G. Gorlani

Ortensia_img_2656Occorre trasformare il marasma in pace, fissando di nuovo gli occhi sulla trama delicata in cui si occulta la bellezza.

I ramarri, le vespe, le libellule torneranno allora a dire il sapere in sé. E così pure i pochi uomini rimasti svegli, custodi senza vanità della coscienza unitaria soggiacente la molteplicità. Si rimetterà in cammino il viandante celeste, toccando ghiacciai, oceani e continenti.

Ridarà intelligibilità alla Lingua degli Uccelli, koinè universale adombrata dal vate Virgilio nei suoi esametri perfetti. Distribuirà il viatico della comprensione circa il significato essenziale, dentro ed oltre lo spiraliforme vibrare del tempo che è Presenza assoluta.

 

A history of Burma

Articolo Scaravaggi

Il delirio della “teologia femminista” va a braccetto con la stregoneria Wicca

maxine sanders 4di Francesco Lamendola

Fonte: Arianna Editrice

 

Il massimo della pazzia si è registrato attorno agli anni Settanta e Ottanta, ma anche adesso non c’è male, la febbre è ancora altissima.

Il movimento femminista, partendo da rivendicazioni anche giuste, ma estremizzate e sospinte al di là di ogni limite ragionevole, ha prodotto una sedicente cultura femminista; e in base a tale “cultura” sono nate tutta una serie di esperienze, situazioni, scuole e sotto scuole di pensiero che declinano il “femminismo” come carattere distintivo di qualunque altra manifestazione sociale, intellettuale, spirituale. Così, ad esempio, è nata una sedicente filosofia femminista; così è nata una letteratura femminista; e, dulcis in fundo, persino una teologia femminista. Non è difficile immaginare quali siano i contenuti di quest’ultima: la ricerca di una religiosità che ponga al centro il femminile e che abbatta, una volta per tutte, l’odiosa sopraffazione maschile nell’ambito teologico.

Chi non è più giovanissimo, ricorderà forse un film di Gianfranco Mingozzi, del 1974, «Flavia, la monaca musulmana», in cui una improbabile Florinda Bolkan in versione monacale, interrogandosi sull’ingiustizia sessista, arrivava a sbirciare sotto il perizoma del Crocifisso per rendesi conto di che sesso è Dio: ebbene, tale è stato, ed è tuttora, suppergiù, il livello di riflessione “teologica” di questa pretesa teologia femminista.

Si può dunque capire come nell’ambito del protestantesimo – che, come è noto, si considera, fin dalle sue origini, come la vera e definitiva versione del cristianesimo, libero dalle superstizioni papiste e dalle degenerazioni mariane – gruppi di donne, che s’improvvisano esperte di teologia o che pretendono di esserlo in base a diplomi accademici (il che sarebbe come affermare che ogni laureato in filosofia sia un filosofo), nella loro furia anti-maschilista, si siano trovate a convergere con la sedicente religione Wicca, basata su un patetico e pasticciato revival della stregoneria e, naturalmente, sul ruolo centrale della donna, vista come sacerdotessa della “Dea” – oh, per carità, non del Diavolo: quelle sono vili calunnie del maschio prevaricatore. Tutti sanno che le streghe sono sempre state buone, dolci e gentili e che non hanno mai preparato un veleno, non hanno mai lanciato un maleficio, non hanno mai venerato il Maligno; che si sono sempre e solo limitate a celebrare i solstizi e gli equinozi, con i capelli incoronati di fiori e indossando delle bianche vesti in perfetto stile New Age…

C’è stato un momento, dunque, e forse non è ancora passato (anche se il clima di fondo non è cambiato molto), in cui le femministe cristiane, quelle ebree e quelle della religione Wicca si sono sentite abbastanza vicine da poter dialogare e da sondare le possibilità di una comune piattaforma d’azione contro l’odioso predominio maschilista nell’ambito della religione; cosa, in effetti, perfettamente logica e legittima, date le premesse: se l’accento cade non sulla fede, ma sul femminismo, perché non si dovrebbe trovare il modo, nel comune interesse della “liberazione” femminista, di smussare gli spigoli delle spiacevoli, ma in fondo accidentali differenze religiose che tuttora dividono il pianeta donna?

Nei Paesi cattolici, che vivono da tre o quattro secoli in un tenace complesso di inferiorità verso quelli protestanti, si tendeva e si tende ad accogliere come novità positive tutte le elucubrazioni, anche le più farneticanti, della teologia luterana e calvinista; e a guardare con un misto di invidia e timidezza quei cattolici che, vivendo nei Paesi del Nord Europa e del Nord America ed essendo, perciò, a diretto contatto con i più evoluti ambienti protestanti, si mostrano meno “chiusi”, meno dogmatici, più inclini al dialogo e, naturalmente, anche ad una benefica critica, così almeno essi la intendono, nei confronti della gerarchia.

Così, quando la teologia protestante arriva a ridurre tutto il cristianesimo storico ad un semplice mito, ad un insieme di simboli, i teologi cattolici “progressisti” e politicamente corretti spalancano gli occhi pieni d’ammirazione; se qualche teologo protestante sostiene che Gesù Cristo, probabilmente, non è mai esistito, e che bastano i suoi insegnamenti morali per fondare il cristianesimo, essi applaudono incondizionatamente; se qualche altro teologo protestante afferma che l’anima, forse, non esiste, e che la vita eterna è solo un pio desiderio dei credenti vecchio stile, anche allora essi si profondono in inchini e in riverenze, sempre timorosi, come sono, di passare per bigotti, per oscurantisti e per reazionari.

Se, poi, i teologi protestanti se la prendono con la Chiesa cattolica, con i vescovi, con il papa, nemmeno allora essi si scandalizzano troppo, anzi ammettono che sì, ci sono molte cose da emendare nella gerarchia ecclesiastica e che insomma bisogna smetterla con la mentalità del “lavare i panni sporchi in casa” (come, peraltro, fanno tutti gli altri); e che, per guadagnarsi la stima del “mondo”, è giusto che i cattolici siano i primi a denunciare il “marcio”, l’autoritarismo del papa, le connivenze con i preti pedofili e tutto il resto: poco importa se sparando nel mucchio e generalizzando (e magari, guarda caso, tacendo proprio su quegli abusi che meriterebbero davvero una reazione indignata, a cominciare dalle disinvolte manovre finanziarie del Vaticano e di certi equivoci banchieri ad esso vicini).

In questa prospettiva, cosa c’è di più naturale che convenire con la moderna stregoneria sul fatto che il cristianesimo, per odio verso le donne e verso la natura (due facce di una stessa intolleranza!), da sempre ha sospinto le prime in un ruolo subalterno, addirittura perseguitandole come streghe se osavano mettere questo in discussione, proprio allo stesso modo in cui rivolgeva il suo zelo teologico contro i boschi, le piante, gli animali, ossessionato dal dogma implacabile di un Dio trascendente – e, naturalmente, maschio e maschilista?

Eppure, sul piano teologico, la distinzione dovrebbe essere chiara: per il cristianesimo, basato sull’idea di un Dio trascendente che, tuttavia, si fa uomo e muore per amore dell’umanità, per poi risorgere, non c’è e non può esserci alcun “odio” contro la natura: la natura è buona, e coloro i quali la dipingevano come intrinsecamente cattiva – i manichei – furono combattuti come i peggiori nemici della Chiesa (anche se, con pochissima coerenza, quegli stessi seguaci del naturalismo New Age che sostengono la bontà intrinseca della natura, anzi addirittura la sua divinità, sono poi proprio quelli che si indignano perché la Chiesa, nel Medioevo, ha combattuto così duramente il messaggio manicheo contenuto nella religione catara).

Ma è inutile insistere su questo punto: se si formula il concetto di una “teologia femminista”, aberrante in se stesso – così come sarebbe aberrante il concetto di una “teologia di sinistra” o “di destra”, e come sarebbe aberrante il concetto di una “teologia dei poveri” o “dei ricchi” (e magari anche degli eterosessuali e degli omosessuali), allora bisogna anche aspettarsi che, in nome della comune “fede” femminista, diventi lecita qualunque semplificazione, qualunque approssimazione, qualunque stravolgimento mirante a gettare ponti verso le altre religioni e le altre fedi, non sulla base delle rispettive identità, parola ormai considerata politicamente scorretta e pressoché impronunciabile, ma in virtù di una notte universale in cui tutte le vacche sono nere.

Scriveva, per esempio, Rosemary Radford Ruether, docente di teologia applicata presso il Garrett-Evangelical Theological Seminary di Evanston, Illinois, autrice di numerosi saggi riguardanti la “teologia femminista” (trad. da L. Lanzarini in «Concilium. Rivista internazionale di teologia», Brescia, Queriniana, 1986, n. 4, pp. 87-88):

«Alcune donne di formazione ebraica e cristiana sono giunte […] alla conclusione che le loro tradizioni religiose sono incapaci di integrare pienamente le donne. Esse giudicano che le religioni patriarcali, come il giudaismo e il cristianesimo. Abbiano come loro fondamentale ragion d’essere la sacralizzazione del dominio del maschio. Vedono il patriarcato biblico come qualcosa che è sorto nell’antichità come parte di quel movimento che ha abbattuto le antiche società e religioni incentrate sulla femmina, e ritengono che la spiritualità femminista, anziché tentare di riformare le religioni patriarcali,  debba ritornare alle origini e cercare di far rivivere le antiche religioni della Dea. Questo punto di vista esercita spesso un’attrazione su donne provenienti dai settori più conservatori del giudaismo e del cristianesimo, che sono state socializzate in modo tale da sentire fortemente il bisogno di rituali religiosi, ma che disperano di poter soddisfare questa loro esigenza nell’ambito delle rispettive tradizioni religiose.

La religione “wicca”, come viene talvolta chiamata, prende la forma di piccole comunità  (“congreghe” o raduni di tredici persone) che celebra rituali legati ai cicli stagionali; solstizi d’inverno e d’estate, equinozi di primavera e d’autunno. Altri riti sono legati a momenti dell’esistenza femminile:  la concezione, la nascita, il menarca, la menopausa, la vecchiaia (età della saggezza). Altri riti ancora sono rivolti a catalizzare forze per protestare contro il male o esorcizzarlo, o per richiamare su di sé benefici (amore, benessere). Molte di queste femministe cultrici della “Dea” o neo-pagane vedono nei riti qualcosa di magico; e pensano che la magia sia una forza spirituale efficace per produrre cambiamenti nel mondo.

I rapporti tra le femministe ebree e cristiane e le neo-pagane sono estremamente ambivalenti. Infatti nel femminismo neo-pagano è implicito, se non esplicito, un rifiuto totale dell’idea che la religione biblica possa avere un contenuto positivo per le donne. Nel migliore dei casi, le cultrici della Dea considerano le femministe ebree e cristiane come donne “liberate” solo in parte. Alcune femministe ebree, da parte loro, considerano la religione delle neo-pagane come un esempio di quell’idolatria che è condannata dai fondamenti stessi della fede ebraica, mentre altre la vedono come un fondamento più antico di una tradizione religiosa semitica dalla quale è scaturito il giudaismo. Non è raro che nelle riunioni delle femministe ebree siano rappresentate entrambe queste tendenze. Sia le ebree che le cristiane, poi, possono anche porre domande critiche sulla presunta accuratezza del “mito” neo-pagano di un matriarcato e di una religione ginocentrica [sic] primitivi, precedenti il patriarcato. A un livello più teologico ci si può poi chiedere sede in una religione basata sui cicli naturali esista un’antropologia adeguata, sulla quale fondare un’etica responsabile.

Finora non è stato possibile tenere fra i movimenti suddetti un dibattito di livello significativo su tali questioni, a causa del coinvolgimento emotivo di entrambe le parti. Un aspetto tipico riscontrabile però di fatto è una sorta di ecumenismo ed eclettismo pratico, poiché, ad esempio, avviene che in convegni sulla spiritualità femminista, patrocinati da assistenti religiosi delle università, siamo rappresentate tutte queste opzioni. Le femministe cristiane, pur non accettando “in toto” la religione “wicca”, nondimeno possono trovare utilizzabili alcune particolari idee rituali, come ad esempio i riti per celebrare il solstizio o i cicli esistenziali. Può darsi che, via via che questi movimenti impareranno a coesistere e ad avere una maggiore fiducia reciproca, potranno tenere un dibattito approfondito sulle differenze, e scoprire se esse siano davvero fondamentali  o non siano invece tessere diverse di un mosaico, che possono inserirsi in una più ampia visione di un mondo redento dalla violenza e dall’ingiustizia, e integrato in maniera armonica nel contesto della creazione rinnovata.»

È penoso pensare che dei sedicenti teologi si siano imbarcati in simili ragionamenti, e non è meno penoso il fatto che riviste “teologiche “ italiane, probabilmente in buona fede, si siano prestate, e tuttora si prestino, a fare da cassa di risonanza a simili vaneggiamenti.

Non ci addentreremo nei tortuosi meandri di questo “pensiero” teologico femminista, con tutte le cose che esso dà per scontate in partenza, senza mai prendersi la briga di discuterle o tentare di dimostrarle – ad esempio, che il cristianesimo e l’ebraismo, peraltro apparentati come se non vi fossero differenze sostanziali del primo rispetto al secondo, siano religioni palesemente maschiliste e prive, o molto difettose, di un contenuto positivo per  le donne.

Ci limitiamo ad osservare che qui traspare la tipica filosofia consumista dell’usa-e-getta: si va al supermercato delle religioni per cercarvi quelle che possono avere un contenuto “positivo” per ciascun gruppo, per ciascuna consorteria, per ciascun individuo: non sono le persone che devono aprirsi alla fede, ma è la fede che deve essere costruita in base alle loro “esigenze” (vocabolo ipocrita che si adopera quando non si ha il coraggio di parlare schiettamente di “bisogni”, che sono qualcosa di autentico, perché si sa che, in fondo, quel che si vuole indicare sono necessità artificiali).

Andiamo dritti alla conclusione, cioè alle proposte operative, laddove l’Autrice suggerisce che le chiese cristiane adottino i riti della religione Wicca, e sia pure limitatamente a singoli aspetti, come la celebrazione dei solstizi o dei cicli esistenziali. Si tratta di un autentico sproposito, che solo la deformazione intellettuale propria di tutte le ideologie parziali, che non sanno mai vedere la realtà nella sua interezza, ma che tutto giudicano sulla base dei loro angusti pregiudizi di genere, di censo o di qualunque altro tipo (e ciò proprio in nome dell’apertura e di un malinteso “ecumenismo”), potrebbe permettere a qualcuno di prendere sul serio.

Prima di tutto, la liturgia non è semplicemente una “tecnica”, che si possa imprestare e passare di mano da una religione all’altra, così come dei ragazzi possono scambiarsi la camicia, la cravatta o la cintura dei pantaloni, ma l’espressione visibile del modo in cui una determinata tradizione religiosa ha consolidato e tramandato il proprio culto. E, siccome le religioni nascono dall’idea di una trascendenza che si manifesta all’uomo e lo coinvolge nella verità, la liturgia non è la semplice somma aritmetica degli atti del culto, ma l’espressione appropriata di quella fede e di quella verità trascendente, cioè assoluta.

In secondo luogo, e come diretta conseguenza di ciò, i singoli riti non sono intercambiabili, non diremo da una religione all’altra, ma neppure all’interno di una stessa religione: ogni rito ha la propria ragion d’essere; e, se pure soggetto, nel corso del tempo, a cambiamenti – perché ogni cosa umana lo è -, nondimeno nessun rito può essere cambiato da un giorno all’altro in modo arbitrario, nessun rito può essere separato dal significato della realtà invisibile che esso vuole esprimere visibilmente. Dunque, l’idea che il cristianesimo possa far propria la cerimonia neo-pagana del solstizio è assurda, perché tale cerimonia presuppone una idea della natura divinizzata, che è agli antipodi dell’idea cristiana della natura come manifestazione del divino, ma come manifestazione imperfetta e in attesa della propria redenzione.

A dirla tutta, riesce difficile credere che chi formula simili proposte sia intellettualmente in buona fede: perché è evidente che, qualora esse venissero recepite, si verificherebbe una graduale infiltrazione di elementi pagani nel cristianesimo, che finirebbero per snaturarlo completamente, non solo a livello liturgico, ma anche a livello teologico e, di conseguenza, culturale, spirituale e morale. Forse è proprio questo che taluni ambienti vogliono. E il fatto che seri teologi cristiani e che serie riviste teologiche cattoliche si mettano a discutere simili “proposte”, la dice lunga sul grado di consapevolezza che possiamo aspettarci da loro…

L’amore è….

bambini-a-scuola1)L’amore è quando esci a mangiare e dai un sacco di patatine fritte a qualcuno senza volere che l’altro le dia a te.

(Gianluca, 6 anni)

 

2) Quando nonna aveva l’artrite e non poteva mettersi più lo smalto,nonno lo faceva per lei anche se aveva l’artrite pure lui. Questo è l’amore.

(Rebecca, 8 anni)

 

3) L’amore è quando la ragazza si mette il profumo, il ragazzo il dopobarba, poi escono insieme per annusarsi.

(Martina, 5 anni)

 

4) L’amore è la prima cosa che si sente, prima che arrivi la cattiveria.

(Carlo, 5 anni)

 

5) L’amore è quando qualcuno ti fa del male e tu sei molto arrabbiato, ma non strilli per non farlo piangere.

(Susanna 5 anni)

 

6) L’amore è quella cosa che ci fa sorridere quando siamo stanchi.

(Tommaso,4 anni)

 

7) L’amore è quando mamma fa il caffè per papà e lo assaggia prima per assicurarsi che sia buono.

(Daniele. 7 anni)

 

8) L’amore è quando una donna vecchia e un uomo vecchio sono ancora amici anche se si conoscono bene.

(Tommaso, 6 anni)

 

9) L’amore è quando mamma dà a papà il pezzo più buono del pollo.

(Elena, 5anni)

 

10) L’amore è quando il mio cane mi lecca la faccia, anche se l’ho lasciato solo tutta la giornata.

(Anna Maria, 4 anni)

 

11) Non bisogna mai dire “Ti amo” se non è vero. Ma se è vero bisogna dirlo tante volte. Le persone dimenticano.

(Jessica, 8 anni)

 

Il Simbolismo dei Colori nell’Arte Buddhista

243740_132571050216696_1114195264_oIl Buddhismo esoterico è unico nel presentare, attraverso le immagini visive, il più astratto dei concetti, che acquisisce così una semplicità intuitiva, comprensibile da tutti.

Esiste nel buddhismo il concetto di “corpo arcobaleno” che simboleggia il penultimo stato di transizione della meditazione: quando la materia comincia a trasformarsi in pura luce. Si dice sia lo stato più elevato possibile nel regno del ‘samsara’ (ciclo della reincarnazione) prima’ della ‘chiara luce’ del Nirvana. Quanto più lo spettro dell’arcobaleno contiene tutte le possibili manifestazioni di luce, e quindi di colore, il “corpo arcobaleno” indica il risveglio del sé interiore alla completa conoscenza terrestre cui è possibile accedere prima di salire oltre la soglia dello stato di Nirvana. Comprensibilmente, quando questo concetto è raffigurato nelle arti visive, a causa della profusione di colori, risulta spettacolare e unico.

L’estetica buddhista tratta spesso, attraverso vari riferimenti, cinque colori (Pancha-Varna). Questi sono bianco, giallo, rosso, blu, verde e sono stati canonizzati a seguito di questa citazione dal Tantra Chandamaharosana:

Nero: simboleggia uccisione e rabbia

Bianco: indica il riposo e il pensiero

Giallo: sta per limitazione e nutrimento

Rosso: sottomissione e chiamata

Verde: significa esorcismo

L’ordine può cambiare, ma il numero rimane sempre di cinque. Come i cinque Buddha trascendentali, personificazioni degli aspetti astratti del Buddha, tutti caratterizzati da un colore:

1. Vairochana – bianco

2. Ratnasambhava – giallo

3. Akshobhya – blu

4. Amitabha – rosso

5. Amoghasiddhi – verde

 

E’ importante notare che ciascuno di questi cinque Buddha, e i loro rispettivi colori, si dice favoriscano il processo di trasformazione in cui specifiche negatività umane sono cambiate in qualità positive. In particolare si ritiene che meditando sui singoli colori, che contengono le loro rispettive essenze, possono essere conseguite le seguenti metamorfosi :

Bianco – trasforma l’illusione di ignoranza nella saggezza della realtà.

Giallo – trasforma l’orgoglio in saggezza di identità.

Blu – trasforma la rabbia in saggezza.

Rosso – trasforma l’illusione di attaccamento nella saggezza del discernimento.

Verde – trasforma la gelosia in saggezza di realizzazione.

Quindi troviamo che l’antico pensiero buddhista ha posto molta enfasi sul significato spirituale di colori, che naturalmente hanno influenzato anche lo sviluppo e la pratica dell’estetica buddhista.

Un’ulteriore indagine sui cinque colori ci porta alla Mahavairochana-Sutra, in cui si afferma che un mandala, simbolo per eccellenza del Buddhismo tibetano, deve essere dipinto in cinque colori. Prescrive inoltre che si dovrebbe iniziare l’interno del mandala col bianco seguendo poi con rosso, giallo, blu e nero.

Il Chakrasambhara-tantra prescrive che le pareti di un mandala dovrebbero essere dipinte in cinque colori mantenendo quest’ordine: nero all’interno seguito dal bianco, giallo, rosso e verde. In molti mandala, le quattro direzioni all’interno del palazzo sono contraddistinte da colori diversi. L’est è indicato dal bianco, l’ovest dal rosso, il nord dal verde e il sud dal giallo, mentre il centro è dipinto di blu. Il Kalachakra-tantra, invece, prevede un sistema completamente diverso di colori per indicare le direzioni: il nero indica l’est, il giallo l’ovest, il bianco

il nord, il rosso il sud. Comunque qualunque sia l’associazione dei colori con le direzioni, il cerchio di protezione di un mandala di solito è sempre disegnato in rosso.

Il riferimento ai cinque colori è stato fatto anche in un contesto completamente diverso, vale a dire nel processo di purificazione e potenziamento degli organi di senso.

Ciò si verifica durante la meditazione sulla dea Tara:

Bianco per gli occhi

Blu per le orecchie

Giallo per il naso

Rosso per la lingua

Verde per la testa.

 

In una visualizzazione spettacolare, la tradizione tibetana afferma che la sillaba HUM (parte del mantra Om Mani Padme Hum), anche se di colore blu, irradia cinque colori diversi. Il punto sulla mezzaluna dovrebbe essere blu, la mezzaluna bianca, la testa di colore giallo, la sillaba ”ha” è rossa e la vocale ‘u’ è verde.

I quattro elementi aria, fuoco, acqua e terra sono anche individuati nella Kalachakra-tantra con quattro diversi colori: rispettivamente blu (o nero), rosso, bianco e giallo. Questi quattro elementi sono ulteriormente descritti come semi-circolare, triangolare, circolare e quadrato. Questo precorre le immagini tantriche in cui il colore e la geometria (non si escludono a vicenda) sono gli elementi fondamentali che compongono l’intero edificio del simbolismo tantrico.

Così anche se il contesto può variare, il Buddhismo identifica il significato di pochi colori principali e il loro uso è proposto in una serie di circostanze. Questi colori sono:

 

1. Bianco

2. Nero

3. Blu

4. Rosso

5. Giallo

6. Verde

 

Bianco

 

Non è necessariamente pensato come un colore. Si verifica quando l’intero spettro della luce è visto insieme o quando rosso, giallo e blu sono mescolati. Tutto ciò che è presentato in bianco, significa che nulla è nascosto, segreto o indifferenziato. Così anche Saraswati la dea dell’apprendimento e della conoscenza è rappresentata di colore bianco. Infatti la conoscenza e l’apprendimento non devono essere nascosti, ma essere aperti e disponibili per tutti.

Si pensa che il bianco abbia una caratteristica molto fredda, come la neve, o all’estremo opposto possa essere estremamente caldo, come un metallo che brucia. Entrambe queste situazioni possono essere un pericolo per la vita e quindi ci ricordano la transitorietà delle cose. Così la dea Tara nella sua forma che garantisce longevità per i fedeli è raffigurata di color bianco (denominata appunto Tara bianca). Simboleggia anche la purezza, la santità e la pulizia. E’: ‘Colei che conduce fuori oltre il buio della schiavitù‘.

Il bianco è un colore che integra e, al tempo stesso, divide le cose nello spettro dell’arcobaleno della vita quotidiana.

Il colore bianco appare in numerosi episodi della mitologia buddhista: uno dei più noti è la nascita del Buddha. La leggenda racconta che la regina Maya, madre del Buddha, sognò un elefante bianco che, volando per aria, sfiorò il suo fianco destro. Ora gli elefanti sono ben noti per la loro forza e intelligenza, e sono anche associati con le nuvole grigie di pioggia e la fertilità. Infatti l’acqua piovana fa sì che i semi siano in grado di germinare e di far sgorgare della vita vegetativa. Il colore bianco del maestoso animale aggiunge a questo racconto un elemento di purezza e candore. Nelle sue vite precedenti Buddha era stato più volte un elefante, come indicato nella Gataka, o nei racconti della sua nascita precedente. L’elefante bianco del sogno si crede sia stato Maitreya (il Buddha del futuro) disceso dal cielo in modo da rendere possibile la nascita di Sakyamuni (il Buddha attuale). Rappresenta anche per la regina Maya una nascita casta, o l’elemento del trionfo dello spirito sulla carne (Buddha nacque appunto dal fianco di Maya).

Nero

 

Significa l’oscurità primordiale. Nel regno dove c’è il buio, perché non c’è luce riflessa, c’è anche un suono che non possiamo sentire in quanto è così in alto nella scala armonica da essere inaccessibile alle capacità auditive di ogni essere fisico. La meraviglia della creazione può essere manifestata attraverso il graduale rallentamento di queste vibrazioni. Il buio diventa luce, le ombre colori, i colori suono e il suono crea le forme.

Uno degli esempi più interessanti è rappresentato dai cosiddetti dipinti in nero. La speciale categoria dei Thangka neri, i potenti dipinti dal significato profondamente mistico dove le forme balzano scintillanti e brillanti fuori da un buio trasparente. Ebbero il loro periodo di maturità nella seconda metà del XVII secolo.

La potenza estetica dei Thangka neri deriva dal contrasto di linee potenti contro uno sfondo nero, che li rende uno dei mezzi più efficaci per apprezzare la maestria tibetana nei lavori grafici.

Nella lavorazione dei Thangka neri ci sono notevoli variazioni nella tecnica, al di là della rilevanza delle linee d’oro su sfondo nero e alle figure di grandi dimensioni, ci sono varie impostazioni delle figure e una varietà di colori, fiammate ed aureole.

I dipinti in nero, apparendo relativamente tardi nell’arte buddhista, hanno aggiunto un altro mezzo con cui gli artisti possono evocare visioni di mondi misteriosi e trascendenti. Come le divinità feroci, che spesso sono l’oggetto di questi thangka, il nero simboleggia le tenebre dell’odio e dell’ignoranza, nonché il ruolo che queste caratteristiche devono svolgere per il risveglio della chiarezza e della verità.

I Thangka con lo sfondo nero rappresentano una categoria speciale di pittura contemplativa. Sono una variante molto mistica ed esoterica, di solito riservata per la pratica avanzata. Il nero è il colore dell’odio, trasformato dall’alchimia della saggezza in compassione. Il buio rappresenta l’imminenza dell’assoluto, la soglia dell’esperienza. E ‘utilizzato per terrificanti azioni rituali, la radicale conquista del male in tutte le sue forme – non tramite l’annientamento, ma trasformando anche il male in bene. Così, nei dipinti neri (T- nagtang), il fondo nero proietta in avanti le divinità in visioni luminose di colori translucidi.

Blu

 

L’eternità, la verità, la devozione, la fede, la purezza, la castità, la pace, la vita spirituale e intellettuale, queste sono alcune delle associazioni che appaiono in molte culture diverse esprimendo la sensazione generale che il blu è il più freddo, più distaccato e meno “materiale” tra le varie tonalità. La Vergine Maria e Cristo sono spesso raffigurati con il blu, che è anche la caratteristica delle divinità del cielo incluso Amon in Egitto, la Grande Madre dei Sumeri, il greco Zeus (Giove per i Romani), la Indra indù, Vishnu e la sua incarnazione dalla pelle blu Krishna.

Nel Buddhismo sia il blu chiaro (azzurro) che gli aspetti più oscuri di questo colore misterioso sono importanti.

Il significato di luce e ombra si riflette nella supremazia del turchese, pietra semi preziosa nella vita spirituale e religiosa quotidiana dei fedeli buddhisti, che hanno varie credenze su questa pietra. In termini generali il turchese è un simbolo del mare e del cielo blu. L’infinito nel cielo parla delle altezze infinite cui si può salire. La pietra è opaca come la terra, ma solleva lo spirito elevato, scoprendo per noi la saggezza sia della terra che del cielo.

Il turchese, quando viene indossato su un anello si ritiene assicuri un viaggio sicuro.

indossato come orecchino salvaguarda dalla reincarnazione come asino.

Quando il turchese appare in sogno è di buon auspicio, se viene trovato porta molta fortuna e nuova vita (al contrario è considerato cattivo segno trovare oro o corallo); quando cambia il colore in verde indica l’epatite, ma allo stesso tempo trae fuori l’ittero e soprattutto si pensa assorba il peccato. Fili di grani di preghiera includono anche turchesi, infatti quando si prega la dea Tara, popolare nella sua forma verde, a causa dell’associazione di colore, è auspicabile farlo con un rosario interamente composto di perline color turchese. Esiste anche un turchese “vivo” o “morto”. Quello vivo ha un colore blu sano, mentre il turchese morto è diventato bianco o nero. Nel naturale processo di invecchiamento del turchese, l’esposizione alla luce e agli oli per il corpo scurisce il suo colore, virandolo al nero. I tibetani paragonano questo invecchiamento alla salute umana e alla morte. Indossare un turchese “vivo” è quindi molto auspicabile, in quanto darà lunga vita a chi lo indossa.

Il turchese è stato considerato pietra sacra anche da antiche culture diverse da quella tibetana. Era sacro in Egitto, insieme con malachite e lapislazzuli. Lo era per la cultura persiana, dove simboleggiava la purezza. Gli Indiani d’America credono protegga e custodisca il corpo e l’anima. Gli Zingari indossano questa pietra nell’ombelico, credendo che sia positiva per tutto.

Nulla illustra meglio la spettacolare influenza che ha il blu più scuro nell’ estetica buddista se non il ‘Buddha Blu’, noto anche come il Buddha della Medicina o della Guarigione.

La caratteristica più peculiare del Buddha (Blu) della Medicina è il suo colore, l’azzurro intenso del lapislazzuli. Questa pietra preziosa è stata notevolmente apprezzata da culture asiatiche ed europee per più di seimila anni e, fino a tempi relativamente recenti, il suo valore ornamentale è stato pari, o addirittura superiore, a quello del diamante. Un alone di mistero circonda questa gemma, forse perché le sue principali miniere si trovano nella regione remota del Badakshan del nord-est dell’Afghanistan, una zona impervia, quasi inaccessibile, situata dietro l’Hindu Kush. Un commentatore ha scritto: “Gli esemplari più belli di lapislazzuli, intensamente blu con le onde a chiazze e volute brillanti di pirite color oro, assomigliano alla notte ardente con miriadi di stelle.”

E.H. Schafer riassume l’interesse buddhista per i lapislazzuli:

“I cinesi non sono i soli, tra i popoli dell’Estremo Oriente, nella loro ammirazione per il minerale blu. I tibetani lo valutavano al di sopra di tutti gli altri, anche più dell’oro, mentre i montanari ci videro l’immagine del cielo azzurro, asserendo che i capelli della loro dea avevano quel colore. Sia gli uomini che le donne lo indossavano (quel colore) sulle loro teste “.

Infatti anche oggi statue nel Tibet e nel regno Himalayano del Nepal hanno i capelli dipinti di blu.

Tradizionalmente questa bella pietra è stata usata per simboleggiare ciò che è puro o raro. Si dice avesse un effetto curativo o di rafforzamento per chi lo indossava e la sua morbidezza naturale permetteva una lucidità per un elevato grado di riflessione. Nel campo della medicina alternativa, essendo associata ad una certa freddezza, viene utilizzata contro l’infiammazione, le emorragie interne o i disturbi nervosi. Per tutti questi motivi, oltre al fatto che la profonda luce blu ha un effetto curativo su coloro che la utilizzano nelle pratiche di visualizzazione, questa pietra risulta molto importante nel misticismo buddhista.

 

Infatti il Maestro Blu della Guarigione (Buddha blu della medicina) è una delle figure più onorate nel pantheon buddista. In uno dei sutra (testi canonici) principali, concernente il Buddha della Medicina, Shakyamuni dice:

 

Vi supplico, Beato Guru della Medicina,

il cui corpo color cielo, santo corpo di lapislazzuli

Significa onnisciente saggezza e compassione

Vasta come spazio illimitato,

Per favore dammi la tua benedizione.

 

Rosso

 

Il rosso nel corso dello sviluppo della civiltà ha avuto connotazioni di vita ed è stato abbinato a significati sacri. Si è sviluppato come sinonimo di conservazione della nostra forza vitale, come nel logo della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. Segnali di pericolo sono spesso circondati di rosso per indicare un avvertimento o minaccia per la vita. Il fuoco ha due aspetti, quello positivo di utilità e riscaldamento e quello distruttivo di incontrollabile calamità.

Il simbolismo del colore rosso risplende nell’estetica buddhista nel tipo di dipinti noti come “thangka rossi”, uno stile che richiede elevato virtuosismo tecnico. Tutti gli elementi che compongono questa pittura sono riassunti nella caratteristica complessiva dello sfondo rosso di questo particolare genere di thangka. Il rosso è il colore dei rituali e delle azioni potenti, è il colore della passione, trasformata per discriminare la saggezza. Questo è particolarmente rilevante nei rituali di meditazione vigorosa che richiedono strumenti altrettanto potenti di meditazione.

Un’altra dimensione per quanto riguarda il colore rosso è la convinzione che circonda il corallo, la pietra semi-preziosa, che è un dono della “madre oceano” per ricordarci della nostra fondazione eterna. In realtà è composto di scheletri di piccoli animali incastrati nella roccia come rami duri. Questo ci ricorda le nostre ossa – dure e durevoli. Il corallo ci insegna la forma e anche il flusso e la flessibilità della forma. Vive e respira in mare, ma le sue radici sono ancorate a terra.

Il corallo è una delle cinque pietre sacre per i buddhisti tibetani e simboleggia l’energia della forza vitale.

Spesso si crede sia una protezione contro il malocchio. Secondo una curiosa credenza quando il suo colore impallidiva chi lo indossava era malato, esposto alle malattie o aveva ingerito del veleno. Se invece il colore scuriva chi lo indossava era guarito. Lo stesso attributo è stato associato con il ciclo mestruale della donna che, si supponeva, il corallo “condividesse” con le donne. Corallo era anche usato per arrestare il flusso di sangue da una ferita, curare la follia, impartendo la saggezza e calmando l’agitazione.

Nel Buddhismo si crede che l’influenza del corallo sia generalmente buona e in Tibet e Nepal lo vedono come un buon investimento, e credono che la persona che lo indossa avrà successo nella vita. Il colore rosso è di buon auspicio nella cultura tibetana, è un colore sacro, uno dei colori dei cinque Buddha e il colore delle vesti del monaco. Si crede abbia qualità protettive ed è quindi spesso usato per dipingere gli edifici sacri. Nella vicina Cina il corallo è un simbolo di longevità, mentre in India è usato per prevenire le emorragie. Hans Weihreterha ha studiato le credenze sul corallo, nella cultura del Tibet occidentale, centrate sul sangue, che si pensa sia rafforzato da questa pietra che agisce anche beneficamente nel periodo mestruale femminile.

 

Giallo

 

Il giallo è il colore più vicino alla luce del giorno. Ha il più alto valore simbolico nel Buddhismo attraverso il suo legame con le vesti color zafferano dei monaci. Questo colore, in precedenza indossato dai criminali, è stato scelto da Gautama Buddha come un simbolo della sua umiltà e della separazione dalla società materialista. Significa quindi rinuncia di desiderio e umiltà. E’ il colore della terra, simbolo del radicamento e della serenità della terra.

 

Verde

 

Il verde si trova nel mezzo dello spettro visibile dei colori e riassume così le qualità di equilibrio e di armonia. E’ il colore che si riferisce alla natura, agli alberi e alle piante. Quindi il verde di Tara rappresenta una miscela di bianco, giallo e blu – i colori che simboleggiano, rispettivamente, le funzioni di pacificare, aumentare e distruggere.

Verde indica anche il vigore giovanile e l’attività e quindi Tara Verde è sempre mostrata come una giovane ragazza con una natura maliziosa e giocosa.

 

Il Signore buddihsta del karma (azione), Amoghasiddhi, è anche associato a questo colore, ribadendo che il verde nel pensiero buddhista è il colore dell’azione.

 

Oro

Un altro colore importante nel misticismo buddihsta è l’oro. Le statue preparate nelle regioni tibetane sono spesso dipinte d’oro.

Non solo i visi, ma spesso le figure complete venivano dorate con oro zecchino. Infatti la pratica di pitturare le statue, in particolare i loro volti, con vernice d’oro è esclusivamente tibetana. Se, quindi, in una scultura appaiono tracce dorate, è molto probabile che provenga dal Tibet.

I tibetani hanno un amore per l’oro che risale a tempi antichissimi. Questa passione si riflette nel loro artigianato, che è stato lodato nelle cronache cinesi fin dai tempi del periodo Tang.

L’oro nel Buddhismo simboleggia il sole o il fuoco.

Al più prezioso dei metalli è accordato uno status sacro grazie alla sua associazione con Surya, il dio del sole del pantheon indù. La lega di oro con altri elementi è quindi considerata come un atto di sacrilegio, perché diluisce lo splendore naturale della radianza dell’oro. Così quando viene utilizzato nelle belle arti, sia in scultura o pittura, l’oro è sempre il più puro, a 24 carati.

Ma se l’estetica buddhista teorizza colori da utilizzare principalmente per il loro tradizionale significato simbolico, in pratica si riconosce il loro forte effetto emotivo. In un’applicazione troppo colore non è una semplice questione di tonalità, saturazione e densità. I pigmenti utilizzati sono scelti e adottati come tradizionali, perché il loro particolare colore evoca le risposte emotive volute. Questi colori non sono diluiti di intensità o ‘smorzati’, la loro forza è sempre utilizzata al massimo. Inoltre i colori combinati come prescritto per soddisfare il simbolismo, sono giustapposti in quantità studiate molto abilmente in modo da produrre effetti visivi precisi, ma indescrivibilmente emotivi.

Le figure rappresentate nell’arte buddhista si sono naturalmente evolute dai fondamentali principi tradizionali. Ma le immagini buddhiste non hanno mai avuto interesse di imitare il mondo esterno. L’obiettivo della superficie colorata non vuole sfidare il confronto con qualsiasi immagine sensualmente derivata della realtà esterna. Vuole invece stimolare le radiose icone interiori, i cui corpi e le caratteristiche potrebbero essere abbastanza irrealistici, in ogni senso comune del termine. Pelle blu o rossa, molte braccia e teste sono all’ordine del giorno.

La densità e la forza dei colori, il vigore di sviluppo plastico dà vita alle immagini, e al tempo stesso interpone una barriera tra l’icona interiore e qualsiasi altro oggetto visivo analogo. Questa è destinata a produrre un grado più elevato di oggettività di qualsiasi riflessione transitoria sulla retina dell’occhio, un mondo coerente della fantasia contro cui i fenomeni visivi reali appaiono grigi e pallidi.

 

Bibliografia ed approfondimenti

 

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* Fisher, Robert E. Art of Tibet. London: Thames and Hudson, 1997.

* Gabriel, Hannelore. Jewelry of Nepal: London, 1999.

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* Lipton, Barbara, and Ragnubs, Nima Dorjee. Treasures of Tibetan Art: Collection of the Jacques Marchais Museum of Tibetan Art. New York: Oxford University Press, 1996.

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* Shrestha, Romio. Celestial Gallery: New York, 2000.

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* Lilly, Sue. Modern Colour Therapy: London, 2001.

http://www.cultorweb.com/Simbolismo/ColBudC.html

 

 

 

 

 

 

L’alchimista di Paulo Coelho

97544379_d04722c14c_bUn mercante, una volta, mandò il figlio ad apprendere il segreto della felicità dal più saggio di tutti gli uomini. Il ragazzo vagò per quaranta giorni nel deserto, finché giunse a un meraviglioso castello in cima a una montagna. Là viveva il Saggio che il ragazzo cercava.

Invece di trovare un sant’uomo, però, il nostro eroe entrò in una sala dove regnava un’attività frenetica: mercanti che entravano e uscivano, ovunque gruppetti che parlavano, una orchestrina che suonava dolci melodie. E c’era una tavola imbandita con i più deliziosi piatti di quella regione del mondo. Il Saggio parlava con tutti, e il ragazzo dovette attendere due ore prima che arrivasse il suo turno per essere ricevuto.

Il Saggio ascoltò attentamente il motivo della visita, ma disse al ragazzo che in quel momento non aveva tempo per spiegargli il segreto della felicità. Gli suggerì di fare un giro per il palazzo e di tornare dopo due ore.

Nel frattempo, voglio chiederti un fa…vore, concluse il Saggio, consegnandogli un cucchiaino da tè su cui versò due gocce d’olio. Mentre cammini, porta questo cucchiaino senza versare l’olio.

Il ragazzo cominciò a salire e scendere le scalinate del palazzo, sempre tenendo gli occhi fissi sul cucchiaino. In capo a due ore, ritornò al cospetto del Saggio.

Allora, gli domandò questi, hai visto gli arazzi della Persia che si trovano nella mia sala da pranzo? Hai visto i giardini che il Maestro dei Giardinieri ha impiegato dieci anni a creare? Hai notato le belle pergamene della mia biblioteca?’

Il ragazzo, vergognandosi, confessò di non avere visto niente.

La sua unica preoccupazione era stata quella di non versare le gocce d’olio che il Saggio gli aveva affidato.

Ebbene, allora torna indietro e guarda le meraviglie del mio mondo, disse il Saggio. Non puoi fidarti di un uomo se non conosci la sua casa.

Tranquillizzato, il ragazzo prese il cucchiaino e di nuovo si mise a passeggiare per il palazzo, questa volta osservando tutte le opere d’arte appese al soffitto e alle pareti. Notò i giardini, le montagne circostanti, la delicatezza dei fiori, la raffinatezza con cui ogni opera d’arte disposta al proprio posto. Di ritorno al cospetto del Saggio, riferì particolareggiatamente su tutto quello che aveva visto.

Ma dove sono le due gocce d’olio che ti ho affidato? domandò il Saggio.

Guardando il cucchiaino, il ragazzo si accorse di averle versate.

Ebbene, questo è l’unico consiglio che ho da darti, concluse il più Saggio dei saggi.

Il segreto della felicità consiste nel guardare tutte le meraviglie del mondo senza dimenticare le due gocce d’olio nel cucchiaino”.

 

Stanley Kubrick

bye2Talvolta la verità di una cosa non sta tanto nel pensiero di essa quanto nel modo di sentirla.