Aldo Manuzio e l’invenzione del corsivo

festina_lente1Di cui quest’anno si celebrano i cinquecento anni dalla morte, avvenuta il 6 febbraio 1515.

 

Aldo Manuzio nacque a Bassiano, un piccolo borgo della campagna laziale nel ducato di Sermoneta nel 1452 (o forse nel 1449-50). Dopo aver studiato a Roma, e aver vissuto a Ferrara e a Carpi, Manuzio si trasferì a Venezia, dove aprì una stamperia e cominciò a pubblicare, soprattutto classici latini e greci, a partire dal 1493.

Fondamentali, tra le opere in greco, fu la realizzazione della prima edizione a stampa delle opere di Aristotele, soprattutto grazie alla collaborazione con l’incisore Francesco Griffo, che fece realizzare, tra l’altro, quattro serie di caratteri greci, sei di latini tondi ed il corsivo.

Nel gennaio 1496 Manuzio pubblicò il “De Aetna” di Pietro Bembo, opera minore dal punto di vista letterario, ma memorabile soprattutto per l’eleganza del carattere romano appositamente inciso da Francesco Griffo e destinato a prendere in seguito il nome di Bembo. Fu preso a modello, perfezionandolo, il tondo ideato da Nicholas Jenson, tenendo conto degli studi del tempo sulle proporzioni, e divenne un riferimento per ogni futuro ideatore di caratteri. A esso si ispirarono tutte le principali serie romane successive, da quelle incise da Claude Garamond nel XVI secolo a molti tipi in uso nella tipografia del XX secolo.

Manuzio pubblicò poi nel 1499 l’Hypnerotomachia Poliphili, sulla cui attribuzione al domenicano Francesco Colonna si continua a dibattere: quest’opera è considerata uno dei capolavori tipografici di tutti i tempi, soprattutto per le immagini, ricavate da 172 incisioni su legno.

Nel 1500, nell’edizione delle Epistole di S. Caterina da Siena, Manuzio sperimentò, sia pure per le sole parole “Jesu dolce Jesu amore“, il carattere corsivo: questo carattere, di cui Manuzio è da considerarsi l’inventore, è giustamente ricordato in inglese con il termine “italic”.

Il nuovo carattere corsivo si ispirava ai documenti ufficiali manoscritti, in uso nelle corti italiane del secondo Quattrocento, e si proponeva di diffonderne l’eleganza e la bellezza.

Ad Aldo Manuzio può essere inoltre dato merito di avere utilizzato per primo su larga scala il formato in ottavo, già in uso per la stampa dei soli testi religiosi e devozionali, applicandolo alla produzione dei classici.

Manuzio era del resto pienamente consapevole della rivoluzione che stava suscitando. Scrivendo a Sanuto per dedicargli l’Orazio del 1501, gli faceva notare che un libro portatile consentiva la lettura ovunque, più facilmente di un libro di grande formato.

Nelle edizioni in caratteri latini inoltre furono rilevanti le innovazioni nella punteggiatura. Con il Petrarca del 1501 e il Dante del 1502 introdusse, mutuati dal greco, la virgola uncinata, l’uso dell’apostrofo, degli accenti e del punto e virgola, accogliendo indicazioni e suggerimenti che gli provenivano dal Bembo.

Infine ricordiamo che nel giugno 1502, nel secondo volume dei “Poetae Christiani veteres“, comparve la marca tipografica dell’ancora e del delfino, una prima versione della quale era già apparsa all’interno di un’illustrazione del Polifilo: la marca illustrava il motto “Festina lente“.

Il 16 gennaio 1515 il Manuzio dettò a Venezia l’ultimo testamento e il 6 febbraio morì.

Alla sua morte, il suocero Andrea Torresano rimase il capo indiscusso della stamperia sino al novembre 1517: poi la direzione passò al figlio, Giovanni Francesco, che firmò quasi tutte le prefazioni sino al 1528.Quando, con la morte di Giovanni Francesco, si aprirono vivaci contrasti tra gli eredi, la tipografia chiuse tra il 1529 e il 1533, dopo di che iniziò a emergere la figura di Paolo Manuzio.

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