MEMENTO MORI: STORIA DELLE FOTOGRAFIE POST MORTEM

img-5655_1365958304Parliamo di un’usanza del passato, che accomunò le storie di più persone.

Un’usanza che a noi uomini del XXI secolo apparirà quanto meno insolita, se non macabra e spaventosa.

Stiamo parlando della fotografia post-mortem ovvero dell’abitudine di scattare fotografie al caro estinto, immediatamente dopo il decesso. Il memento mori fotografico si affermò nell’Inghilterra vittoriana, raggiungendo l’apice della popolarità verso la fine dell’Ottocento.

Tutto inizia intorno 1839, quando viene inventato il dagherrotipo: il ritratto d’artista è troppo costoso per la classe media e dunque viene soppiantato dalla fotografia. Quest’ultima si diffonde molto velocemente, sino a diventare il modo più semplice e popolare per conservare e preservare l’immagine dei propri cari.

In particolar modo, la fotografia racchiude – un’ultima volta e per sempre – l’immagine dei defunti.

La celebre Queen Victoria, rimasta vedova dell’amatissimo Albert, porta il lutto per tutta la vita e mantiene intatta la stanza del defunto marito: non uno spillo, non un pettine dev’essere spostato. La stanza di Albert deve rimanere proprio come lui l’ha lasciata, deve parlare sempre ancora di lui perché la forza del ricordo sconfigge la morte.

E forse anche questa convinzione- di cui Victoria fu esempio vivente- contribuisce a far nascere l’esigenza di fare fotografie post-mortem. Ma determinante, per il memento mori fotografico, è certamente l’alta mortalità infantile. Le precarie condizioni igieniche e l’impossibilità di curare molte malattie impediscono a molti bambini di diventare adulti.

Spesso la vita dei bimbi e’ così breve, che la fotografia post-mortem è l’unica che i genitori avranno dei propri figli. Gli studi fotografici, più economici dei pittori, si organizzano dunque, per lasciare al mondo un’immagine del caro estinto. Non è infrequente che il fotografo si rechi al capezzale del defunto. Inizialmente, si era soliti posizionare il defunto su un divano, con un cuscino a sorreggerlo, come se si fosse addormentato.

A partire dal 1860 in poi, la fotografia post-mortem conosce drastici cambiamenti: non si fotografa più l’ “eterno riposo” ma si cerca di simulare la vita. I morti sono fotografati con gli occhi aperti oppure vengono loro disegnati degli occhi sopra le palpebre. Le loro guance colorate di rosa. I bambini hanno in mano dei giocattoli o sono circondati dagli animali domestici. Si fotografa un defunto certo, ma si cerca di comunicare vita, routine, calore familiare. Ed è proprio ai familiari che vengono inviate copie di questi ritratti: i trasporti, nel XIX secolo, non permettevano certo connessioni veloci e parenti lontani non sarebbero mai giunti in tempo per una veglia o per il funerale.

Verso la fine dell’Ottocento, i tentativi di simulazione di vita cedono il posto a ritratti più sobri: il defunto- adulto o bambino- riposa semplicemente sul suo letto di morte.

Questo tipo di fotografia si diffonderà anche in altre parti d’Europa ma verrà, col Novecento, gradualmente dimenticata. Le istantanee diventano sempre più comuni: si conservano molti più ricordi di vita, il memento mori non è più necessario.

Guardando questi ritratti con gli occhi di oggi, si resta inorriditi. Eppure quello che oggi ci fa paura, era considerato un omaggio, un gesto di rispetto e amore nei confronti dei propri cari.

C’è stato dunque nel corso dell’ultimo secolo un profondo mutamento della sensibilità collettiva ed nel rapporto con la morte. Noi, uomini d’oggi, cerchiamo di rimuovere il pensiero della morte. Gli uomini e le donne dell’età vittoriana accettavano e superavano quel pensiero, portandolo sempre con sé.

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