Il canto degli sciamani

ai-tchourekTesto di Fabio Bertino

Ai-Tchourek socchiude gli occhi ed intona uno dei canti di gola tipici della sua terra. E’ un suono profondo, gutturale, una lunga vibrazione modulata su toni bassissimi. Sembra impossibile che a produrlo sia la voce umana. La eco antica del canto crea nella stanza un’atmosfera di sacralità e mistero. Alla parete pendono il sontuoso abito cerimoniale in pelliccia della mia ospite e il dungur, il tamburo sacro, “il cui suono ha la forza del tuono”, mentre dal piccolo braciere sale il fumo purificatore dell’artish, l’incenso di ginepro della taiga. Tutt’intorno gli enigmatici oggetti che compongono il corredo sciamanico. Amuleti, erbe, sonagli, collane, talismani in osso di montone. Ai-Tchourek Ojun, “Cuore di luna”, è una udagan, una donna sciamano, sacerdotessa di uno fra i più antichi saperi spirituali dell’umanità.

La incontro nel Centro Sciamanico Tos Deer di Kyzyl, capitale della Repubblica di Tuva, all’estremo sud della Siberia. Il Centro, circondato da pali totemici, si trova in un edificio in legno sulle tranquille sponde dello Yenisei, il lungo fiume che da qui scorre per oltre 4.000 chilometri sino al Mar Glaciale Artico. Lo scenario è splendido, con il fiume che si snoda lento fra alberi rigogliosi che in questa stagione brillano di un intenso color giallo oro. “E’ uno degli sciamani più potenti di Tuva e sarà molto contenta di vederti” assicura Katia, che mi accoglie all’ingresso e che, nonostante il nome tipicamente russo, per aspetto e abbigliamento è una tipica tuvina.

Entrando, la prima impressione è un po’ quella di trovarsi in una sorta di “clinica sciamanica” per prenotare una visita, con Katia che mi mostra un catalogo in cui sono indicate le specialità di ogni operatore e le relative tariffe. Da un veloce consulto, per pochi rubli, a cerimonie più lunghe e complesse come la kamlanie, il grande rituale di purificazione, decisamente più costoso. L’appuntamento è per il pomeriggio del giorno seguente, per cui ne approfitto per visitare un po’ la città.

Kyzyl è una tranquilla cittadina con meno di centomila abitanti ma, come tutte le città della Russia asiatica, sorprende con i suoi mille volti diversi. Qui convivono, l’una accanto all’altra, la città sovietica, quella moderna e quella tradizionale. Nella grande piazza centrale, a pochi metri dall’immancabile statua di Lenin, ancora presente in tutte le città siberiane, mi imbatto in una gigantesca ruota di preghiera buddhista, mentre ai lati dominano i severi palazzi governativi ed il nuovo Teatro Nazionale, con le sue decorazioni di legno in stile orientale che riproducono in chiave contemporanea l’architettura tradizionale. Questo è il cuore dell’Asia, crocevia di civiltà, religioni, lingue e culture. Corpulenti uomini russi e ragazze biondissime si mescolano a tuvini dai tipici tratti mongolici, i piccoli negozi alternano insegne in lingua locale, cirillico ed inglese, e le poche auto in circolazione sono un campionario di vecchie Lada sovietiche e di macchine giapponesi e coreane.

Non è quindi un caso imbattersi nel “Monumento al centro dell’Asia”, che celebra la posizione assolutamente unica della città. Il Monumento rappresenta un globo terrestre in pietra sormontato da un obelisco, ed è collocato nell’esatto centro geografico del più grande continente del mondo. Dà un brivido pensare che tutt’intorno, per migliaia di chilometri in ogni direzione, si estendono senza fine le immense steppe asiatiche. Finalmente arriva il momento dell’incontro tanto atteso. Mi presento in anticipo, e Katia mi guida lungo lo stretto corridoio in legno fino ad una delle stanze dove attende Ai-Tchourek. E’ una donna minuta di mezza età, ma ha un che di carismatico, avvolta in uno splendido costume in seta damascata rosso scuro e con le tipiche calzature dalla punta rivolta verso l’alto, come vuole la tradizione, “per non ferire la terra”. “Sono così felice di incontrare un italiano” dice con un sorriso, e racconta di essere stata in Italia, diversi anni prima, ospite di un Centro di studi sciamanici in Valle d’Aosta, per la consacrazione di un altare in onore del Monte Bianco. Incredibilmente mi ritrovo così a migliaia di chilometri da casa a chiacchierare con uno sciamano di strade e luoghi del mio paese. Una volta rotto il ghiaccio parliamo di Tuva, dello sciamanesimo e del suo affascinate mondo spirituale, e ne approfitto per chiederle di leggermi il futuro nelle pietre sacre, uno fra i rituali divinatori più antichi del mondo. E’ a questo punto che Ai Tchourek si concentra e comincia a cantare. Un canto nato nel cuore dell’Asia, che dalla notte dei tempi risuona nelle steppe sferzate dai venti gelidi, tra le sabbie del Gobi e sui pendii dell’Altaj. Una musica che nei secoli ha accompagnato i sortilegi sciamanici, le marce di Genghis Khan, i bivacchi nella notte. Terminato il canto nella stanza scende un silenzio carico di attesa, mentre Ai-Tchourek estrae da un sacchetto le kuvaanak, le 41 pietre sacre, e le getta di fronte a sé, fissandole poi in silenzio. La osservo affascinato, consapevole di vivere un’esperienza straordinaria. Quello a cui ho la fortuna di assistere non è uno spettacolo per turisti alla ricerca di un brivido di mistero esotico, come accade in molte altre parti della Siberia e della stessa Tuva. Al contrario, la lettura delle pietre kuvaanak è una cerimonia solitamente riservata ai locali, tanto che Katia si è dimostrata piuttosto stupita del mio interesse. Lo sciamanesimo è un elemento fondamentale della spiritualità locale e rappresenta una delle componenti essenziali della rinascita della cultura tradizionale in corso da alcuni anni.

A Tuva, piccolo territorio perso nell’immensità della Siberia ai confini con la Mongolia, l’antichissimo sciamanesimo siberiano si è preservato nel corso dei secoli intrecciandosi con la religione buddhista finché, con il crollo dell’URSS, i culti ancestrali sono tornati a manifestarsi alla luce del sole. Del resto i Tuvini, popolazione di origine mongola libera e fiera, dopo essere stati prima una fra le infinite conquiste di Gengis Khan e poi parte del grande impero Manciù, hanno conservato la loro indipendenza fino al 1946, anno dell’annessione della Repubblica all’Unione Sovietica, e non hanno mai del tutto abbandonato l’antico stile di vita nomade. La loro millenaria cultura continua così oggi a vivere in molte forme diverse. Innanzitutto proprio negli sciamani, che sono ad un tempo guaritori, indovini, poeti e tramite con il mondo degli spiriti. Ma anche nel territorio punteggiato di yurte, le grandi tende circolari di feltro accanto alle quali i pastori a cavallo sorvegliano le loro greggi. E ancora nel tradizionale canto di gola, un vero tesoro culturale che negli ultimi anni ha conosciuto un successo crescente, tanto che sempre più spesso artisti quali Huun Huur Tu, Sainkho Namtchylak o il gruppo Chirgilchin tengono i loro concerti non solo a Mosca e a Pietroburgo ma anche in Europa o negli USA. Come racconta Angyrak, che nei giorni seguenti mi accoglie nell’ampio Centro Culturale della città, esistono diversi stili di questo canto dal suono magnetico, come l’algish, riservato agli sciamani, di cui Ai-Tchourek mi ha regalato una splendida interpretazione. Veri componimenti poetici che raccontano in musica il mondo della natura e quello degli spiriti. Il canto più conosciuto è però certamente il khoomey, un suono modulato su due toni cantati simultaneamente che viene praticato solo qui, in Mongolia ed in Tibet e che si sta via via guadagnando una fama internazionale fra gli appassionati.

Nei giorni successivi avrò poi anche modo di apprezzare la natura splendida e selvaggia della regione. Spazi sconfinati che sono il regno dell’aquila, protagonista delle leggende, di linci, castori, volpi e cammelli. Si racconta che sulla montagna Chairakan viva il mitico Orso Protettore, di cui gli sciamani invocano la benevolenza. Come recita un proverbio locale, “la taiga è la legge e l’orso è il suo avvocato”.  Questa è la Tuva più arcaica e affascinante, con gli orizzonti infiniti delle chernozem, le “terre nere” dal colore della torba, dove è ancora possibile incontrare yurte isolate perse nel nulla ed imbattersi in un ovaa, un luogo sacro degli sciamani. Chiunque vi passi accanto aggiunge una pietra a quelle già ammucchiate attorno a dei rami da cui pendono le chalama, strisce di stoffa colorata appese come segno di devozione agli spiriti del posto, e lascia una moneta in offerta ai piedi del tumulo. Man mano che si procede verso sud il paesaggio si fa più arido, quasi lunare, con piste di sabbia, sorgenti di acqua calda e grandi rocce dalle forme enigmatiche. Fino al lago Tore Khol, una perla turchese che segna il confine con la Mongolia. Qui ci si ferma, nel silenzio rotto solo dal sibilare del vento, rapiti dalla bellezza di un mondo senza tempo. La mia fantasia sta già inseguendo queste meravigliose immagini quando Ai-Tchourek la sciamana inizia a svelare il destino che ha letto per me nelle misteriose pietre kuvaanak…

http://www.erodoto108.com/il-canto-degli-sciamani/

 

 

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