoria.
Ma quando nacquero le perle di vetro oggi così diffuse in Africa? La
loro storia è strana e confusa. Chi furono gli inventori. Gli Egiziani? I
Fenici? Le troviamo durante il regno del faraone eretico Akhenaton,
ad Alessandria all’inizio dell’epoca romana- egiziana, per essere poi
imitate a Venezia e ricomparire sui mercati di Nouakchott, del Mali e
del Camerun. A Murano la corporazione dei vetrai nacque nel 1268. I
mercanti e le carovane trasportarono i prodotti fino all’interno della
Cina e nelle isole dell’oceano Indiano, sulle rive del Mar nero, in
Etiopia e Abissinia.. Gli artigiani veneziani esportarono le loro
tecniche ad Amsterdam che a sua volta invase l’Africa dei suoi vetri.
La moda delle perle in vetro prese piede molto velocemente e a metà
del 14° secolo il viaggiatore arabo Ibn Battuta riferiva che, nel suo
viaggio tra Oualata e Timbuctu, per procurarsi ciò di cui aveva
bisogno gli bastava “scambiare sale, aromi e perle”. Nel 16° secolo i
Portoghesi barattano schiavi con i cauri (cipree), altro elemento base
della gioielleria africana, e collane di vetro veneziano. Nel 19° secolo
la moda delle perle d’importazione è diffusa in tutta l’Africa: saranno
utilizzate come moneta di scambio fino all’inizio del ‘900. Il corallo,
proveniente dal Mar Rosso e dalle coste dell’Algeria, è così
apprezzato in Mauritania da essere portato solo insieme all’oro.
L’amazonite del Sahara, chiamata “lo smeraldo dei Garamanti”
(*antichissimi abitanti del Nord Africa, progenitori dei Tuareg) viaggiò
dalla Mauritania all’Egitto, scambiata con lapislazzuli.
Al Idrisi _ geografo, botanico e zoologo arabo-spagnolo del Medioevo
_ parla per le Canarie di perle “magiche, che avevano il favore di
Lamtuna” e che “portate sul petto di un ammalato fanno cessare
rapidamente il dolore, altre che messe al collo durante il parto lo
rendono più facile. I piccoli triangoli di cornalina (tanfuk) portati singoli
o a mazzi al collo dalle donne Tuareg o tra i capelli delle Songhai,
delle Fulani e delle Maure provenivano, a quanto pare, nientemeno
che dall’India e viaggiarono per secoli lungo le vie carovaniere. Si
dice che i tanfuk trasmettano le virtù della cornalina, ritenuta un
rimedio miracoloso per le malattie del sangue. In Madagascar le perle
si vendono insieme alle erbe, gli amuleti, le piante medicinali e altre
“medicine”.
I gioielli dei Tuareg: tecnica, estetica e magia
Nelle oasi del Sahara il mestiere di gioielliere viene svolto da una
ristretta e misteriosa casta di artigiani, gli inaden ovvero i “fabbri” ai
quali spetta il compito di fondere e forgiare tutto ciò che è in metallo,
dalle armi agli utensili d’uso quotidiano fino ai più raffinati ornamenti
indossati da uomini e donne Tuareg. Per la loro dimestichezza con il
fuoco, gli inaden sono considerati molto vicini al mondo degli spiriti.
Nella tradizione musulmana l’oro non è molto amato, anzi si dice porti
sfortuna, mentre l’argento è considerato “il metallo del Profeta”,
metallo nobile per eccellenza… La gioielleria del Sahara è sempre in
argento e caratterizzata da un forte simbolismo protettivo. Le tribù del
deserto hanno aggiunto alle proprie credenze quelle dell’islam, hanno
adottato pratiche animiste dell’Africa occidentale e in misura minore
alcuni aspetti della Cristianità. Ne deriva una curiosa commistione di
influenze religiose che spesso rende difficile distinguere l’esatto
significato dei vari disegni ornamentali.
Non c’è arte o artigianato come quello tuareg che riesca a fondere
così sapientemente tecnica-estetica-simbologia. I Tuareg aderiscono
rigorosamente a pochi disegni base che vengono ripetuti nella
gioielleria, nella tessitura e nella lavorazione della pelle. Uno stile
semplice che riflette l’austerità della loro esistenza in una terra ostile.
L’esempio più noto sono le cosiddette “croci”, amuleti decisamente
maschili. Ve ne sono 21 modelli diversi, ciascuno è il simbolo di una
città e permette di riconoscere la provenienza della persona che lo
indossa. Secondo alcuni studiosi, esisterebbero dai tempi dell’Egitto
faraonico, ma potrebbero anche risalire a un’epoca preislamica più
recente in cui le tribù tuareg subirono l’influenza della croce cristiana.
La più famosa è la Croce di Agadez: trasmessa di padre in figlio
(“figlio mio ti dono le 4 direzioni del mondo perché non si sa dove
morirai”) porta in sé una simbologia legata alla capacità di orientarsi
nell’universo, sia che la si consideri una stilizzazione della croce del
Sud, costellazione visibile nel cielo sahariano, oppure un ricordo del
segno di Tanit, simbolo della massima divinità femminile feniciopunica,
dèa madre legata al ciclo della nascita e rinascita. E che dire
del khomissar, ornamento femminile, che nella sua forma a cinque
losanghe che si dipartono da un triangolo centrale ripropone il
rigoroso schema di ripartizione delle acque nell’oasi? Si crede che
tenga lontano il malocchio e, se fatto di conchiglie, è anche un
talismano per la fertilità.
Semi ed erbe profumate per i gioielli “poveri”
Una tradizione egiziana imponeva di modellare una statuetta di creta
nella quale si impastavano dei semi di grano e di metterla per terra
per ottenere buoni raccolti. Forse è questo senso di morte e rinascita,
contenuto nel seme e legato al mito di Osiride , che ha spinto gli
uomini, fin dalla preistoria, a realizzare gioielli utilizzando chicchi di
grano, erbe, frutti e noccioli. In Mauritania, in Marocco e in Tunisia si
fabbricano perle con le essenze “paste profumate”, con lievi variazioni
nella forma. Nei mercati della Mauritania le venditrici di gioielli
propongono collane di piccoli semi bruni o rossastri molto profumati e
collanine di paglia intrecciata profumata che si dice abbiano poteri
afrodisiaci. Nel Sahel si fanno collanine di chiodi di garofano,
ornamenti di paglia, collane di noccioli d’argania e di frutti di eucalipto.
Nelle collane dei Masai si mescolano semi di grano con altri elementi
vegetali, cauri e osso. I guerrieri Masai indossano una fascia di pelle
di capra profumata di grani aromatici.
In Senegal si trovano grosse collane fatte di chicchi di grano
brunastro accompagnati da frutti secchi.
Gli “ori di Timbuctu” sono gioielli in paglia dorata che imitano in tutto e
per tutto i monili d’oro tradizionali. Anche questi possono essere
profumati con aromi, spezie ed essenze. In Mauritania sono per
tradizione gioielli matrimoniali per le presunte virtù afrodisiache.
Catenelle, anelli e roselline di paglia ritorta sono le loro componenti
principali. Il fascino dell’oro non ha limiti ma non è accessibile per
tutti: ecco quindi questi straordinari e ingegnosi monili confezionati a
buon mercato utilizzando forme di cera per dare “volume”.
Le stesse forme tradizionali dei gioielli in oro e argento si ritrovano
negli ornamenti fatti in Senegal con fili elettrici rivestiti di seta, rayon
o cotone o nei monili di latta del Burkina Faso, Nigeria, Camerun e
Ghana.
Il fascino irresistibile dell’ambra
E l’ambra? L’”oro del Nord”, che compare già nelle tombe micenee,
etrusche e fenicie ( Omero parlava di una collana d’ambra al collo di
Penelope…) è molto in voga in Marocco dove viene indossata dalle
donne dell’Atlante. I Micenei e i Celti la importavano dal Baltico. Ma
chissà come arrivò, un giorno, nel territorio dell’impero del Ghana?
L’ambra si trova in tutta l’Africa, ma soprattutto nel Nord e nel Sahel è
un elemento importante nella confezione dei gioielli tradizionali: perle
e losanghe di forma arrotondata dai colori che variano dal giallo
pallido al marrone aranciato. L’ambra è una resina fossile di pino che
cresceva nell’Europa nord orientale circa 40 milioni di anni fa. Quasi
tutta si trova oggi sulle rocce del Baltico. In Africa invece c’è il copal,
una resina prodotta da alcuni alberi tropicali che assomiglia molto
all’ambra ma la cui fossilizzazione è più recente. Esiste poi un’ambra
“sintetica” , fabbricata a partire da pezzi d’ambra troppo piccoli per
essere tagliati: si mettono in una pressa idraulica a una temperatura
di circa 180 gradi, si fondono e poi si plasmano creando perle dalla
forma regolare e spesso di grandi dimensioni.
L’ambra ha virtù profilattiche:sarebbe un rimedio contro il mal di gola,
contro le emorragie nasali e un antidoto contro i veleni. In alcuni
trattati del 1500 si legge che rinforza i denti e che, bruciata, scaccia
gli insetti velenosi. Avrebbe il potere di un moderno antibiotico; Greci
e Romani pensavano che curasse il mal di testa e di denti, per
funzionare doveva essere bruciata e inghiottita con miele..
Le donne berbere dell’Alto Atlante marocchino portano parure di
ambra molto appariscenti.
Cauri e coralli: la magia che viene dal mare
I gris-gris di cauri sono diffusi in Africa un po’ dappertutto. La fortuna
del cauro (o ciprea) nel Mediterraneo sin dalla preistoria è data dalla
sua somiglianza con il sesso femminile. Conchiglie magiche e
portafortuna, strumento per la divinazione, non solo avrebbero il
potere di allontanare gli spiriti malefici ma per secoli sono state
utilizzate come monete.
Nell’Antico Egitto la loro forma venne imitata in metalli preziosi: un
cauro d’oro e porcellana fa parte del tesoro della principessa Sat-
Hathor ed è esposto al Museo del Cairo.
In tutti i paesi del mondo il corallo è carico di simboli, virtù profilattiche
e mistero. Si crede che abbia il potere di far scappare gli assassini, di
preservare dai geni malefici ed allontanare il panico e i sogni agitati.
Fin dall’antichità i laboratori di Ceuta, in Marocco, furono rinomati per
la lavorazione del corallo. In Camerun si trova una varietà blu
violaceo oggetto di commercio a vasto raggio e pagata a peso d’oro.
Mito, magia o simboli di ricchezza
E se un po’ ovunque, in Africa, c’è la credenza che i gioielli
incorporino qualcosa del mondo degli spiriti e del soprannaturale,
questo è particolarmente vero per i Dogon. Le donne indossano
ornamenti che simbolizzano certi caratteri fisici del Nommo, la coppia
di gemelli celesti nata dal dio creatore Amma, esseri ermafroditi che
sarebbero all’origine del popolo dogon
Tra le donne Fulani, tribù seminomade della Nigeria, si è soliti
dimostrare il proprio status attraverso collane di perle di agata bianca
a forma di ogiva realizzate con una tecnica antichissima, perforate a
mano e lucidate su una pietra bagnata. Ancora tra i Fulani e i Peul del
Mali, si usano elaborati orecchini a forma di barchetta in oro che
servono come dote e dimostrano il livello di agiatezza. Si chiamano
kwottenai kanye, li portano le donne sposate dopo averli ricevute in
eredità alla morte della madre o come regalo dal marito, che spesso
deve vendere i propri capi di bestiame per poterseli permettere :
grazie ai loro orecchini pesanti parecchi chilogrammi molte donne di
Djenné sono così ricche da essere indipendenti dagli uomini.
Un tipico gioiello delle donne Peul è una spirale: viene indossata sul
ventre per propiziare la nascita del bambino, e al collo dopo che il
bambino è nato. La spirale, motivo dalla forte carica simbolica,
richiama il vortice creatore nella mitologia maliana e in molte altre
culture è simbolo dell’acqua da cui ha origine la vita.
La mano è il più importante simbolo di protezione del Maghreb. Oltre
a offrire una difesa contro il malocchio la cosiddetta “mano di Fatima”
rappresenta I cinque fondamentali principi dell’Islam ed è chiamata
khamsa, in arabo “cinque”. L’uso del rosso (pezzetti di stoffa, fili di
lana) aggiunge carattere protettivo e augurale ai gioielli.
Per alcuni popoli, come i Tuareg e i Mauri, la gioielleria è
particolarmente importante e molte donne, anche se umili, hanno una
personale collezione di gioielli. Rappresenta il loro capitale, fa
tradizionalmente parte della dote della sposa, alcuni pezzi vengono
passati di madre in figlia o scambiati come doni tra amici. I popoli del
deserto usano la gioielleria per baratto e un pendente d’argento può
essere scambiato con derrate alimentari, un sacco di miglio o un
turbante tinto di indaco o una blusa ricamata. In Niger la croce di
Zinder (una delle “croci Tuareg”) è per abitudine scambiata con greggi
e indossata come segno di ricchezza dalle donne. Durante la grande
siccità degli anni ’70 del secolo scorso i Tuareg barattarono molta
della loro gioielleria nei mercati del Sahel per poter sopravvivere.
Le donne della Cabilia ricevono i loro gioielli (diademi, bracciali,
cavigliere, collane e fibule) per il matrimonio come regalo dei genitori
e parte della propria dote. Di solito le donne cabile indossano i
bracciali in coppia e nei giorni di festa diverse coppie di gioielli su ogni
braccio; massicci braccialetti in argento muniti di spunzoni erano
originariamente portati dalle donne come oggetto di difesa, oggi
hanno una funzione puramente ornamentale.
In Marocco, una bambina appena nata riceve il suo primo set di perle
e piccoli amuleti contenenti erbe o semi ai quali si attribuisce potere
magico.
In Etiopia nella regione di Lalibela le donne Amhara indossano croci
copte appese a cordoni di cotone blu chiamati mateb che vengono
ricevuti al battesimo; le più vecchie sono di design greco o latino,
altre hanno ricevuto influssi dall’Egitto o persino dalla tradizione
celtica, alcune hanno complesse decorazioni come linee che si
intersecano senza fine, simboleggianti l’eternità.
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Fiorenza Ferretti
Maggio 2007

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