La figura della Dea Madre nelle pagine di Evy Johanne Haland

6036four189111111111111111111111111111di Giuseppe Gorlani

Fonte: Arianna Editrice

 

Tommaso Romano scrive, nella Prefazione, che con questo suo libro Maria Adele Anselmo consegna il lavoro della studiosa norvegese Evy Johanne Håland: «… all’attenzione non solo di un ristretto circolo di cultori ma alla più ampia considerazione di tutti coloro che perseguono nella radice il senso vivo della vita e dell’oltre».

È bene chiarire subito come l’estensore delle presenti note appartenga al secondo più ampio gruppo di lettori e come in tale veste, arricchita da un particolare interesse per gli accostamenti tradizionali al Sacro, egli abbia trovato questo volume estremamente interessante e stimolante.

Nella sua Introduzione l’Autrice ci immerge nella temperie dell’opera presentandoci sinteticamente la figura della Dea Madre, il cui culto risale al Paleolitico ancor prima che al Neolitico, e il cui archetipo è intriso di dualità: “elementare” e “trasformatore”. Il primo carattere fondamentale è quello della madre che protegge, nutre, conserva, accoglie; il secondo, in apparente contrasto col primo, è quello che presiede alla morte, al divenire incessante, suscitando nell’individuo angoscia e terrore. Al culto della Dea Madre, partogenetica, pare sia puntualmente legato un sistema sociale di tipo matriarcale. Il Dio, la divinità maschile, compare infatti in epoca più tarda e, assorbendo in sé le qualità femminili, permette l’affermarsi di un sistema sociale patriarcale caratterizzato da una concezione lineare del tempo, opposta a quella circolare connessa al culto della Grande Dea.

Il Dio uomo si afferma soprattutto per il tramite delle nuove religioni monoteiste: Ebraismo, Islam e Cristianesimo. In quest’ultimo, il ruolo della Dea è stato soppiantato da Maria, la quale però manifesta solo l’aspetto materno, provvido e benefico e abbandona quello trasformatore, terribile. Qui il Figlio, il principio è l’epicentro e Maria assume importanza soltanto «perché è il tramite terreno della venuta di Cristo».

Anticipando quello che costituisce il tema principale dell’opera, l’Autrice ci informa che la Håland ha svolto un’accurata indagine comparativa incentrata sui culti religiosi e sui rituali nella cultura greca antica e in quella moderna, constatando come vi sia una connessione tra le feste dedicate alle Dee Madri, in ambito mediterraneo, e quelle in onore della Vergine Maria, la Panagia (da pan, tutto, ághia, santa), la “Tutta Santa”, soprattutto nell’isola di Tinos, nel Mar Egeo; entrambe, infatti, sovraintendono alle funzioni della fertilità, della fecondità e della prosperità, legate al ciclo agricolo e all’anno rituale.

«Il presente lavoro – dichiara l’Autrice – intende illuminare ed esplorare la prospettiva di ricerca adottata dalla Håland, caratterizzata da uno studio di tipo comparativo e metodologicamente interdisciplinare con particolare riguardo nei confronti del legame tra la sfera sacrale femminile, l’anno rituale, le festività legate alle Dee Madri e i passaggi del ciclo della vita, con i suoi significati e ambivalenze connessi alla fertilità e al rapporto vita/morte».

L’Introduzione si conclude con un quadro sinottico dell’opera: il capitolo I introduce la figura di Evy Johanne Håland, delineandone con accuratezza il percorso e la formazione accademica, i progetti di ricerca, gli incarichi accademici, le collaborazioni culturali e la produzione scientifica; nel capitolo II il tema del culto della Dea Madre viene visto da diverse angolature attraverso gli studi di archeologi, mitologi, antropologi e storici delle religioni quali Mircea Eliade, Marija Gimbutas e Ignazio E. Buttita; nel capitolo III si riporta in inglese il saggio della Håland, The ritual year as a woman’s life: the festivals of the agricultural cycle, life-cycle passages of Mother Goddesses and fertility-cult, con relativa traduzione, chiosato da alcune riflessioni di Maria Adele Anselmo. E infine, in un’Appendice, troviamo la trascrizione di un’intervista che l’Autrice fece alla studiosa norvegese durante un incontro svoltosi ad Atene nel 2010.

Le pagine dedicate al celebre studioso Mircea Eliade si intitolano significativamente: Mircea Eliade e il dramma agrario. Di questo grande studioso l’Autrice dice: «Il suo pensiero, rispetto a molti altri antropologi, si caratterizza non solo per l’attenzione ma soprattutto per una sua convinta adesione al mondo arcaico, una sintonia che egli manifesta nel riconoscere un primato antropologico alla categoria del “sacro” poiché il fattore religioso e ancora più quello mistico rappresentano per lo studioso la chiave di lettura per la comprensione dell’essenza dell’uomo». I testi di riferimento sono il Trattato di Storia delle Religioni, Storia delle credenze e delle idee religiose. Dall’età della pietra ai Misteri Eleusini, La Nostalgie des Origines, Il sacro e il profano, Il Mito dell’eterno ritorno – archetipi e ripetizione. Tra i principali argomenti trattati abbiamo il trapasso dalla Terra-Madre alla Grande Dea, segnato dalla scoperta dell’agricoltura, che è sostanzialmente: «passaggio dalla semplicità al dramma». L’agricoltura, secondo Eliade, conferisce alla donna una notevole importanza e «rivela in modo più drammatico il mistero della rigenerazione vegetale». In tale prospettiva anche la visione ciclica del tempo viene evidenziata, poiché rimanda alla rigenerazione periodica del mondo e al misterioso e indefinito susseguirsi di morte e rinascita.

Concludendo le pagine dedicate allo studioso rumeno, Maria Adele Anselmo scrive: «In tale contesto appare quanto mai rilevante sottolineare il valore fondamentale assunto dall’agricoltura nell’evoluzione dell’umanità, poiché essa oltre a costituire una prodigiosa fonte di cibo per le popolazioni, mostra un significato più profondo che è possibile rintracciare soprattutto nell’ottimismo soteriologico, ossia legato alla “salvezza”, insito nella mistica agraria preistorica, proprio per il fatto che sia il seme nascosto nella terra che i morti possono sperare in un ritorno alla “vita” sotto nuova forma e quindi in una “rigenerazione”».

A parte il fatto che, in chiave tradizionale, è opinabile definire come “evoluzione” miglioratrice il passaggio per l’uomo dallo stato di raccoglitore-cacciatore a quello di agricoltore, in simili visioni arcaiche troviamo adombrato il significato riposto della Via degli Antenati e la sua scaturigine. I morti sono i semi che, affidati al solco, ritornano puntualmente alla luce. In India, come si sa, la Via degli Antenati (Pitryana) è quella seguita dalle persone che ottemperano al proprio svadharma e che quindi, pur non disperdendosi nella trasmigrazione nesciente, non escono dalla sfera terrestre, in cui è inclusa la luna. Riguardo alla locuzione “ottimismo soteriologico”, vorremmo però notare come i popoli dell’India (terra che Alain Daniélou definisce “un museo vivente”) non ritengano la rinascita sulla terra l’esito migliore. L’uomo dopo la morte o viene trascinato in modo incosciente nel divenire cieco (samsara), o segue la Via degli Antenati sovra accennata, in cui, dopo una sosta sulla Luna, si ritorna allo stato animale od umano, oppure ascende di stato in stato (di mondo in mondo, loka) lungo la Via degli Dei, oppure si identifica col Brahman, liberandosi in vita o al momento della morte dall’identificazione nel nascere e nel morire.

Abbiamo poi alcune pagine dedicate a Marija Gimbutas, archeologa e linguista di origine lituana, autrice della celebre opera Il linguaggio della Dea – Mito e culto della Dea madre nell’Europa neolitica, la quale con il rinvenimento di circa 2000 manufatti riuscì ad elaborare «un glossario fondamentale di motivi figurativi che fungono da chiave interpretativa per la mitologia di un’epoca altrimenti non documentata» (dalla Prefazione di Joseph Campbell all’op. cit.). Con le sue ricerche ella riuscì a portare alla luce l’esistenza di società (collocate nell’Antica Europa tra l’8000 e il 2500 a.C.) in cui vi era uguaglianza tra i sessi e «sostanziale assenza di sistemi gerarchici e autoritari». L’archeologa Riane Eisler le definì “gilaniche” (“gi” da gyné, donna, “an” da anér, uomo e la “l” in mezzo come legame tra i due poli).

La studiosa lituana elaborò inoltre la cosiddetta “Ipotesi Kurgan” in cui mette in relazione la sparizione delle civiltà gilaniche con la discesa dei proto-indoeuropei da Urheimat, località situata nel sud della Russia, nell’Antica Europa. Secondo lei, le invasioni di tali popolazioni nomadi, dedite alla pastorizia e ad attività guerriere – che chiamò “Kurgans”, poiché erigevano tumuli sepolcrali detti kurgan – determinarono: «l’ibridazione della civiltà europea, causando sconvolgimenti di natura sociale: diffusione della violenza, confusione generale, movimenti disordinati di popoli, importazione del patriarcato, del classismo e della gerarchia». Prima di tali invasioni la donna avrebbe occupato un ruolo di prestigio all’interno delle società arcaiche che la Gimbutas definisce di “matrice materna”, precisando tuttavia come simile espressione non rimandi al termine “matriarcale”. Questo, infatti, è intriso di idee di dominio e contrapposto a “patriarcale”. In realtà il sistema gilanico sarebbe espressione di società equilibrate «in cui non si avverte una preponderanza del potere della donna, tale da usurpare tutto ciò che fosse prerogativa maschile; gli uomini infatti continuano ad occupare le loro posizioni, a compiere il proprio lavoro, ad adempiere i propri compiti e ad avere il loro potere».

L’archeologa lituana diede altresì origine ad una nuova disciplina chiamata “Archeomitologia”, basata «sullo studio comparato delle mitologie non “scritte”, delle tradizioni orali popolari, del folklore, delle manifestazioni magico-religiose». E infine non si può non menzionare come la stessa abbia identificato la donna e la Dea che la essenzia con la Natura: «Attraverso una comprensione di ciò che era la Dea, possiamo comprendere meglio la natura (…) la Dea è esattamente questo: Lei è la natura stessa. Se la Dea è il mondo in cui si manifesta, ogni segno a partire da questo rinvia alla divinità».

Cosa assai importante, la Gimbutas associa la rappresentazione della vulva – che può essere triangolare, ovoidale o romboidale – a segni rinvianti all’acqua, come per sempio lo zig-zag; la vulva-acqua sarebbe, in tale ottica, l’utero cosmico, la Shakti, il Principio femminile da cui trae origine la vita manifesta.

Il secondo capitolo si conclude con alcune pagine dedicate a Ignazio E. Buttita: «eminente antropologo palermitano, si occupa dello studio della cultura tradizionale nel Meridione d’Italia e soprattutto in Sicilia […] In particolare ha focalizzato la sua attenzione sull’analisi del simbolismo cerimoniale tradizionale connesso alla periodicità stagionale e alle scadenze del calendario rituale, prediligendo un metodo storico-comparativo grazie al quale, partendo dalla preliminare e puntigliosa ricerca delle affinità e delle analogie, è giunto all’individuazione delle irriducibili specificità dei singoli prodotti cultuali».

Egli ha fatto suo il metodo “dell’osservazione partecipante” elaborato dall’antropologo polacco Bronislaw Malinowsky, evidenziando con le sue ricerche la salda connessione esistente tra la “periodicità rituale” e la “periodicità naturale”, ovvero: riti e feste si susseguono in stretto contatto con i cicli naturali degli equinozi e dei solstizi e con i momenti salienti del lavoro umano finalizzato a trarre nutrimento dalla terra. In proposito lo studioso ricorda le feste greche (Thesmoforie, Misteri Eleusini, Haloa, Antesterie) e quelle romane (Feriae sementivae, Fordicidia, Cerealia, Matralia).

Anche presso il Cristianesimo l’anno liturgico manifesta legami evidenti con i cicli agrari e stagionali; a livello rituale, infatti, questa religione si innesta su tradizioni preesistenti. In particolare in Sicilia, l’attuale calendario cerimoniale è ripartito in tre periodi connessi al ciclo del grano e a tre dimensioni fondamentali: ctonia (semina), uranica (crescita) e sociale-umana (raccolta, ringraziamento). Il ciclo del grano è, tra l’altro, dotato di un forte significato metaforico che rimanda alle dottrine della rinascita: il seme, affidato al solco, muore in quanto tale per rinascere pianta e quindi spiga; dal che si deduce come «ogni morte annuncia una nascita, ogni nascita deriva da una morte». Ciò ovviamente non vale solo per il grano ma anche per l’uomo e spiega la credenza degli antichi nella metempsicosi, nonché la loro associazione tra semi e defunti, tra morte e fertilità.

I defunti pertanto sono in intimo contatto con la Grande Dea e presiedono al benessere dei viventi. Il focolare è il luogo nella casa in cui l’uomo può comunicare con le divinità femminili e con gli antenati. La Grande Dea rappresenta il “centro” intorno al quale la vita si rinnova eternamente. Ella non presiede soltanto alla fertilità ed alla fecondità, ma anche alla morte e all’oltretomba.

In sintesi, gli studi di I. E. Buttita: «offrono un considerevole e magistrale contributo alla comprensione dei linguaggi mitico-rituali attribuiti alla figura della Dea-Madre della quale, in una società ormai irreversibilmente segnata da una concezione lineare del tempo, perdurano gli echi e le usanze della ciclicità del mito e del rito».

Giungiamo ora al nucleo dell’opera: il saggio di Evy Johanne Håland. In esso vengono porti spunti di riflessione assai importanti a chi voglia recuperare il volto femminile del Sacro e ripercorrere le tappe dell’allontanamento del mondo moderno dalla comprensione dell’assiologia inerente la relazione Donna-Terra-Natura-Cosmo: distacco sfociato nell’alienazione che lo scientismo attuale reputa l’apice del progresso e dell’intelligenza.

Nella cultura greca antica e contemporanea la festività religiosa è «un importante mezzo di comunicazione, un’offerta o un dono». Abbiamo usato il termine “contemporaneo” invece di “moderno”, utilizzato nell’originale, per evidenziare come, a parer nostro, la cultura in cui ancora viene vissuta la festività religiosa non sia quella “moderna”, figlia della “morte di Dio” e dell’illuminismo agnostico, parodia dell’Illuminazione, bensì quella arcaica che continua a sopravvivere, laddove gli uomini restano connessi ai cicli della terra e del cosmo, perpetuando i significati, i culti e i sentimenti religiosi dei quali si occupa la Håland nel suo scritto.

Nell’articolo si legge: «l’anno agricolo è rappresentato negli stessi termini della vita di una Dea Madre»: nell’antica Grecia il punto di riferimento era Demetra, oggi è la biografia di Panagia.

Comunque, sia per gli antichi che per i contemporanei la percezione ciclica del tempo resta centrale, poiché legata al movimento circolare (o, meglio, spiraliforme) della Natura-Dea.

Credo sia importante qui citare testualmente la Håland: «Come una vita umana simbolizza l’anno agricolo, il corpo umano simbolizza il cosmo divino, che in se stesso riflette i due sessi. La Terra è concepita come una Madre Terra ed equivale alla donna. Inoltre le donne sono le più importanti interpreti dei rituali durante le festività agricole». Evidentemente la saggezza simbolica ed analogica adombrata nella citazione è inseparabile da un modus vivendi in intimo contatto con i cicli della Natura; essa però si affievolisce o sparisce a mano a mano che gli uomini si svincolano dalla realtà naturale, sostituendovi un paradigma astratto, privo di misura e di ritmo, basato su un impossibile progresso illimitato.

L’anno liturgico ortodosso procede di pari passo con la biografia di Panagia e comincia in Settembre con la sua nascita. La nascita, l’ingresso nel tempio, la concezione, la raccolta, l’annunciazione, la dormizione di Panagia sono momenti a cui corrispondono determinati lavori agricoli e determinate feste rituali. Un’analisi accurata dei riti contemporanei permette di capire che «la madre di Cristo ha assunto le funzioni di una precedente Dea Madre pre-cristiana» e cioè di Demetra, la dea delle messi.

«L’inno omerico a Demetra descrive le origini dell’agricoltura». Demetra era le dea del grano per eccellenza e il suo anno festivo coincideva con l’anno del grano che cominciava con la semina autunnale. Tra le feste ad essa dedicate, molte erano riservate solo alle donne. Alcuni Misteri celebravano la rinascita del grano associandola al mito di Persefone (o Kore “la figlia”) stuprata e rapita da Ade (o Plutone), il re degli Inferi, che la adescò con una melagrana, simbolo sessuale di fertilità, ma anche di morte. «La storia della discesa e ascesa di Kore negli Inferi è un’allegoria dell’anno agricolo». Cosa assai importante: l’inno omerico e il calendario ortodosso «esplicano più di una funzione ed agiscono su più di un livello».

La Håland procede esaminando il rapporto tra fertilità-matrimonio e morte-iniziazione, indi evidenzia il significato riposto della “caverna” e chiarisce come l’attuale culto alla Panagia sostituisca l’antica devozione alla Dea Madre. Le corrispondenze tra le festività antiche e quelle contemporanee: «mostrano come le ideologie politiche ufficiali sono adattate a regole o mentalità profondamente radicate connesse alla necessità di celebrare una festa dedicata a una Dea Madre negli stessi momenti dell’anno agricolo, quando vi è lo stesso squilibrio climatico tra secco e umido. Ciò significa che la festività moderna dedicata a una Dea Madre ha probabilmente soppiantato il ruolo di una o più dee precedenti».

Nell’ultima parte del saggio, la studiosa sottolinea come le donne, «portatrici dei segreti della fertilità», abbiano sempre occupato un ruolo centrale nell’interpretazione e nello svolgimento dei rituali agricoli: «La cultura umana tende generalmente ad associare le donne alla natura e al soprannaturale».

Sia nella Grecia antica come in quella moderna e nel mondo mediterraneo in generale, alla donna viene attribuita la fertilità, all’uomo, la creazione; il sesso femminile viene inscritto nella categoria “fisica”, quello maschile nella “spirituale”. Le donne possiedono la padronanza sulla fertilità che possono promuovere o inibire «con la loro conoscenza degli usi delle piante magiche». Il loro corpo è associato alla terra e il loro organo sessuale è «una caverna misteriosa inaccessibile alla vista dell’uomo». «L’anatomia femminile è più segreta di quella maschile». Le donne, in virtù del loro possedere un “luogo segreto”, il ventre, sono portate alla conoscenza dei segreti. Il corpo femminile, il cui “luogo segreto” è spesso simbolizzato da una giara, un vaso, una grotta, un giardino, è un microcosmo; da ciò si può comprendere bene come l’anno agricolo e la vita di una donna siano un tutt’uno.

Qui la Håland sostiene che tali associazioni sono frutto delle ideologie maschili dominanti. Ella nota: «È stato detto che la svalutazione posta sulle donne derivi dalla percezione che donna=natura, uomo=cultura, e dalla principale preferenza della società “civilizzata” per la cultura sulla natura. Tuttavia, la fertilità risiede nell’elemento “non civilizzato” che deve essere domato dall’elemento maschile».

Vien da osservare: se l’associazione fondamentale tra corpo femminile, fertilità e terra è frutto di ideologia e condizionamento culturale, se ne deduce che non esistono verità o leggi oggettive preposte al Manifesto. Sostenere che l’attribuzione alla dicotomia fondamentale maschio-femmina di distinte proprietà e funzioni sia frutto di condizionamento culturale significa promuovere un diritto positivo avulso dal diritto naturale, imboccando un vicolo cieco.

Semmai bisognerà sottolineare come l’uomo, nella sua progressiva decadenza dallo stato di pienezza primordiale, sia gradatamente scivolato nell’arbitrarietà e nella divisione, proiettando sulla natura-donna una connotazione negativa ed inferiore. Una tra le poche dottrine metafisiche che tenta di rimediare a tale errore è quella dello Shivaismo Trika del Kashmir, in cui si ritiene che la Shakti sia la kriya o lo spanda (pulsazione, vibrazione, energia) inseparabile da Shiva. Dunque, in tale prospettiva, la Manifestazione o Creazione non deriverebbe da ignoranza, ma sarebbe espressione della spontanea e libera esuberanza dell’Assoluto.

Per contro, nel mondo moderno, dietro il concetto di “emancipazione della donna”, si cela la tendenza a mascolinizzare la donna e a femminilizzare l’uomo, il che equivale a corteggiare il caos.

Comunque nell’intervista conclusiva la studiosa norvegese spiegherà che cosa intende per “ideologia patriarcale”, lumeggiando una prospettiva sostanzialmente condivisibile.

Nelle riflessioni di Maria Adele Anselmo sul saggio della Håland e sulla sua opera in generale, si nota come «il filo di continuità tra presente e passato» sia dato dalla stessa area geografica, dallo stesso clima in cui si svolgono i rituali prima rivolti a Demetra e oggi a Panagia. In riferimento ai diversi ruoli assunti dal femminile e dal maschile si chiarisce altresì come la Håland parli di “sfera femminile” e di “sfera maschile” e come queste siano divise da una linea di demarcazione non rigida che permette talvolta inversioni di compiti. Ciò spiegherebbe la teoria ipotizzata dalla studiosa norvegese circa “la decostruzione dei valori maschili”; gli uomini, infatti, essendo stati tutti allevati nella sfera del femminile sino all’adolescenza hanno contezza dei valori inerenti tale sfera.

Veniamo infine all’intervista. La Håland comincia con lo spiegare la metodologia del suo lavoro che attinge a ricerche sul campo (fieldworks) e che quindi si fonda su un approccio antropologico-comparativo implicante un confronto diretto tra la Grecia antica e quella moderna, dal quale emerge che il ciclo antico non differisce dal moderno calendario agricolo.

Alla domanda: «Crede legittimo ancora parlare di sincretismo pagano-cristiano in Occidente?», risponde che la Grecia si situa al centro tra Oriente e Occidente; la sua musica, per esempio, è più orientale che occidentale. Riconosce che il cibo offerto nell’antichità alle dee è lo stesso che oggi viene offerto alla Panagia o alla Paraskeva, tuttavia non direbbe mai che i Greci di oggi sono pagani, bensì Cristiani. La continuità, come spesso ripete, è data dal luogo geografico, dal clima, dal cibo, etc.

Le viene domandato ancora: «Può dire qualcosa sulla annosa questione “patriarcato-matriarcato” nelle società mediterranee antiche? Secondo Lei ha ancora senso parlare di questa opposizione?». Si tratta di una domanda di grande importanza alla quale la Håland risponde di non credere, a differenza della maggior parte dei ricercatori, che la religione mediterranea sia matriarcale o patriarcale o che prima ci fu il matriarcato e in seguito il patriarcato, ma che piuttosto vi siano una sfera femminile ed una sfera maschile, ognuna con le proprie competenze e poteri di espressione. Ella aggiunge come la tendenza del Nord Europa sia quella di spingere gli uomini a fare lavori che in genere facevano le donne e viceversa. Tuttavia restano differenze biologiche invalicabili: «gli uomini non possono allattare i bambini». C’è sì un’ideologia patriarcale, ma essa non necessariamente è specchio della realtà. Ad esempio, nel matrimonio del figlio sembra che la scelta della sposa spetti al padre quando invece è la madre a scegliere la nuora che si porterà in casa. La risposta termina con le seguenti significative parole: «Non mi piace questa opposizione. Ecco perché scrivo sempre “la cosiddetta società patriarcale mediterranea”, perché non ci credo».

Riguardo alla “decostruzione dei valori maschili” e ad un’eventuale sua predilezione della sacralità femminile, ella spiega che è indispensabile entrare dentro i valori maschili se si vuole imparare a leggere tra le righe, ravvisando i valori femminili. Questi non sono immediatamente evidenti, ma emergono se si scava in profondità. Così, nell’ambito della spiritualità tradizionale, Dio e la Chiesa occupano i posti preminenti, ma se si guarda con maggiore attenzione la Panagia è lì.

Concludiamo aggiungendo alcune nostre osservazioni marginali: la prima concerne la teoria secondo la quale la divinità maschile comparirebbe più tardi rispetto a quella femminile, dando il via ad un sistema patriarcale caratterizzato dalla concezione lineare del tempo. Avanziamo numerose perplessità su questa tesi sia alla luce della mitologia indiana che di quella egiziana. In quest’ultima, per esempio, Osiride è il dio della vegetazione, della fertilità e della coltivazione e riveste un ruolo essenziale presso le religioni misteriche poiché muore e risuscita. Leggiamo ne Le livre des morts (Champdor Albert, 17, parigi 1973): «Osiride è l’attività vitale universale, terrena o celeste. Sotto la forma visibile di un dio, discende nel mondo dei morti per permettere loro la rigenerazione ed infine la risurrezione nella gloria, perché ogni morto perdonato è un germe di vita nelle profondità del cosmo, esattamente come un chicco di grano lo è nel seno della terra». Non si può di sicuro dire che Osiride sia un dio recente, dato che le sue origini sembrano scavalcare persino l’Antico Regno (tra il 2700 e il 2200 a.C.) e nemmeno che dalle poche righe citate si possa evincere una visione lineare del tempo. Lo stesso può dirsi di Shiva, del quale, secondo Alain Daniélou, si hanno le prime tracce addirittura nel 6000 a.C.. Ci sembra pertanto giusto parlare, come fa la Håland, di qualità legate ad una sfera maschile e ad una sfera femminile; polarità che, in ultima istanza, riflette la questione fondamentale della relazione tra l’Uno e i Molti, tra Immanifesto e Manifesto, tra l’Essere e l’Esistere, tra Purusha e Prakriti.

La seconda si riferisce all’inoppugnabile associazione proposta dalla Gimbutas tra vulva ed acqua, intesa come fonte della vita, dalla quale molti deducono che l’Acqua costituirebbe l’elemento primario da cui deriva tutto. In realtà secondo la tradizione sapienziale, sia occidentale che orientale, l’elemento primo è il Fuoco, da cui deriva l’Acqua e quindi la molteplicità degli esseri. Nella Pashna-upanishad si dice esplicitamente che il Sole contiene le nubi da cui cade la pioggia. Inevitabilmente, nel mondo manifesto caratterizzato dalla dualità e, in particolare, nel mondo umano fondato sulla ragione dicotomica tutti gli enti si rapportano gli uni agli altri in modo gerarchico. Vi sono vari tipi di gerarchie relative alle più disparate chiavi di lettura della realtà; in ogni caso, la gerarchia è inevitabile e sta alla base del linguaggio. Il superamento della dualità e quindi della gerarchia non va perseguito nella contrapposizione, bensì nella riflessione metafisica anteriore al pensiero, alla quale si può accedere soltanto per mezzo dell’intuizione noumenica che ha sede nel Cuore, il Centro dell’ente, dove Shiva e Shakti, il principio maschile discendente e quello femminile ascendente, si incontrano e si risolvono nel Sé-Atman.

E infine, l’identificazione Donna-Natura, più volte proposta in questo libro, ci induce a riflettere sul grave squilibrio in cui è caduto il mondo moderno; squilibrio che non deriva tanto dalla predominanza di un maschile astratto, predatorio e miope su un femminile dimentico della propria dignità, come molti presumono, quanto dall’alienazione rispetto alle realtà archetipali di entrambi. Basti pensare al dilagare di idee innaturali quali il matrimonio con figli tra omosessuali, la diffusione forzata degli ogm, il monopolio delle sementi, i trapianti di organi vitali giustificati da definizioni artificiose di “morte”, l’esaltazione di “grandi opere” che non servono a nessuno tranne che ai banchieri e che erodono il poco verde rimasto, la nullificazione dell’uomo da parte di una certa “ecologia profonda” che vorrebbe ridurlo a semplice animale, negandone lo status di persona, ecc.

Da questi pochi cenni emerge un’umanità in preda alla follia, dominata dalla brama di possedere la Natura senza rispettarne le leggi, in una sorta di parodia o capovolgimento dell’ascesi iniziatica, per la quale i vincoli naturali possono essere sciolti soltanto sub specie interioritatis, per mezzo dell’amore e della comprensione. Intanto è certo che se si procederà nella cementificazione col ritmo attuale, l’Italia entro sessanta anni avrà consumato l’intero suo territorio. I nostri nipoti o persino i nostri figli potrebbero non vedere più un bosco, un prato, né il cielo azzurro.

 

Maria Adele Anselmo, La figura della Dea Madre nelle pagine di Evy Johanne Håland, Fondazione Thule Cultura, Pa 2011

 

 

 

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