Il delirio della “teologia femminista” va a braccetto con la stregoneria Wicca

maxine sanders 4di Francesco Lamendola

Fonte: Arianna Editrice

 

Il massimo della pazzia si è registrato attorno agli anni Settanta e Ottanta, ma anche adesso non c’è male, la febbre è ancora altissima.

Il movimento femminista, partendo da rivendicazioni anche giuste, ma estremizzate e sospinte al di là di ogni limite ragionevole, ha prodotto una sedicente cultura femminista; e in base a tale “cultura” sono nate tutta una serie di esperienze, situazioni, scuole e sotto scuole di pensiero che declinano il “femminismo” come carattere distintivo di qualunque altra manifestazione sociale, intellettuale, spirituale. Così, ad esempio, è nata una sedicente filosofia femminista; così è nata una letteratura femminista; e, dulcis in fundo, persino una teologia femminista. Non è difficile immaginare quali siano i contenuti di quest’ultima: la ricerca di una religiosità che ponga al centro il femminile e che abbatta, una volta per tutte, l’odiosa sopraffazione maschile nell’ambito teologico.

Chi non è più giovanissimo, ricorderà forse un film di Gianfranco Mingozzi, del 1974, «Flavia, la monaca musulmana», in cui una improbabile Florinda Bolkan in versione monacale, interrogandosi sull’ingiustizia sessista, arrivava a sbirciare sotto il perizoma del Crocifisso per rendesi conto di che sesso è Dio: ebbene, tale è stato, ed è tuttora, suppergiù, il livello di riflessione “teologica” di questa pretesa teologia femminista.

Si può dunque capire come nell’ambito del protestantesimo – che, come è noto, si considera, fin dalle sue origini, come la vera e definitiva versione del cristianesimo, libero dalle superstizioni papiste e dalle degenerazioni mariane – gruppi di donne, che s’improvvisano esperte di teologia o che pretendono di esserlo in base a diplomi accademici (il che sarebbe come affermare che ogni laureato in filosofia sia un filosofo), nella loro furia anti-maschilista, si siano trovate a convergere con la sedicente religione Wicca, basata su un patetico e pasticciato revival della stregoneria e, naturalmente, sul ruolo centrale della donna, vista come sacerdotessa della “Dea” – oh, per carità, non del Diavolo: quelle sono vili calunnie del maschio prevaricatore. Tutti sanno che le streghe sono sempre state buone, dolci e gentili e che non hanno mai preparato un veleno, non hanno mai lanciato un maleficio, non hanno mai venerato il Maligno; che si sono sempre e solo limitate a celebrare i solstizi e gli equinozi, con i capelli incoronati di fiori e indossando delle bianche vesti in perfetto stile New Age…

C’è stato un momento, dunque, e forse non è ancora passato (anche se il clima di fondo non è cambiato molto), in cui le femministe cristiane, quelle ebree e quelle della religione Wicca si sono sentite abbastanza vicine da poter dialogare e da sondare le possibilità di una comune piattaforma d’azione contro l’odioso predominio maschilista nell’ambito della religione; cosa, in effetti, perfettamente logica e legittima, date le premesse: se l’accento cade non sulla fede, ma sul femminismo, perché non si dovrebbe trovare il modo, nel comune interesse della “liberazione” femminista, di smussare gli spigoli delle spiacevoli, ma in fondo accidentali differenze religiose che tuttora dividono il pianeta donna?

Nei Paesi cattolici, che vivono da tre o quattro secoli in un tenace complesso di inferiorità verso quelli protestanti, si tendeva e si tende ad accogliere come novità positive tutte le elucubrazioni, anche le più farneticanti, della teologia luterana e calvinista; e a guardare con un misto di invidia e timidezza quei cattolici che, vivendo nei Paesi del Nord Europa e del Nord America ed essendo, perciò, a diretto contatto con i più evoluti ambienti protestanti, si mostrano meno “chiusi”, meno dogmatici, più inclini al dialogo e, naturalmente, anche ad una benefica critica, così almeno essi la intendono, nei confronti della gerarchia.

Così, quando la teologia protestante arriva a ridurre tutto il cristianesimo storico ad un semplice mito, ad un insieme di simboli, i teologi cattolici “progressisti” e politicamente corretti spalancano gli occhi pieni d’ammirazione; se qualche teologo protestante sostiene che Gesù Cristo, probabilmente, non è mai esistito, e che bastano i suoi insegnamenti morali per fondare il cristianesimo, essi applaudono incondizionatamente; se qualche altro teologo protestante afferma che l’anima, forse, non esiste, e che la vita eterna è solo un pio desiderio dei credenti vecchio stile, anche allora essi si profondono in inchini e in riverenze, sempre timorosi, come sono, di passare per bigotti, per oscurantisti e per reazionari.

Se, poi, i teologi protestanti se la prendono con la Chiesa cattolica, con i vescovi, con il papa, nemmeno allora essi si scandalizzano troppo, anzi ammettono che sì, ci sono molte cose da emendare nella gerarchia ecclesiastica e che insomma bisogna smetterla con la mentalità del “lavare i panni sporchi in casa” (come, peraltro, fanno tutti gli altri); e che, per guadagnarsi la stima del “mondo”, è giusto che i cattolici siano i primi a denunciare il “marcio”, l’autoritarismo del papa, le connivenze con i preti pedofili e tutto il resto: poco importa se sparando nel mucchio e generalizzando (e magari, guarda caso, tacendo proprio su quegli abusi che meriterebbero davvero una reazione indignata, a cominciare dalle disinvolte manovre finanziarie del Vaticano e di certi equivoci banchieri ad esso vicini).

In questa prospettiva, cosa c’è di più naturale che convenire con la moderna stregoneria sul fatto che il cristianesimo, per odio verso le donne e verso la natura (due facce di una stessa intolleranza!), da sempre ha sospinto le prime in un ruolo subalterno, addirittura perseguitandole come streghe se osavano mettere questo in discussione, proprio allo stesso modo in cui rivolgeva il suo zelo teologico contro i boschi, le piante, gli animali, ossessionato dal dogma implacabile di un Dio trascendente – e, naturalmente, maschio e maschilista?

Eppure, sul piano teologico, la distinzione dovrebbe essere chiara: per il cristianesimo, basato sull’idea di un Dio trascendente che, tuttavia, si fa uomo e muore per amore dell’umanità, per poi risorgere, non c’è e non può esserci alcun “odio” contro la natura: la natura è buona, e coloro i quali la dipingevano come intrinsecamente cattiva – i manichei – furono combattuti come i peggiori nemici della Chiesa (anche se, con pochissima coerenza, quegli stessi seguaci del naturalismo New Age che sostengono la bontà intrinseca della natura, anzi addirittura la sua divinità, sono poi proprio quelli che si indignano perché la Chiesa, nel Medioevo, ha combattuto così duramente il messaggio manicheo contenuto nella religione catara).

Ma è inutile insistere su questo punto: se si formula il concetto di una “teologia femminista”, aberrante in se stesso – così come sarebbe aberrante il concetto di una “teologia di sinistra” o “di destra”, e come sarebbe aberrante il concetto di una “teologia dei poveri” o “dei ricchi” (e magari anche degli eterosessuali e degli omosessuali), allora bisogna anche aspettarsi che, in nome della comune “fede” femminista, diventi lecita qualunque semplificazione, qualunque approssimazione, qualunque stravolgimento mirante a gettare ponti verso le altre religioni e le altre fedi, non sulla base delle rispettive identità, parola ormai considerata politicamente scorretta e pressoché impronunciabile, ma in virtù di una notte universale in cui tutte le vacche sono nere.

Scriveva, per esempio, Rosemary Radford Ruether, docente di teologia applicata presso il Garrett-Evangelical Theological Seminary di Evanston, Illinois, autrice di numerosi saggi riguardanti la “teologia femminista” (trad. da L. Lanzarini in «Concilium. Rivista internazionale di teologia», Brescia, Queriniana, 1986, n. 4, pp. 87-88):

«Alcune donne di formazione ebraica e cristiana sono giunte […] alla conclusione che le loro tradizioni religiose sono incapaci di integrare pienamente le donne. Esse giudicano che le religioni patriarcali, come il giudaismo e il cristianesimo. Abbiano come loro fondamentale ragion d’essere la sacralizzazione del dominio del maschio. Vedono il patriarcato biblico come qualcosa che è sorto nell’antichità come parte di quel movimento che ha abbattuto le antiche società e religioni incentrate sulla femmina, e ritengono che la spiritualità femminista, anziché tentare di riformare le religioni patriarcali,  debba ritornare alle origini e cercare di far rivivere le antiche religioni della Dea. Questo punto di vista esercita spesso un’attrazione su donne provenienti dai settori più conservatori del giudaismo e del cristianesimo, che sono state socializzate in modo tale da sentire fortemente il bisogno di rituali religiosi, ma che disperano di poter soddisfare questa loro esigenza nell’ambito delle rispettive tradizioni religiose.

La religione “wicca”, come viene talvolta chiamata, prende la forma di piccole comunità  (“congreghe” o raduni di tredici persone) che celebra rituali legati ai cicli stagionali; solstizi d’inverno e d’estate, equinozi di primavera e d’autunno. Altri riti sono legati a momenti dell’esistenza femminile:  la concezione, la nascita, il menarca, la menopausa, la vecchiaia (età della saggezza). Altri riti ancora sono rivolti a catalizzare forze per protestare contro il male o esorcizzarlo, o per richiamare su di sé benefici (amore, benessere). Molte di queste femministe cultrici della “Dea” o neo-pagane vedono nei riti qualcosa di magico; e pensano che la magia sia una forza spirituale efficace per produrre cambiamenti nel mondo.

I rapporti tra le femministe ebree e cristiane e le neo-pagane sono estremamente ambivalenti. Infatti nel femminismo neo-pagano è implicito, se non esplicito, un rifiuto totale dell’idea che la religione biblica possa avere un contenuto positivo per le donne. Nel migliore dei casi, le cultrici della Dea considerano le femministe ebree e cristiane come donne “liberate” solo in parte. Alcune femministe ebree, da parte loro, considerano la religione delle neo-pagane come un esempio di quell’idolatria che è condannata dai fondamenti stessi della fede ebraica, mentre altre la vedono come un fondamento più antico di una tradizione religiosa semitica dalla quale è scaturito il giudaismo. Non è raro che nelle riunioni delle femministe ebree siano rappresentate entrambe queste tendenze. Sia le ebree che le cristiane, poi, possono anche porre domande critiche sulla presunta accuratezza del “mito” neo-pagano di un matriarcato e di una religione ginocentrica [sic] primitivi, precedenti il patriarcato. A un livello più teologico ci si può poi chiedere sede in una religione basata sui cicli naturali esista un’antropologia adeguata, sulla quale fondare un’etica responsabile.

Finora non è stato possibile tenere fra i movimenti suddetti un dibattito di livello significativo su tali questioni, a causa del coinvolgimento emotivo di entrambe le parti. Un aspetto tipico riscontrabile però di fatto è una sorta di ecumenismo ed eclettismo pratico, poiché, ad esempio, avviene che in convegni sulla spiritualità femminista, patrocinati da assistenti religiosi delle università, siamo rappresentate tutte queste opzioni. Le femministe cristiane, pur non accettando “in toto” la religione “wicca”, nondimeno possono trovare utilizzabili alcune particolari idee rituali, come ad esempio i riti per celebrare il solstizio o i cicli esistenziali. Può darsi che, via via che questi movimenti impareranno a coesistere e ad avere una maggiore fiducia reciproca, potranno tenere un dibattito approfondito sulle differenze, e scoprire se esse siano davvero fondamentali  o non siano invece tessere diverse di un mosaico, che possono inserirsi in una più ampia visione di un mondo redento dalla violenza e dall’ingiustizia, e integrato in maniera armonica nel contesto della creazione rinnovata.»

È penoso pensare che dei sedicenti teologi si siano imbarcati in simili ragionamenti, e non è meno penoso il fatto che riviste “teologiche “ italiane, probabilmente in buona fede, si siano prestate, e tuttora si prestino, a fare da cassa di risonanza a simili vaneggiamenti.

Non ci addentreremo nei tortuosi meandri di questo “pensiero” teologico femminista, con tutte le cose che esso dà per scontate in partenza, senza mai prendersi la briga di discuterle o tentare di dimostrarle – ad esempio, che il cristianesimo e l’ebraismo, peraltro apparentati come se non vi fossero differenze sostanziali del primo rispetto al secondo, siano religioni palesemente maschiliste e prive, o molto difettose, di un contenuto positivo per  le donne.

Ci limitiamo ad osservare che qui traspare la tipica filosofia consumista dell’usa-e-getta: si va al supermercato delle religioni per cercarvi quelle che possono avere un contenuto “positivo” per ciascun gruppo, per ciascuna consorteria, per ciascun individuo: non sono le persone che devono aprirsi alla fede, ma è la fede che deve essere costruita in base alle loro “esigenze” (vocabolo ipocrita che si adopera quando non si ha il coraggio di parlare schiettamente di “bisogni”, che sono qualcosa di autentico, perché si sa che, in fondo, quel che si vuole indicare sono necessità artificiali).

Andiamo dritti alla conclusione, cioè alle proposte operative, laddove l’Autrice suggerisce che le chiese cristiane adottino i riti della religione Wicca, e sia pure limitatamente a singoli aspetti, come la celebrazione dei solstizi o dei cicli esistenziali. Si tratta di un autentico sproposito, che solo la deformazione intellettuale propria di tutte le ideologie parziali, che non sanno mai vedere la realtà nella sua interezza, ma che tutto giudicano sulla base dei loro angusti pregiudizi di genere, di censo o di qualunque altro tipo (e ciò proprio in nome dell’apertura e di un malinteso “ecumenismo”), potrebbe permettere a qualcuno di prendere sul serio.

Prima di tutto, la liturgia non è semplicemente una “tecnica”, che si possa imprestare e passare di mano da una religione all’altra, così come dei ragazzi possono scambiarsi la camicia, la cravatta o la cintura dei pantaloni, ma l’espressione visibile del modo in cui una determinata tradizione religiosa ha consolidato e tramandato il proprio culto. E, siccome le religioni nascono dall’idea di una trascendenza che si manifesta all’uomo e lo coinvolge nella verità, la liturgia non è la semplice somma aritmetica degli atti del culto, ma l’espressione appropriata di quella fede e di quella verità trascendente, cioè assoluta.

In secondo luogo, e come diretta conseguenza di ciò, i singoli riti non sono intercambiabili, non diremo da una religione all’altra, ma neppure all’interno di una stessa religione: ogni rito ha la propria ragion d’essere; e, se pure soggetto, nel corso del tempo, a cambiamenti – perché ogni cosa umana lo è -, nondimeno nessun rito può essere cambiato da un giorno all’altro in modo arbitrario, nessun rito può essere separato dal significato della realtà invisibile che esso vuole esprimere visibilmente. Dunque, l’idea che il cristianesimo possa far propria la cerimonia neo-pagana del solstizio è assurda, perché tale cerimonia presuppone una idea della natura divinizzata, che è agli antipodi dell’idea cristiana della natura come manifestazione del divino, ma come manifestazione imperfetta e in attesa della propria redenzione.

A dirla tutta, riesce difficile credere che chi formula simili proposte sia intellettualmente in buona fede: perché è evidente che, qualora esse venissero recepite, si verificherebbe una graduale infiltrazione di elementi pagani nel cristianesimo, che finirebbero per snaturarlo completamente, non solo a livello liturgico, ma anche a livello teologico e, di conseguenza, culturale, spirituale e morale. Forse è proprio questo che taluni ambienti vogliono. E il fatto che seri teologi cristiani e che serie riviste teologiche cattoliche si mettano a discutere simili “proposte”, la dice lunga sul grado di consapevolezza che possiamo aspettarci da loro…