L’uomo, eterno giovane. 900mila anni fa uomini moderni in Inghilterra, vacilla la tesi africana

image_1749_3e-Happisburgh-Footprintsdi Maurizio Blondet

Fonte: effedieffe

 

Un piccolo gruppo umano, tre adulti e due bambini, si sono attardati sulla riva fangosa nell’estuario dell’antico Tamigi, forse alla ricerca di molluschi. Hanno lasciato le chiare impronte dei loro piedi. I paleontologi le hanno trovate nell’estate 2013 quasi sulla spiaggia del mare, ad Happisburgh nel Norfolk, ormai fossili, il fango di allora indurito in pietra. La scoperta «rivoluziona ciò che sappiamo della preistoria umana», dicono gli autori della scoperta, che ne hanno dato relazione sulla rivista scientifica PLOS One. (Hominin Footprints from Early Pleistocene Deposits at Happisburgh, UK)

Rivoluzionare, è il meno che si possa dire. Sono le più antiche impronte umane trovate fuori dall’Africa; e sono tanto antiche, che non dovrebbero essere lì, così a Nord: sono vecchie di 800-900 mila anni. Forse di un milione.

Di fatto, la scoperta smentisce, o almeno getta in dubbio, la teoria dominante: che l’uomo è nato in Africa da qualche scimmia bipede, ipoteticamente l’australopiteco. Le più antiche impronte «quasi» sicuramente umane risalgono ad un milione e mezzo di anni fa, sono state trovate nei pressi del Lago Turkana in Kenya dove l’uomo sarebbe apparso. Si dice «quasi» perché quelle impronte africane possono essere attribuite all’Homo Erectus ma anche al Paranthropus Boisei, cioè sempre un australopiteco.

Altre impronte trovate nella vicina località africana di Ileret, sembrano più chiaramente umane — e sono anch’esse fatte risalire a 1,5 milioni di anni orsono.

Tuttavia è strano che l’uomo-nato-in-Africa fosse già arrivato fino in Inghilterra, ai confini nord del mondo, un milione di anni fa. E non si tratta affatto di ominidi, né di Erectus o di Heidelbergensis: le impronte fossili negli antichi fanghi del Tamigi, sono senza alcun dubbio di esseri umani evoluti, moderni. I loro piedi avevano alluce, calcagno, arco plantare esattamente come i nostri, e fattura delicata. Non basta: gli scienziati, adottando i parametri della polizia scientifica per cui dalla lunghezza di un’impronta di piede si deduce la statura, hanno appurato che l’adulto – che oggi calzerebbe scarpe numero 42 – era alto un po’ più di un metro e 73: statura da nostro contemporaneo medio. Il bambino più piccolo del gruppo era sotto il metro (0,93), gli altri individui si situavano fra queste due misure. Ragazzini, ragazzine, e forse due mamme giovani, alte sull’1,65.

Ma le impronte dicono ancora di più, ed è affascinante notare che quei segni di calcagni «parlano» molto più che le stesse ossa, se di quegli individui di quasi un milione d’anni fa, si fossero trovati i resti fossili. Le impronte ci dicono del loro comportamento: i cinque antichissimi antenati non sono passati correndo, e nemmeno sono venuti ed andati come nel corso di una marcia. No, la famigliola ha pesticciato nella riva fangosa qua e là, in tutte le direzioni, attardandovisi, certamente alla ricerca di molluschi nascosti nella fanghiglia, grattando il terreno forse con le mani (ma non ci sono impronte di mani), più probabilmente con bastoni.

Il comportamento tipico di cacciatori-raccoglitori. Sono le stesse impronte che possono lasciare, oggi, i Boscimani, o gli indios dell’Amazzonia. E se si pensa al ricco «mondo interiore» che hanno queste ultime tribù di cacciatori-raccoglitori, le loro credenze e la loro cosmologia, i loro saperi di piante ed animali, in contrasto con la disadorna semplicità della loro vita e la primitività dei loro attrezzi, è impossibile non sognare: quei cinque inglesi di un milione di anni fa avevano anche loro credenze? Avevano divinità, riti, miti, arti di caccia, una concezione del mondo? Sembra una conclusione inevitabile. L’uomo, quando compare nel paesaggio, non è mai un «primitivo», ma sempre con una «cultura» assai complessa, ha bisogno di «darsi ragione» del suo essere al mondo.

Solo che l’Homo Sapiens – secondo la teoria dominante, – appare pienamente tale solo 200 mila anni fa (in Etiopia), dunque 700-800 mila anni dopo i foraggiatori del Tamigi. E mostra di avere un mondo interiore solo da 42 mila anni, quando incide le prime pitture rupestri e le prime sepolture. No, decisamente, quel gruppo di adulti e ragazzini lungo il Tamigi di un milione di anni fa, non possono, non «devono» essere uomini. Sono troppo «precoci» per mostrarsi in Inghilterra con i comportamenti di cercatori di molluschi in riva a un fiume.

Eppure ci sono.

Sicché gli scienziati britannici hanno dovuto pensare ad un altro uomo «precoce», così precoce da essere imbarazzante per la teoria dominante, tanto che l’hanno nominato: Homo Antecessor, ossia l’uomo che-precede. Ritrovato in Spagna nella leggendaria Cueva de Lo Huesos, impressionante foiba preistorica dove furo gettati i corpi di giovani ventenni sacrificati con un colpo di clava alla nuca e in parte divorati in un rito cannibalico, una «religione» durata centinaia di migliaia di anni, l’Antecessor è contemporaneo, anzi più antico, di ominidi primitivi di cui – secondo l’evoluzionismo – doveva essere il successore: esistette 900 mila anni fa, forse anche 1,2 milioni di anni orsono. Non era un Ergaster, un Erectus, un Heidelbergensis; aveva troppi aspetti da uomo moderno. Soprattutto: la faccia prognata, quasi ancora un muso, delle suddette specie, ma la faccia verticale, propria di un essere che esprime sul volto i sentimenti, e denti delicati. Un dentista li prenderebbe per quelli di uno dei suoi pazienti.

L’Homo Antecessor aveva una scatola cranica di mille cc, e si sono trovati strumenti di pietra da lui presumibilmente fabbricati, asce a mano clave di ossa animali… la sua datazione ha irritato proprio l’archeologia britannica (smentiva Darwin) che ha preteso nuove misurazioni con nuovi metodi: niente, il nostro simile di Gran Dolina visse proprio almeno 800 mila anni fa. Quello che si credeva il progenitore di questo uomo troppo moderno, l’Heidlbergensis (una specie che è piuttosto un «mucchio» di crani alquanto disparati trovati nel mondo, e che non si sa come esattamente collocare), apparirà solo 300 mila anni «dopo». Sembra proprio che l’Antecessor non sia il discendente, ma il nonno dell’Heidelbergensis (o un suo zio, collaterale).

Ora, i britannici scoprono che, forse, l’Antecessor, dalla Spagna, era emigrato proprio a casa loro, passando per l’istmo di terraferma che in quella lontana epoca univa l’Inghilterra alle coste dell’attuale Francia. E con quale rapidità stupefacente, questo supposto primitivo s’è portato verso il Settentrione! Lasciando i parenti che allora vivevano ancora ad Atapuerca….

A dire il vero, proprio l’Inghilterra aveva – già da anni – i resti fossili umani più antichi trovati fuori dall’Africa: erano uomini di 700 mila anni fa, che si attardarono nell’East Anglia (1). Però 700 mila anni orsono, l’isola britannica godeva di un clima mediterraneo, favorevole a raccoglitori. Al contrario, 900 mila anni fa (2-300 mila anni prima) la Gran Bretagna era fredda. Era anzi più fredda di oggi; aveva il clima odierno dei fiordi scandinavi. Sulle rive del Tamigi di allora si stendevano alte e scure foreste di conifere, nel mare invernale dovevano galleggiare lastre di ghiaccio. Attorno si muovevano mammuth e rinoceronti lanosi.

Cosa erano venuti a fare i raccoglitori Antecessor (se erano poi loro) in un ambiente così ostile? Che cosa li spingeva a salire così a Nord, dove certamente la raccolta era meno abbondante?

«Come sapeva questo gruppo umano far fronte a condizioni climatiche tanto rigide?», si domanda Chris Stringer, archeologo del Museo di Storia Naturale del Norfolk. «Dobbiamo ripensare completamente la loro vita: avevano un pelame folto?» (come dopotutto ebbero i mammuth e i rinoceronti lanosi preistorici). «Oppure, avevano un adattamento culturale al freddo che non pensiamo fosse accessibile a uomini di quasi un milione di anni fa?». Pensiero pericoloso, che si avvicina all’eresia. Adattamento «Culturale» significa: si vestivano già di pellicce animali? (2) Si facevano capanne, ripari? E – Dio non voglia – «già avevano scoperto il fuoco, in epoca così antica?» (3).

No no, non è possibile. Non deve essere. Del resto, quelli stavano pesticciando nel fango a piedi allegramente nudi, 900 mila anni orsono. Era gente abituata. Eppure avevano anche piedini delicati, soprattutto i ragazzini e le ragazzine.

Sembra impossibile, ma erano lì. Sembra quasi di sentire le risa e le grida eccitate dei bambini che giocavano a scoprire conchiglie e granchiolini, echeggiare nell’alta foresta di abeti colossali.

«Queste orme sono così concrete, sembra quasi di vederli», ammette il professor Clive Gamble, archeologo della università di Southampton. (Scientists find 800,000-year-old footprints in U.K.)

1) Per contro, le tracce più antiche in Italia si trovano a Roccamonfina (Caserta), e risalgono solo a 350 mila anni fa. Sembra quasi che l’umanità più antica sia discesa dal Nord verso meridione, anziché salire dall’Africa…. A Roccamonfina «Trecentocinquantamila anno fa un gruppo di tre individui, tre esseri umani, è sceso lungo il fianco della montagna. Il terreno era una fanghiglia calda. Dove il pendio è più ripido sono scivolati e si sono aiutati con le mani. Nella fanghiglia sono rimaste le impronte dei piedi, e di qualche dito. E quella della mano che ha aiutato a non scivolare».

2) Che indossassero abiti da loro tessuti viene escluso. Una scoperta recente (senza relazione con quella di Happisburgh) è il ritrovamento del più antico tessuto: una tela di lino e canapa, finemente eseguita a telaio, che avvolgeva il corpo di un infante: datata di 9 mila anni, quando si riteneva che l’umanità fosse composta di soli cacciatori-raccoglitori. Invece a Catalhoyuk, Turchia, il più grande e meglio preservato sito del Neolotico, gli abitanti (erano sui 10 mila: una metropoli) sapevano filare e tessere, e certo anche coltivare lino e canapa. http://www.catalhoyuk.com/index.html. Il sito non è lontano dal misterioso centro megalitico di Gobekli Tepe, dove una ventina di templi circolari, con pilastri ornati da sculture, furono elevati nel 9.500 avanti Cristo: un enigma, perché a quell’epoca non si riteneva esistessero ancora civiltà capaci di mobilitare centinaia di uomini per costruzioni così imponenti, non essendo ancora stata scoperta (si crede) l’agricoltura con il suo surplus alimentare e l’organizzazione sociale relativa. Invece, pare essere avvenuto….

3) Però, un focolare usato per cuocere carni animali è stato trovato in una caverna a Qesem, odierno Israele: è vecchio di 350 mila anni: cioè già prima della nascita dell’Homo Sapiens (così si crede oggi), gli Erectus sapevano usare il fuoco, accenderlo e mantenerlo (con legna raccolta in anticipo), dimostrando un grado di intelligenza e di interazione sociale imprevisto. Il focolare di Qesem è grande due metri e circondato di ossa di grossa selvaggina (cervi, uri e cavalli), più attrezzi litici serviti per la macellazione. Sembra una cucina da campo, «per usi sociali», dicono gli archeologi, ossia per banchetti rituali. Otto denti scavati lì, datati fra i 400 e i 200 mila anni, sembrano umani evoluti, non di Erectus. E non basta: indizi raccolti in una caverna sudafricana, a Wonderwerk, hanno provato che esseri umani accendevano fornelli scavati nel terreno, e usati per cuocere cibi, già un milione di anni orsono. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che i denti dell’Homo erectus, relativamente delicati, siano un indizio di consumo di cibo cotto sul fuoco a partire da 1,9 milioni di anni fa. Come si diceva, forse l’uomo non è mai stato il «primitivo» bruto delle illustrazioni dei libri di testo. Tale tipo di bruto primitivo sembra piuttosto trovarsi nelle città moderne, fra i sub-umani che incidono graffiti, inabili a qualunque lavoro e privi di intelligenza e cultura. (http://ilfattostorico.com/2012/04/04/il-focolare-piu-antico-del-mondo)

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