Le Guerre dell’Oppio: un’analisi storica

cina-scoppia-prima-guerra-oppiodi Leonardo Olivetti

Fonte: Opinione pubblica

Quando, nel 1839, cominciò la prima guerra dell’oppio tra il vacillante Impero Qing e l’Impero britannico, in pochi si resero conto del vero significato di questa guerra. Il conflitto non scoppiò solamente per il rifiuto dell’Impero cinese di importare questa droga, né per sole ragioni commerciali; esso fu un conflitto tra due mondi differenti: una guerra tra un impero mercantilistico ed espansionista in rapida crescita, ed un impero isolato e recluso nel passato, in costante ed irreversibile declino.

L’Impero britannico, che aveva fatto del commercio d’oltreoceano la sua strategia per la supremazia mondiale, dopo essere riuscito a costringere la Cina ad aprirsi alle importazioni, voleva coinvolgere il Celeste Impero in uno dei giri d’affari più pericolosi (ma redditizi) della storia: il commercio dell’oppio. Al contrario dei britannici, i cinesi erano ancora retti da un Imperatore legittimato dal “mandato celeste”, ed al commercio si erano opposti principalmente per ragioni etiche e tradizionali, ma erano stati costretti a cedere di fronte alla forze britannica. Ma, nei tardi anni ‛30, i cinesi sembravano decisi a cacciare lo straniero e i prodotti velenosi che avevano contaminato i loro mercati. Sul piatto della bilancia, quindi, per Londra si presentava uno dei mercati più grandi dell’Asia, mentre per la Cina, che si stava accorgendo sempre di più degli effetti nefasti dell’oppio, l’opposizione al commercio assumeva sempre più i connotati di una lotta contro lo straniero e le sue merci dannose. Come scrisse l’allora giornalista Karl Marx, «mentre i semi-barbari stavano dalla parte del principio di moralità, i civilizzati opponevano il principio del pecunio» (Karl Marx, Storia del commercio dell’oppio, 20 settembre 1858).

Nel 1839, il conflitto scoppiò: l’Imperatore rifiutò di importare l’oppio e lo bandì dal paese, e diede a Lin Zexu l’incarico di “sistemare” le trattative con gli inglese nel porto di Humen. Nel frattempo, cercò però la mediazione, scrivendo addirittura alla Regina Vittoria e spiegandole che le leggi cinesi non potevano tollerare la presenza e la vendita di una tale sostanza nell’Impero. Non riuscendo però a smuovere la situazione per vie diplomatiche, Lin Zexu, governatore del Guangzhou, bruciò pubblicando 1,15 milioni di chili di oppio confiscato a mercanti britannici ed americani che erano invischiati nel traffico illegale. Preso questo evento come casus belli, tra la fine del 1839 e l’inizio del 1840, l’Impero britannico iniziò una guerra d’aggressione contro la Cina, col pretesto di proteggere i propri diritti commerciali. Non fu difficile per il moderno esercito inglese sconfiggere le truppe cinesi; l’Impero sofferse numerose sconfitte lungo la costa e il saccheggio di varie città. La guerra, il cui esito fin dall’inizio pareva scontato, si concluse il 29 agosto 1842 con la firma del Trattato di Nachino, che avrebbe avuto enormi conseguenze anche nei secoli a venire.

L’Imperatore Qing, non curandosi del fatto che la popolazione civile e reparti dell’esercito erano ancora determinati a lottare, concluse un’affrettata pace che ridusse il paese in uno stato semi-coloniale. Il Trattato impose la cessione del porto di Hong Kong ai britannici (porto che si sarebbe ritornato alla Cina solo nel 1997), l’apertura di cinque porti al commercio dell’oppio (Canton, Xiamen, Fuzhou, Ningbo, Shanghai) e imponenti tributi di guerra da versare ai britannici.

Con la firma del Trattato di Nanchino, la Cina entrò nel periodo detto “secolo delle umiliazioni”: il paese, scosso anche dai tumulti interni (sopra tutti la ribellione dei Taiping iniziata nel 1850), subì diverse aggressioni che non riuscì a fronteggiare. A causa della sua arretratezza, non poté evitare di perderle tutte, concedendo sempre più ampie fette del proprio territorio e sempre più grossi privilegi ai commercianti stranieri. Il simbolo estremo di questo periodo di umiliazione nazionale è rappresentato dai “trattati ineguali”: trattati, commerciali o territoriali, letteralmente imposti alla Cina da altri paesi, a volte nemmeno scaturiti da guerre vere e proprie. Il primo di questi trattati fu, nel 1844, quello di Whampoa, che garantiva enormi privilegi alla Francia, e poi il trattato di Wangxia con gli Stati Uniti, altrettanto sbilanciato nei confronti degli statunitensi. Proprio questi due trattati diedero il via alla Seconda Guerra dell’oppio (1856-1860): l’Impero britannico, che voleva ora ulteriori concessioni (quali erano state imposte alla Cina da Francia e USA), chiese ai cinesi di rinegoziare il Trattato di Nanchino. Ora la Cina avrebbe dovuto aprire tutti i porti al commercio degli oppiacei, ridurre ulteriormente tasse e dazi sulle importazioni britanniche. Il casus belli per questa nuova guerra, fu l’arresto, da parte delle autorità cinesi, della nave Arrow, accusata di pirateria e battente bandiera britannica: Londra minacciò il bombardamento di Canton, se l’equipaggio non fosse stato rilasciato, ma, nonostante il rilascio, la città fu attaccata. Ai britannici si unirono i francesi, poi gli USA e la Russia, nella speranza di ottenere le migliori concessioni possibili. I russi si accontentarono del Trattato di Ainu (1858), che imponeva alla Cina la cessione di gran parte della Manciuria, ma la guerra con le altre tre potenze terminò solo nel 1860, con la conquista e il saccheggio di Pechino da parte degli anglo-francesi. L’Impero dei Qing era ora costretto a cedere Kowloon, una penisola a sud di Hong Kong, ai britannici, oltre a nuove garanzie commerciali, firmando l’ineguale Convenzione di Tianjin.

Ma il “secolo delle umiliazioni” non era destinato a chiudersi con il trattato ineguale del 1860: il Celeste Impero sarebbe stato costretto a cedere le Isole Daoyu al Giappone, col Trattato ineguale di Shimonoseki (1895), a cedere il Jiazhou alla Germania (1898), a cedere ulteriori parti della Cina alla Russia (Mongolia Interna e Liaodong), e varie altre concessioni ad altre potenze, fino a crollare, nel XX secolo, di fronte al militarismo giapponese.

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