L’eterna lotta fra opposti da cui nasce la saggezza

2di Marcello Veneziani Fonte: il giornale

«Laggiù tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà». Anche per un poeta maledetto come Baudelaire che attingeva a piene mani al disordine, alle brutture e allo spleen, il paese ideale era tutto «ordine e bellezza».

Pensavo all’Invito al viaggio di Baudelaire e poi la cantavo nella versione di Battiato e Sgalambro, andando a Napoli a concludere sabato scorso l’incontro di tre giorni di Capri-Enigma dedicato a L’ordine e la bellezza. Tema insolito per i convegni internazionali dell’associazione guidata dal vulcanico Raffaele Aragona, giunti alla XVII edizione. Parlare d’ordine a Napoli vi sembrerà grottesco; di bellezza un po’ meno, perché pur immersa nelle brutture e nel degrado, Napoli conserva i tratti, il fascino e la voluttà della bellezza. Per Napoli Baudelaire è forse la guida giusta, perché nessuno più di lui può rappresentare insieme lo splendore e il degrado, il lusso e la corruzione, la miseria e la nobiltà, la luminosità e l’oscurità di Napoli e i suoi fiori del male. Proprio su questo mare, nel 2000, lanciai con Giorgio Albertazzi un Manifesto della Bellezza, che presentammo al premio Elsa Morante, con Raffaele La Capria e Dacia Maraini, in verità piuttosto riluttante.

Ci torno ora per ricevere un premio largamente immeritato se i suoi canoni sono l’ordine e la bellezza. Sono un disordinato fin nel cervello, perché mancino; e quanto alla bellezza il meglio che si può dire è che ne sono un portatore sano.

La bellezza oggi non evoca più D’Annunzio ma Dostoevskij e la sua celebre frase – la bellezza salverà il mondo – ma affiancarla all’ordine resta un bell’azzardo. I primi commenti al tema oscillavano infatti tra la sospetta nostalgia reazionaria verso il mondo classico alla più sospetta nostalgia di ricostruire la disciolta visione fascista, fondata sull’autorità e il primato estetico.

Ma ricordatevi di Baudelaire, rassicuravo i sospettosi, e di Simone Weil: «L’ordine è il primo bisogno dell’animo, cioè il più vicino al suo destino eterno». Non denigrate i principi costitutivi di ogni civiltà attraverso l’uso negativo che talvolta se ne fa: l’ordine è un principio fondativo e necessario di ogni società, organizzazione e assetto urbano. Non va demonizzato nel nome di una rappresentazione distorta o dispotica. È come se bandissimo la parola amore perché ci sono molti delitti, stupri, violenze, ossessioni e stalking in suo nome. E poi, l’ordine correlato alla bellezza si ingentilisce, assume una purezza classica e si ritrova con la bellezza nella comune origine di cosmo e cosmesi. L’ordine è bellezza e la bellezza è ordine, ambedue si fondano sulla misura e sull’armonia. Entrambi danno forma all’informe e s’oppongono al caos che deforma gli elementi e li confonde. I principi fondativi dell’ordine corrispondono ai principi costitutivi della bellezza, descritti da San Tommaso: proportio, integritas e claritas, cioè proporzione, integrità e chiarezza. In cielo e in terra, dalle partiture musicali all’ordito e la trama dei tappeti, stretto è il nesso tra ordine e bellezza. L’ordine degrada quando diviene meccanico e non organico, quando è solo estrinseco e non intrinseco; così la bellezza degrada quando non è annuncio di luce ma solo involucro e apparenza, e dunque è solo estrinseca e non intrinseca. Insieme si compensano: l’ordine è maschile e la bellezza è femminile, l’ordine è adulto e la bellezza è puerile, l’ordine infonde serenità e la bellezza gioia. L’ordine è la finestra e la bellezza è la luce che vi penetra. Ordine e bellezza sono principi metafisici. L’ordine è il disegno intelligente che organizza il mondo. La bellezza è la gloria del mondo cantata dalla luce: vela il suo splendore la nostalgia dell’invisibile. Pensare è ordinare il caos, cogliere la bellezza è attivare sensi soprannaturali. Per Pavel Florenskij come per Cristina Campo, l’ordine e la bellezza sono il riflesso in terra di principi spirituali e trascendenti. Ordine e bellezza insieme sono quanto più si avvicina in terra alla perfezione. E tuttavia, è forte e radicato anche il richiamo che esercita il loro rovescio: il fascino del caos primordiale, la passione del mostruoso, del sublime.

C’è qualcosa che ci attrae come una forza elementare, originaria, davanti allo spettacolo dell’orrore, dell’enorme, del tempestoso.

E c’è qualcosa che ci spinge talvolta a vivere l’ebbrezza della trasgressione, il disordine creativo. Del sublime ne trattava già nell’antichità lo pseudo-Longino, e in epoche più vicine a noi il conservatore Burke e il temperato Kant. E del caos, della confusio, del disordine, cantavano i romantici, che misero in conflitto ordine e bellezza. Ma prima di loro, i greci avevano già assegnato alla doppia vocazione degli uomini, verso il chiaro e distinto e verso l’oscuro e l’indistinto, a due dei, Apollo e Dioniso. Apollo è il dio solare dell’ordine e della bellezza, il dio della misura e dell’armonia. Dioniso è il Dio notturno della trasgressione e dell’ebbrezza, del delirio e degli eccessi. Nietzsche scoprì quel dualismo tragico e divino e scrutò il fondo ribollente del dionisismo dietro la calma luminosa del mondo greco. Quell’hybris o vertigine d’infinito che covava dietro la predilezione greca per il limite e la misura. Il dio in ombra che a volte irrompe nella società presente, dominata dalla ragione strumentale, cioè dalla tecnica e dall’economia, è Dioniso. È lui il signore di tutte le trasgressioni – alcol, droga, eros e velocità, fanatismi sportivi e deliri di ogni genere. È possibile frenare ma non sopprimere queste pulsioni originarie della società e della gioventù in particolare; meglio incanalarle per limitarle e per governarle, prevedendo valvole di sfogo e riti di catarsi. L’ordine non può mai essere totalitario, impone confini ma deve a sua volta accettare un confine che non può valicare; deve lasciar spazio alla notte, fermarsi sull’orlo dell’infinito. E così la bellezza sfiorisce nel culto assoluto e narcisistico di se stessa, deve riconoscere intorno a sé il non bello e ciò che risponde ad altri ordini, deve accettare la varietà del reale. Aurea regola è il politeismo: mai votare una società a un solo dio, l’Ordine o la Bellezza, o il loro rovescio; o anche la Libertà o l’Eguaglianza. Tutti i monismi o i monoteismi in terra, producono oppressione, menzogna e negazione della vita e solitamente si rovesciano nel loro contrario. Tutto ciò che è umano, attiene all’umano o abita tra gli uomini non può essere solo e assoluto. Anche l’ordine. Anche la bellezza. Ciascuno al suo posto.

La saggezza umana è nel fragile equilibrio tra questi dei.