Dmitri Mendeleev

50-04-1bEsiste ovunque una media nelle cose: essa è determinata dall’equilibrio.

 

Corrado Malanga

Bernardino-del-Boca1La coscienza appare come una lampadina che illumina solo ad intermittenza l’osservabile e dunque non ha visione continua, bensì quantizzata.

In alcuni attimi è cosciente dell’evento, in altri non lo vede neppure. Frattanto l’evento si sposta fluttuando sulla griglia olografica.

Quando la coscienza riapre, per così dire, i propri occhi, l’evento si è spostato virtualmente in un altro punto della griglia.

Quindi l’evento può essere collocato dappertutto nello spazio-tempo-energia. Dipenderà dalla coscienza se vederlo dappertutto o collocarlo in un punto preciso della Griglia Olografica. Ogni evento rappresenta dunque infiniti eventi, e in tal modo l’Universo ci apparirebbe differente a seconda della coscienza che ne abbiamo in generale.

Voler vedere un evento in un certo modo ci farebbe non tanto cambiare gli eventi, che sono già tutti scritti dall’inizio dei tempi, ma piuttosto scegliere l’evento che vogliamo che si avveri. ”

 

Fenomenologia alchimica dell’Amor Sacro

Alchimie_Splendor_Solis_4_Couple_Royaldi Riccardo Tennenini

Fonte: Ereticamente

“l’Amore come potenza primigenia e palingenetica, grazie alla quale è possibile l’accesso al mondo enigmatico quanto aristocratico del sovrasensibile, riscoprendo l’essenza prima dell’esistenza umana, fino a realizzare la primordiale unità androginica, che è riconquista dello stato di non-dualità, che è assolutizzazione e mistico connubio dell’Uomo e della Donna: Questa celeste presenza di nuova vita spirituale attira, con il suo potente desiderio, l’anima, nella sua Essenza ignea, come lo Sposo chiama la Sposa, ed emana, nel Mondo di Luce, dal più profondo dell’anima, una forte Luce Trionfante chiara e bianca” (Luca Valentini – Fenomenologia alchimica Amor Sacro 11)

Luca di Valentini nella sua opera “Fenomenologia alchimia dell’Amor Sacro “, pubblicata in e-book da Prospero Editore, per la collana Prosperosophia (http://www.prosperoeditore.com/prosperosophia.html), intende spiegarci il significato metafisico dell’amore come via iniziatico\alchemica così lontano da come viene inteso oggi, dimostrando come nelle società tradizionali la donna, il matrimonio e l’unione sessuale fossero vissuti come una vera esperienza liturgica. Ora faremo alcuni esempi dove tale weltanschauung prettamente spirituale dell’amore viene esplicata; successivamente attraverso l’interpretazione esoterica della Divina Commedia mostreremo come si svolge l’intero processo.Amor-Sacro1-209×300

Iniziamo forse dall’esempio più conosciuto, quello della celebre favola di Amor e Psyché di Apuleio contenuta nella su opera più famosa le Metamorfosi. Psyché interpreta il ruolo della giovane sposa, notando che il suo nome dal latino è anima e il suo sposo Amor, l’amore divino con le sembianze dell’Eros greco Dio dell’amore e del desidero. L’anima, dopo un lungo viaggio affrontando le quattro prove iniziatiche, riesce a raggiungere il cielo venendo divinizzata anch’essa sedendo accanto agli Dèi, essendosi realizzato un matrimonio alchemico tra l’anima e l’amore facendoci intendere come l’amore sia un sentimento dell’anima quindi totalmente spirituale, in grado di farci arrivare al divino.

Il secondo lo troviamo nel Simposio di Platone, in cui l’amore spirituale, in cui le uniche parti coinvolte sono “le anime”. Non c’è materialità nel senso di corpo, non ci si scambiano effusioni, non si sta neanche insieme (fisicamente), è un amore che va oltre la corporalità, è un amore di psiche, intellettuale e non fisico e passionale che trascende il corpo. Questa apologia all’Eros viene intesa come unica via per raggiungere il divino visto come il principio che spinge verso la bellezza e questo Bello è da intendere in senso metafisico, manifestandosi nella materia come sublimazione divina dell’estasi apollinea attraverso le belle leggi, belle donne, bei uomini, belle statue, ecc. Altri esempi nella letteratura sono molteplici: Orfeo ed Euridice narrati da Virgilio nel libro quarto delle Georgiche e da Ovidio, Alcesti di Euripide, Savitri che potremo considerarla la versione indiana di Alcesti, il Faust di Goethe dove sono presenti chiari riferimenti iniziatici alchemici con le conseguenti prove iniziatiche di Faust. Nel tantrismo vige lo stesso modus operandi della coppia divina che si unisce in matrimonio e poi tramite l’unione degli opposti del “Re Sole” e della “Regina Luna” tornano all’Unità dell’Uno.

Ora andremo ad affrontare l’intero processo così come ci viene mostrato da Dante nella Divina Commedia. L’opera dantesca inizia in un giorno sacro simbolico il sette aprile del milletrecento, l’anno del primo Giubileo della storia, indetto da papa Bonifacio VIII. Dante si trova nella selva oscura atta a rappresentare il mondo moderno (ricordiamo che questo viaggio inizia per riunirsi con Beatrice). Qui possiamo trovare il secondo elemento analizzato da Luca Valentini, come lui afferma:

“Degradazione dell’Eros, è l’affermazione del piacere fine a se stesso, in cui la connessione con la sfera del sovraumano viene relegata in un’indefinita dispersione dell’Io coscienziale nel mondo larvale della generazione, nel crepuscolare immanentismo lunare, nell’annientamento fatalistico nella e per la Natura.” (Luca Valentini – Fenomenologia alchimica Amor Sacro 11).

Superata la selva oscura, inizia l’opera alchemica indissolubilmente legata all’iniziazione. L’inferno si presenta come un “imbuto” o un triangolo con la punta verso il basso come rappresentazione della prima opera alchemica, la nigredo o opera del nero paragonabile al tamas indù, l’oscurità inconscia. Dante scende nell’oscurità come Ercole o Orfeo e “muore” come scritto nel testo delle piramidi; “Tu dormi e tu ti svegli, tu muori e tu vivi” il suo corpo subisce il processo di putrefazione per poi rinascere purificato (solve et coagula). Questo processo è la distruzione della diade per ritornare all’Unità dell’Uno che troviamo in numerose tradizioni come quello dello smembramento di Osiride, Ymir, Tiamat, etc., Amor 3questo sacrificio è l’atto cosmogonico compiuto dagli Dèi nella creazione dell’Ordine cosmico sul Caos primordiale. Quindi, se Dante vuole tornare nello stadio primordiale androgino come era il “primo nato” al momento della creazione del Cosmo deve prima effettuare lo stesso atto fatto dagli Dèi distruggendo l’Io fenomenico (ego), superando diverse prove iniziatiche (come le dodici fatiche di Ercole) fedelmente rappresentate dai nove gironi.

Possiamo dire, per far intendere meglio tale processo, che i cerchi, gironi, bolge e zone del XI cerchio sono ciò di cui è composto l’Io. Una volta arrivato nel centro della terra (Mircea Eliade sottolinea che il centro della Tellus Mater è paragonabile al ventre materno) si deve procedere al contrario, sulla schiena di Lucifero come rappresentazione simbolica della caduta del “primo nato” nella materia, del peccato originario e del passaggio dall’Unità androgina alla diade uomo e donna. Una volta uscito dice: “E quindi uscimmo a riveder le stelle” (D.Alighieri, Divina commedia, Inferno, XXXIV, 139), perché ciò che ha compiuto interiormente, esteriormente ha ristabilito l’equilibrio cosmico sul caos, che gli mostrava le cose al contrario. A chiarimento di ciò possiamo usare una famosa frase alchemica: “visita interiora terrae rectificando invenies occultum lapidem “. L’intera opera alchemica è composta da numerosi personaggi mistici, gesti rituali, tipici delle iniziazioni, l’attraversamento delle porte che potremo dire usando la terminologia indù pitri – yana lo riporterà a rientrare nella caverna e ri – manifestarsi; nell’altro caso invece quello deva – yana non c’è più il ritorno al mondo manifestato. Il passaggio delle acque, come simbolo delle acque primordiali, gli strapiombi e i suoi svenimenti sono cambio di stati o catarsi che non affronteremo nello specifico.

Il Purgatorio ci porta nella seconda opera alchemica, albedo o opera del bianco paragonabile al rajas indu, indicando la presa di coscienza verso realtà superiori. Dopo aver affrontato i “Piccoli Misteri” ed essendo “nato due volte”, in India si diveniva un dwija, il nato due volte. Adesso da uomo nuovo si appresta ad affrontare i “Grandi Misteri” che Plutarco definiva in questi termini:

“Non è stato senza ispirazione divina che ha parlato colui che ha detto che il sonno equivale ai Piccoli Misteri della morte, poiché il sonno è realmente una prima iniziazione della morte… (Plutarco, de Anima, III, 5) La morte consiste nell’esiliarsi dal corpo; il sonno consiste nel fuggirlo come uno schiavo fugge dal suo padrone.2 Raggiunta la morte, l’anima sente una sensazione simile a quella degli Iniziati ai Grandi Misteri. Difatti il termine morire (teleutai) e quello di essere iniziato (teleisthai) si assomigliano, così gli stessi eventi “(Plutarco fr. 178).

In questa seconda purificazione\iniziazione si porterà al ricongiungimento con Beatrice nel Paradiso terrestre prima della cacciata di Adamo ed Eva. Qui ci troviamo davanti ad un triangolo con la punta in alto, che unendolo al triangolo dell’Inferno dalla punta in giù, si ottiene il sigillo di Salomone, riassumendo il suo significato con una frase ermetica: “come in alto così in basso come dentro così fuori “. Il Purgatorio e l’Inferno possono essere intesi come due centri iniziatici: rispettivamente, nel primo si sottende come simbolo la montagna macrocosmica (satya yuga o età dell’oro) e nel secondo la grotta microcosmica (kaly yuga o età del ferro). Amor 2Ma tornando al Purgatorio dove notiamo sette cornici più il Paradiso terrestre, potendo così affermare che, non è stata una scelta casuale perché, oltre ad essere i sette peccati capitali o sette arti liberali dell’uomo, ritroviamo una relazione molto stretta tra i sette gradi dell’iniziazione mitriaca, i sette chakra e l’unione alchemica tra metalli e pianeti. In questo caso, Dante prima di entrare nella porta del purgatorio gli viene intimato da Catone, prima di proseguire, di essere cinto con un giunco di purificazione e lavato dalla caligine infernale, rito simile al battesimo. Possiamo dividere le sette cornici in questo modo: dal I al III amore verso il male, IV amore fiacco, V al VI amore eccessivo e infine passando attraverso il fuoco alchemico si purifica ancora una volta prima di poter entrare nel Paradiso terrestre dove lo aspetta la sua sposa Beatrice nel luogo dove si effettuerà il matrimonio alchemico che trasformerà i due sposi nella “coppia divina” dando vita al Rebis o homunculus alchemico e in questo caso dirà: “puro e disposto a salir a le stelle” (D. Alighieri, Divina commedia, Purgatorio, XXXIII, 145), affermando che solo in questo stato etero ci si può rigenerare per la salita in cielo come Psiche e Amore, ricongiunti all’Unità dell’Uno.

Il Paradiso è la suprema iniziazione che dischiude all’esperienza diretta, “l’unità di tutte le cose”, l’Uno metafisico. Per Plotino è l’unità indifferenziata di molteplice e individuale. L’Uno è infinito e come tale non subisce nessuna determinazione del finito, quindi Inafferrabile, perché aldilà dell’essere. Questa ultima fase della grande opera alchemica si conclude con la rubedo o opera del rosso, il sattva, la rivelazione aldilà del velo di Maya:

” Si tratta della differenza tra Piccoli Misteri (Opera al Bianco) e Grandi Misteri (Opera al Rosso): entrambe le Opere portano all’immortalità, però mentre l’Opera al Bianco porta ad una immortalità condizionata dall’elemento vita, sempre legata alla manifestazione, l’Opera al Rosso conduce ad una immortalità super cosmica, al limite tra l’essere e il non essere” (Luca Valentini – Fenomenologia alchimica Amor Sacro 24).

Questa dimensione è totalmente differente dai precedenti stati, nei quali possiamo associare all’Inferno il corpo grossolano e al Purgatorio il corpo sottile, entrambi relegati nell’individuale, mentre in questo caso si parla di corpo casuale diretto verso l’universale. Questa ultima purificazione lo porterà alla visione diretta di Dio e dirà questa frase con il quale chiude la Commedia e riassume tutto ciò che abbiamo detto: “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (D. Alighieri, Divina commedia, Paradiso, XXXIII, 145) ovvero che l’amore è Dio inteso come moto immobile aristotelico, la causa prima di ogni manifestazione. Egli infatti è “motore” perché è la meta finale a cui tutto tende, “immobile” perché causa incausata, essendo già realizzato in se stesso come «atto puro». La caratteristica del suo essere “puro” dipende dal fatto che in Dio, come atto finale compiuto, non vi è la minima presenza della materia, la quale è soggetta a continue trasformazioni e quindi a corruzione:

” Essendo Iniziati in quei Misteri che è lecito definire i più benedetti di tutti i misteri… siamo divenuti spettatori di complete, semplici, immutabili e benedette visioni presenti in una luce pura” (Platone nel Fedro).

Quanto abbiamo analizzato si ritrova particolarmente, nell’e-book del Valentini, nell’introduzione, nei capitoli “Il duplice volto di Afrodite: Amor Sacro ed Eros Pandemio, Tradizione e Modernità” e “Eros e la distruzione della Diade”, nel cantivo finale dedicato alla Dama.

La Porta Ermetica di Roma. Un itinerario spirituale fra simbolismo e alchimia

Porta_magica_2di Dalmazio Frau

Fonte: Arianna editrice

Nei suoi multiformi interessi Nuccio D’Anna è ritornato ad occuparsi delle dottrine ermetiche con un piccolo, ma un prezioso libro appena edito per la casa editrice romana “Simmetria”. Il titolo del nuovo saggio è La Porta Ermetica di Roma. Un itinerario spirituale fra simbolismo e alchimia con l’aggiunta di alcune illustrazioni d’epoca barocca. Molti sono i libri che sono stati scritti su uno dei resti più misteriosi ancora presenti nell’Urbe, non sulle antiche vestigia classiche, ma su ciò che rimane di un ben più complesso sito che era la villa secentesca del marchese di Palombara e che noi oggi conosciamo come “La Porta Ermetica” di Piazza Vittorio, ma il volume di Nuccio D’Anna ne tratta in maniera più esaustiva e particolareggiata di tanti altri e con più di un excursus attraverso le varie declinazioni dell’Ermetismo e dell’Alchimia, dalla più remota antichità a quel particolare momento che fu la Roma barocca, dove agì il Marchese e il cenacolo di Cristina di Svezia, tra il Papato controriformista e le eresie, le guerre tra ugonotti e cattolici e gli intrighi di palazzo. È da poco tramontato l’astro alchemico del Cardinal Francesco Maria Del Monte, il protettore artistico di Caravaggio, il suo mentore in un gioco di spie come raramente se ne videro nel teatro europeo che percorre la Londra elisabettiana di John Dee fino alla Malta dei Cavalieri di San Giovanni, dalla Praga del rabbino Loew – quello del Golem – all’Inquisizione spagnola e al rogo di Giordano Bruno. Sono trascorsi alcuni decenni ma il panorama dove opera il Marchese Ermetista è ancora un elaborato e complesso labirinto nella Roma barocca; e la Porta Magica di Piazza Vittorio è stata edificata proprio in quell’irripetibile tempo nel quale cardinali, nobili e uomini di lettere, si incontravano e confrontavano sul mistero dell’Alchimia operativa e spirituale al tempo stesso. È il periodo aureo di straordinari gesuiti come Athanasius Kircher e di artisti come Salvator Rosa e le sue streghe, sabba e “dimoni”. Magia, Alchimia e Scienza fluiscono l’una nell’altra senza limiti ben precisi in un milieu che raramente ha avuto pari in una città che pari non ha.

Si costruiscono in molti luoghi, sia nei paesi sia nel resto della penisola, giardini alchemici progettati sapientemente con l’ausilio di famosi architetti; luoghi destinati a vere e proprie dispute filosofali tra i dotti dell’epoca e talvolta teatro di misteri di corte tra le nobili casate. Uno tra questi posti misteriosi e affascinanti sarà proprio quello voluto dal marchese Palombara all’interno della cui villa erano contenute sei strutture ermetiche comprendenti il Casino di Caccia e quelle dell’ingresso secondario, oggi tutte perdute. L’unica rimasta è proprio la notissima Porta Magica della quale tratta il libro di D’Anna che ci conduce perciò in un viaggio attraverso i segreti ed i misteri delle Soglie e i loro Sigilli Magici, le “parole di passo” ed i loro terrifici Guardiani che essi siano Dei, santi, angeli o démoni presiedenti alla guardia dei passaggi tra i Mondi, in un gioco di riscoperta dell’immenso e variegato mondo degli alchimisti e degli spagiristi e – anche – dei “soffiatori di carbone”.

Puntualmente descritto e analizzato con dovizia e precisione ogni simbolo nelle sue declinazioni magiche, astrologiche ed ermetico-alchemiche, il saggio suggerisce senza azzardi ma con intelligenza cosa realmente potesse essere il luogo custodito dalla Porta Magica. È l’antichissimo simbolismo della “porta” stessa ad essere il centro fondamentale dell’opera, il suo locus terribilis che segna il passaggio tra i Mondi e attraverso il quale soltanto l’Eroe, l’Iniziato, colui che ha conseguito la dignità di poter passare, osa porre l’orma del proprio piede, pena la perdita della sua stessa vita e forse anche della sua anima. Luoghi di transito come quello descritto nel libro sono diffusi in molti posti del mondo, in templi e “dimore filosofali”, occultati o esposti allo sguardo pubblico, ognuno con le proprie caratteristiche uniche e irripetibili.

Così è la Porta di Piazza Vittorio, vestigia della Villa del Marchese Massimiliano Palombara della quale struttura originaria ci rimangono soltanto la cornice, l’architrave e la soglia, mancando del tutto i gradini, il luogo ove essa conduceva e nulla possiamo dire della natura del suo portone, facendo sì che il suo ideatore si ponga al fianco di numerosi altri Signori del suo tempo, come i Farnese o gli Este in una sorta di gara a chi creava le maggiori “meraviglie”. La selva incantata di Bomarzo, il Palazzo di Caprarola, i giardini estensi e tanti altri – come la Casina dell’Aurora del già nominato cardinal Del Monte e – sì anche loro sebbene non lo si dica in giro – una parte dei Giardini Vaticani, partecipano della medesima geografia magica ove compare l’inusitata Villa del Marchese Massimiliano Palombara. Il Seicento sfumerà poi a Napoli, con gli ultimi bagliori d’un crepuscolo alchemico, nella Cappella voluta da Raimondo di Sangro, il Principe di Sansevero, prima che tutto o quasi vada perduto nella follia giacobina che ha distrutto tutto o quasi ciò che era sacro agli dèi.

L’Autore riesce così ad offrirci nel suo testo un documentato e ricco apparato astrologico e alchemico, ancora riscontrabile da parte del visitatore – non del banale turista – in Piazza Vittorio, tra una colonia felina e i numerosi piccioni, a dimostrazione ancora una volta di come i gatti riconoscano sempre e amino i luoghi ove la magia sia ancora attiva e potente. Inoltre da Nuccio D’Anna viene esaminata la quasi totalità esistente di testi e scritti vari su questo tema, confrontando differenti fonti sul senso riposto dei glifi incisi sugli stipiti della Porta che lasciamo però scoprire al fortunato e coraggiosamente avveduto Lettore, ricordandogli di presentarsi “armato” innanzi al Guardiano della Soglia, nell’ora propizia e con il cuore puro d’un bambino.

Analizzando ognuno dei sette glifi incisi sulla Porta, Nuccio D’Anna riesce ad individuare un percorso spirituale centrato su operazioni di alchimia interiore che rimandano ad una sapienza ben conosciuta e praticata nelle sue forme operative dal circolo che si era formato attorno al marchese Palombara. Come dice ancora l’Autore, quello che l’ignoto artista ha raffigurato sugli stipiti di questa straordinaria Porta è un vero e proprio “itinerario spirituale fra simbolismo ed alchimia”.

Nuccio D’Anna, La Porta Ermetica di Roma. Un itinerario spirituale fra simbolismo e alchimia, Presentazione di Claudio Lanzi, 110 pag., ill. b. n, Simmetria, Roma 2015,18 euro     ISBN 978-88-99152-11-6

I GUARITORI DI CAMPAGNA

guaritriceRelazione sul libro di Paola Giovetti “I guaritori di campagna. Tra magia e medicina”, Mediterranee Edizioni.

Questo libro riporta una delle prime inchieste di Paola Giovetti, che comparve inizialmente come una serie di articoli pubblicati sulla Domenica del Corriere negli anni ‘80, poi raccolti in un libro, che fu ripubblicato più volte, anche perché è unico nel suo genere e fu anche usato come testo di lettura all’università di antropologia di Roma.

Le cose dagli anni ’80 non sono cambiate poi molto. Tradizioni antichissime sono tutt’ora operanti, specie nel Sud, in Emilia Romagna e in Sardegna, anche se un tempo erano più diffuse, perché nelle campagne la medicina ufficiale non arrivava o, se arrivava, era troppo costosa. Pertanto molti ricorrevano a questo tipo di cura a carattere magico-religioso, in cui le cause delle malattie erano fatte risalire a malocchi, fatture, oppure a un evento che veniva chiamato (l’anima caduta) e implicava la caduta delle difese organiche per cui il corpo si ammalava.

Intervenivano allora riti antichissimi, pagani o sciamanici, a cui i tempi avevano sovrapposto santi cristiani, ognuno dedito alle proprie guarigioni specifiche, ognuno adatto a curare certi tipi di disturbi.

Come si designano i guaritori?

Importantissimi nel rito le parole magiche come i gesti rituali, che erano segreti e non si potevano riferire salvo che a persone adatte, scelte dal guaritore, spesso nella sua stessa famiglia, a cui veniva trasmesso, la vigilia di Natale, il sapere segreto.

La scelta dei successori avveniva in genere in base a caratteristiche personali di empatia e di umanità, e nessuno di loro chiedeva soldi. A volte vogliono che si metta una candela alla Madonna. A volte sono pagati in natura. Alcuni di loro vanno a fare le loro segnature anche lontano e magari tornano a casa con due uova.

Come fa uno ad accorgersi di essere un guaritore?  Molti vengono designati alle guarigioni in quanto nascono con la camicia, nascono (vestiti) dal sacco amniotico. La levatrice stabilisce così che il nascituro diventerà un guaritore e sarà capace di guarire una certa malattia.

Ci sono guaritori che portano sempre con sé il sacco amniotico come fosse una reliquia. Uno lo perse in un bombardamento e considerò la cosa una vera tragedia personale. Sembra che col tempo esso si secchi come una pergamena.

La levatrice poteva mettere in mano al bambino nato con la camicia dei chicchi di grano o dei fiori o del carbone e dedicarlo a un santo particolare, insegnando alla mamma le frasi rituali che avrebbe poi passato al bambino, una volta cresciuto. Nei primi anni era la madre col bambino in collo a segnare, poi sarebbe stato lui.

Poteva essere scelto come guaritore anche (il settimo), cioè il nato maschio dopo sette figlie femmine.

Una volta fatta la scelta, che poteva avvenire in seno alla stessa famiglia del guaritore precedente, le parole rituali gli venivano trasmesse la vigilia di Natale (solstizio d’inverno, che indica la forza che riprende).

I riti sono basati sulla magia simpatica, di tipo analogico (rami di fico, steli di grano… dai tempi più antichi il fico è considerato l’albero del demonio. Si dice che Giuda si impiccò a un albero di fico). Si pensa di poter trasferire la malattia sul ramo di fico e questo poi sarà bruciato o distrutto portando il male con sé.

I riti si compiono a digiuno e sono poi ripetuti secondo il numero tre, numero che è presente anche nelle fiabe e appare come cifra sacra e simbolica. Possono comprendere segni di croce e vengono fatti con luna calante (l’energia della luna è sempre stata importante per lo svolgimento del rito: con luna crescente si fanno i rituali di accrescimento, con luna piena si raccolgono i risultati e si rafforzano la volontà e il potere, con luna calante si fanno rituali di distacco e allontanamento, con luna nuova si iniziano cose nuove).

Cosa curano i guaritori?

In genere disturbi comuni, come storte, sciatica, vermi, bruciature, fuochi di S. Antonio…anche allergie; non curano solo gli uomini ma anche gli animali, perché in passato se per i contadini poveri era difficile avvalersi di un medico, figuriamoci di un veterinario…

Come sono?

In genere i guaritori sono persone di scarsa cultura ma di forte personalità e grande calore umano, sono semplici ma molto sicuri di sé, controllati, calmi, tranquilli, con una grande forza interiore, credenti, con una gran fede. Dicono tutti che bisogna (credere) per guarire, perché la fede è alla base di tutto.

Dove si trovano?

Molti di questi guaritori sono in Emilia Romagna. Fanno la (verza), con cui un tempo curavano anche vacche o somari o cavalli.

Si usa un piatto e un pentolino, che una volta era di terracotta ed era sempre lo stesso.  Arriva uno che si è fatto male a una gamba. La guaritrice bolle l’acqua nel pentolino e la versa sul piatto Se il calore risucchia l’acqua, il malato ha solo una storta che si può curare, sennò ha una rottura e viene mandato all’ospedale.

Anche qui nel rito compaiono le crocette fatte con fili di grano legati e di queste crocette se ne mettono 3 o 4 nell’acqua. Con queste crocette il guaritore segna la parte malata, borbottando le sue formule segrete.

Il malato deve tornare tre volte di seguito. Più è lontano il momento della storta, più avrà bisogno di giorni per guarire.

Tutto questo sembra bizzarro, eppure dai guaritori ci sono andati anche intere squadre di calcio.

I personaggi

Le persone intervistate dalla Giovetti sono molto bizzarre,

In Sardegna zio Palmerio cura i porri. Li unge con grasso di pecora dicendo formule magiche e caccia poi questo grasso in un fosso, gettando così via il male. Tanto tempo ci mette il grasso a sciogliersi nel fosso, tanto tempo ci vuole al porro per guarire.

Il rito sardo per curare la sciatica si fa con tre rami di fico, sempre in luna calante. Il guaritore passa i rami di fico lungo la gamba affetta da sciatica e ripete l’operazione per tre giorni di seguito. Poi brucia i rami di fico.

Da zio Palmerio vengono malati anche dal continente ed è considerato infallibile.

C’è anche il sindaco di un paesino sardo che toglie il malocchio. Qualsiasi problema può essere addebitato al malocchio: la vacca che non figlia, l’albero che non fa frutti, il grano che viene male, i pesci che non si fanno pescare….

Il guaritore sindaco usa una antica medaglia che butta nell’acqua assieme al sale e ascolta il suono che fa. Se fa (clock), allora c’è il malocchio.

Le ritualità possono essere di ogni genere. I mezzi usati sono l’acqua, il carbone, il grano, l’olio, i fiori…

Nel napoletano c’è un rito che cura (il giallo), cioè i mali del fegato, o (a meuza) la milza. Per i mali della milza si ritaglia dalla corteccia di un albero una forma grande come un piede che poi si distrugge. Si fa questa cosa per tre volte in giorni successivi. La corteccia porta il male con sé.

Per il fegato si usa un fiorellino giallo sempre per tre giorni. Si mettono i petali nella calza, così il giallo del fegato passa nella calza e il fegato guarisce.

A Sarsina si usano fiori, chicchi di grano, cuoricini con dentro le reliquie. Questi oggetti sono messi nelle fasce dei neonati così che il prete, senza saperlo, li benedice quando benedice il bambino e il guaritore può portarli con sé.

Una cura che forse le vostre nonne vi hanno fatto è la cura dell’orzaiolo, che viene (cucito), a volte con l’ago che non c’è e il filo che non c’è, oppure con una simulazione con ago e filo vero, e sparisce: “Scappa, orzaiolo, che te lo cucio”.

Ad Arezzo, Borghini cura le bruciature con un metodo aggressivo, le brucia di nuovo con un fiammifero e così guariscono in pochissimi giorni. Strano ma vero.

C’è anche una lieve signora che cura il mal di schiena facendo stendere i pazienti sul pavimento a pancia in già e correndo avanti e indietro sulle loro schiene con scarpe e tutto, sempre con le sue parole magiche.

Un guaritore romagnolo, un bidello che si credeva molto fascinoso, curava (le maglie) degli occhi, che sono quei puntini che volte si vedono ballare nelle pupille. Nato con la camicia, l’aveva conservata tutta la vita portandola con sé. Prende un gomitolo di lana e dei ferri da calza e monta sul ferro tante maglie quante sono i pallini nell’occhio, poi dice: “Ora dovrò fare un brut guel” (ora dovrò fare una brutta cosa) e sputa nell’occhio. Alla Giovetti disse, convinto del suo potere magnetico: “Lei non sarà capace di reagire ai miei occhi”. Ma la Giovetti piuttosto cercava di evitare lo sputo.

Bianca Gallesi cura (le storte a distanza). Prende uno stelo di grano, guarda dove ha i nodi e individua il punto della gamba dov’è la storta, e fa lì i suoi riti di guarigione sempre a distanza.

I vermi dei bambini

Qui in Romagna hanno un rito bellissimo che chiamano (Al simiot), lo scimmiotto.

In passato capitava spesso che i bambini piccoli fossero denutriti, magrolini, pallidi, (color del mu ro).

E andavano dalla guaritrice che faceva un rito stupendo: preparava della pasta da pane, la divideva in tre panetti, segnava la croce sopra. Ogni mattina scioglieva uno di questi panetti nell’acqua e con questa pasta sciolta e olio ungeva il bambino, passandolo davanti al caminetto. Per due giorni la madre doveva vestire il bambino mettendogli tutti i vestiti a rovescio. Alla fine del terzo giorno il bambino stava meglio. Forse anche ungerlo con la pasta di pane e l’olio lo fortificava. Forse la madre fatta più serena lo accudiva meglio con la sua energia.

Guaritori

Paola Giovetti fu (iniziata) a Soliera da Nerina, donna di una fede grandissima che una vigilia di Natale volle per forza trasmetterle le parole magiche per guarire le bruciature e i vermi e le passò (la verza).

Soliera è un Comune rosso, ma lei diceva: “Sono tutte comuniste, ma quando stanno male, la fede ci viene”.

Un sito suggestivo per le guarigioni è a Cancelli (Foligno), dove vive una sola famiglia: i Cancelli, in cui tutti i maschi sono guaritori. Guariscono la sciatica secondo una tradizione famigliare antichissima di 2000 anni che risale ai santi Pietro e Paolo.

Sembra dunque che i due santi passarono di lì e furono ospitati dagli avi della famiglia Cancelli, che erano carbonai, e che, malgrado la loro povertà, divisero con loro il poco cibo che avevano. Per ringraziarli, i due santi fecero loro il dono di guarire la sciatica, un dono che vien ereditato di padre in figlio. Ora al posto di quella primissima abitazione c’è una cripta dedicata ai santi Pietro e Paolo.

Ma la famiglia Cancelli ha anche una dispensa vescovile col permesso del Vescovo di Foligno per poter andare a curare la sciatica anche fuori del loro territorio, così i maschi della famiglia andavano in tutte le parte d’Italia.

Pio IX aveva saputo della loro fama e siccome soffriva di sciatica, li mandò a prelevare. Così un giorno l’uomo dei Cancelli trovò le guardie del Papa che lo presero, sporco di carbone com’era, e lo portarono a Roma, nel palazzo del Papa, lo lavarono e rivestirono e andò a curare Pio IX. Si dice che il Papa gli chiese: “Cosa devo fare io mentre mi curi?” “Santità abbiate fede!” rispose il Cancelli.

Quando la Giovetti andò a Cancelli, c’erano in famiglia tre uomini, tra essi anche un bambino e sarebbe diventato un guaritore pure lui.

Molti guaritori risanano il Fuoco di Sant’Antonio con segnature o con crocette fatte un tempo col carbone. Oggi si usa la biro dicendo: “Non uscire da lì”.

Ci sono stati anche guaritori che cambiano il tempo, per esempio allontanando dal proprio campo i nuvoloni carichi di grandine e mandandoli a scaricarsi sui campi vicini.

Gli antropologi si sono interessati a questo libro. I riti sono stati definiti “antropologia della medicina”.

Qualcosa di questo antico mondo sopravvive anche ora ed è un patrimonio da salvare. La scienza moderna non ha mai esaminato a fondo la tematica della magia.

Non sappiamo a chi attribuire le guarigioni. Può darsi che alcuni di loro siano pranoterapeuti. Certo ci sono forti legami tra mente e corpo.

Certo è che alcuni riti sono molto belli e i guaritori sono anch’essi figure molto belle, con grande carisma personale e una grande umanità.

La suggestione del rito a cui il paziente crede con gran forza suscita qualche fattore ignoto della nostra psiche. E’ questo che dovrebbe essere studiato. Perciò gli antropologi parlano della necessità di recuperare i saperi perduti per capire il meccanismo di rigenerazione della vita.

 

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La cosa più forte

The-Wisest-Old-ManUn giorno un ragazzo chiese al vecchio saggio del paese quale fosse la cosa più forte.

Il saggio dopo qualche minuto gli rispose:

“Le cose più forti al mondo sono nove:

Il ferro è più forte, ma il fuoco lo fonde.

Il fuoco è forte, ma l’acqua lo spegne.

L’acqua è forte ma nelle nuvole evapora.

Le nuvole sono forti ma il vento le disperde.

Il vento è pure esso forte, ma la montagna lo ferma.

La montagna è forte, ma l’uomo la conquista.

L’uomo è forte, ma purtroppo la morte lo vince”.

“Allora è la morte la più forte!” – lo interruppe il ragazzo –

“No” – continuò il vecchio saggio –

“L’amore, è LUI il più forte, perché sopravvive alla morte!”

(Anonimo)

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