Il grande olocausto dei nativi americani

mappa indianidi Luca Tentori

Fonte: statopotenza

 LO STERMINIO DEGLI INDIANI DELL’AMERICA DEL NORD

 

Come di consueto il 27 Gennaio di ogni anno si celebra la “Giornata della Memoria” per ricordare gli ebrei deportati e uccisi dal regime nazista. Va detto innanzitutto che chi scrive allontana qualunque accusa di negazionismo o di razzismo nei confronti di quanti persero la vita o furono sottoposti ad orribili torture nei campi di concentramento del Terzo Reich, poiché ad essi come a tutti gli altri sventurati che hanno subito simili abomini deve essere riconosciuto rispetto ed onore. Ciò che si vuole quantomeno osservare con occhio critico è come tale vicenda sia ormai da molti anni posta all’attenzione generale dei media che si prodigano in tutti i modi a ribadire il martirio del popolo ebraico (sempre che dell’esistenza di un tale popolo si possa parlare), e tacciando di razzismo ed antisemitismo chiunque metta anche solo semplicemente in discussione questioni come la legittimità o le singole azioni di Israele o la validità dei contenuti dell’ideologia sionista. Ogni qualvolta una persona o un gruppo politico della più diversa natura accenna anche ad un minimo discorso a riguardo, partono le solite accuse di complicità con chi negli anni del dominio hitleriano ha pianificato l’omicidio di numerosi innocenti. Sotto tale luce risulta quantomeno sospetto come invece altri e ben più vasti genocidi sono stati rimossi completamente dalla coscienza comune oppure, ancor peggio, giustificati in vario modo. Per vastità e modalità di esecuzione, il più noto è senza dubbio quello dei nativi che popolavano l’America settentrionale e che vengono normalmente chiamati Indiani o pellerossa. I motivi per cui tale genocidio sia passato in secondo piano, quando non del tutto dimenticato, sono molti, ma nessuno assolutamente giustificabile.

Il massacrò iniziò praticamente pochi anni dopo la scoperta del continente americano e si concluse alla soglia della Prima Guerra Mondiale, quindi si sviluppò lungo un periodo di tempo molto vasto e difficilmente delimitabile. Le modalità del genocidio poi sono state molte, dall’eccidio vero e proprio di intere comunità sterminate sistematicamente con le armi da eserciti regolari o da soldataglie criminali assoldate alla bisogna per mantenere pulita l’immagine dei governi ufficiali, alla diffusione intenzionale di malattie endemiche come il vaiolo. A testimonianza di ciò vale la pena di riportare le parole del generale inglese Jeffrey Amherst nell’impartire un ordine al colonnello Bouquet durante la rivolta di Pontiac nel 1763: “Farete bene a tentare di contaminare gli Indiani mediante coperte in cui abbiano dormito malati di vaiolo, oppure con qualunque altro mezzo a sterminare questa razza esecrabile…”. Altri metodi di genocidio furono la fame, bruciando intenzionalmente i frutti della terra, o le deportazioni forzate attraverso territori enormi per mezzo di estenuanti marce forzate in pessime condizioni igieniche e climatiche.

Moltissimi furono poi gli Indiani che perirono nelle guerre tra le varie potenze europee che occupavano il suolo americano (Spagna, Impero britannico, Francia) e successivamente durante la guerra d’indipendenza delle colonie americane. In questi casi gli Indiani che scelsero di servire dalla parte della causa poi rivelatasi perdente (e purtroppo la maggioranza fece questa scelta prima con i francesi e poi con le forze lealiste all’Impero britannico) andarono incontro a durissime conseguenze. I coloni di origine europea non perdevano nessuna occasione di provocare gli Indiani spingendoli a commettere azioni violente, attirandoli in risse, violando i loro territori di caccia, abbattendo in massa i bisonti, vendendo loro alcool. I popoli indigeni di queste terre avevano una lunghissima tradizione guerriera e una psicologia molto semplice, per cui un torto fatto ad un membro di una tribù equivaleva per loro ad un atto di guerra scatenando la reazione indiana verso il “nemico bianco”, e in questi casi vittime di tale reazione erano anche molti innocenti. Del resto queste reazioni violente verso i coloni si dimostrarono ben più perniciosi verso gli Indiani che non verso i coloni stessi, i quali venivano aizzati volutamente da pochi interessati alla vendetta e alla rappresaglia contro i “selvaggi”, rei di terribili colpe, deumanizzati e dipinti agli occhi dell’opinione comune come belve feroci da abbattere ad ogni costo. Un altro pretesto che veniva usato contro gli Indiani era l’accusarli di “insensato tradizionalismo” ossia la loro legittima ostilità a sottomettersi ad usi e costumi che non gli appartenevano e il rivendicare diritti (se di rivendicazione si può parlare, perché chi da secoli vive in un determinato territorio ed esercita la sua sovranità su di esso, lo può ben considerare la propria Patria) su enormi porzioni di territorio, che i coloni non potevano sfruttare. Evidentemente la violazione della sovranità nazionale degli altri Paesi e la pretesa superiorità di uno stile di vita rispetto ad altri giudicati selvaggi e l’intervento violento per imporre quello stile di vita è una tradizione ben radicata nella cultura statunitense che perdura ancora oggi!

A tutto questo si aggiungeva poi l’idea che la storia umana è fatta di scontri di civiltà, e quindi una società più evoluta e più potente ha il legittimo diritto di sottomettere con ogni mezzo, civiltà e culture più deboli e arretrate: quindi gli Indiani, ritenuti inferiori e refrattari alla modernizzazione anglosassone, non avevano alcun diritto ad ostacolare lo sviluppo del futuro stato americano.

Altro aspetto che pesa sulla vicenda del genocidio è che gli Indiani, contrariamente ad altri casi similari, non si sono affatto rassegnati più o meno passivamente allo sterminio, ma hanno reagito con coraggio affrontando la violenza dei colonizzatori con continui tentativi di liberazione sfruttando al meglio le loro antiche abilità guerriere, compensando con l’astuzia e l’abilità l’enorme divario di forze in campo, riuscendo in più occasioni a sconfiggere i loro avversari.

Come purtroppo spesso accade, chi reagisce ad una violenza allo stesso modo è vittima del diffuso ed ipocrita pensiero pacifista, quindi spesso si sentono discorsi insensati nei quali gli Indiani assumono il ruolo dei “cattivi”, dei guerrieri sanguinari, quindi la reazione dei colonialisti viene tutto sommato giudicata legittima perché difensiva e questo getta ulteriore polvere sulla vicenda rendendo difficile un giudizio obiettivo.

La stessa cosa avviene spesso quando si considera il lungo conflitto israelo-palestinese, dove le forze di resistenza all’aggressore sionista vengono accusate di terrorismo o di guerrafondaismo, come se questo bastasse a fare passare in secondo piano l’aggressione e la violenta e progressiva privazione di territorio di cui la popolazione palestinese è tuttora vittima, e che giustamente reagisce nell’unico modo possibile.

Dopo aver tratteggiato questo quadro, legato per lo più alla visione della società di allora, va quindi analizzato il perché questo avvenimento così tragico sia tuttora molto poco trattato dalle presunti “menti aperte” della civiltà odierna. Se consideriamo i sopravvissuti al plurisecolare massacro vediamo che essi si attestano su circa 800.000 individui, di cui solo la metà di genetica a prevalenza indiana e che costoro coprono la fascia più povera della popolazione statunitense. Basti pensare che il reddito medio settimanale di una famiglia indiana negli USA è di 30 dollari (contro una media nazionale di 130);che hanno una speranza di vita di 42 anni (contro i 67 della media nazionale); una mortalità infantile e un tasso si suicidi tra gli adolescenti rispettivamente di 5 e 10 volte superiore alla media nazionale; che i 45% degli abitanti delle riserve è disoccupato e il 42% di essi è analfabeta. Va poi sottolineato che i territori delle riserve sono ricchissimi di materie prime:l’80% dell’uranio, il 40% del petrolio e il 75% del carbone, estratti negli USA provengono dalle riserve, ma lo sfruttamento di tali risorse è appannaggio di una ventina di grandi compagnie che se ne dividono i profitti, mentre agli Indiani non spettano che ridottissime provvigioni. Per coloro che cercano una via di fuga dalle riserve, la situazione non migliora di certo: dispersi in tristi realtà di degrado urbano, a cui ben pochi offrono un lavoro stabile, emarginati e disprezzati, i discendenti delle antiche tribù indiane diventano facili prede della droga, dell’alcolismo e della malavita.

E’ logico quindi che a ben pochi importa della loro sorte o dei soprusi subiti in secoli di aggressione coloniale e di certo sono ben pochi tra di loro quelli che possono usufruire dei mezzi di comunicazione di massa per far conoscere a quante più persone i gravissimi torti subiti. Del resto gli Stati Uniti, in questa fase storica di progressivo appannamento della loro immagine a livello internazionale e dei loro aggravati problemi socioeconomici, hanno ben poco interesse a farsi ulteriore cattiva pubblicità, mostrando una delle più sanguinose basi su cui è stata costruita la loro attuale potenza.

Stridente è il contrasto con l’olocausto della comunità ebraica, i cui appartenenti oggi in buona parte ricoprono cariche istituzionali importanti in molti organismi politici ed economici a livello nazionale ed internazionale, sono proprietari di banche, imprese multinazionali, radio, giornali e televisioni oltre all’acquisizione di parecchie simpatie negli ambienti più disparati. Se poi paragoniamo il territorio-simbolo della comunità ebraica internazionale, ossia lo Stato di Israele, potenza regionale militare ed economica, con le poverissime e dimenticate riserve indiane, la misura è colma. In altre parole tutto è riconducibile a un preciso calcolo economico e geopolitico delle potenze imperialiste: ricordare il genocidio degli Indiani non rende, non rafforza l’immagine di queste potenze, né genera profitti, mentre ricordare il genocidio ebraico è utile a tali scopi.

Tutte queste motivazioni sono necessarie per capire come mai il genocidio dei nativi americani sia passato in secondo piano rispetto ad altri, ma per chi è ancora scettico riguardo all’entità e alle modalità di tale disastro umanitario è sufficiente citare le tappe più importanti della sua esecuzione.

MILIONI DI NATIVI D’AMERICA STERMINATI

La conquista del suolo americano si può suddividere in cinque grandi fasi.

La prima fase (1512-1689) è caratterizzate dalle imprese isolate di pionieri di varia origine (in genere spagnoli, inglesi, olandesi e francesi),molti dei quali erano persone che avevano scelto questa via per sfuggire ad un destino di prigionia in Europa. Inizialmente i nativi furono accoglienti verso questi nuovi arrivati, ma in breve, di fronte alle mire egemoniche di cui presto diedero mostra, mutarono ben presto atteggiamento opponendo una dura resistenza all’avanzata dei conquistatori, ma venendo infine sconfitti dalla superiorità bellica di questi ultimi.

L’episodio che caratterizzò più di tutto questa fase fu la vittoriosa resistenza all’invasione francese da parte degli Irochesi. Essi erano al tempo i più evoluti fra i nativi nordamericani e costituivano la “Lega della lunga casa”, con un ordinamento giuridico evoluto e comprendevano cinque tribù (per questo vennero chiamati anche “Lega della Cinque Nazioni”: Mohawk, Oneida, Onondaga, Cayuga e i Seneca, questi ultimi i più numerosi e agguerriti. Va detto che in genere i rapporti dei nativi con i francesi fu relativamente buono (soprattutto con le tribù Algonchine, nemiche storiche degli Irochesi). Questo, non perché i francesi fossero migliori ma semplicemente perché i loro interessi erano più volti al commercio, che all’acquisizione di terre. Tuttavia i capi Irochesi erano lungimiranti e sapevano bene che la presenza dei nuovi arrivati avrebbe portato loro solo sciagure. Essi contavano 12.000 individui, di cui circa 1200 guerrieri. Le prime azioni degli Irochesi furono dirette contro le tribù vicine, amiche dei francesi, in maggioranza Huroni, che vennero quasi completamente annientati. Poi i guerrieri delle cinque nazioni diressero i loro attacchi contro i Neutral e gli Erie, che fecero analoga fine e i cui resti andarono ad ingrossare le fila irochesi.  La guerra vera e propria contro i francesi iniziò nel 1652, quando un Seneca venne arrestato e arso vivo dai francesi a Trois-Rivieres.  Bramosi di vendetta,  600 guerrieri irochesi devastarono la località. Nel 1660 un’armata di 1200 Irochesi guidati da Aharihon tentarono l’assalto a Quebec, ma incontrarono una forte resistenza che li costrinse a limitarsi a tenere sotto assedio la città per un anno. In seguito all’arrivo di tre nuovi comandanti francesi: Talon, Tracy e Courcelles, i francesi contrattaccarono con alterne fortune, ma senza mai spezzare la resistenza nemica che li logorava con continui attacchi seguiti da rapidissime ritirate. Nel 1684 gli Inglesi costruirono un’alleanza con gli Irochesi, fornendo loro armi in quantità. Nonostante fossero state avviate dei tentativi di pacificazione, un’azione vergognosa del nuovo governatore Denonville le fece fallire. Costui invitò 60 Indiani ad un banchetto con la scusa di negoziare, ma invece li fece spedire come schiavi in Francia. I futuri schiavi però non videro mai la loro destinazione: morirono tutti durante il viaggio a causa di un’epidemia contratta sulla nave. Gli Irochesi non dimenticarono mai questo affronto. Ebbri di vendetta piombarono il 5 agosto 1689 sul villaggio di Lachine, radendolo al suolo, uccidendo o catturando tutti gli abitanti. Nessun altro tentativo francese spezzò la loro resistenza. Ad aggravare la situazione, in quell’anno l’Inghilterra dichiarò guerra alla Francia.

Mentre questo accadeva nel Nord del continente, a Sud, negli stessi anni, gli Inglesi della Virginia, in seguito ad alcuni incidenti di bassa entità (alcuni Indiani rubarono dei maiali in seguito ad un mancato pagamento da parte dei virginiani e questi ultimi si vendicarono uccidendo molti indigeni), scoppiò una rivolta nota come “rivolta di Bacon”. Ancora una volta i coloni accesero la scintilla uccidendo sei capi della tribù dei Susquehanna, scatenando la loro reazione. Contro la linea pacificatrice del governatore della Virginia, si scagliò un colono recentemente sbarcato, Nathaniel Bacon, che non riconosceva ai nativi alcun diritto su quelle terre. Alla guida di 440 mercenari attaccò un villaggio vicino a Richmond uccidendo 150 persone, senza nessuna distinzione di età o sesso, proseguendo poi su questa linea, sino alla sua morte per malaria. Prima di morire però, la sua azione devastatrice costò il quasi annientamento delle tribù locali, che non si ripresero mai più.

Le due guerre di sterminio più terribili della storia della colonizzazione avvennero in questo periodo e furono caratterizzate dalla presenza dei predicatori religiosi, che costituirono una miccia devastante per i popoli nativi. La nuova Inghilterra era infatti caduta in mano a fanatici puritani che si consideravano “popolo eletto”, scelto da Dio per creare in quei luoghi una nuova civiltà dopo averli liberati dai “pellerossa figli di Satana”. Tristemente scolpiti nella storia resteranno i momenti di preghiera delle truppe prima dei massacri, o i ringraziamenti rivolti a Dio dopo la battaglia per aver dato loro l’occasione di uccidere così tanti di quegli “esseri immondi” in una sola volta.

L’uso della religione per giustificare azioni disumane sarà una costante della storia della conquista dell’America. Una simile mentalità pregiudicò qualsiasi buon rapporto con i nativi, anche perché chi ci provava veniva subito allontanato e perseguitato dalla comunità.

Naturalmente va detto che non tutti i religiosi che raggiunsero l’America erano di questa risma: molti erano personalità sincere e mosse dai più nobili sentimenti che spesso presero posizione a fianco degli Indiani, pagando sovente questa loro scelta con la vita.

La tribù più numerosa del luogo era quella di Pequod, guerrieri che avevano subito percepito la presenza britannica come ostile. Alcuni incidenti tra cacciatori Pequod e marinai inglesi furono il pretesto per scatenare una brutale repressione. Dopo avere bruciato alcuni villaggi e raccolti abbandonati, la spedizione punitiva britannica forte di 90 soldati regolari e affiancati da 70 guerrieri di etnia Mohegan del capo Uncas e altri guerrieri Narraganset, piombò di sorpresa sul villaggio Pequod sul Mystic River. Era il 26 maggio 1637 e passò allo storia come una delle giornate più nere per la lotta contro i colonialisti.

Dopo aver fatto irruzione nel villaggio e sparato su chiunque capitasse loro davanti, gli assalitori bruciarono l’intero villaggio:

chi cercò di scappare all’esterno veniva immediatamente abbattuto.

Quel giorno morirono 600 Pequod di ogni età e sesso. I capi inglesi esultavano inneggiando alla grazia di Dio. I sopravvissuti iniziarono un terribile esodo, inseguiti dalle forze inglesi. Coloro che non fuggirono vennero tutti uccisi, esclusi 80 donne e bambini che furono ridotti in schiavitù.

Gli ultimi sopravvissuti, fuggiti in una palude vicino a Fairfield furono a loro volta circondati e sconfitti dopo una breve e furiosa battaglia. Dei 200 che si arresero e sopravvissero, poco dopo si perse ogni traccia. Una nazione era stata completamente estinta.

Di episodi analoghi si macchiarono anche gli olandesi che si erano stanziati nei pressi delle aree che oggi sono note col nome di Maine e Connecticut, che sotto la guida del feroce governatore Willem Kieft iniziarono una violenta guerra di sterminio iniziata sempre con futili pretesti o episodi isolati. Vennero così annientati diversi villaggi con sistemi che definire barbari è ben poca cosa: si provi soltanto ad immaginare decine di uomini, donne e bambini mutilati, bruciati vivi nelle proprie abitazioni o feriti a morte con armi di ogni sorta. Questa campagna di sterminio durò dal 1640 al 1645 e costò la vita a più di mille Indiani (più quelli ridotti in schiavitù).

Come però abbiamo visto poc’anzi, anche in territorio britannico i nativi non si piegarono alla conquista senza resistere. Fu proprio un atto di resistenza a segnare l’inizio della seconda grande guerra indiana. Alla guida della fazione indiana vi era un grande condottiero: Metacomet, appartenente alla tribù dei Wampanoag, passato alla storia come un capo estremamente capace, coerente e tenace. Egli capì subito che con 30.000 stranieri già sul proprio territorio, per loro non vi sarebbe stato scampo. La conferma si ebbe quando i coloni si spinsero fino sul Mount Hope, luogo natale di Metacomet. Alcuni incidenti tra i due fronti, come sempre scatenarono l’ira indiana. Di fronte all’abbattimento non autorizzato da parte indiana di alcuni capi di bestiame, i coloni uccisero molti di loro, scatenando la guerra. Il comando inglese venne assunto dallo spietato Benjamin Church. Il suo avversario intanto lanciava continui attacchi alle località inglesi arrivando a distruggerne ben venti nell’estate del 1675.  Contro di lui, i coloni mobilitarono 1000 miliziani, tra cui alcuni pirati delle Antille, con diritto di saccheggio. Gli inglesi fecero poi pressioni sulla tribù dei Narraganset cercando di costringerli a partecipare alla repressione, ma costoro rifiutarono dichiarandosi neutrali e si rinchiusero in una fortezza nei pressi del luogo in cui pochi anni prima erano stati annientati i Pequod. Gli inglesi li punirono per questa presa di posizione. Il 19 dicembre 1675 un esercito di 970 miliziani e 150 Mohegan guidati dal generale Winslow e da Oneco, figlio di Uncas, attaccarono il forte (in cui erano stimate 3500 anime) e lo distrussero massacrando nei modi più feroci 600 Narraganset e ferendone altri 300 mortalmente.  Tutti gli altri vennero ridotti in schiavitù. I pochi superstiti dei Narraganset si unirono così alla rivolta di Metacomet. La reazione degli Indiani fu immediata. Delle 90 località della Nuova Inghilterra, 50 erano state assalite e 20 totalmente distrutte.

La colonia era ad un passo dalla sua distruzione. Ironia della sorte, tuttavia, il colpo che ribaltò l’esito della guerra di liberazione, venne proprio dai fratelli di razza di Metacomet.  Mentre quest’ultimo arruolava oltre 500 nuovi guerrieri, i Mohawk si fecero convincere dal governatore di New York a prendere le difese dei coloni. Un’offensiva improvvisa dei Mohawk, costrinse i seguaci di Metacomet a disperdersi. Gli inglesi ripresero l’offensiva con rinnovata energia, e sebbene la loro avanzata fu sempre molto dura, l’esito della ribellione era sempre più a favore dei coloni.

Le tribù alleate di Metacomet, i Nipmuc e i Narraganset, abbandonarono la lotta lasciandolo solo con i suoi soli Wampanoag.  In successive diverse battaglie, in cui gli inglesi uccisero altri 500 Indiani riducendone altrettanti in schiavitù, l’avanzata delle forze di Church proseguì inarrestabile fino all’ultimo rifugio di Metacomet, vicino al suo luogo natale, Mount Hope. Il 12 Agosto del 1676 fu il giorno della battaglia finale: circondato dai suoi pochi superstiti, Metacomet cadde con onore. Ma l’europeo Church, alla vista del suo cadavere, lo definì: “Una grossa, sporca bestia triste e nuda”. Il corpo del capo indiano venne smembrato e i suoi pezzi appesi in varie località della Nuova Inghilterra come monito. La guerra costò in tutto 3000 morti nativi.

FURONO TRATTATI ALLA STREGUA DI ANIMALI

La seconda fase (1689-1763) è ricordata come la fase dei grandi scontri tra le potenze europee, durante i quali i nativi vennero chiamati a sopperire alla scarsità di effettivi degli eserciti regolari.

Le potenze colonizzatrici in questa fase sfruttarono in modo vergognoso l’antagonismo che opponeva le varie tribù indiane per i propri scopi, spingendo spesso i nativi a vere e proprie guerre intestine che costarono migliaia e migliaia di morti. Fu in questo modo che molte nazioni indiane scomparvero: i primi furono gli Abenaki, che combattevano al fianco dei francesi, stroncati da decenni di guerriglia, poi fu la volta dei Choktaw e dei Chickasaw, sfruttati rispettivamente da francesi ed inglesi. Per avere un’idea dell’entità di questo coinvolgimento, sono emblematiche le parole del generale inglese James Wolfe che dichiarò: “Gli Irochesi hanno conquistato un impero alla corona britannica”, in seguito alla sconfitta francese di Québec nel 1759. Così come emblematica resterà la disfatta del generale inglese Edward Braddock nel 1755 sul fiume Monongahela, in cui il contributo degli Indiani che combattevano da parte francese fu determinante. La fine di questa fase coincide praticamente con l’abbandono della scena americana da parte della Francia, ormai definitivamente sconfitta.

Passando in rassegna gli eventi che caratterizzarono la conquista del territorio americano in questa fase durante cui la sovranità degli Indiani venne ancora una volta calpestata, troviamo la guerra dei Cherokee. Questa nazione indiana del territorio nord-americano sud-orientale era molto potente e gli inglesi dapprima cercarono un’alleanza con loro sottoscrivendo un trattato nel 1645. Tuttavia in seguito, un fatto accaduto nel 1751 segnò la fine del precario accordo. Alcuni Cherokee avevano rubato cavalli per rimpiazzare quelli perduti nel corso di alcuni scontri con gli Shawnee. In reazione i miliziani della Virginia assalirono un gruppo di Cherokee pacifici, uccidendoli e scotennandoli. Una rappresaglia Cherokee costata la vita a 19 coloni segnò lo scoppio delle ostilità. Dopo alterni attacchi,  il comandante inglese Amherst inviò un’armata di 1700 uomini a sterminare per sempre i Cherokee. Durante l’avanzata iniziale gli inglesi distrussero quattro villaggi Indiani, uccidendo tutti gli abitanti. Di fronte al rifiuto degli Indiani di arrendersi, le forze britanniche proseguirono l’avanzata ma vennero fermati nei pressi del villaggio indiano di Etchoe, nel quale riuscirono a penetrare solamente dopo aver subito pesanti perdite e poco dopo si ritirarono. La nuova avanzata inglese del 1761 fu però decisiva per le sorti del conflitto. Amherst, che ora disponeva di molti uomini in seguito alla resa della Francia, respinse ogni proposta di pace del capo Attakullakulla e formò un’armata di 2800 uomini che penetrò come un coltello nel paese dei Cherokee, malgrado l’accanita difesa di questi ultimi, che furono costretti a ritirarsi sulle montagne più alte. Gli inglesi devastarono ogni cosa radendo al suolo ogni costruzione e distruggendo ogni forma di coltivazione. I Cherokee, colpiti da una durissima carestia, morirono in massa e i pochissimi sopravvissuti dovettero chiedere una pace che costò loro altri milioni di kilometri quadrati di territorio.

La terza fase (1763-1840), dopo la scomparsa della presenza francese, vede dunque l’espansione delle colonie britanniche, ormai incontrastate. Per evitare ulteriori contrasti con queste ultime, il re britannico dichiarò la catena degli Allegheny e il corso dell’Ohio confine perpetuo tra coloni e nativi, ma la trasgressione di qualsiasi forma di accordo o trattato del genere diventò col tempo una costante della storia nordamericana. Da questo momento in poi tale consuetudine si ripete tragicamente seguendo questo ciclo: i coloni si spingono sempre più ad Ovest alla conquista di nuove terre e nuovi profitti costruendo forti e imponendosi con la forza sui nativi. Questi ultimi reagiscono attaccando i coloni che si ritirano lasciando il campo a forze armate regolari. Dopo uno scontro, sempre impari, gli Indiani vengono cacciati, uccisi, privati di ogni forma di sostentamento e costretti alla firma di un trattato in cui sono costretti a cedere vasti territori. Dopodiché, i coloni avanzano di nuovo ripetendo tutto da capo.

L’episodio che aprì questa fase fu la famosa rivolta di Pontiac, capo degli Ottawa. Di fronte alla prepotenza dei colonialisti britannici, molto più avidi di terre dei loro predecessori francesi, questo capo mise in campo il progetto di un’unione di tutte le tribù del Nord-Ovest contro gli inglesi. Egli riuscì di fatto ad unire 12 nazioni indiane (Chippewa, Ottawa, Delaware, Shawnee, Fox, Kickapoo, Miami, Potawatomi, Menomini, Irochesi, Seneca,Mingo e Huroni) per un totale di 10.000 guerrieri, con lo scopo di cacciare i coloni ad est della catena degli Allegheny.

Nei mesi di maggio e giugno del 1763, vere e proprie armate di guerrieri Indiani assaltarono tutte le principali fortificazioni della zona. In questi combattimenti trovarono la morte 2000 coloni e altri 20.000 si ritirarono ad Est. La controffensiva inglese iniziò nel luglio del 1763. Al comando dell’armata britannica c’era ancora il generale Jeffrey Amherst, sempre più crudele e privo di remore. Fu dato ordine di diffondere il vaiolo tra i nativi, definiti, sempre per bocca di Amherst: “Non un nemico, ma la razza più vile che abbia mai contaminato la Terra, la cui eliminazione va considerata come un atto di liberazione a vantaggio dell’umanità”.

L’armata inglese rioccupò prima Detroit e poi cercò di fare lo stesso con Fort Pitt. Dopo una violentissima battaglia nei pressi della località in cui morirono 110 inglesi e 60 Indiani, questi ultimi furono costretti a ritirarsi e Fort Pitt tornò in mano agli Inglesi. Dopo altre violente battaglie, nel settembre del 1763, gli Inglesi prepararono una enorme spedizione per reprimere una volta per tutte la rivolta. Del resto anche i seguaci di Pontiac erano sempre più logorati e sfiduciati. Molti dei suoi seguaci lo abbandonarono firmando paci separate con gli inglesi. Rimasto con pochi fedeli, anche Pontiac capitolò nel 1766.

Nonostante la sconfitta tuttavia, Pontiac aveva fatto capire alle nazioni Indiane quanto l’unità contro il comune nemico fosse importante per una resistenza meglio organizzata agli invasori.

Nel 1773 scoppiava la guerra d’Indipendenza americana, che coinvolse in modo evidente gli Indiani.  Infatti il governo britannico era propenso alla conservazione della pace in America, imponendo di rispettare i diritti dei nativi sul proprio territorio, limitando di fatto la spinta espansionistica delle colonie. Visto che sia l’esercito continentale di George Washington, sia le forze degli inglesi lealisti erano esigue, entrambe le parti cercarono ipocritamente ed in ogni modo di ingraziarsi gli Indiani spingendoli ciascuno a scegliere la propria parte. Timorosi di ritrovarsi da soli contro l’avidità dei colonizzatori, la maggior parte scelse, suo malgrado, di parteggiare per i lealisti. Coloro che misero in campo la più grande forza a questo scopo furono gli Irochesi, che erano ancora la nazione indiana più potente. Sotto la guida del loro capo Joseph Brant (così chiamato per via del padre adottivo di origine inglese, ma il cui vero nome era Thayendanegea) avrebbero portato avanti una lotta sanguinolenta contro i coloni di Washington. Per alcuni anni lo scontro si mantenne alla pari tra le due fazioni, ma la sconfitta del generale inglese Burgoyne a Saratoga il 17 Ottobre del 1777 segnò per gli Irochesi l’inizio della fine della loro potenza. Nel 1779 Washington mandò contro di loro un’armata di 4600 uomini al comando del generale Sullivan con l’ordine preciso di invadere il territorio irochese, bruciare tutti i villaggi e catturare tutti gli Indiani che avrebbe incontrato, senza distinzioni di sorta, abbattendo chiunque accennasse ad un tentativo di resistenza. Contro di loro Brant opponeva 1000 guerrieri Indiani aiutato da 500 inglesi. Di fronte ad uno squilibrio di forze così grande, l’esito era scontato. Malgrado un’eroica resistenza, gran parte della terra degli Irochesi venne invasa: 50 villaggi furono totalmente rasi al suolo e tutte le derrate alimentari, le coltivazioni e il bestiame distrutti. Durante questa spedizione Sullivan uccise o catturò ben pochi Indiani, poiché questi si erano ritirati dopo l’esito disastroso dei primi scontri, ma a decimarli furono freddo, fame ed epidemie di varia natura. Nonostante questo colpo durissimo, gli Irochesi non si piegarono e reagirono nella primavera successiva, dopo avere riunito 1500 guerrieri che attaccarono la vallata dello Schoharie, distruggendo tutti i forti statunitensi ad eccezione di uno: fu però un successo di breve durata, perché già nel 1781, l’esercito contrattaccò scacciandoli e respingendoli fino ad Oswego. Dopo la sconfitta inglese del 1783, gli Irochesi si divisero: alcuni seguirono Brant in Canada, dove ottennero delle terre su cui oggi vivono ancora i loro discendenti, mentre altri rimasero negli Stati Uniti. Questi ultimi vennero completamente spogliati dei loro beni e confinati in piccole riserve.

Un altro episodio che merita di essere citato è l’eccidio del 1782 contro una comunità di Indiani della tribù dei Delaware, convertiti al cristianesimo e assolutamente pacifici. Costoro, entrati in contatto con i frati moravi, vivevano in due villaggi sul fiume Muskingum, e paradossalmente fu proprio la loro sostanziale neutralità a segnarne la sorte, poiché gli americani trovavano più facile colpire degli inermi che dei guerrieri. Nel marzo di quell’anno il comandante americano di Fort Pitt, Irvine diede ordine di distruggere i villaggi. I rastrellamenti provocarono la scomparsa di 62 adulti e 34 bambini. Si decise poi di ucciderli tutti: solo due bambini fintisi morti, riuscirono a scampare al massacro coloniale.

Il compito infame fu portato a termine dal colonnello Crawford impegnato a massacrare un gruppo di Delaware, che aveva cercando scampo su un isola del fiume Allegheny. Il risultato di questa barbarie fu che i Delaware, che avevano fino ad allora combattuto a fianco dei continentali, ripresero le ostilità contro questi ultimi. Una colonna statunitense comandata da Crawford, composta di 480 soldati, inviata a distruggere quanto restava dei Delaware e degli Huroni venne attaccata nei pressi di Sandusky: circa 180 soldati, tra cui lo stesso Crawford, persero la vita nell’assalto. I Delaware, vittime della sete di potere dei colonizzatori, per il momento avevano avuto giustizia.

Intanto i coloni, che si erano scrollati di dosso l’ostacolo della madrepatria, potevano scatenare la loro avanzata criminale verso i territori del nord-ovest, strappandoli alle tribù indiane che vi vivevano da sempre. Inizialmente l’avanzata statunitense incontrò una resistenza durissima da parte di tutte le tribù della zona che, consapevoli del pericolo mortale che correvano, erano decise a non cedere la loro amata terra di fronte all’arroganza dei conquistatori: dal 1783 al 1790 ben 1500 colonizzatori furono uccisi o catturati dagli Indiani e molti di questi attacchi erano condotti dal capo della tribù dei Miami, Little Turtle, uno dei più grandi di tutti i tempi. Contro le tribù da lui riunite, i comandanti statunitensi inviarono delle spedizioni imponenti, ma non ottennero il successo sperato: la prima, al comando del generale Harmar, ritornò alla base con un bilancio di 183 morti e 31 feriti, mentre al suo successore, il generale Saint-Clair, andò ancora peggio. Quest’ultimo affrontò gli Indiani di Little Turtle in un’epica battaglia sul fiume Wabash, avvenuta il 4 novembre 1791, e si rivelò la più grande vittoria indiana di tutti i tempi: le truppe di Saint-Clair lasciarono sul campo 637 caduti e rientrarono alla base con 263 feriti. Galvanizzata da questo successo, la coalizione di Little Turtle decise a contrattaccare per espellere definitivamente i colonizzatori dal loro territorio e in questo caso commise l’unico, ma purtroppo fatale errore della sua vita, attaccando Fort Recovery e ignorando che fosse difeso da cannoni, così subendo una dura sconfitta. I bianchi ne approfittarono per scendere a patti con i capi delle singole tribù che componevano le forze di Little Turtle, firmando delle paci separate. Rimasto solo alla testa sella tribù dei Miami, Little Turtle propese anch’egli per la firma di un trattato, ma, dietro le pressioni degli inglesi del Canada che predicavano ad ogni costo l’eliminazione, alcuni suoi seguaci lo deposero e lo sostituirono con Turkey Foot, che si ostinò in una vana resistenza, venendo definitivamente sconfitto negli scontri successivi con le truppe del generale Wayne. La pace firmata a Fort Greenville nel 1795 assegnò “per sempre” agli Indiani le terre al di là del fiume Ohio.

In realtà l’espressione “per sempre” avrebbe assunto il triste significato di “50 anni”.

VENNERO ELIMINATI FISICAMENTE PER IMPOSSESSARSI DELLE LORO TERRE, CON LA BIBBIA NELLA MANO

Altri che in questo periodo si opposero alla colonizzazione furono i Creek del capo Red Eagle, noti come “Red Sticks”, per la caratteristica di piantare dei paletti rossi all’ingresso dei loro villaggi, che li distingueva dagli altri Creek, noti come “bianchi”, che invece erano per la collaborazione con i bianchi. Va detto che la loro rivolta fu di breve durata e molto costosa in termini di vite umane, specie perché contro i Creek “rossi” si mossero non solo gli americani, ma anche i Cherokee, loro nemici storici, che fra l’altro miravano ormai alla collaborazione con i coloni, visti i precedenti disastrosi e dolorosi tentativi di resistenza. A questi si unirono poi anche numerosi Creek “bianchi”, pensando così d’esser risparmiati. Dopo averli decimati in diversi scontri, il generale Jackson impose loro uno dei trattati più vergognosi che la storia ricordi, che venne siglato il 9 Agosto 1815: ai Creek furono confiscati 93.000 km2 di territorio, mentre coloro che avevano appoggiato i bianchi ottennero dei fazzoletti di appena 2,5 km2. Negli anni dal 1802 al 1825, i Creek firmarono altri trattati per effetto dei quali dovettero cedere altri 60.000 km2 di territorio in cambio di un posto sicuro in una riserva a Indian Springs e 25.000 dollari. Con questi accordi, il destino di questa tribù fu segnato per sempre.

La stessa sorte toccata a questi Indiani fu praticamente identica per tutte le tribù dell’Est. La “soluzione finale”, ossia la deportazione di tutti gli Indiani residenti nelle colonie al di là della “frontiera permanente” nelle grandi pianure disabitate, venne programmata dal presidente Jefferson ed attuata a partire dal 1825 durante la presidenza Monroe sotto la spinta del “partito del Bisonte”: con questo nome erano noti alcuni membri del Congresso. Il loro portavoce Brackenbridge dichiarò che: “Non avendo fatto buon uso della loro terra coltivabile per secoli, gli indigeni avevano perduto ogni diritto su di essa, altrimenti si sarebbe dovuto ammettere anche un diritto dei bisonti sulla terra”. Secondo Brackenbridge quindi gli Indiani non avrebbero dovuto godere che dei diritti che si concedono ai bisonti e il loro sterminio sarebbe stato utile al progresso civile e persino un onore per chi avesse provveduto a compierlo.

Il piano di deportazione conobbe il suo apice sotto la presidenza del già citato Jackson, allorquando il Congresso approvò il “Removal Act”, un documento che predisponeva la deportazione di tutti gli Indiani ad Ovest di una linea chiamata “frontiera permanente”. Questa linea partiva dal Lago Superiore, attraversava Iowa e Wisconsin, seguendo i fiumi Arkansas e Mississippi giungendo fino al Red River. Va detto che fino ad allora la dirigenza coloniale aveva spinto gli Indiani a seguire la via della “civilizzazione” e a fondersi con la cultura “bianca”, ma ora iniziava una vera inversione di tendenza. Molte tribù avevano recepito il messaggio assumendo comportamenti pacifici e operosi, avviando un progressivo abbandono dell’uso delle armi. Ma fu soltanto un pretesto, un inganno, tutto quanto proveniva da parte bianca era falso ed pianificato per altri obiettivi. Lo scopo dei colonizzatori era solo quello di espandersi, conquistare e saccheggiare: nessun atteggiamento da parte indiana poteva considerarsi soddisfacente dinnanzi ai criminali anglofoni. La deportazione degli Indiani fu uno degli atti più infami mai perpetrati da esseri umani a danno di loro simili: milioni di persone furono così strappate alla loro terra natale sino a diventare dei profughi nel loro stesso Paese. Furono programmate le distruzioni di culture e tradizioni millenarie, sostituendole con un tentativo di “fusione a freddo” che avrebbe comunque assorbito e annullato le usanze native nella cultura anglosassone coloniale dominante sul piano della forza politica e militare: era l’embrione di un atteggiamento che avrebbe forgiato col tempo la condotta degli Stati Uniti d’America in politica estera nei secoli successivi, e che continua ai nostri giorni nella stessa identica maniera, sebbene in forme nuove e più “edulcorate”.

Ma se odiosi sono i fini di questi assassini, forse ancora peggiori sono i mezzi: la deportazione fu infatti eseguita con calcolata crudeltà. L’Ohio, che era molto fertile, divenne subito una preda ambita dei nuovi padroni: le tribù che lo popolavano (Delaware, Huroni, Shawnee e Miami, più altri rifugiati di tribù smembrate) avevano combattuto per gli inglesi e la loro sorte era segnata.

I Delaware partirono spontaneamente nell’inverno del 1809, per sottrarsi ai continui soprusi e a causa del freddo e delle malattie arrivarono decimati al di là del Mississippi, dove incontrarono solo altra miseria. Gli Shawnee, i Potawatomi e i Winnebago si rifiutarono di partire, ma furono costretti dai soldati coloniali conoscendo analoga sorte dei loro predecessori. I Cherokee, che avevano pure aiutato gli americani contro i Creek di Red Eagle e che ormai vivevano in modo del tutto uguale ai coloni, ricostruendo un’economia prospera e pacifica – con tanto di scuole, città, fattorie e che avevano raggiunto un livello di cultura molto elevato – vennero colpiti dal provvedimento. Inizialmente solo 2000 individui accettarono di andarsene, ma più tardi nelle loro regioni fu scoperto l’oro. Fu la fine. Contro i soprusi degli avidi cercatori del prezioso metallo, sostenuti dal governo centrale americano, i Cherokee erano senza tutele. Stretti in una morsa agghiacciante, questi Indiani furono costretti a firmare un trattato che imponeva loro di abbandonare la loro terra entro tre anni. Alla scadenza di tale data, poiché quasi nessuno accettò di andarsene, 7000 soldati americani penetrarono nel loro territorio e scacciarono le persone dalle proprie case con inaudita ferocia, costringendole all’esodo, secondo un percorso ricordato con il marchio di “Pista delle Lacrime”. Durante questa drammatica stagione morirono nei modi peggiori ben 4000 Cherokee. Identico fu l’esodo forzato dei Creek, che morirono in 3500, e simili furono le storie dei Choktaw e dei Chickasaw. I Sauk e i Fox invece scelsero di opporsi e resistere, ma furono sconfitti e seguirono il destino delle tribù scomparse, dopo aver fatto comunque pagare con 200 caduti un duro prezzo agli americani. La resistenza più dura fu però quella dei Seminole della Florida che, sfruttando la migliore abilità in un territorio paludoso ed infido, intrapresero una guerriglia, di cui le forze armate statunitensi ebbero ragione solo dopo molte campagne militari perdendo quasi 3500 unità tra regolari e miliziani.

Quanto ai Seminole, dopo aver pianto la morte di circa 2000 individui, 3200 di loro vennero deportati ad Ovest. Resta tuttavia il ricordo di un eroismo scolpito nella storia, nella misura in cui un pungo di combattenti aveva per molti anni tenuto testa ad un esercito potentissimo. Finisce così l’era delle guerre dell’Est, con tutte le tribù di questo territorio deportate al di là della “Frontiera Permanente”.

Lo scavalcamento di questo nuovo confine, beffandosi ancora una volta degli accordi conclusi, dà il via alla quarta fase (1840-1865). Questo nuovo sopruso fu ufficializzato con il famigerato “Atto di prelazione”, un’autorizzazione per i coloni ad acquistare terreni immensi a pochissimo prezzo, rispettando l’unica condizione che i diritti dei nativi dovessero essere “estinti” prima dell’acquisto. In pratica, più che i loro diritti, i coloni trovarono molto più semplice estinguere direttamente i nativi: si trattava di autorizzare un genocidio, né più né meno. I primi a pagare furono i membri della ormai dimenticata tribù dei Karankawa, stanziati nella zona orientale nelle Grandi Pianure, che si scontrarono con i coloni. La ragione per la quale oggi questi Indiani non sono noti ai più è molto semplice: gli ultimi membri vennero avvistati nel 1855 ed erano rimasti solo in sei.

Ma ben più numerosi e organizzati dei Karankawa erano i Comanche, che costituivano una vera e propria nazione indiana. Essi godevano dell’emblematico appellativo di Spartiati delle Pianure. All’inizio, contrariamente a quanto il cinema e i libri sul tema ci abbiano mostrato, i rapporti tra Comanche e coloni furono buoni e nel 1835 le parti avevano firmato un trattato con il quale si accordava libero passaggio ai coloni sui territori Indiani, ma l’enorme aumento del numero dei nuovi arrivati portava inevitabilmente questi ultimi a estendere continuamente il proprio dominio guastando così il clima di convivenza. A migliorare le cose non contribuì certo il governatore del Texas Lamar, salito al potere nel 1838, il quale dichiarò che: “L’uomo bianco e l’uomo rosso non potranno mai vivere insieme in armonia, per cui lasciate che la spada faccia il suo lavoro”. Lamar fu anche il creatore del corpo dei “Texas Ranger”, la cui funzione fu quella di “cacciatori di Indiani” e in questo si mostrarono mortalmente efficienti: armati con le nuove pistole Colt a cinque colpi (i Comanche e le altre tribù delle pianure del Sud disponevano quasi solamente di archi) fecero vere e proprie stragi tra i Comanche, che pure si battevano al meglio delle loro capacità. Ma se in qualche modo gli attacchi ai Comanche venivano giustificati agli occhi dei coloni dalla loro condotta bellicosa, di sicuro nessun motivo può essere valido per giustificare l’ulteriore deportazione e la decimazione degli Indiani che vivevano pacificamente nelle terre da loro assegnate in seguito al Removal Act.  Questi Indiani erano un’unione di 19 tribù guidate dal capo Cherokee Takatoka e avevano fatto rendere al meglio il loro pur piccolo territorio, ma nemmeno questo era sufficiente per far desistere i coloni dalla loro brama di conquista. Lamar accusò gli Indiani di collaborare con il Messico e così decise di espellerli dalle terre che occupavano, nonostante il trattato avesse stabilito i loro diritti.

I Cherokee non si piegarono a questo nuovo sopruso e misero in campo 700 guerrieri per affrontare i 500 soldati inviati contro di loro. Nonostante il loro coraggio fu un’ecatombe per gli Indiani. Dopo averli sconfitti in battaglia, i “nuovi americani” rasero al suolo i villaggi e li costrinsero ad una nuova emigrazione verso il Territorio Indiano, l’attuale Oklahoma. Poco dopo vennero seguiti dal resto delle tribù alleate.

Lamar, “risolto questo problema”, si concentrò contro i Comanche e l’azione che aprì questa nuova fase fu tra le più orrende e meschine mai viste nella storia del nuovo Stato americano.

Di fronte alla disponibilità dei Comanche a trattare, Lamar fece convocare i loro capi a San Antonio dal colonnello Fisher. Ma non appena i capi Comanche non risposero come il colonnello si aspettava, quest’ultimo decise di imprigionarli tutti. Naturalmente gli Indiani reagirono con violenza e morirono in 33. Dopo questo affronto, i Comanche non scesero mai più a patti con i bianchi.

Gli scontri ripresero con rinnovata violenza: il 24 ottobre 1840 un gruppo di miliziani attaccò un villaggio Comanche in piena notte, mentre gli abitanti dormivano; 130 Indiani vennero sterminati, naturalmente senza distinzioni di sorta.

Altra grande tribù delle pianure che pagò un alto tributo di sangue furono i Cheyenne che, dopo alcune ostilità, firmarono un accordo che lasciava loro buona parte delle terre del Colorado e del Kansas. Nel 1858 in Colorado fu trovato un vasto giacimento d’oro e di fatto ogni accordo veniva a cadere: 150.000 coloni in preda alla “febbre dell’oro” vi accorsero in quel solo anno. Un nuovo accordo impose agli Indiani di cedere quei territori, ma la maggior parte dei capi non firmò.

La situazione era molto tesa e come al solito fu un incidente a dare il pretesto per gli scontri: in questo caso del bestiame lasciato vagare per la pianura venne raccolto dagli Cheyenne, che furono accusati di averli rubati e ne seguirono dei violenti scontri, nel più duro dei quali venne distrutto in villaggio Cheyenne in cui morirono 50 Indiani inermi. Tuttavia il capo dei Cheyenne del sud, Black Kettle, scelse di trattare. Allo scopo, gli venne concesso di alzare le sue tende nei pressi di Fort Lyon assieme agli Arapaho di Left Hand. Com’è logico che sia, questi Indiani si sentivano assolutamente al sicuro, ma si sbagliavano: non sapevano quanto era grande l’infamia dei loro avversari. La notte del 19 novembre 1864, 750 tra miliziani e soldati al comando del colonnello Chivington li assalirono con l’ordine di non risparmiare nessuno.

Il massacro, in cui vennero letteralmente fatti a pezzi circa 300 Indiani, praticamente disarmati, finì solo alle quattro del pomeriggio del giorno successivo. Ogni possibilità di pacificazione era praticamente annullata e del resto era proprio ciò che i colonizzatori volevano. Il nuovo comandante militare del distretto del Missouri (del quale faceva parte la zona delle pianure), il generale Sherman dichiarò che: “Più Indiani uccideremo quest’anno, meno ne dovremo uccidere l’anno prossimo”. Il fatto che molti decenni dopo, gli Stati Uniti battezzeranno un loro famoso carro armato con il nome di questo generale è altamente significativo. Da parte loro, gli Cheyenne e i Kiowa erano decisi a non cedere la terra nella quale erano vissuti liberi per secoli. Del resto per chi pretende di fare la morale ancora una volta agli Indiani basti citare questo fatto, che fu poi una delle cause scatenanti del conflitto: mentre gli Indiani uccidevano i bisonti, di cui le pianure brulicavano, nella misura strettamente necessaria al loro fabbisogno, i coloni riuscirono a sterminarne quasi quattro milioni tra il 1872 e il 1874, estinguendoli e riducendo di conseguenza gli Indiani alla miseria, poiché il bisonte era alla base della loro vita. Dopo numerose battaglie che consacrarono alla storia nomi quali Satanta, Kicking Bird, Tall Bull, Lone Wolf – solo per citarne i più famosi – nel 1880 praticamente tutti gli Indiani delle Pianure del Sud erano confinati nelle riserve o uccisi. Dei 12.000 nativi Comanche, al momento dell’internamento definitivo nella riserva ne restavano solo 1.650.

Nel deserto che occupa la parte meridionale degli attuali Stati Uniti, il destino dei nativi è identico a quanto visto precedentemente.

In questa terra vivevano numerose etnie, tra le quali la più numerosa era quella degli Apache suddivisi in numerose tribù.

Dopo avere inizialmente resistito vittoriosamente ai colonialisti spagnoli e ai loro eredi messicani, la loro vita fu sconvolta dalla scoperta di numerosi giacimenti minerari in quelle aree.

Le autorità del resto non misero mai veramente freno alle ambizioni dei cercatori: basti pensare alle ricche taglie che i vari Stati americani offrivano per gli scalpi Indiani. Proprio queste taglie furono alla base di uno dei più efferati crimini. Nel 1837 un minatore americano, John Johnson, finse di organizzare una festa a cui parteciparono diverse centinaia di Indiani. Quando questi ultimi erano ormai ubriachi, John Johnson ordinò ai suoi degni compari di aprire il fuoco sulla folla; dopo la sparatoria, questi “esempi di civiltà evoluta” si gettarono sugli Indiani completando l’opera con le armi bianche: alla fine dell’orrendo scempio, a terra giacevano i corpi scotennati di circa 400 Apache. Tra coloro che riuscirono a fuggire vi fu il capo Dasoda-Hae, noto tra i bianchi come Mangas Colorado, che in quel macello aveva perso le sue due mogli e che da quel giorno giurò guerra agli invasori. Nel 1840, lo stesso Mangas Colorado, che si era recato per parlamentare con alcuni minatori, venne catturato e orrendamente torturato.

Molti “occhi bianchi” negli anni a venire conosceranno la vendetta di questo capo Apache. Simile fu la storia di un altro capo degli Apache, Go-Ya-Thle, passato alla storia con il nome di Geronimo, che, durante un massacro compiuto da soldati messicani, perse l’intera famiglia. Lo stesso dicasi per Cochise (il suo vero nome era She-ka-she),che ebbe il padre e quattro fratelli uccisi a tradimento dai messicani.

Nonostante questo episodio del suo passato, Cochise dapprima fu favorevole all’arrivo degli statunitensi, ma cambiò radicalmente opinione quando venne accusato ingiustamente di un rapimento e si cercò di arrestarlo. Egli riuscì tuttavia a fuggire nonostante fosse stato ferito da tre proiettili e giurò di vendicarsi. Dopo molti altri anni di aspre battaglie, Mangas Colorado, nel 1863 decise si firmare una pace con il nemico. Gli americani non si smentirono, e dopo aver dato il proprio consenso, invitarono Mangas a Fort MacLane. Tuttavia appena il capo si presentò venne immediatamente arrestato, accusato di vari crimini e fatto prigioniero. La notte stessa, venne uccise con un pretesto da una sentinella e il suo cadavere orrendamente brutalizzato.

Cochise e Geronimo presero il suo posto lanciando continui attacchi agli insediamenti dei coloni. La reazione del governo degli Stati Uniti fu durissima e venne pianificata una campagna di sterminio vera e propria con l’ordine di annientare tutti gli Indiani che venissero trovati.

Nel 1869 il generale Ord, incaricato delle operazione nell’“Apacheria”, scrisse: “Ho incoraggiato le truppe a catturare e sterminare gli Apache con tutti i mezzi e a cacciarli come bestie feroci. Tutto ciò, essi l’hanno fatto con vigore instancabile.

Dal mio ultimo rapporto, più di 200 di loro sono stati uccisi, generalmente da distaccamenti che avevano seguito le loro tracce per giorni o per settimane nei loro rifugi di montagna, nella neve, tra gole e precipizi”.

Mentre questi eventi sanguinosi mettevano progressivamente fine alla fiera nazione degli Apache, a Sud Ovest un dramma ancor più brutale si andava consumando. Gli Indiani che vivevano in California, dopo aver subito lo schiavismo e i soprusi dei conquistatori spagnoli, conobbero un ancor più crudele destino sotto il dominio statunitense. I fatti precipitarono quando nel 1848, quando in California venne scoperto l’oro: questo fatto portò sulle terre indiane ben 250.000 coloni nel giro di quattro anni.

Per avere un’idea di cosa costò questa scoperta ai nativi californiani basti dire che erano circa 150.000 prima dell’arrivo dei colonizzatori: nel 1884 erano rimasti in 12.000, confinati in microscopiche riserve in cui imperversavano la fame e le malattie. Per non lasciare niente di intentato, i coloni americani vendevano di proposito bevande alcoliche a bassissimo costo con il preciso scopo di estinguerli definitivamente.

E LE PRATERIE DIVENNERO PROPRIETÀ….

La quinta fase (1865-1891) è quella che consolida definitivamente la conquista del West attraverso un massiccio movimento migratorio, incoraggiato dal “Homestead Act” del 1863, che dichiarava proprietario di un terreno chi vi risiedeva stabilmente per almeno cinque anni. Di fronte a questo movimento migratorio, i territori Indiani vennero progressivamente sempre più ridotti e schiacciati verso la costa occidentale degli Stati Uniti.

Il governo non trovò altra soluzione che rinchiudere ciò che restava dei nativi nelle famigerate riserve: territori piccoli in cui gli Indiani erano costretti a una povera sussistenza attraverso gli aiuti federali, che erano per lo più inconsistenti. Spinti più dalla fame che non dà altro, gli abitanti delle riserve spesso sconfinavano alla ricerca di alimenti arrivando di conseguenza allo scontro con i coloni e con le immaginabili conseguenze. Gli Indiani in vita all’inizio di questa fase erano circa 175.000 nelle pianure e altri 75.000 nelle Montagne Rocciose (a fronte di oltre un milione all’inizio della colonizzazione) costituendo di fatto l’ultimo “Territorio Indiano” (corrisponde circa all’attuale Oklahoma). Delle tribù facenti parti di questi ultimi sopravvissuti ve ne erano di pacifiche (che progressivamente si estinsero) e di più bellicose (Sioux, Cheyenne , Comanche, Apache per citare solo le più note). Queste ultime furono protagoniste degli ultimi episodi di resistenza agli invasori e vennero definitivamente sconfitte nel 1891.

Nel 1899 anche il Territorio Indiano fu aperto alla colonizzazione (chiamate ipocritamente “civilizzazione”) terminando definitivamente il processo di conquista del Nord America.

L’evento che aprì questa fase avvenne nell’Arizona, dove nei pressi di Tucson si consumò un orrendo massacro. Nei pressi della città si era insediata una tribù di Indiani Arivaipa, dell’ etnia degli Apache, in tutta legalità e disarmati, guidati dal capo Eskimizn.  Dal momento che in Arizona, alcune bande Apache avevano compiuto delle scorrerie, un gruppo di delinquenti (che si facevano chiamare Tucson Ring, che fomentava volutamente lo scontro allo scopo di trarne profitto) aizzò gli abitanti della città contro la tribù di Eskimizn.

I suoi membri vennero assaliti nel sonno e 144 di essi vennero uccisi: tutti donne e bambini, visto che i guerrieri erano assenti per la caccia. Eskimizn venne poi sconfitto in altri scontri e alla fine la sua tribù chiese la pace. Stessa cosa fece Cochise.

Quasi tutti gli Apache ormai erano confinati nelle riserve.

A coloro che si rifiutarono, il generale Crook diede una caccia spietata, finché li costrinse all’internamento o li uccise.

Le condizioni di vita all’interno delle riserve erano comunque al limite della sopportazione umana e a rendere ancora peggiore la situazione contribuivano agenti governativi a cui in realtà non importava nulla delle condizioni degli Indiani lì rinchiusi, ed anzi approfittavano della loro posizione per arricchirsi vendendo i beni destinati agli Indiani. Ben presto alcuni gruppi di guerrieri guidati da capi quali Victorio, Geronimo, Juh, Natche (figlio di Cochise) uscirono dalle riserve e presto nacquero i soliti scontri con i coloni. Messicani e americani si accordarono per mettere fine alle scorribande degli Apache: si contò un totale di circa 10.000 uomini tra soldati e volontari alla caccia di poche decine di guerrieri Indiani. Dopo anni di caccia continua, gli Indiani si arresero nel 1886 e vennero deportati in Florida in un minuscolo territorio dove la fame e gli stenti contribuirono a decimarli definitivamente.

Per quanto riguarda le pianure del Nord (la famosa “Prateria”), gli avvenimenti furono praticamente identici. In questa zona, già devastata dalle epidemie degli anni passati, le nazioni indiane rimaste erano quelle dei Sioux, degli Arapaho e degli Cheyenne del Nord.  I Sioux, i più numerosi, a loro volta suddivisi in sette tribù, divennero presto tenaci avversari dei colonizzatori avanzanti.

Visto il gran numero di emigranti che si era trasferito sulle loro terre, gli Indiani capirono che per la loro sopravvivenza era necessario non permettere ai bianchi (che i Sioux chiamavano “Wasichu”, ossia “ladri di grasso”), di espandersi ulteriormente nelle loro terre. Venne così firmato il trattato di Fort Laramie nel 1851, che assegnava agli Indiani un vasto territorio e 50.000 dollari annui. Naturalmente, questo trattato non soddisfaceva le mire espansionistiche degli statunitensi che cercarono subito un pretesto per riaprire le ostilità. Bastò un piccolo incidente: una vacca di proprietà di un agricoltore mormone, si era sperduta nel campo dei Brulè (una delle sette tribù dei Sioux) nei pressi di Fort Laramie, dove fu abbattuta e consumata dalla tribù. I bianchi pretesero violentemente la consegna del colpevole e, durante la trattativa, partì un colpo di fucile che uccise il fratello del capo della tribù, Stirring Bear.  Ad una minima reazione indiana seguì una violenta sparatoria in cui poi lo stesso Stirring Bear rimase ucciso, così come tutti i militari che erano intervenuti. Ora i bianchi avevano il pretesto che cercavano. Il generale Harney, incaricato della spedizione di rappresaglia dichiarò prima della partenza, che “voleva il sangue” e lo ebbe: una volta rintracciati i Brulè, attaccò il loro campo lasciando sul terreno 136 cadaveri Indiani, soprattutto civili.

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