IL TEMPIO DEI MONACI SHAOLIN TRASFORMATO IN UNA SAN GIOVANNI ROTONDO DI GADGET

dsc05407Buddha di plastica lampeggiano sulle cabine telefoniche. Decine di centri commerciali svendono spade e bastoni, pugni di gomma e tuniche, libri e dvd. Gli aspiranti monaci si allenano a combattere nei parcheggi dei pullman, in cambio di offerte. La musica techno assorda e i teatri propongono show no-stop di arti marziali. Centinaia di fast-food promettono «pasti meditativi e vegetariani» a una massa di visitatori stremati.

Benvenuti a Dengfeng, regione dell’Henan, il luogo più lontano dall’idea della spiritualità zen.

Resiste però qui, dopo 1500 anni, il tempio di Shaolin, culla delle arti marziali e del wushu, la fede dei gesti essenziali. “Kung fu city“, ridotta ad una Disneyland per tour organizzati, è l’icona dell’ultima parola d’ordine del partito-Stato: trasformare le tradizioni cinesi in “industria culturale”, la fede in business e i monaci in uomini d’affari. Il risultato è la guerra funzionari- religiosi per un tesoro da 40 milioni di euro all’anno, la prima manifestazione dei novizi-atleti contro il partito locale e la vendetta municipale contro l’abate del convento, accusato di aver accumulato un patrimonio personale milionario e di nascondere una fidanzata conquistata nell’università di Pechino.

Shi Yongxin, soprannominato il monaco-Ceo dell’Asia, viaggia in effetti su una fuoriserie e gira il mondo su un aereo privato per firmare i contratti dei nuovi spettacoli di arti marziali, che assicurano gli ingaggi d’oro del cinema di Hollywood e Hong Kong. Mezzo secolo fa i religiosi-eremiti avevano superato quota duemila. Dopo la Rivoluzione culturale ne erano rimasti quindici.

Oggi sono duecento, quasi tutti laici, preparatori sportivi ed ex campioni di kung fu, specialisti nel commercializzare il brand “Shaolin” tra alberghi, linee moda e perfino automobili. Con lo scoppio dello scontro per il controllo del sito, sotto tutela Unesco e 1 milione di visitatori all’anno, esplodono così anche gli scandali di corruzione e le accuse di aver trasformato il monastero in un night club gremito di “prostitute per turisti”.

Le denunce non fermano però la formidabile macchina da soldi, prima industria della regione e ventimila addetti impegnati nel produrre film, cd e libri. Un mostro giunto al limite dell’incontrollabilità, al punto che le autorità di Dengfeng minacciano lo stop: da 58, le scuole di kung fu potrebbero essere ridotte a 20, le esibizioni annuali da 8 mila a 3 mila e gli allievi dei monaci-maestri, da 100 mila, a non più di 12 mila.

Molti i religiosi “dissidenti”, delusi dalla pace spirituale infranta. Giunti a Shaolin a piedi dalle regioni più remote dell’Asia, a decine abbandonano i monasteri e si ritirano a pregare tra le montagne dell’Himalaya.

Chi resiste, contende invece gli affari allo Stato e ristruttura i 228 templi e la Foresta delle Pagode, vecchie di 1200 anni, da trasformare in chioschi di souvenir. Il leggendario Shaolin vive così sospeso tra new age, fitness, difesa personale e centro di produzione per reality tivù. Meditazione, show e affari, la risposta estrema all’ «arricchirsi è glorioso» di Deng Xiaoping. Il problema, nell’ultimo mercato del finto kung fu “made in China”, è stabilire a chi appartenga il nuovo tesoro dell’anima alimentato dal partito.

Fonte:

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/articolo-60801.htm