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LA BIRMANIA VOTA PER LA PRIMA VOLTA DOPO 50 ANNI DI DITTATURA MILITARE

on November 13, 2010 in Yangon, Burma. Myanmar's democracy leader Aung San Suu Kyi walked free from the lakeside home that has been her prison for most of the past two decades, to the delight of huge crowds of waiting supporters. Waving and smiling, the petite but indomitable Nobel Peace Prize winner appeared outside the crumbling mansion where she had been locked up by the military junta for 15 of the past 21 years.

I cittadini della Birmania (Myanmar) saranno chiamati a votare, l’8 novembre, per scegliere i membri del parlamento che governeranno per i prossimi cinque anni. Sono le prime elezioni politiche dopo i cinquant’anni di dittatura militare terminata nel 2011, momento in cui il paese ha iniziato un processo di riforma politica spianando la strada verso la democrazia…

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Contro l’ideologia del lavoro

tempi-modernidi Gabriele Repaci

Fonte: blog.ilgiornale

Una delle caratteristiche dell’era economica secondo i suoi aspetti più squallidi e plebei è appunto questa specie di auto sadismo, che consiste nel glorificare il lavoro come valore etico e dovere essenziale, e nel concepire sotto specie di lavoro qualsiasi forma di attività». Così si esprimeva Julius Evola nella sua celebre opera Gli Uomini e le Rovine (1953). Nell’epoca moderna infatti, a differenza che nelle società antiche, il lavoro cessa di significare qualcosa che si impone semplicemente per soddisfare delle esigenze materiali per divenire un fine in se stesso. Da condanna a cui l’uomo è costretto per soddisfare i propri bisogni materiali («ti guadagnerai il pane col sudore della tua fronte» è scritto nella Genesi) esso diventa un valore in se stesso. La storia della modernità è la storia dell’imposizione del lavoro, che ha lasciato sull’intero pianeta una lunga scia di desolazioni e orrori. Ci sono voluti diversi secoli di aperta violenza su larga scala per sottomettere gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo del lavoro.

Nell’Antichità europea, il lavoro veniva disprezzato proprio perché era considerato il luogo per eccellenza dell’assoggettamento alla necessità. Tale disprezzo lo troviamo tanto nei Greci e nei Romani quanto nei Traci, nei Lidii, nei Persiani e negli Indiani. In Grecia soprattutto esso era percepito come un’attività servile, che in quanto tale, era in antagonismo con la libertà, e quindi con la cittadinanza. Tanto è vero che in greco il termine ponos che sta ad indicare l’attività lavorativa era sinonimo di sforzo, fatica, pena e sofferenza.

Lo stesso stato d’animo vigeva a Roma. A proposito del lavoro manuale Seneca dice che è «privo d’onore e non potrebbe rivestire neppure la più semplice apparenza dell’onestà».

Cicerone aggiunge che «il salario è il prezzo di una servitù», che «niente di nobile potrà mai uscire da un negozio», che «il posto di un uomo libero non è in officina». La lingua latina distingue nettamente il labor, che evoca il lavoro penoso ed oppressivo, e l’opus, l’attività creativa. “Lavorare” (laborare) ha spesso il significato di “soffrire”: «laborare ex capite», “soffrire di mal di testa” Viceversa la parola otium non designa affatto la pigrizia o il fatto di “non fare niente”, bensì l’attività superiore orientata verso la creazione, di cui il commercio rappresenta la negazione (negotium, “negozio”).

Quanto alla parola moderna francese travail, essa scaturisce dal termine tripalium, che in origine era uno strumento di tortura.

Sarebbe sbagliato vedere in questa svalutazione del lavoro semplicemente il riflesso di una visione gerarchica della società e la conseguenza della “comodità”, rappresentata dall’esistenza di schiavi; essa esprime, in realtà, un concetto molto più importante: la libertà – come d’altra parte anche l’eguaglianza – non può risiedere nella sfera della necessità e che vi è autentica libertà solo nell’affrancamento da tale sfera, ovverosia al di là dell’economico.

L’idea contemporanea del lavoro ha origine con il capitalismo manifatturiero. Sino a quel momento, cioè sino al secolo XVIII, il termine “lavoro” (laboul; Arbeit, travail) designava la pena dei servi e dei giornalieri, che producevano beni di consumo o servizi necessari alla vita, che dovevano essere rinnovati giorno dopo giorno, senza che nulla potesse essere dato per acquisito. Gli artigiani, che fabbricavano oggetti durevoli, accumulabili, che gli acquirenti di regola trasmettevano ai posteri, non “lavoravano” “operavano” e nella loro “opera” potevano utilizzare il “lavoro” di uomini di fatica, chiamati a svolgere compiti grossolani. La produzione materiale non era dunque, nell’insieme, retta dalla razionalità economica.

Benché Marx nella sua Critica al Programma di Gotha (1875) avesse affermato contro Lassalle che non il lavoro bensì la natura era la fonte di ogni ricchezza i regimi comunisti hanno sempre esaltato il lavoro quale strumento di liberazione dell’uomo dal regno della necessità. In Unione Sovietica Aleksej Grigor’evič Stachanov (1906 – 1907) venne celebrato quale “lavoratore modello” ed esempio per tutti gli operai sovietici. Stalin in un suo celebre discorso disse: «[…] Il movimento stacanovista rappresenta l’avvenire della nostra industria, reca in sé il germe del futuro slancio culturale e tecnico della classe operaia e ci apre la sola strada per la quale possiamo raggiungere quegli alti indici produttivi indispensabili per passare dal socialismo al comunismo ed eliminare il contrasto tra lavoro intellettuale e lavoro manuale.»

L’obiettivo che dobbiamo porci oggi non è dunque rinunziare a lavorare bensì fare in modo di vivere in una società in cui non si viva più per produrre ma si produca per vivere.

Perché come scrisse Friedrich Nietzsche in Aurora (1881): «In fondo […] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidigia, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare

Darryl Zachary

CarrozzaInconscioBernardino Del Boca ha paragonato l’uomo ad una carrozza dove la carrozza rappresenta il corpo, il cavalli le emozioni, il vetturino la mente ed il viaggiatore l’Io o la volontà. Da tale raffigurazione appare evidente come il controllo della mente sia non solo auspicabile ma necessario anche al di fuori di un discorso specifico come lo studio. È infatti facilmente prevedibile quale percorso potrà fare una carrozza il cui vetturino non ha ascendente sui cavalli e, ancor peggio, non è subordinato agli ordini del viaggiatore.
Se tutto è pronto il padrone può viaggiare
Anche Georg Gurdjieff paragonava la condizione interiore dell’umanità ad una carrozza, con il cavallo, il cocchiere, ed il Padrone. La carrozza è il corpo fisico con i suoi aspetti senso-motori ed istintuali. Il cavallo è il corpo emotivo, con le sue emozioni ed i suoi desideri. Il cocchiere è la mente, con la sua capacità di concentrarsi, pensare, osservare e discernere. Il Padrone è il Vero Io, la coscienza, o la volontà.
Questi quattro aspetti dell’umanità non sono nella corretta relazione reciproca. La parabola narra che il cocchiere è ubriaco in un bar, ed ha speso tutti i suoi soldi nell’alcool; il cavallo è legato fuori dalla porta, esposto alle intemperie e maltrattato dal cocchiere, che non lo ha nutrito adeguatamente, né lo ha messo al riparo. Anche la carrozza è malmessa, parcheggiata fuori ed esposta agli eventi atmosferici; è proprio in cattivo stato. Il Padrone non si trova da nessuna parte. Cosa deve accadere per correggere questo triste stato delle cose?

Un messaggero inviato dal Padrone versa un secchio d’acqua gelata sulla testa del cocchiere. Lo shock lo risveglia dal torpore. Il cocchiere, che adesso è più sveglio, si accorge della situazione difficile, esce dal bar e vede il suo cavallo trascurato e la carrozza. Li esamina entrambi, prende nota di ciò di cui hanno bisogno, e provvede a fare ciò di cui c’è bisogno.
Dopo alcuni giorni di cure e lavoro, la carrozza è riparata ed il cavallo è nutrito e riposato. Il cocchiere decide che è giunto il momento di attaccare il cavallo alla carrozza, munirlo di briglie e redini, e montare la cassetta sulla carrozza. Fatto questo, la carrozza è pronta per il passeggero. A questo punto il Padrone può apparire, prendere il proprio posto nella carrozza, e dare al cocchiere le istruzioni per giungere nella propria dimora.
Ci sono spiegazioni molto più esaurienti della parabola della carrozza, ma quando ho trovato questa versione la similitudine con il pensiero di Bernardino Del Boca mi ha fatto ovviamente pensare a te!

Insomma, devo riparare la carrozza!

Ma ieri hai tenuto la conferenza ?

Se sì, mi manderesti gentilmente la lezione?

Grazie!

A presto!

Berlino 15.12.2013

Yann Martel

3 (2)L’albero si era accorto della strada, che era consapevole del cielo, che a sua volta sapeva del mare, che divideva ogni cosa con il sole. Ciascun elemento era in armonia con gli altri, tutti erano amici e parenti.