Il Terzo Orecchio

Mandala b d b“Se non sei in grado di attraversare un ponte,

questo non significa che non ci sia”.

Se ripensiamo ai nostri primi anni di scuola, o al primo giorno in cui abbiamo varcato la soglia di quel tanto ambito edificio che eravamo soliti osservare con ammirazione, veniamo investiti improvvisamente da un’emozione intensa che sembra risiedere al centro nel nostro io più intimo. Se proviamo a chiudere gli occhi, si ripresenteranno volti di bambini ilari, e ci sembrerà di sederci accanto al bambino che avevamo lasciato iniziare il suo percorso verso il mondo della conoscenza, in quel banco le cui dimensioni ci parranno ora inferiori; sentiremo le grida intense e stridule, percepiremo l’euforia e la paura, il timore reverenziale per una logica che allora non potevamo comprendere.

Dove abbiamo lasciato quel bambino che anelava all’infinito? Che cosa ci hanno portato via i lunghi anni d’apprendistato per diventare ciò che la società definisce l’adulto perfetto, maturo e responsabile?

Il bambino seduto sul banco di scuola era un’entità felice, che si lasciava trasportare dalle visioni attraverso le quali controllava il suo intero mondo, era un sognatore che creava con il pensiero la totalità dell’esistenza, era un essere che bastava a se stesso, sospinto dai venti dell’innocenza, sospeso a metà tra le dimensioni parallele che gli gravitavano attorno, un oceano opalescente di fulgido candore.

Non ricercava la felicità poiché egli era Felicità. Non distingueva tra felice ed infelice poiché sapeva che l’uno non estingueva l’altro. Era un osservatore che non si identificava con l’immagine di sé, il testimone di un ritorno ancestrale, costituito dalla medesima materia di cui sono fatti il sole e la luna. Era una stella cadente, e il suo passaggio rilasciava nell’etere un fascio di energia divina.

Che cosa ha pregiudicato la felicità di quel bambino divenuto ora adulto?

Domenico Basanisi, docente del corso “Il Terzo Orecchio”, che si tiene ogni venerdì presso il Fondo Edo Tempia dalle ore 17,30 alle 19,00 riassume la risposta a tale interrogativo in una frase che nella sua apparente semplicità contiene un profondo messaggio capace di smuovere l’animo umano: la mancanza di sogni. La forza delle sue parole e la profonda soavità del tono di voce, elegante e raffinato, imprimono nel cuore di ogni presente una risposta che non proviene dalla mente, ma da un luogo sconosciuto e nascosto che abbiamo dimenticato di possedere: l’anima.

Domenico crea magicamente un dialogo invisibile con le soggettività di ciascun partecipante, attraverso l’ausilio di immagini, citazioni, ed aforismi, donando ai loro cuori un bagliore di luce sfavillante che porta con sé il riflesso di una vita votata alla ricerca della Vera Volontà e del Vero Amore. Seduti in un’aula calda ed accogliente, dai toni pastello, è possibile riprovare la medesima sensazione provata da bambini quando sedevamo sui banchi di scuola. Ma questa volta non ci si ritrova in un contesto che mira ad annichilire le nostre volontà, plasmando una realtà duale dominata dal concetto di impossibilità. Al contrario, siamo invitati da un uomo-guerriero, un naga, che sembra portarsi appresso l’eternità dei secoli, ad entrare, come Alice, nel Paese delle Meraviglie, per comprendere una realtà superiore e compiere un viaggio simbolico alla ricerca del nostro vero Sé.

Il tragitto che occorre compiere per prendere parte all’incontro ogni venerdì sera implica il passaggio attraverso un giardino dove una natura incontaminata e alberi maestosi svettano oltre le sommità di un Regno riflesso, raggiungendo le vette di un cielo sconfinato. È un luogo irreale, un sogno nascosto nelle pieghe del tempo, un confine fittizio che ognuno di noi sembra aver creato affinchè potessimo avere accesso al ponte che tentiamo di attraversare di vita in vita: il ponte che conduce l’uomo alla sua essenza divina.

Irene Belloni