Il salice di Kyoto

Takehara Shunsen la donna salice e Yanagi (1841)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di Lorenzo Casadei

 

In Giappone si ritiene che animali, piante e perfino pietre abbiano un’anima. Secondo un’antica dottrina shintō, un essere divino può emanare parti di sé, producendo i così detti waki-mi-tama, “spiriti separati“.

Il kami dell’albero, chiamato kino o bake, può talvolta uscire dalla pianta, che rimane immobile e immutata, e andare errando assumendo, come nel caso che dovremo studiare, la forma di una bellissima donna. In condizioni normali, se qualcuno si avvicina allo spirito dell’albero, immediatamente esso si ritrae nel tronco o nel fogliame. E così si crede che se un vecchio yanagi (un salice) o un giovane enoki (fungo) vengono estirpati, del sangue sgorghi dalle loro ferite.

La più bella leggenda sullo spirito di un albero è forse quella del salice di Kyōto. Ne esistono molteplici versioni, discordanti in alcuni punti. Di seguito riprenderemo, quasi integralmente, la sua prima e forse unica traduzione in italiano, ad opera di Mary Tibaldi, pioniera della letteratura fantastica “per l’infanzia” estremo orientale, con qualche adattamento. Solo in un secondo tempo evidenzieremo le discordanze con altre versioni.

Viveva un tempo a Kyōto un samurai chiamato Matsuidaira: nel suo giardino cresceva un salice bellissimo, dai molli rami ricadenti, folti di foglie di un soave grigio argenteo. Ora avvenne che la moglie del samurai si ammalò senza alcuna causa apparente, di un morbo misterioso, e poco dopo il suo figlioletto, correndo nel giardino, cadde, fratturandosi una gamba.

Matsuidaira fu preso da inquietudine e si chiese se a volte quelle disgrazie non potessero provenire da un’ostilità del salice e del suo spirito. Così risolvette di farlo abbattere, sebbene amasse molto quell’albero. Confidò il suo proposito al suo vicino e amico, il samurai Inabata. Ma Inabata lo dissuase, dicendogli:

– Non abbattere quest’albero così bello! Piuttosto vendimelo: lo farò trapiantare nel mio giardino. Senza dubbio il salice ha uno Spirito; sarebbe crudele distruggere la sua vita.

Matsuidaira accettò e Inabata con ogni cura fece trapiantare l’albero nel proprio giardino. Nel nuovo giardino il salice attecchì, prosperò e moltiplicò i suoi rami penduli dalle foglie d’argento. Inabata era un uomo chiuso e schivo, e viveva solo. Una mattina, scendendo in giardino, ebbe la sorpresa di vedere, appoggiata al tronco del salice, una giovane donna di meravigliosa bellezza, dai capelli di un nero di lacca lucente e dal volto di un pallore d’argento, di un ovale purissimo.

Senza chiedersi come mai ella avesse potuto penetrare nel giardino (il cancello era chiuso), il samurai salutò la misteriosa ignota, che rispose amabilmente al suo saluto. Egli la pregò di voler favorire del tè nella sua modesta dimora. La grazia incantevole della sconosciuta lo aveva conquistato, e così la pregò di sposarlo. Ella acconsentì, e i due vissero insieme nella pace e nell’armonia. Qualche tempo dopo la casa dei due sposi fu allietata dalla nascita di un bel bambino, che ebbe nome Yanagi, il salice.

Trascorsero cinque anni felici. Ma ecco che nel tempio Sanjusangendo – il tempio di Kyōto che racchiude trentamilatrecentotrentatré statue di Kannon, il Buddha della compassione – un pilastro crollò. Il Signore di Kyōto consultò i sacerdoti ed essi convennero nel consigliare il legno di un salice alto e vigoroso per la riparazione, [come si vedrà la cosa appare bizzarra poiché il legno di salice è notoriamente poco adatto a simili impieghi].

Il daimyō ordinò ai sacerdoti di cercare l’albero adatto ed essi gli segnalarono il salice di Inabata. Andò quindi a vederlo e comunicò al samurai che l’albero doveva essere abbattuto per essere trasportato al tempio. Inabata si sentiva molto triste all’idea di perdere il suo albero, il più bell’ornamento del suo giardino, ma non poté che inchinarsi alla volontà del suo signore. Quando questi se ne andò, la sposa di Inabata si avvicinò al marito con gli occhi umidi di pianto e gli disse con infinita tristezza e profonda tenerezza:

– Debbo farti una confessione, o mio signore. Tu hai avuto la delicatezza di non chiedermi mai come ero giunta qui e io avrei voluto serbare il segreto per sempre… Ma ora non è più possibile. Tu devi sapere. Io sono lo Spirito del salice. Quando tu salvasti l’albero dalla minaccia di Matsudara, che voleva abbatterlo, provai per te un’immensa gratitudine. E quando tu mi accogliesti nel tuo giardino, la mia riconoscenza si accrebbe ancora. Ci siamo sposati, abbiamo avuto un bambino… Ma ora devo abbandonarvi poiché tu non devi disobbedire agli ordini del tuo signore. Ti lascio il meglio di me stessa, il piccolo Yanagi. Continua a volergli bene. […]

Inabata, sbigottito e sgomento, tentò invano di trattenerla, serrandola tra le braccia, ma ella gli disse addio e svanì entro il salice. Allora il samurai, disperato, corse a supplicare il daimyō, di risparmiare l’albero magico. Ma il principe, temendo di dispiacere ai monaci, per quanto dolente, rifiutò. L’indomani giunsero i boscaioli con le scuri per abbattere il salice. Ai colpi pesanti il samurai credette di sentirsi spezzare il cuore. […] Poco dopo il salice giaceva a terra, schiantato.

Ora si trattava di issarlo sul carro trainato da buoi che doveva trasportarlo al tempio. Ma ecco che l’albero resistette a ogni tentativo che i boscaioli presenti fecero per smuoverlo. Era diventato così pesante che venti, cinquanta, cento uomini non riuscivano a sollevarlo. I monaci, informati, si recarono di persona nel giardino di Inabata, seguiti da un immenso stuolo di fedeli. Una grossa fune fu attaccata saldamente al salice e trecento uomini si misero a tirarla. Ma l’albero rimaneva immobile al suolo. Allora il piccolo Yanagi si avvicinò al salice, ne accarezzò il fogliame d’argento, poi, prendendo un ramo nella sua manina, mormorò all’albero:

-Vieni…

E l’albero alla dolce preghiera del bambino si mosse e, strisciando sul terreno con un fruscio di foglie che pareva un sospiro, lo seguì docilmente fino al cortile del tempio.

Secondo la classica versione riportata da F. Hadland Davis in Myts and Legends of Japan. Il salice del Sanjusangendo era un albero secolare cresciuto in un non meglio precisato villaggio. Amato da tutta la popolazione cui offriva, simile ad un enorme ombrello semiaperto, refrigerio d’estate e riparo dalle intemperie d’inverno. Esso cresceva nei pressi della casa di un uomo, Heitaro, che nutriva per l’albero una particolare devozione. Heitaro era infatti solito pregare e meditare tra i suoi rami, dove accendeva degli incensi. Esso lo salvò una prima volta, quando i paesani decisero di costruire un grande ponte, gli comparve quindi la futura sposa (Hiigo) con la quale ebbe un figlio (Hiyodoo), ma non poté nulla contro l’autorità quando fu l’imperatore stesso a richiedere il legno dell’albero per costruire il tempio Sanjusangendo.

Gordon Smith individua nell’imperatore Toba il personaggio della storia ma come si tramanda al Sanjusangendo sembra più probabile che il riferimento sia al figlio dello stesso, l’imperatore Go Shirakawa (1155-1158) che in esilio volontario, secondo la pratica del “governo del chiostro” o sistema Insei (nella quale l’Imperatore, pur abdicando, manteneva inalterato il proprio potere) avendo dato i voti buddhisti, decise la costruzione del tempio. In ogni modo Heitaro non riuscì nell’impresa e gli esiti sono quelli già raccontati.

In tutte le varianti del racconto, il protagonista umano della storia dimostra sempre una spiccata sensibilità verso il salice: ne ammira la bellezza sacra. Nel caso di Heitaro compie anche dei riti sotto l’albero accendendo degli incensi. Esso si ingrazia lo Spirito del salice – che non si identifica semplicemente con “l’anima” della pianta ma è piuttosto una divinità che l’albero ospita. Il protagonista della storia compie quindi una “buona azione” del tutto disinteressata in seguito alla quale il rapporto tra uomo e salice si fa ancora più intimo.

Nel caso del racconto di Inabata il salice entra a far parte del suo giardino che, ricordiamo, per monaci e samurai è al tempo steso un supporto alla meditazione, un luogo di contemplazione e un luogo interiore, “il giardino della mente” ed esteriormente. A seguito di quest’azione compare l’emanazione dello spirito dell’albero che il protagonista, a simboleggiare una piena unità ritrovata, sposa.

Con il tempo (e la pratica) nascerà e crescerà il frutto di questa unione, rappresentata dal bambino, un frutto interiore destinato a sopravvivere alla morte dell’albero. Poiché esso crescerà con il samurai nel suo “giardino interiore” che è sempre possibile ricreare, anche nel cuore di una battaglia.

Ma non è finita, vi è un ultimo aspetto che merita di essere sottolineato. Questo racconto parla infatti anche dell’incontro di due tradizioni. Un incontro che non può che avvenire al centro. Infatti l’albero sacro, qui simbolo squisitamente shinto (ma in tutte le tradizioni immagine dell’axis mundi che unisce al centro cielo e terra), è destinato a far da colonna (e in alcune varianti da colonna portante) del tempio buddhista. Un tempio nel quale, peraltro, è possibile ritrovare l’intero pantheon induista. Nessuno sforzo esteriore potrebbe riuscire nell’impresa di spostare l’albero sacro tagliato (per volontà dei monaci e dell’imperatore) al nuovo tempio: è solo dall’interno, simboleggiato dal bambino, che tale adattamento è possibile.  Il salice è infatti trascinato “con un fruscio di foglie che pareva un sospiro” quasi l’immagine del sottile canto di un oracolo antico che, assecondando il nuovo ordine, si lascia docilmente ospitare nell’ordine della nuova dottrina giunta da Occidente.

Ancora oggi nel Sanjusangendo si ricorda questa leggenda e nel suo giardino è piantato uno splendido salice.

Questa storia ci introduce al tema che voglio approfondire.

Sincretismo” è un’espressione abitualmente impiegata per designare delle realtà nelle quali confluiscono elementi derivati da forme tradizionali diverse. In particolare, ed è il motivo per cui ci sembra importante trattarne qui, il termine è sistematicamente utilizzato per la composita tradizione nipponica, anche da fonti autorevoli, ad esempio accademiche. Esso è però letteralmente fuorviante, poiché contribuisce ad alimentare una certa confusione teorica che può deviare anche persone sinceramente impegnate nella Via. Ho quindi deciso di condividere con i lettori alcune riflessioni che spero possano contribuire a fare chiarezza.

Innanzitutto è opportuno ricordare la differenza fondamentale tra sintesi e sincretismo, così come è stata lucidamente espressa da René Guénon:

“… quelli fra i nostri contemporanei che hanno la pretesa di studiare le dottrine tradizionali senza penetrarne per nulla l’essenza, quelli, soprattutto che le esaminano dal punto di vista storico e di pura erudizione, hanno nella maggioranza dei casi una indisponente tendenza a confondere “sintesi” con “sincretismo” […] il “sincretismo” [… è] l’accostamento di elementi di provenienza diversa, riuniti “per così dire, “dal di fuori” ma senza che nessun principio di ordine superiore intervenga ad unificarli … la sintesi, per definizione, parte dai principi, ossia da ciò che c’è di più interiore, procede…dal centro alla circonferenza..”

(Da Considerazioni sull’Iniziazione, Luni, pp. 49-51.)

Ora come è noto la Tradizione giapponese è caratterizzata dalla confluenza di diverse correnti.

C’è innanzitutto la tradizione “autoctona” shintō a sua volta assai composita già intrecciatasi con lo sciamanesimo cinese e coreano pre taoista e che presenta forti parentele con alcune tradizioni polinesiane: un passato preistorico e mitologico dal quale emerge, come principio unificatore il sacerdote-imperatore tenno, quindi un flusso decisivo di elementi derivati dalla tradizione cinese confuciana e taoista, un primo buddhismo “indiano” con forti connotazioni tantriche, il buddismo della terra pura (jo do) e infine il chan, lo zen. A dispetto della molteplicità delle pratiche e delle dottrine che hanno trovato nel Sol levante un terreno fertile, la tradizione giapponese non si presenta come un’accozzaglia ma come un’unità frutto di una consapevole “sintesi” operata e riattualizzata da un élite spirituale in diversi momenti cruciali della storia del Giappone.

Le storie di Saicho e di Kukai che importarono il Buddismo tantrico del Grande Veicolo sono esemplari e mi limiterò qui a citare due episodi.

Saicho prima della sua partenza per l’Occidente visitò vari santuari shintō (Kimpusen, Miwa e Usa), interpellando gli oracoli locali per “benedire” la sua missione. Il grande Kukai di ritorno dalla Cina, combatté molti demoni che infestavano il Paese, ma al tempo stesso riconobbe l’autorità, e quindi la verità, di alcuni antichi kami, fino a fare del kami Inari il protettore del suo Toji.

Il caso di Kukai mostra quindi una duplice disposizione verso la tradizione preesistente, da un lato un atteggiamento comprensivo, di rispetto e identificazione, dall’altro un’aperta ostilità verso alcuni aspetti di quella stessa tradizione e quindi il rifiuto di alcune pratiche e di certi kami specialmente legati al mondo intermedio.

A ben guardare è un atteggiamento analogo a quello operato da altri grandi “traduttori” come Padmansambava che quando importò il tantrismo buddista in Tibet ingaggiò molte lotte contro demoni e maghi del Bon. Per comprendere questo atteggiamento bisogna capire che ogni tradizione particolare è soggetta a cicli di sviluppo e decadenza: quando la conoscenza si muta in superstizione essa deve rinnovarsi, se necessario facendo ricorso a insegnamenti custoditi altrove, cioè a delle tradizioni d’importazione, è quanto avvenne ad esempio a Roma alla fine dell’impero quando diverse tradizioni d’oriente erano praticate da cittadini stufi di riti ormai tramutatisi in meri accadimenti sociali di cui pochi ancora serbavano il senso. In Giappone non vi fu mai una rottura con il passato analoga a quella determinata dalla cristianizzazione, processo nel quale accanto al furore contro gli idoli (dèi divenuti demoni) sono tuttavia leggibili molteplici adattamenti della tradizione preesistente. Naturalmente non mancarono religiosi e sette di strette vedute ma nell’insieme il buddhismo Mahâyâna si inserì armoniosamente specchiandosi nello shintō. Fu così naturale per gli esponenti del mikkyō identificare i kamisuperiori” con aspetti del Buddha.

Il mikkyō merita una breve digressione. Con l’espressione mikkyōinsegnamento dei misteri” si comprende sia l’esoterismo Tendai (molto poco conosciuto), Shingon e di altre scuole buddhiste meno note, che quello shintoista comprendendo le varie forme “ibride” più o meno ortodosse poiché deviazioni e sovversioni sono sempre possibili. Il mikkyō in occidente è chiamato “buddismo esoterico“, ma per motivi analoghi a quelli esposti a proposito della differenza tra sintesi e sincretismo, nonostante l’espressione sia ormai divenuta consueta, sarebbe più corretto parlare di esoterismo buddhista, piuttosto che di buddismo esoterico poiché dal punto di vista interiore, cioè esoterico, le differenti forme non sono che espressioni di un’unica realtà. Ed è proprio grazie a questa prospettiva che una sintesi è sempre possibile. Questa coscienza dell’identità fondamentale tra le diverse forme tradizionali ortodosse resterà un patrimonio della sapienza esoterica nipponica come testimoniano anche gli scritti di molti maestri medioevali, ad esempio Takuan. E contemporanei (cfr. la conferenza del maestro Hiroshi Tada pubblicata in Aikido, Anno 32.

Indubbiamente nel Giappone contemporaneo il sincretismo è piuttosto diffuso, combinandosi in qualche modo nel Sol Levante il caos del pensiero moderno occidentale con una secolare e innata disposizione a raccogliere e trasformare. L’atteggiamento del giapponese medio, che magari sceglie un matrimonio cattolico per sole ragioni “estetiche” è oggi effettivamente slittato in un vero e proprio sincretismo che si ritrova infatti in molte nuove religioni nipponiche caratterizzate da un forte millenarismo; un atteggiamento superficiale per certi versi speculare allo sforzo artificiale, a sua volta squisitamente moderno, perpetuato durante il regime Meji di creare una religione di stato “purificata” dagli elementi “stranieri”. Tempi di caccia ai Tengu: la persecuzione degli yamabushi e in generale dei praticanti di certe forme del mikkyō. (Cfr. il saggio di Toshio Miyake in La storia del Tengu, Padova 2008). Ma questo nulla toglie all’essenza della Tradizione.

Riassumendo: una vera sintesi ha come presupposto il riconoscimento di una verità universale soggiacente le diverse forme tradizionali. La riunione e armonizzazione tra correnti tradizionali diverse, come quella avvenuta tra buddismo e shintō operatasi nel mikkyō dev’essere però realizzata e, per così dire, organizzata, da maestri che abbiano effettivamente superato il “regno della forma”. Espressione che, a seconda dei casi, deve essere intesa su piani differenti. È questo il motivo per cui chi “importò” autorevolmente il buddhismo nel Sol Levante è considerato come una manifestazione “avatrica”, una discesa del principio (o di una sua particolare qualificazione) sul piano terreno. Kukai ad esempio fu considerato manifestazione della stessa funzione rivestita da Nagarjuna, il grande maestro indiano del Mahâyâna, genio della logica e paladino della metafisica. In caso contrario, ovvero se la commistione tra elementi avviene nell’ignoranza, gli effetti possono essere perversi. E questo è vero a vari livelli.

L’individuo caduto nel mondo del relativo può trovare nella Via il farmaco assoluto. Ma chi assume contemporaneamente diverse cure mediche, anche di per sé buone, può scoprire che gli effetti combinati non sono necessariamente i migliori e se si lavora con l’animo il rischio è tipicamente quello di una certa confusione psichica.

Naturalmente la ricerca culturale non è una religione e non ha dogmi, tuttavia vale la pena porsi il problema: non sarebbe probabilmente saggio per un praticante “alternare” gli allenamenti nel dojo di aikido con le danze sufi o, peggio, con alcune delle pratiche che si affollano nell’offerta di mercato della pseudo spiritualità dove falsi sciamani e psicologi si reinventano guru. Attenzione quindi alle scorciatoie. Soprattutto sarebbe sbagliato per un insegnante introdurre sconsideratamente nell’arte da lui trasmessa nel dojo pratiche che potrebbero rivelarsi fuorvianti poiché, al dì là dei problemi di integrazione dottrinale, ogni pratica ha degli effetti invisibili che difficilmente il praticante immerso nell’ignoranza può valutare.

Nel migliore dei casi si avrà una perdita di tempo, fatto di per sé negativo. La vita è breve come un soffio. D’altro canto l’immagine stessa della Via non consiglia forse di procedere celermente in un solo sentiero anziché zompare faticosamente dall’uno all’altro?

 

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