BAR-DO-THOS-GROL- Il Libro tibetano dei morti

 

Alla fine non c’è fine,forse manca l’inizio. Perché è solo lo specchio di un sogno.

 

Le quattro meditazioni incommensurabili

700087.fpx&obj=tibet large testa4,1Possano tutti gli esseri senzienti avere la felicità e la sua causa. Possano tutti gli esseri senzienti essere liberi dalla sofferenza e dalla sua causa. Possano tutti gli esseri senzienti essere inseparabili dall’estasi priva di dolore. Possano tutti gli esseri senzienti dimorare nell’equanimità,libera dai due estremi dell’essere vicino ad alcuni e lontano da altri,avere attaccamento per certi e odio per altri.

Affrontare la morte insieme di Frank Ostaseski

00967_HD[dal libro "Fare Amicizia con la Morte*" pubblicato dalla rete indra
(www.reteindra.org/)]

Alcuni anni fa, mentre nel nostro hospice stavo girando su un fianco un
paziente per lavargli la schiena, lui mi disse, voltando il viso sopra la
spalla: "Sai, non ho mai pensato che fosse così!".
lo sono molto sincero con gli altri e così gli ho chiesto: "Come pensavi che
fosse?" e lui mi rispose: "Non ci avevo mai pensato". In quel momento capii
che questa comprensione per lui rappresentava una sofferenza maggiore del cancro in fase terminale che aveva al polmone.
La morte lo aveva afferrato di sorpresa.
Per ciascuno di noi c'è un angolo molto scuro nella nostra mente. E lì,proprio in quell'angolo, c'è una voce che ci dice: "Un giorno morirò".
Il modo in cui diamo ascolto o respingiamo questa voce determina come
vivremo le nostre vite. A volte la voce ci parla molto chiaramente, ad esempio quando a stento sfuggiamo a una disgrazia o quando muore qualcuno
che cono­scevamo. Invecchiando i capelli si diradano e diventano grigi e le
nostre pance più molli ed è allora che la voce si fa sentire con più frequenza. Man mano che la morte si accumula nella nostra vita, la voce ci parla più spesso. Quando muore qualcuno che amiamo allora ci urla; ci fa sapere che la nostra vita non sarà mai più la stessa, ma che è stata alterata per sempre.
La morte è la questione centrale delle nostre vite eppure a mala pena pronunciamo la parola. In America impieghiamo tutta una serie di eufemismi
al posto della parola 'morte'. Le persone non muoiono, se ne vanno o
finiscono, come una carta di credito. Nella vita facciamo piani su tutto:
con chi ci sposeremo, dove andremo in vacanza, quale carriera intraprendere,
quanti bambini avere... tutte cose che potranno non accadere mai. Ma per
l'unica cosa certa che ci capiterà non ci prepariamo. E anch'io non sono poi
tanto diverso dagli altri.
Ogni giorno lavoro con persone che stanno morendo e ancora ci sono dei
giorni in cui penso che a me non capiterà. Ma molto lentamente. nel corso di
questi vent'anni, la morte ha iniziato a richiedere la mia attenzione ed è
proprio perché richiama la nostra attenzione che essa ha una tale grazia e
un tale potere. In qualche modo galvanizza la nostra attenzione nel momento.
Quando parlo della morte non lo faccio per spaventarci o intristirci ma
perché in base alla mia esperienza, stando con persone che stanno morendo e
riflettendo quotidianamente sulla morte, ho visto che è il migliore dei modi
che conosco per entrare pienamente nella vita. Non conosco nessuna altra
cosa che mi mostri a me stesso con la stessa chiarezza come lo stare accanto
a qualcuno che sta morendo.
Quando vediamo la morte da vicino, a portata di mano, proprio sulla punta
delle dita, iniziamo a capire qualcosa della vita. Cominciamo ad apprezzare
che ogni cosa cambi: ogni pensiero, ogni relazione, ogni atto d'amore viene
e và.
E una volta compreso questo, non ci attacchiamo più troppo strettamente a
ogni cosa. Forse non ci prendiamo più nemmeno troppo sul serio. E questa
qualità coltiva in noi la capacità di cedere, abbandonare e incoraggia la
nostra generosità. Mi sembra strano, ma è vero, che la riflessione sulla
morte ci rende più gentili gli uni con gli altri.
Quando si inizia a vedere quanto sia precaria la vita, allora si capisce
anche quanto essa sia preziosa e allora non si vuole sprecare nemmeno un
momento. Si desidera vivere pienamente, si vuole dire agli altri che li
amiamo sul serio.
Il tema di cui volevo parlare stasera è la relazione che si instaura tra chi
sta morendo e chi presta assistenza. Ciò che e importante capire fin da subito è che tutti ne abbiamo la capacità, ognuno di noi sa come prendersi cura di un altro. Lo abbiamo fatto per centinaia di anni e ora lo abbiamo solo dimenticato: dobbiamo ricordarcelo a vicenda. Abbiamo reso talmente per specialisti l'assistenza ai moribondi che ne abbiamo paura. All'inizio forse è importante comprendere che morire non è un fatto medico. Dobbiamo impiegare il meglio di ciò che la medicina ci offre per assistere chi sta per morire, ma non dovremmo permettere che sia la medicina a guidare l'esperienza. Morire è piuttosto una questione di rapporti: con noi stessi,con le persone che amiamo e con qualsiasi immagine che abbiamo della estrema gentilezza. Il nostro compito dunque è di facilitare queste relazioni e scoprire come ciascuno incontrerà la propria morte. Qual è il modo unico che
ciascuno ha di affrontare questa esperienza?
Sarebbe davvero bello se avessi una pratica bella e pronta da potersi
applicare in ogni situazione. Mi piacerebbe potervi dare una borsa piena di trucchi da portare con voi accanto al letto della persona che sta morendo.
Temo però che servirebbe solo a separarvi dalla persona che state
assistendo. La morte di ognuno è completamente unica così come lo è la
costellazione di esperienze che accompagnano la morte. Non esiste un solo modo. Tuttavia penso che ci siano dei precetti o pratiche che possano essere utili per guidarci mentre stiamo accanto a una persona che sta per morire.
Recentemente sono intervenuto a una conferenza molto importante a cui erano
presenti molti dottori famosi. Avevano portato diapositive, video e avevano
preparato dei discorsi scritti molto bene con un punto dopo l'altro in bella
successione. Il mio stile è un po' meno formale, ma ho voluto provare a
sfidarmi per vedere se ero capace di pensare cinque punti importanti.

 E adesso li voglio condividere con voi.

Il primo precetto: accogli tutto, senza respingere nulla.

Che cosa significa? Come fare? Iniziamo creando un ambiente straordinariamente ricettivo, un ambiente caratterizzato dalla bellezza. Non solo dalla bellezza fisica, ma dall'apprezzamento per la bellezza che si incontra in quella circostanza, l'apprezzamento per il modo in cui ogni individuo attraverserà il processo della sua morte.
Vi racconto una storia che aiuta a illustrare questo punto. Le storie sono
il metodo migliore perché possiamo entrarvi ogni volta che ne abbiamo
bisogno.
C'era un uomo che era stato mandato al nostro hospice, veniva dal reparto
psichiatrico dell'ospedale distrettuale e si trovava li perché aveva un
cancro al polmone e voleva uccidersi. Non vedeva come la sua vita avesse
alcun valore. Entrai nella sua stanza e mi sedetti in silenzio accanto a
lui. Dopo un po’ mi disse: "Nessuno si è mai seduto vicino a me in questa stanza
per così tanto tempo". Gli risposi: "Ho molta pratica a stare seduto fermo,
che cosa vorresti? "
«Degli spaghetti" disse. "Noi facciamo degli spaghetti molto buoni, perché
non vieni a casa nostra e stai con noi?" gli risposi. E' stato questo il nostro colloquio di ammissione. Il giorno successivo quando poi venne, c'erano gli spaghetti pronti che lo aspettavano. Bisogna capire, per lui gli spaghetti erano la casa e il nutrimento in ogni senso. Rimase con noi per tre mesi e il suo desiderio di uccidersi non spari solo perché gli avevamo dato gli spaghetti, sebbene li facciamo veramente buoni! In quel periodo era uscito in America un libro che descriveva i diversi modi per uccidersi. Lo
voleva e allora glielo procurai e glielo lessi.
Accogli tutto, senza respingere nulla.
Ero completamente convinto che ciò che quest'uomo tentava di scoprire era
dove trovare il valore della sua vita. Poco prima di morire mi disse:
"Frank, ti voglio ringraziare perché sono più felice ora di quanto non lo
sia mai stato in tutta la mia vita". "Come è possibile, poche settimane fa
volevi ucciderti perché non ce la facevi a camminare nel giardino? " gli
chiesi E lui: "Quello era solo un correre dietro al mio desiderio". "Vuoi
dire che le attività della tua vita non hanno più tanta importanza per te?"
"No, non sono le attività che mi portano gioia, ma l'attenzione all'attività" e proseguì: "Adesso il mio piacere deriva dal fresco della brezza e dalla morbidezza delle lenzuola".
Un cambiamento notevole per quest'uomo che avevo incontrato la prima volta
nel reparto psichiatrico. Accogliere tutto, senza respingere nulla richiede
coraggio. Una ricettività senza paura, dal momento che non abbiamo idea di
come andrà a finire.

Secondo precetto: porta tutto te stesso in questa esperienza

Significa che per essere di servizio di un'altra persona dobbiamo mettere
anche noi stessi nell'equazione. Ma prima voglio spiegare la parola
'servizio' perché può generare molta confusione. Spesso si pensa al servizio
come all'essere servili o spesso lo definiamo come un peso o un obbligo.
Quando parlo di servizio, invece, io intendo qualcosa di simile all'accompagnare un'altra persona. Per farlo dobbiamo essere disposti a
indagare la nostra esperienza. Se diciamo all'altra persona: "Io capisco"
senza averlo fatto, l'altro capirà che ci stiamo buttando a indovinare.
Quando serviamo è il nostro intero essere a servire. Inclusi i nostri
talenti, ma anche le nostre ferite e paure. E' proprio l'investigazione
interiore che crea un ponte di empatia con la persona di cui ci stiamo
prendendo cura.
Avevo un mio amico, John, che stava morendo di AIDS, gli volevo molto bene,
era un mio carissimo amico. Un giorno, mentre gli stavo vicino, è successo
un fenomeno neurologico molto strano: in quel solo pomeriggio di colpo perse
la capacità di tenere una forchetta, di stare in piedi o di dire qualcosa di
comprensibile. E' stato molto duro. Sto pensando a lui, adesso.
Anche quando qualcuno muore, il rapporto continua. Fu terribile quella
giornata con lui. E' durata tutta la notte fino alle prime ore del mattino.
In un solo pomeriggio la condizione di john cambiò in modo drammatico: perse
la capacità di tenere una forchetta, di stare in piedi e di formulare delle
frasi comprensibili. Mi spaventai a morte.
Assisterlo era difficile. Oltre a questo nuovo e strano disastro neurologico, soffriva anche per dei dolorosissimi tumori anali e una diarrea costante. Mi sembrava di aver trascorso tutta la giornata spostandolo dalla vasca da bagno al gabinetto e poi di nuovo alla vasca. Solo tenerlo pulito richiedeva uno sforzo senza fine. Si dimenava e borbottava parole senza senso, si era fatta notte. Alle tre del mattino ero esausto. Non avrei fatto altro che dormire, volevo che lui tornasse a letto e che la mattina mettesse fine a quell'incubo. Tentai di prendere il controllo della situazione facendo ricorso a ogni trucco che conoscevo: a momenti lo blandivo, poi ero gentile in modo molto superficiale, poi diventavo manipolativo, arrivai anche a sgridarlo. Feci di tutto per riportarlo a letto in modo da potermi riposare.
A un certo punto, in mezzo a uno degli spostamenti dalla vasca al gabinetto,
parlò e dalla sua mente confusa sentii dirmi queste parole: "Ti stai
sforzando troppo". Aveva ragione, era proprio così, stavo sforzandomi troppo
per mantenere il controllo, respingere la paura ed evitare il dolore di
quella situazione. Mi fermai di colpo, mi sedetti sul water e tutti e due
scoppiammo a piangere. La scena era incredibile: John con i pantaloni del
pigiama tirati giù fino alle ginocchia, io con la carta igienica in mano, le
feci erano dappertutto. Guardando

retrospettivamente posso dire che quello è stato l'incontro più squisito di tutta la nostra relazione. Eravamo là,
totalmente indifesi, insieme. In quel momento non c'era più niente che ci
separasse, non c'erano finzioni e neppure sforzi. Non restammo cosi per
sempre, stare in quello stato ci mostrò cosa fare dopo; solo dopo essere
stati disponibili ad arrivare fino a quel punto abbiamo capito cosa fare in
seguito.
Porta tutto te stesso al capezzale, porta tutto te stesso nell'esperienza.

Terzo precetto: non aspettare.
Quando aspettiamo siamo Pieni di aspettative; quando aspettiamo ci sfugge
ciò che questo momento ha da offrirci. Siamo talmente occupati a preoccuparci per ciò che il futuro ci riserva che perdiamo le opportunità che ci stanno davanti. Se c'è una persona che amiamo, non aspettiamo per dirglielo. E' un assurdo gioco d'azzardo aspettare fino al momento della morte per fare questa investigazione o per esprimere il nostro affetto l'uno per l'altro. Quando lavoro con le famiglie, incoraggio tutti a parlare direttamente con la persona che sta morendo. Li incoraggio a essere sinceri,a esprimere il loro amore.

Quarto precetto: trova un luogo dove riposare in mezzo alle cose.

Spesso pensiamo al riposo come a qualcosa che faremo quando tutto il resto sarà finito. Come quando andiamo in vacanza o abbiamo finito di lavorare. Ma nel lavoro di accompagnamento delle persone che stanno morendo, dobbiamo
riuscire a trovare questo punto di riposo, a volte anche in mezzo al caos.
Questo luogo è sempre lì per noi, è sempre a disposizione. Dobbiamo solo
portarvi l'attenzione e imparare a non ostacolarlo.
Una volta mi chiamarono a casa perché una donna nel nostro hospice stava per
morire. Arrivai per stare con lei.
Era un'anziana donna ebrea russa di ottantasei anni, molto dura, senza il
minimo interesse per il buddhismo, Quando entrai nella sua stanza faceva
molta difficoltà a respirare, ansimava. Di solito cerco di intervenire il
minimo possibile e dunque mi sedetti in un angolo della stanza. Le avevamo
gia somministrato tutte le medicine del caso e degli analgesici. Non c'era
dolore, ma sofferenza. Un'infermiera che le sedeva vicino e a un certo punto
si rivolse ad Adele, questo era il nome della donna, dicendole: "Non aver
paura, sono qui io". Al che Adele replicò: "Mi creda, se si trovasse nella
mia situazione anche lei avrebbe paura". Dopo un po' l'assistente disse: "Mi
sembra che abbia freddo, vuole una coperta?" La donna rispose: "Certo che ho freddo, sono quasi morta!" Davanti a quella situazione feci due osservazioni: la prima era che Adele voleva qualcuno che fosse molto diretto con lei, non voleva sentire discorsi new-age sulla morte. La seconda era che la sua sofferenza si manifestava nel respiro. Mi avvicinai e le chiesi:
"Vorresti lottare un po' meno? " " Sì ". Allora proseguii: " Ho visto che
c'e un piccolo posto proprio li, al termine dell'espirazione, una piccola
pausa. Dimmi se puoi, anche solo per un attimo, portare l'attenzione proprio
in quel punto". Ricordate? La donna non aveva mai avuto il minimo interesse
per il buddhismo o la meditazione o cose del genere, ma aveva una forte
motivazione a liberarsi dalla sua sofferenza. Così riuscì a portare
l'attenzione in quel posto di riposo, quel brevissimo momento alla fine
dell'espirazione e un po' alla volta vidi svanire la paura dal suo viso.
Aveva trovato un luogo di riposo nel mezzo delle cose. Quel momento di
riposo che è sempre li, a disposizione di ciascuno; si presenta in modi
diversi per ogni individuo. Dal punto di vista pratico potremmo dire che è
il luogo che si trova tra due respiri. Dopo pochi altri respiri mori in
tutta tranquillità.
Trova un luogo di riposo nel mezzo delle cose, scopri come si presenta nella
tua vita.

Quinto precetto: coltiva "la mente che non sa".

Si tratta di un'espressione molto difficile da capire, non sono ancora
sicuro di averla capita. Nella pratica zen esiste l'espressione "nel non
sapere c'è la maggiore intimità". Ci si riferisce al fatto che quando non
sappiamo dobbiamo stare molto vicini all'esperienza e in questo modo si crea
un'intimità con l'esperienza. E' esattamente come entrare in una grotta buia senza nessuna luce. Non conoscendo la strada, la seguiremo a tentoni lungo
le pareti, dovremo restare molto vicini all'esperienza.
Un mio amico una volta ha detto: "E' come usare il metodo Braille, troviamo
la strada attraverso l'esperienza". Quando non sappiamo abbiamo la possibilità di vedere molto di più del quadro. Se entriamo nella stanza di
una persona che sta morendo pieni del nostro conoscere, vedremo solo una
parte limitata delle possibilità. 1 pensieri stessi che abbiamo sull'esperienza ci limitano e ci allontanano dall'esperienza e dalla persona che stiamo incontrando. Per questo diciamo che "nel non conoscere c'è la maggiore intimità". Se paragoniamo ciò che sappiamo con ciò che non sappiamo, dobbiamo ammettere che ciò che non sappiamo e molto più vasto.
Perciò dobbiamo essere disposti ad accoglierlo.
Un'ultima storia. Un altro mio amico ormai prossimo alla fine aveva grosse
difficoltà a respirare, la testa era reclinata all'indietro e la gola molto
tesa: non sapevo che cosa fare. Un insegnante spirituale molto rinomato, che tutti conoscete ma di cui non voglio dire il nome, lo venne a trovare e mi
disse: "Devi fare così: toccagli la cima della testa: il suo spirito sta tentando di lasciare il corpo e se tu farai come ti dico lo incoraggerai ad andare via". Feci come mi aveva detto ma non successe nulla. Più tardi venne pure il medico che disse: "Bisogna dargli più morfina». Lo feci ma non successe nulla. Arrivò poi un famoso manipolatore del corpo che mi mostrò dei punti speciali sui piedi del mio amico che avrei dovuto toccare. Feci come aveva detto ma non successe nulla. Tutte queste persone avevano delle idee, erano anche delle buone idee, ma non erano l'intero quadro.
Ricordo che io sentivo solo che sarei dovuto andargli più vicino, così mi
sdraiai accanto a lui nel letto e cominciai a carezzargli la gola e poi il
cuore e un po' alla volta la testa tornò in avanti e il respiro divenne più
rilassato. Ancora non so se feci la cosa giusta, forse gli ho impedito di
fare chissà quale esperienza spirituale, non lo so. Credo però che per
consentire a ciascuno di noi di essere libero, i nostri cuori debbano essere
morbidi.
Trascrizione del discorso tenuto a Venezia il 18/6/99

Continuo Infinito Presente- Bernardino del Boca di Villaregia

02266_HDOgni persona che conosciamo, che amiamo, che odiamo, e anche le persone che incontriamo una sola volta o che sentono parlare di noi, o che ci passano accanto per la strada, notandoci, ci legano con un filo invisibile alla trama del Tutto, sulla quale Qualcuno tesse da sempre. Per l’illusione dello Spazio e del Tempo noi crediamo che i nostri incontri avvengono in un dato momento e in un dato luogo, ma essi sono una realtà del Continuo Infinito Presente, realtà ancora impossibile da esprimere con le parole. Ogni essere che incontriamo sul nostro cammino è un messaggero del Tutto, che si esprime mediante le instabili energie centripete e centrifughe di tutte le manifestazioni, cioè mediante il Bene o il Male per sviluppare la nostra coscienza. Gli occhi e la pelle, il gesto e il calore umano, e tutte le espressioni dei sentimenti e delle emozioni, del carattere e del temperamento, colorano i fili secondo quel tanto di armonia che sappiamo cogliere dalla Realtà Spirituale. Ognuno di noi si realizza secondo ciò che vede, ciò che ama, ciò che conosce. La comprensione è la guida. Nell’attimo in cui sono nato, verso l’una e mezza di notte, io, assieme a tutti gli esseri nati nello stesso istante in tutti i luoghi del mondo, abbiamo formato un sottilissimo strato di coscienza che ha avvolto la Terra. Ad ogni istante di ciò che chiamiamo Vita nella nostra dimensione tridimensionale, una sottilissima pellicola di coscienza viene ad avvolgere la Terra, al di fuori dello spazio e del tempo, e ogni individuo diventa così un ambasciatore dell’Anima nel luogo dove si trova. Gli ambasciatori devono dare il meglio di se stessi. Se tutti migliorassero se stessi, tutti i problemi della nostra esistenza troverebbero una soluzione. Ma la psico tematica indica anche un’altra realtà, che non si può rivestire con le parole, ma soltanto intuire.  Le cose del mondo sono espressioni, in qualche grado, dei divini, invisibili principi di Dio. Ad esempio una pianta che cresce, è una invisibile, mutevole espressione della vita e della sostanza di Dio. Questa Divina sostanza è anche in ciascuno di noi sebbene invisibile. Senza questo onnipresente Principio Divino, non vi sarebbe la vita sulla terra. Secondo un principio di ordine la terra si muove in un’orbita intorno al sole, e noi abbiamo il giorno e la notte, e l’avvicendarsi delle diverse stagioni dell’anno. Gli uomini hanno osservato tali ordinati cambiamenti, e sebbene, in Spirito e Verità non esista un effettivo principio e fine a tali cambiamenti producentesi a cicli, l’uomo ha per la sua convenienza, scelto un certo giorno nell’orbita dei 365, come il primo dell’anno. Sul nostro calendario il primo di gennaio è l’inizio dell’anno, mentre altri hanno fissato giorni diversi come inizio del loro anno. Tuttavia nella Mente di Dio il valore del tempo rimane sempre il presente ora, il momento del Continuo Infinito Presente. 

Il re nella capanna

02275_HDdi Giuseppe Gorlani

Fonte: Arianna Editrice

Un uomo dalle vesti stracciate chiede asilo al re nella sua capanna. Questi glielo concede, ma gli dà anche ago e filo per ricucire gli strappi. La veste, benché provvisoria, partecipa della presenza che vi abita. Perciò le due prospettive, apparentemente antitetiche, sul monaco e sulla veste sono entrambe vere. Nulla può essere racchiuso in una stabile definizione. Ma se l’Ineffabile viene colto, si aderisce perfettamente al continuo mutamento, il vibrare dell’Essere.

Quel che cade, cade e così quel che s’innalza o avanza o retrocede. No, nessuna parola può trasmettere un’idea esauriente dello stato di non separazione. E tuttavia si insiste a volerlo celebrare, innanzitutto a se stessi. Al diavolo la coerenza e gli spazi ristretti in cui il pensiero si muove. Si ha solo voglia di cantare silenziosamente, riempiendosi la bocca d’erba, di foglie e di astri muti.

Si vuole quel che si è e si è quel che si vuole. Prima però occorre svuotarsi della iattanza di credersi questo o quello. E pure va rigettata la presunzione di sapere.

Così cadono gli orpelli, si prosciuga l’ansia di descrivere a se stessi quel che si vive, svanisce il bisogno di fare, la Storia si sgretola come argilla seccata dal sole e, nudi, ci si risveglia all’Inesprimibile  Già lo enunciavano le meravigliose “Upanishad”, rivolgendosi alle monadi mature pronte ad abbandonare la presa su qualsiasi illusorio possesso. E a Kashi lo proclamavano gli asceti “vestiti di cielo” ai discenti assisi ai loro piedi, mentre si invertivano le rive destra e sinistra, entrambe fauste.

Se queste parole non sono più né mie né tue, puoi comprendere il significato recondito del non lasciare tracce. Nella capanna sei il re e il mendicante. Immobile, ti abbassi sull’acqua corrusca, ne raccogli un poco nelle mani a giumella e la offri al Signore della Liberazione, al Sé atemporale che in verità sei.

Massimo Gramellini

2499_10151408678361234_1753516472_nPur di non fare i conti con la realtà preferiamo convivere con la finzione, spacciando per autentiche le ricostruzioni ritoccate o distorte su cui basiamo la nostra visione del mondo.

 

Omraam Mikhaël Aïvanhov

527163_641587459189816_887812167_n“Nessun essere umano giunge sulla terra con la chiara

consapevolezza di ciò che è, di ciò che viene a fare, e

perché. L’incarnazione è una caduta nella materia, e la materia è una potenza che gher…misce l’anima al punto di toglierle la memoria. Quello che sarà il destino dell’anima è determinato da ciò che l’anima stessa ha vissuto nelle sue esistenze precedenti; prima di ridiscendere, essa è a conoscenza di ciò che l’attende, sia perché questo le viene imposto, sia perché essa ha avuto la possibilità di scegliere; ma nell’istante in cui l’anima scende, questa conoscenza le viene tolta.

Un’anima che si incarna comincia dunque col non sapere nulla di quello che sarà il suo destino, destino che rimane nascosto anche alle anime più evolute. Nessuno nasce con una chiara consapevolezza della sua predestinazione. Certo, sin da giovanissimi ci si può sentire attratti in una direzione o nell’altra, ma tutto rimane alquanto vago. Occorrono anni e anni di ricerche, di studi e anche di sofferenze, prima di poter conoscere la propria vera vocazione.”