Il Simbolismo dei Colori nell’Arte Buddhista

243740_132571050216696_1114195264_oIl Buddhismo esoterico è unico nel presentare, attraverso le immagini visive, il più astratto dei concetti, che acquisisce così una semplicità intuitiva, comprensibile da tutti.

Esiste nel buddhismo il concetto di “corpo arcobaleno” che simboleggia il penultimo stato di transizione della meditazione: quando la materia comincia a trasformarsi in pura luce. Si dice sia lo stato più elevato possibile nel regno del ‘samsara’ (ciclo della reincarnazione) prima’ della ‘chiara luce’ del Nirvana. Quanto più lo spettro dell’arcobaleno contiene tutte le possibili manifestazioni di luce, e quindi di colore, il “corpo arcobaleno” indica il risveglio del sé interiore alla completa conoscenza terrestre cui è possibile accedere prima di salire oltre la soglia dello stato di Nirvana. Comprensibilmente, quando questo concetto è raffigurato nelle arti visive, a causa della profusione di colori, risulta spettacolare e unico.

L’estetica buddhista tratta spesso, attraverso vari riferimenti, cinque colori (Pancha-Varna). Questi sono bianco, giallo, rosso, blu, verde e sono stati canonizzati a seguito di questa citazione dal Tantra Chandamaharosana:

Nero: simboleggia uccisione e rabbia

Bianco: indica il riposo e il pensiero

Giallo: sta per limitazione e nutrimento

Rosso: sottomissione e chiamata

Verde: significa esorcismo

L’ordine può cambiare, ma il numero rimane sempre di cinque. Come i cinque Buddha trascendentali, personificazioni degli aspetti astratti del Buddha, tutti caratterizzati da un colore:

1. Vairochana – bianco

2. Ratnasambhava – giallo

3. Akshobhya – blu

4. Amitabha – rosso

5. Amoghasiddhi – verde

 

E’ importante notare che ciascuno di questi cinque Buddha, e i loro rispettivi colori, si dice favoriscano il processo di trasformazione in cui specifiche negatività umane sono cambiate in qualità positive. In particolare si ritiene che meditando sui singoli colori, che contengono le loro rispettive essenze, possono essere conseguite le seguenti metamorfosi :

Bianco – trasforma l’illusione di ignoranza nella saggezza della realtà.

Giallo – trasforma l’orgoglio in saggezza di identità.

Blu – trasforma la rabbia in saggezza.

Rosso – trasforma l’illusione di attaccamento nella saggezza del discernimento.

Verde – trasforma la gelosia in saggezza di realizzazione.

Quindi troviamo che l’antico pensiero buddhista ha posto molta enfasi sul significato spirituale di colori, che naturalmente hanno influenzato anche lo sviluppo e la pratica dell’estetica buddhista.

Un’ulteriore indagine sui cinque colori ci porta alla Mahavairochana-Sutra, in cui si afferma che un mandala, simbolo per eccellenza del Buddhismo tibetano, deve essere dipinto in cinque colori. Prescrive inoltre che si dovrebbe iniziare l’interno del mandala col bianco seguendo poi con rosso, giallo, blu e nero.

Il Chakrasambhara-tantra prescrive che le pareti di un mandala dovrebbero essere dipinte in cinque colori mantenendo quest’ordine: nero all’interno seguito dal bianco, giallo, rosso e verde. In molti mandala, le quattro direzioni all’interno del palazzo sono contraddistinte da colori diversi. L’est è indicato dal bianco, l’ovest dal rosso, il nord dal verde e il sud dal giallo, mentre il centro è dipinto di blu. Il Kalachakra-tantra, invece, prevede un sistema completamente diverso di colori per indicare le direzioni: il nero indica l’est, il giallo l’ovest, il bianco

il nord, il rosso il sud. Comunque qualunque sia l’associazione dei colori con le direzioni, il cerchio di protezione di un mandala di solito è sempre disegnato in rosso.

Il riferimento ai cinque colori è stato fatto anche in un contesto completamente diverso, vale a dire nel processo di purificazione e potenziamento degli organi di senso.

Ciò si verifica durante la meditazione sulla dea Tara:

Bianco per gli occhi

Blu per le orecchie

Giallo per il naso

Rosso per la lingua

Verde per la testa.

 

In una visualizzazione spettacolare, la tradizione tibetana afferma che la sillaba HUM (parte del mantra Om Mani Padme Hum), anche se di colore blu, irradia cinque colori diversi. Il punto sulla mezzaluna dovrebbe essere blu, la mezzaluna bianca, la testa di colore giallo, la sillaba ”ha” è rossa e la vocale ‘u’ è verde.

I quattro elementi aria, fuoco, acqua e terra sono anche individuati nella Kalachakra-tantra con quattro diversi colori: rispettivamente blu (o nero), rosso, bianco e giallo. Questi quattro elementi sono ulteriormente descritti come semi-circolare, triangolare, circolare e quadrato. Questo precorre le immagini tantriche in cui il colore e la geometria (non si escludono a vicenda) sono gli elementi fondamentali che compongono l’intero edificio del simbolismo tantrico.

Così anche se il contesto può variare, il Buddhismo identifica il significato di pochi colori principali e il loro uso è proposto in una serie di circostanze. Questi colori sono:

 

1. Bianco

2. Nero

3. Blu

4. Rosso

5. Giallo

6. Verde

 

Bianco

 

Non è necessariamente pensato come un colore. Si verifica quando l’intero spettro della luce è visto insieme o quando rosso, giallo e blu sono mescolati. Tutto ciò che è presentato in bianco, significa che nulla è nascosto, segreto o indifferenziato. Così anche Saraswati la dea dell’apprendimento e della conoscenza è rappresentata di colore bianco. Infatti la conoscenza e l’apprendimento non devono essere nascosti, ma essere aperti e disponibili per tutti.

Si pensa che il bianco abbia una caratteristica molto fredda, come la neve, o all’estremo opposto possa essere estremamente caldo, come un metallo che brucia. Entrambe queste situazioni possono essere un pericolo per la vita e quindi ci ricordano la transitorietà delle cose. Così la dea Tara nella sua forma che garantisce longevità per i fedeli è raffigurata di color bianco (denominata appunto Tara bianca). Simboleggia anche la purezza, la santità e la pulizia. E’: ‘Colei che conduce fuori oltre il buio della schiavitù‘.

Il bianco è un colore che integra e, al tempo stesso, divide le cose nello spettro dell’arcobaleno della vita quotidiana.

Il colore bianco appare in numerosi episodi della mitologia buddhista: uno dei più noti è la nascita del Buddha. La leggenda racconta che la regina Maya, madre del Buddha, sognò un elefante bianco che, volando per aria, sfiorò il suo fianco destro. Ora gli elefanti sono ben noti per la loro forza e intelligenza, e sono anche associati con le nuvole grigie di pioggia e la fertilità. Infatti l’acqua piovana fa sì che i semi siano in grado di germinare e di far sgorgare della vita vegetativa. Il colore bianco del maestoso animale aggiunge a questo racconto un elemento di purezza e candore. Nelle sue vite precedenti Buddha era stato più volte un elefante, come indicato nella Gataka, o nei racconti della sua nascita precedente. L’elefante bianco del sogno si crede sia stato Maitreya (il Buddha del futuro) disceso dal cielo in modo da rendere possibile la nascita di Sakyamuni (il Buddha attuale). Rappresenta anche per la regina Maya una nascita casta, o l’elemento del trionfo dello spirito sulla carne (Buddha nacque appunto dal fianco di Maya).

Nero

 

Significa l’oscurità primordiale. Nel regno dove c’è il buio, perché non c’è luce riflessa, c’è anche un suono che non possiamo sentire in quanto è così in alto nella scala armonica da essere inaccessibile alle capacità auditive di ogni essere fisico. La meraviglia della creazione può essere manifestata attraverso il graduale rallentamento di queste vibrazioni. Il buio diventa luce, le ombre colori, i colori suono e il suono crea le forme.

Uno degli esempi più interessanti è rappresentato dai cosiddetti dipinti in nero. La speciale categoria dei Thangka neri, i potenti dipinti dal significato profondamente mistico dove le forme balzano scintillanti e brillanti fuori da un buio trasparente. Ebbero il loro periodo di maturità nella seconda metà del XVII secolo.

La potenza estetica dei Thangka neri deriva dal contrasto di linee potenti contro uno sfondo nero, che li rende uno dei mezzi più efficaci per apprezzare la maestria tibetana nei lavori grafici.

Nella lavorazione dei Thangka neri ci sono notevoli variazioni nella tecnica, al di là della rilevanza delle linee d’oro su sfondo nero e alle figure di grandi dimensioni, ci sono varie impostazioni delle figure e una varietà di colori, fiammate ed aureole.

I dipinti in nero, apparendo relativamente tardi nell’arte buddhista, hanno aggiunto un altro mezzo con cui gli artisti possono evocare visioni di mondi misteriosi e trascendenti. Come le divinità feroci, che spesso sono l’oggetto di questi thangka, il nero simboleggia le tenebre dell’odio e dell’ignoranza, nonché il ruolo che queste caratteristiche devono svolgere per il risveglio della chiarezza e della verità.

I Thangka con lo sfondo nero rappresentano una categoria speciale di pittura contemplativa. Sono una variante molto mistica ed esoterica, di solito riservata per la pratica avanzata. Il nero è il colore dell’odio, trasformato dall’alchimia della saggezza in compassione. Il buio rappresenta l’imminenza dell’assoluto, la soglia dell’esperienza. E ‘utilizzato per terrificanti azioni rituali, la radicale conquista del male in tutte le sue forme – non tramite l’annientamento, ma trasformando anche il male in bene. Così, nei dipinti neri (T- nagtang), il fondo nero proietta in avanti le divinità in visioni luminose di colori translucidi.

Blu

 

L’eternità, la verità, la devozione, la fede, la purezza, la castità, la pace, la vita spirituale e intellettuale, queste sono alcune delle associazioni che appaiono in molte culture diverse esprimendo la sensazione generale che il blu è il più freddo, più distaccato e meno “materiale” tra le varie tonalità. La Vergine Maria e Cristo sono spesso raffigurati con il blu, che è anche la caratteristica delle divinità del cielo incluso Amon in Egitto, la Grande Madre dei Sumeri, il greco Zeus (Giove per i Romani), la Indra indù, Vishnu e la sua incarnazione dalla pelle blu Krishna.

Nel Buddhismo sia il blu chiaro (azzurro) che gli aspetti più oscuri di questo colore misterioso sono importanti.

Il significato di luce e ombra si riflette nella supremazia del turchese, pietra semi preziosa nella vita spirituale e religiosa quotidiana dei fedeli buddhisti, che hanno varie credenze su questa pietra. In termini generali il turchese è un simbolo del mare e del cielo blu. L’infinito nel cielo parla delle altezze infinite cui si può salire. La pietra è opaca come la terra, ma solleva lo spirito elevato, scoprendo per noi la saggezza sia della terra che del cielo.

Il turchese, quando viene indossato su un anello si ritiene assicuri un viaggio sicuro.

indossato come orecchino salvaguarda dalla reincarnazione come asino.

Quando il turchese appare in sogno è di buon auspicio, se viene trovato porta molta fortuna e nuova vita (al contrario è considerato cattivo segno trovare oro o corallo); quando cambia il colore in verde indica l’epatite, ma allo stesso tempo trae fuori l’ittero e soprattutto si pensa assorba il peccato. Fili di grani di preghiera includono anche turchesi, infatti quando si prega la dea Tara, popolare nella sua forma verde, a causa dell’associazione di colore, è auspicabile farlo con un rosario interamente composto di perline color turchese. Esiste anche un turchese “vivo” o “morto”. Quello vivo ha un colore blu sano, mentre il turchese morto è diventato bianco o nero. Nel naturale processo di invecchiamento del turchese, l’esposizione alla luce e agli oli per il corpo scurisce il suo colore, virandolo al nero. I tibetani paragonano questo invecchiamento alla salute umana e alla morte. Indossare un turchese “vivo” è quindi molto auspicabile, in quanto darà lunga vita a chi lo indossa.

Il turchese è stato considerato pietra sacra anche da antiche culture diverse da quella tibetana. Era sacro in Egitto, insieme con malachite e lapislazzuli. Lo era per la cultura persiana, dove simboleggiava la purezza. Gli Indiani d’America credono protegga e custodisca il corpo e l’anima. Gli Zingari indossano questa pietra nell’ombelico, credendo che sia positiva per tutto.

Nulla illustra meglio la spettacolare influenza che ha il blu più scuro nell’ estetica buddista se non il ‘Buddha Blu’, noto anche come il Buddha della Medicina o della Guarigione.

La caratteristica più peculiare del Buddha (Blu) della Medicina è il suo colore, l’azzurro intenso del lapislazzuli. Questa pietra preziosa è stata notevolmente apprezzata da culture asiatiche ed europee per più di seimila anni e, fino a tempi relativamente recenti, il suo valore ornamentale è stato pari, o addirittura superiore, a quello del diamante. Un alone di mistero circonda questa gemma, forse perché le sue principali miniere si trovano nella regione remota del Badakshan del nord-est dell’Afghanistan, una zona impervia, quasi inaccessibile, situata dietro l’Hindu Kush. Un commentatore ha scritto: “Gli esemplari più belli di lapislazzuli, intensamente blu con le onde a chiazze e volute brillanti di pirite color oro, assomigliano alla notte ardente con miriadi di stelle.”

E.H. Schafer riassume l’interesse buddhista per i lapislazzuli:

“I cinesi non sono i soli, tra i popoli dell’Estremo Oriente, nella loro ammirazione per il minerale blu. I tibetani lo valutavano al di sopra di tutti gli altri, anche più dell’oro, mentre i montanari ci videro l’immagine del cielo azzurro, asserendo che i capelli della loro dea avevano quel colore. Sia gli uomini che le donne lo indossavano (quel colore) sulle loro teste “.

Infatti anche oggi statue nel Tibet e nel regno Himalayano del Nepal hanno i capelli dipinti di blu.

Tradizionalmente questa bella pietra è stata usata per simboleggiare ciò che è puro o raro. Si dice avesse un effetto curativo o di rafforzamento per chi lo indossava e la sua morbidezza naturale permetteva una lucidità per un elevato grado di riflessione. Nel campo della medicina alternativa, essendo associata ad una certa freddezza, viene utilizzata contro l’infiammazione, le emorragie interne o i disturbi nervosi. Per tutti questi motivi, oltre al fatto che la profonda luce blu ha un effetto curativo su coloro che la utilizzano nelle pratiche di visualizzazione, questa pietra risulta molto importante nel misticismo buddhista.

 

Infatti il Maestro Blu della Guarigione (Buddha blu della medicina) è una delle figure più onorate nel pantheon buddista. In uno dei sutra (testi canonici) principali, concernente il Buddha della Medicina, Shakyamuni dice:

 

Vi supplico, Beato Guru della Medicina,

il cui corpo color cielo, santo corpo di lapislazzuli

Significa onnisciente saggezza e compassione

Vasta come spazio illimitato,

Per favore dammi la tua benedizione.

 

Rosso

 

Il rosso nel corso dello sviluppo della civiltà ha avuto connotazioni di vita ed è stato abbinato a significati sacri. Si è sviluppato come sinonimo di conservazione della nostra forza vitale, come nel logo della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. Segnali di pericolo sono spesso circondati di rosso per indicare un avvertimento o minaccia per la vita. Il fuoco ha due aspetti, quello positivo di utilità e riscaldamento e quello distruttivo di incontrollabile calamità.

Il simbolismo del colore rosso risplende nell’estetica buddhista nel tipo di dipinti noti come “thangka rossi”, uno stile che richiede elevato virtuosismo tecnico. Tutti gli elementi che compongono questa pittura sono riassunti nella caratteristica complessiva dello sfondo rosso di questo particolare genere di thangka. Il rosso è il colore dei rituali e delle azioni potenti, è il colore della passione, trasformata per discriminare la saggezza. Questo è particolarmente rilevante nei rituali di meditazione vigorosa che richiedono strumenti altrettanto potenti di meditazione.

Un’altra dimensione per quanto riguarda il colore rosso è la convinzione che circonda il corallo, la pietra semi-preziosa, che è un dono della “madre oceano” per ricordarci della nostra fondazione eterna. In realtà è composto di scheletri di piccoli animali incastrati nella roccia come rami duri. Questo ci ricorda le nostre ossa – dure e durevoli. Il corallo ci insegna la forma e anche il flusso e la flessibilità della forma. Vive e respira in mare, ma le sue radici sono ancorate a terra.

Il corallo è una delle cinque pietre sacre per i buddhisti tibetani e simboleggia l’energia della forza vitale.

Spesso si crede sia una protezione contro il malocchio. Secondo una curiosa credenza quando il suo colore impallidiva chi lo indossava era malato, esposto alle malattie o aveva ingerito del veleno. Se invece il colore scuriva chi lo indossava era guarito. Lo stesso attributo è stato associato con il ciclo mestruale della donna che, si supponeva, il corallo “condividesse” con le donne. Corallo era anche usato per arrestare il flusso di sangue da una ferita, curare la follia, impartendo la saggezza e calmando l’agitazione.

Nel Buddhismo si crede che l’influenza del corallo sia generalmente buona e in Tibet e Nepal lo vedono come un buon investimento, e credono che la persona che lo indossa avrà successo nella vita. Il colore rosso è di buon auspicio nella cultura tibetana, è un colore sacro, uno dei colori dei cinque Buddha e il colore delle vesti del monaco. Si crede abbia qualità protettive ed è quindi spesso usato per dipingere gli edifici sacri. Nella vicina Cina il corallo è un simbolo di longevità, mentre in India è usato per prevenire le emorragie. Hans Weihreterha ha studiato le credenze sul corallo, nella cultura del Tibet occidentale, centrate sul sangue, che si pensa sia rafforzato da questa pietra che agisce anche beneficamente nel periodo mestruale femminile.

 

Giallo

 

Il giallo è il colore più vicino alla luce del giorno. Ha il più alto valore simbolico nel Buddhismo attraverso il suo legame con le vesti color zafferano dei monaci. Questo colore, in precedenza indossato dai criminali, è stato scelto da Gautama Buddha come un simbolo della sua umiltà e della separazione dalla società materialista. Significa quindi rinuncia di desiderio e umiltà. E’ il colore della terra, simbolo del radicamento e della serenità della terra.

 

Verde

 

Il verde si trova nel mezzo dello spettro visibile dei colori e riassume così le qualità di equilibrio e di armonia. E’ il colore che si riferisce alla natura, agli alberi e alle piante. Quindi il verde di Tara rappresenta una miscela di bianco, giallo e blu – i colori che simboleggiano, rispettivamente, le funzioni di pacificare, aumentare e distruggere.

Verde indica anche il vigore giovanile e l’attività e quindi Tara Verde è sempre mostrata come una giovane ragazza con una natura maliziosa e giocosa.

 

Il Signore buddihsta del karma (azione), Amoghasiddhi, è anche associato a questo colore, ribadendo che il verde nel pensiero buddhista è il colore dell’azione.

 

Oro

Un altro colore importante nel misticismo buddihsta è l’oro. Le statue preparate nelle regioni tibetane sono spesso dipinte d’oro.

Non solo i visi, ma spesso le figure complete venivano dorate con oro zecchino. Infatti la pratica di pitturare le statue, in particolare i loro volti, con vernice d’oro è esclusivamente tibetana. Se, quindi, in una scultura appaiono tracce dorate, è molto probabile che provenga dal Tibet.

I tibetani hanno un amore per l’oro che risale a tempi antichissimi. Questa passione si riflette nel loro artigianato, che è stato lodato nelle cronache cinesi fin dai tempi del periodo Tang.

L’oro nel Buddhismo simboleggia il sole o il fuoco.

Al più prezioso dei metalli è accordato uno status sacro grazie alla sua associazione con Surya, il dio del sole del pantheon indù. La lega di oro con altri elementi è quindi considerata come un atto di sacrilegio, perché diluisce lo splendore naturale della radianza dell’oro. Così quando viene utilizzato nelle belle arti, sia in scultura o pittura, l’oro è sempre il più puro, a 24 carati.

Ma se l’estetica buddhista teorizza colori da utilizzare principalmente per il loro tradizionale significato simbolico, in pratica si riconosce il loro forte effetto emotivo. In un’applicazione troppo colore non è una semplice questione di tonalità, saturazione e densità. I pigmenti utilizzati sono scelti e adottati come tradizionali, perché il loro particolare colore evoca le risposte emotive volute. Questi colori non sono diluiti di intensità o ‘smorzati’, la loro forza è sempre utilizzata al massimo. Inoltre i colori combinati come prescritto per soddisfare il simbolismo, sono giustapposti in quantità studiate molto abilmente in modo da produrre effetti visivi precisi, ma indescrivibilmente emotivi.

Le figure rappresentate nell’arte buddhista si sono naturalmente evolute dai fondamentali principi tradizionali. Ma le immagini buddhiste non hanno mai avuto interesse di imitare il mondo esterno. L’obiettivo della superficie colorata non vuole sfidare il confronto con qualsiasi immagine sensualmente derivata della realtà esterna. Vuole invece stimolare le radiose icone interiori, i cui corpi e le caratteristiche potrebbero essere abbastanza irrealistici, in ogni senso comune del termine. Pelle blu o rossa, molte braccia e teste sono all’ordine del giorno.

La densità e la forza dei colori, il vigore di sviluppo plastico dà vita alle immagini, e al tempo stesso interpone una barriera tra l’icona interiore e qualsiasi altro oggetto visivo analogo. Questa è destinata a produrre un grado più elevato di oggettività di qualsiasi riflessione transitoria sulla retina dell’occhio, un mondo coerente della fantasia contro cui i fenomeni visivi reali appaiono grigi e pallidi.

 

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