Irlanda 1916, la rivolta in versi

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Fonte: Il Corriere della sera

Un secolo fa l’insurrezione nazionalista di Pasqua infiammata dalle suggestioni letterarie celtiche

Il poeta Yeats prima condannò i ribelli, poi li esaltò

Le celebrazioni

Mostre, cerimonie, convegni, spettacoli teatrali: è molto ricco il programma degli eventi organizzati nella Repubblica d’Irlanda per celebrare la rivolta del 1916, che pose le basi per la conquista dell’indipendenza. È interessante notare che le iniziative principali non si terranno il 24 aprile, data dell’insurrezione, ma alla fine di marzo, nel periodo pasquale, poiché i ribelli scelsero apposta Pasqua per entrare in azione, volendo collegare la risurrezione dell’Irlanda a quella di Gesù

Bibliografia

È uscito di recente in Italia il libro di James Stephens L’insurrezione di Dublino, a cura di Riccardo Michelucci (traduzione di Enrico Terrinoni, Menthalia, pp. 150, e 12). La vicenda è inserita nel suo contesto dal saggio di Eugenio F. Biagini Storia dell’Irlanda dal 1845 ad oggi (Il Mulino)

Nel 1916 l’Irlanda si trovava in uno stallo politico pressoché totale. Il tanto desiderato Home Rule, che avrebbe garantito autonomia di governo al Paese, fu sì approvato dal Parlamento britannico, ma solo per venire immediatamente congelato dal governo Asquith che, impegnato nel primo conflitto mondiale in Europa, seguiva con scarsissima attenzione la situazione di crescente malcontento in Irlanda. A onor del vero due anni prima, allo scoppio della Grande guerra, il leader dell’Irish Parliamentary Party, John Redmond, aveva incoraggiato i giovani irlandesi ad arruolarsi nell’esercito britannico, e più di 200 mila avevano risposto all’appello: chi per motivi economici, chi per difendere il piccolo e cattolico Regno del Belgio invaso dai tedeschi e chi nella patriottica speranza che la partecipazione dell’Irlanda alla Grande guerra a fianco dell’impero avrebbe giovato alla causa dell’ Home Rule . Tanti morirono, molti tornarono mutilati, ma l’Home Rule Bill rimase bloccato negli uffici di Westminster.

Al Nord, intanto, gli unionisti protestanti dell’Ulster, decisi a non farsi governare dalla maggioranza cattolica, si resero di fatto indipendenti, rafforzando le proprie posizioni e acquisendo ingenti quantità di armi. Al Sud, con il passare del tempo, e visto il quasi totale disinteresse inglese per la questione irlandese, vari gruppi di indipendentisti rivoluzionari (i Volunteers) iniziarono a concepire l’idea di un’insurrezione armata. A capeggiare i ribelli furono soprattutto scrittori, poeti e intellettuali: personaggi come Patrick Pearse, poeta e insegnante sperimentale di lingua gaelica, Joseph Plunkett, letterato e curatore dell’«Irish Review», e Thomas MacDonagh, poeta e professore di letteratura inglese all’University College Dublin.

La rivolta, pianificata in gran segreto, ebbe inizio lunedì 24 aprile 1916 (era stata progettata per la domenica di Pasqua ma, in seguito a un diverbio fra gli organizzatori, venne posticipata al giorno dopo). La giornata fu scelta per la sua forte valenza simbolica: il popolo irlandese si sarebbe liberato dal giogo inglese come Cristo era risorto dalla morte.

Le azioni centrali della rivolta furono la conquista di una serie di luoghi simbolici a Dublino e la lettura pubblica della Proclamazione della Repubblica d’Irlanda davanti al General Post Office (Gpo, ufficio postale centrale) da parte di Pearse. Il poeta Stephen McKenna, che fu uno dei testimoni, descrisse il piccolo drappello di dublinesi che passava davanti al Gpo: «C’era chi ascoltava, chi scrollava le spalle, chi ridacchiava». La popolazione non colse subito l’enorme portata della rivolta e della Proclamazione, con la quale i sette firmatari — che affermavano di parlare a, e in nome di, tutte le donne e tutti gli uomini d’Irlanda — dichiararono la sovranità del popolo irlandese e l’istituzione di una repubblica che avrebbe garantito libertà religiosa e civile, nonché pari diritti e pari opportunità a tutti i cittadini (un impegno al suffragio universale davvero progressista per l’epoca). Era una ribellione mossa non solo dal desiderio di prendere il potere, ma anche e soprattutto dalla volontà di cambiare le cose dal basso e di reagire a secoli di mala amministrazione che avevano ridotto il Paese in una condizione di estrema povertà e disuguaglianza (di classe e di religione).

I ribelli riuscirono a resistere per alcuni giorni al contrattacco inglese e, come notò lo scrittore James Stephens in L’insurrezione di Dublino, «vi è un senso di gratitudine nei confronti dei Volunteers per il fatto che sono riusciti a resistere un po’ più a lungo, perché, se li avessero sconfitti il primo o il secondo giorno, la città sarebbe stata umiliata nel profondo». Nel giro di pochi giorni la ribellione fu brutalmente repressa: 20 mila i soldati impiegati dagli inglesi, con l’ausilio di navi da guerra, contro meno di duemila irlandesi, con poche armi e anche quelle obsolete. Le bombe dell’esercito inglese rasero al suolo il centro di Dublino e ben presto le speranze degli irlandesi furono un volta di più azzerate.

Questi eventi bellici furono accolti con indifferenza dalla stragrande maggioranza della popolazione locale (per lo più contraria a un’insurrezione armata), ma ebbero grande risonanza internazionale e vennero ad esempio visti favorevolmente da chi lottava per la causa indiana o da chi si adoperava per il rovesciamento dello zar.

A differenza, però, di tante altre ribellioni del passato, la rivolta di Pasqua del 1916 si trasformò ben presto in un’inaspettata e gigantesca vittoria morale e politica da quel confusionario e caotico spargimento di sangue che era inizialmente stata. Com’è stato possibile che un’insurrezione nata quasi senza speranze sia diventata nel giro di poco tempo un grande successo politico? In gran parte ciò è dovuto al maldestro e assurdo intervento dell’esercito britannico: la scelta di giustiziare uno a uno i giovani leader della rivolta per dare un segno di forza e far sfoggio di muscoli imperiali provocò un fortissimo risentimento nella popolazione e si rivelò ben presto un boomerang micidiale. L’ultimo dei firmatari della Proclamazione ad essere giustiziato fu James Connolly, il quale, gravemente ferito e impossibilitato a camminare, fu portato davanti al plotone d’esecuzione in barella per poi essere legato a una sedia e fucilato: un caso che divenne emblematico e che provocò la reazione indignata anche dei più moderati e degli abitanti inizialmente ostili alla rivolta.

Connolly era nato e cresciuto in Scozia da genitori irlandesi, a 14 anni si era arruolato nell’esercito e aveva prestato servizio per sette anni in Irlanda; congedatosi, era poi diventato un importante sindacalista. Davanti alla corte marziale dichiarò: «Siamo riusciti a dimostrare che gli irlandesi sono pronti a morire per conquistare gli stessi diritti nazionali per i quali il governo britannico ci ha chiesto di morire in Belgio. Fintanto che le cose rimarranno così, la causa della libertà irlandese è al sicuro». Prima della sua esecuzione, MacDonagh scrisse: «Sento una felicità che non ho mai conosciuto prima. Morirò affinché la nazione irlandese possa vivere».

Oggi contempliamo gli eventi del 1916 anche con gli occhi del grande poeta e drammaturgo William Butler Yeats, premio Nobel per la letteratura nonché fondatore e figura centrale dell’Irish Literary Revival, un movimento culturale nato alla fine dell’Ottocento che tentò di riformulare in vari modi la complessa realtà dell’identità irlandese. Centrali a questo scopo furono la rinascita della lingua e della letteratura gaelica e il recupero delle tradizioni celtiche, andate perdute e spesso accessibili solo attraverso la lingua del colonizzatore (l’inglese).

Anni dopo, nella sua poesia L’uomo e l’eco, Yeats, riferendosi al suo dramma del 1902, Cathleen Ní Houlihan («Cathleen, figlia di Houlihan»), si chiese: «Quel dramma che scrissi votò forse alla morte gli uomini che gli inglesi fucilarono?». Il poeta inglese W. H. Auden rispose affermando: «Poetry makes nothing happen» (la poesia non fa accadere nulla). Tuttavia, con buona pace di Auden, non c’è dubbio che, in un contesto di vuoto politico come era quello irlandese, letteratura e cultura svolsero un ruolo centrale, posero le basi e crearono le condizioni per la rivolta. Intorno al famoso Abbey Theatre, legato alla rinascita celtica, si formarono piccole compagnie teatrali, spesso ancora più politicizzate dell’Abbey stesso, che ebbero un peso enorme nel risvegliare le coscienze degli irlandesi.

A ispirare tante opere del periodo fu la figura di Robert Emmet, patriota irlandese che organizzò un’insurrezione armata nel 1803 e che fu arrestato, processato e impiccato. Pearse fu uno dei tanti che lodarono l’esempio di Emmet, e d’altra parte l’idea del sacrificio di sangue come atto necessario per rivoluzioni e rinascite era tipico della cultura del tempo, in Europa quanto in Irlanda. In The Singer («Il cantante», 1915) Pearse rappresentò il potere messianico della violenza sacrificale nelle esaltate parole del protagonista, che annuncia la propria volontà di sacrificarsi per un popolo troppo timoroso per morire per la libertà: «Un uomo solo può liberare un popolo, come un sol uomo ha salvato il mondo».

Sono parole, queste, che riecheggiano anche nella Proclamazione e furono da molti rifiutate con sdegno. Primo fra tutti Yeats, che si trovava in Inghilterra allo scoppio della rivolta e fu costretto a guardarla da spettatore; proprio allora, proprio nel momento in cui il «suo» teatro rivoluzionario si era trasformato di colpo, e forse inaspettatamente, in una rivoluzione teatrale. All’inizio il poeta ne rimase inorridito, ma pian piano cominciò a scorgere l’elemento eroico, tanto da arrivare a comporre, qualche anno dopo, la celeberrima Easter 1916 («Pasqua 1916»), sublime elegia per gli uomini e le donne che lui stesso aveva un tempo duramente criticato.

C’è un’ambivalenza di fondo in questo famoso componimento che commemora la terrible beauty della strana ribellione da cui nacque lo Stato moderno irlandese. Oggi, a cent’anni di distanza, si tenta di ricordare, celebrare e interpretare un evento chiave della storia europea, contradditorio eppure indispensabile per la nascita dello Stato libero irlandese, nella consapevolezza che un approfondito studio del complicato e tragico contesto storico di quegli anni è un atto quanto mai dovuto e necessario. La rivolta di Pasqua del 1916 rappresenta un momento centrale del mutamento dei sistemi di potere in Europa e nel vasto, potente ma già declinante, impero britannico.