I PRODIGI DI SCIRO

0415-I-prodigi-di-SciroMolti e molti anni fa, in un piccolo villaggio del Giappone vivevano due vecchi sposi. Il marito, sebbene avanti con gli anni, coltivava il giardinetto, e ogni tanto andava sui monti a raccogliere un po’ di legna; la moglie accudiva alla casa e preparava al marito delle buone minestre. Erano senza figli, e di questo si erano crucciati a lungo, ma avevano finito col rassegnarsi, cercando, in cambio, di farsi compagnia l’un l’altro. Un giorno il marito, secondo il solito, andò sulla montagna a raccogliere un po’ di legna. Lavorò per tutta la mattina, poi sedette ai piedi di un albero per consumare la povera colazione. Mentre mangiava vide venire trotterellando dal bosco un cagnolino bianco, magro da far paura, che si mise seduto ai suoi piedi, seguendo attentamente con gli occhi umidi e intelligenti i movimenti delle mani che portavano il cibo alla bocca.

– Povera bestia! – esclamò il vecchietto – Chissà che fame hai! Tieni: mangia questo. È poco, ma non ho altro.

E diede al cane ciò che restava della sua colazione. Poi raccolse il fastello di legna e si diresse verso casa. Il cane gli si mise alle calcagna e lo seguì. Quando la moglie vide arrivare il cane si rallegrò moltissimo; lo accolse festosamente e gli preparò una buona zuppa, e una cuccia imbottita di vecchi panni vicino al camino.

– Questo cane non ha nome – osservò il vecchietto. – Come possiamo chiamarlo?

– Chiamiamolo Sciro – propose la moglie – è tanto bianco che questo nome è il più adatto.

(Infatti “sciro” nella lingua giapponese significa: bianco). Il cane parve approvare quella scelta perché scodinzolò festosamente. Da quel giorno i tre vissero insieme e si volevano un gran bene; Sciro non si allontanava mai dai padroni e accompagnava il vecchietto dappertutto. Un giorno questi andò a zappare nel campiello e Sciro, secondo il solito, lo seguì. Quel campiello confinava con un altro che apparteneva a un vecchio avaro ed egoista. Dopo aver trotterellato su e giù, Sciro a un certo punto si fermò e incominciò a scavare nella terra abbaiando.

– Che cosa hai trovato? – gli chiese il vecchietto – Aspetta, che vengo.

E si avvicinò, ma con immensa sorpresa si accorse che Sciro, scavando, diceva in modo appena impercettibile:

– Scava qua, bau bau! Scava qua, bau bau!

Il vecchietto scavò, il cane raspò, e finalmente venne allo scoperto una vecchia pentola piena di monete d’oro. Il vecchietto felice, la portò a casa, ma l’invidioso vicino, che aveva visto tutto, si arrovellò per la gelosia.

– Dobbiamo farci prestare quel cane – disse alla moglie – Sciro troverà un tesoro anche per noi.

Infatti il giorno dopo l’avaro si presentò ai due vecchietti e disse:

– Io e mia moglie siamo soli. Dateci Sciro, affinché ci faccia un po’ di compagnia.

Ai vecchietti rincresceva molto separarsi dal cane, ma non dissero di no.

– Poveretti! – risposero – Tenetelo pure per qualche ora.

Subito l’uomo afferrò Sciro per il collare, e il cane lo seguì malvolentieri. Non appena arrivarono nel campo, il vecchio lo prese per il collo e gli sfregò il naso in terra:

– Cerca subito un tesoro – intimò – Altrimenti ti farò assaggiare il mio bastone.

Sciro tentò di divincolarsi, ma l’uomo lo teneva sempre per il collo. Allora il cane cominciò a scavare.

Ma raspa e scava, raspa e scava, fu portato alla luce soltanto un mucchio di cocci, tegole rotte, ossa e altre cose sporche. Allora il vecchietto inferocito afferrò il bastone e cominciò a menare gran colpi sulla schiena e sulla testa del cane che guaiva disperatamente. Udendo i lamenti di Sciro il padrone accorse.

– Non so che cosa ti abbia fatto il mio cane, ma perdonalo – esclamò – Ti domando io scusa per lui.

E raccolse fra le braccia il povero Sciro che, tutto dolorante, cercava di leccargli la mano.

Ma il cattivo vicino aveva picchiato troppo forte, e nonostante le cure affettuose e premurose, il povero cane durante la notte morì. I vecchietti lo piansero molto, e il giorno dopo lo seppellirono in fondo al giardino e piantarono sulla sua tomba un germoglio di pino. Da allora tutti i giorni andarono a visitare la tomba di Sciro e bagnavano con le loro lacrime il piccolo pino. Esso crebbe a vista d’occhio e in poco tempo diventò così grosso che non sarebbero bastate le braccia di tre uomini e circondare il tronco. Il vecchio commentava stupito:

– Questo non può essere che un prodigio del nostro Sciro. Certo nel tronco alberga l’anima sua.

– Penso anch’io che sia così – disse la vecchietta e un giorno propose:

– Ricordi quanto gli piaceva quel dolce fatto con farina di riso? Ebbene, perché con quel tronco tanto grosso non fai un mortaio affinché io possa preparare un dolce grandissimo da portare sulla sua tomba?

– Ottima idea, moglie mia! – approvò il marito; e in men che non si dica, tagliò il tronco e fece il mortaio.

Ma quando vi versarono il riso e incominciarono a pestarlo, si accorsero che il riso cresceva, cresceva. Crebbe tanto che infine traboccò, mentre ogni chicco, non appena toccava terra, si trasformava in una moneta d’oro. Il vicino che, spiando dalla finestra, aveva visto tutto, si presentò subito ai vecchietti e disse:

– Vorrei fare un dolce di riso per portarlo alla tomba di Sciro: mi prestereste il vostro mortaio?

– Con piacere; prendilo pure – gli risposero i due buoni vecchietti.

L’avaro prese il mortaio e tornò a casa. Ma quando incominciò a pestare il riso, si accorse che questo scemava di continuo, fin che non ne rimase più neanche un chicco, mentre i granellini caduti a terra si erano trasformati in brutti vermi. Allora il vecchio si infuriò, e impugnata una scure, fece il mortaio a pezzi, e li gettò nel camino. Il giorno dopo il buon vecchietto andò a farsi restituire il mortaio.

– L’ho bruciato – gli disse l’avaro. – Prendi la cenere, se vuoi.

Il vecchietto raccolse la cenere e tornò a casa; ma lungo la strada un colpo di vento ne fece volare via un poco, e dove si posava un bruscolino di cenere subito sbocciava un fiore. In breve tutti gli alberi intorno furono coperti di corolle come se fosse primavera. Il principe di quel paese, passando a cavallo, vide da lontano il prodigio.

– Sei tu che hai il potere di far fiorire gli alberi in inverno? – domandò – Sapresti far fiorire questo ciliegio?

Subito il vecchietto salì sull’albero, sparse un po’ di cenere e il ciliegio fiorì. Il principe, ammirato, fece consegnare al vecchio un sacco di monete d’oro. Quando seppe del nuovo prodigio, l’avaro raccolse dal camino la poca cenere rimasta e s’avviò verso la strada dove il principe era solito passare.

– Io sono un fioritore! – gridò non appena lo vide. – Faccio fiorire gli alberi in pieno inverno.

– Anche tu? – chiese il principe – Sei capace di far fiorire questo ciliegio?

Subito l’avaro salì sul ciliegio e gettò la cenere sui rami; ma i rami non fiorirono, mentre la cenere volò sul volto del principe e lo fece tossire e starnutire.

– Sia bastonato quell’insolente! – egli gridò sdegnato: ma l’avaro si gettò a terra piangendo.

Pietà! Pietà! – supplicava – Sono stato malvagio e Sciro mi ha castigato.

Il principe lo perdonò e il vecchio avaro, pentito, divenne buono come i suoi vicini, e come loro visse a lungo felice sotto la protezione di Sciro.

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IL regno delle male ombre

fa2658a15cfac83a610f618952e889fddi Danilo Arona

Fonte: Carmilla

Una recente antologia italiana di racconti horror e fantastici, Malombre, curata da Nicola Lombardi (Edizioni Dunwich), oltre ad attirare l’attenzione sull’alta qualità dei lavori ospitati, incuriosisce per la scelta del titolo, un nome al tempo stesso ambiguo e “pesante” dal punto di vista antropologico. Intanto il suo etimo di origine senza dubbio latina si presta a più di un’interpretazione; ma, fuor di dubbio, la parola è di genere femminile, ergo la Malombra è femmina, donna.

Procediamo però per ordine. Una veloce e superficiale ricerca è in grado di stabilire che la parola è composta dall’aggettivo “mala” e dalla parola “umbra”, quest’ultima alquanto polisemica, con varianti che vanno dal mondo delle tenebre alla forme spettrali, dai fantasmi della psiche al regno dei morti. L’aggettivo “malus” (cattivo, funesto, pericoloso e sfavorevole nel senso di “presagio”) accentua, va da sé, in senso negativo l’oscurità filosofica di “umbra”. Le due parole, saldate in una sola (Malumbra) soprattutto in diverse zone dell’Italia meridionale, si prestano così a una gamma piuttosto vasta di applicazioni, pur restando sempre nel territorio, non proprio un orticello, delle mille paure raccontate dal folclore popolare.

Qualche esempio. Nello storico Vocabolario siciliano etimologico, italiano e latino, dell’abate Michele Pasqualino da Palermo (Accademia della Crusca – Tomo Terzo, Palermo, Reale Stamperia, 1799), la Malumbra viene definita nei termini latini di Larva, Umbra, Spectrum, a indicare per l’appunto un fantasma “larveus”, in buona sostanza sospeso tra il visibile e l’invisibile (perciò non visibile a tutti) e di cattivo augurio per chi lo vede: «Per metafora si dice d’uomo e di cosa di cui ci sia noiosa la vita. Malumbrusu, malurioso, malagurioso, abominandus, abominevole, detestabile, di cattivo augurio». Ancora in Sicilia: dalla Biblioteca delle Tradizioni Popolari Siciliane, nel Volume 4° (Usi, costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, raccolti e descritti da Giuseppe Pitrà, Libreria L.Pedone Lauriel, Palermo, 1889), all’interno del compendio di  “Esseri soprannaturali e meravigliosi tutte le credenze , le superstizioni e le pratiche da nie udite e raccolte circa le anime de’ corpi decollati, gli spiriti e gli spiritati, i morti, il diavolo, le streghe e le stregherie, le fate, le donne di fuora, la sirena del mare, i nani, i mercanti, i cerauli, il lupo mannaro ed altre entità mitologiche che la tra- dizione e la leggenda del popolo siciliano han serbate ano a noi”, leggiamo: «Nelle leggende poetiche le apparizioni di fantasmi e di spettri son la cosa più naturale del mondo. Nella storia di Donna Pina eh Carini, per esempio ad una figlia disonesta appare l’ombra del padre morto, che la maledice per l’onta inflitta al casato; di che essa muore e va allo inferno. Nel Lionziu di Monreale un teschio pestato da Leonzio, in forma di malombra viene al palazzo di lui a convito, lungo pauroso, terribile e lo porta via a’rinferno», e ancora che «Di giorno la strega non esce mai; a mezzanotte in punto appare, ed è una malombra. Nociva ai bambini sino al quarantanovesimo giorno della loro nascita, essa li lacera, li guasta fino a che non abbiano ricevuto il battesimo».

Si può ancora andare avanti, gli esempi non mancano. In Basilicata la malombra è lo spirito della casa, che, secondo la credenza, durante la notte, disturba il sonno di una determinata persona, sempre la stessa, agendo in modo alquanto dispettoso, identificandosi ora con il poltergeist ora con la Vecchia Strega che ti cavalca il plesso solare mentre stai dormendo: questa malombra, (che sempre in altre zone della Lucania è detta “monachicchio” e in Puglia “scazzamuriello”) non sarebbe altro che “l’ombra” di una persona ignara, o di un animale che, per caso, si è trovato  a passare vicino al luogo dove si è messa la prima pietra della casa. In questo modo l’ombra murata con la costruzione abiterà per sempre quella dimora, diventandone homigon, ovvero l’ancestrale Spirito del Luogo. In Irpinia “a malombra” offre una sequenza di analogie esplicative con “E spirite, A meuza, O Malocchio, Uno Mpont a luna, A Lacerta a ddoie core” e diviene una delle tante maschere con cui decodificare, ma non troppo, i misteri del folklore. Nel tarantino per “malombra” si intende una figura mascherata da fantasma, con tanto di lenzuolo, che si aggira nottetempo spaventando occasionali passanti, ma si crede pure con notevole senso dell’umorismo che certe “malombre” incontrate di notte non siano che amanti sorpresi nell’esercizio delle proprie “funzioni” dal legittimo titolare del talamo coniugale (leggi marito, “curnut” o “magghiat” (il magghiat  è il maschio della pecora) e costretti fuggire di corsa  coprendosi con il lenzuolo a portata di mano, non avendo il tempo di rivestirsi adeguatamente. Peraltro, sempre al sud, la frase “ridursi a una malombra” la si dice a proposito di persona che dimagrisce in modo impressionante.

Per non scantonare ulteriormente, ci fermiamo qui. Ma mi sembra chiaro che “malombra” sia proprio una parola-magazzino che esprime la sua potenzialità referenziale in senso prettamente junghiano, ovvero per definizione quella parte di noi che ci è nascosta, ovvero il Lato Oscuro, la parte interiore e inconscia della personalità. Come ricorda Maria Rita Albanesi[1], “l’Ombra, più primitiva dell’Io e più vicina al mondo degli istinti, contiene tutto ciò che è giudicato negativo dalla coscienza, comprese le potenzialità che, qualora vengano integrate dall’Io, consentirebbero il suo rafforzamento e il suo arricchimento”. Se il significato di Ombra si trova quindi a essere accentuato da “Mala”, ecco apparire sullo sfondo di queste notazioni l’archetipo della Donna Scura, femmina fantasmatica e sensazione obnubilante legata al mondo delle tenebre, di pari pertinenza della psicoanalisi e dei racconti fantastici del folklore territoriale.

Bene ha fatto allora l’amico Nicola Lombardi a titolare così l’antologia. E l’amico, da me interrogato sulla genesi dell’idea, ha dichiarato: «Il titolo è arrivato come via di mezzo fra studio e folgorazione, nel senso che volevo sicuramente che comparisse la parola ‘ombre’, e la volontà di riallacciarmi a certa tradizione letteraria italiana ha fatto emergere spontaneamente il classico di Fogazzaro. Così la parola “malombre” si è partorita da sé, senza collegamenti consapevoli con il concetto di ‘malombra’ legato al folclore nostrano». Va da sé, Nicola sancisce – confessando l’inconsapevolezza dell’ispirazione… – il trionfo della psicanalisi, ma il riferimento al classico di Antonio Fogazzaro è ancor più illuminante. Non può essere qui la sede per approfondire l’argomento, ma il romanzo Malombra (e con lui le tre versioni cinematografiche) proietta al suo interno e nella mente dei lettori una febbrile esigenza di richiamare l’attenzione sulla psicologia del profondo, identificando in questa non solo una dimensione essenziale del personaggio, ma l’origine stessa della creazione artistica. Come ricorda Federica Adriano[2], “Le strutture e i tòpoi del noir e della narrazione metapsichica, già esaltati dal Fogazzaro, si riflettono nell’architettura del romanzo: le premonizioni oniriche, le rivelazioni medianiche, le parole scritte col sangue, l’animazione di oggetti, le allucinazioni e i deliri, alimentando una continua suspense preannunciano le catastrofi. E l’enigmatica, nerissima, demonica Marina, con le sue chiome corvine e lucenti, le iridi azzurre e lampeggianti come diamanti, le mani bianchissime e gelide, con la sua risata satanica, la sua interiorità misteriosa, ripete il tipo romantico-decadente della beauté funeste. Il romanzo Malombra, pubblicato la prima volta nel 1881, compiva un passo importante, anticipando direttamente la svolta psicanalitica: lo spiritismo, la metempsicosi, gli elementi fantastici perdono via via di pregnanza oggettiva, per spostarsi all’interno delle dinamiche psicologiche del personaggio; gli elementi ripresi dalla tradizione del romanzo fantastico e del noir tendono a essere riattualizzati come sintomi d’una psicologia del profondo.”

La Malombra quindi come parola-magazzino che attinge a piene mani dalla psicologia del profondo, dalla psicanalisi e dall’antropologia. E anche dalla cronaca, della quale in certi casi può divenire metafora. Perché il fantasma può al contempo simboleggiare uno stato di disagio che, a seconda dei riferimenti, appare individuale o collettivo. Un “inafferrabile e oscuro malessere” – il senso più vero e compiuto della vivisezionata parola -, che ritroviamo in una ricerca a più mani coordinata da Aldo Bonomi, pubblicata nell’agosto 2009 dal mensile Communitas (n° 35, Milano), intitolata La Malaombra – Il perturbante caso dei suicidi in una vallata alpina, in cui le dinamiche suicidiarie in un ambiente percepito come vuoto e indifferente vengono lette anche alla luce di quella psicoletteratura profetizzata dal Fogazzaro.

«Parliamo della mala ombra parola presa in prestito da Fogazzaro e dal suo Piccolo mondo antico così simile alla Valtellina», scrive Bonomi. «Interrogandoci sul perturbante caso come ci invita a fare Thomas Bernhard con il suo Perturbamento[3], la sua gelida scrittura che è un urlo contro i suoi valligiani della vicina e tranquilla e indifferente Innsbruck… Allora per capire occorre forse attingere anche alla psicoletteratura de Il Condominio e di Gioco da bambini di James Graham Ballard. Anima, corpo, mente, tre grandi cicli che si sono dispiegati con forme di potere, sapere, governo, economia, spazio, tempo. Dovremmo, quindi, definire l’oggi il tempo della psicotizzazione, della mente messa al lavoro. Che altro è la new economy se non mettere al lavoro il nostro desiderio, il nostro pensare, comunicare e sentire? Il nostro corpo, la somatocrazia, è spezzata schizofrenicamente in due».

Da tali spaccature interne, tra psiche e soma, emerge la Malaombra che obunubila le menti in una valle alpina rimossa dall’inconscio collettivo. E accanto a James Ballard, quale riferimento analitico per “capire” il mondo del reale, segnalo che in Italia esistono diverse, se non troppe, zone preda della malombra sociale. Dove troppe persone, spesso giovani, decidono di porre fine alla propria vita. Perché lo fanno? Il mio braccio destro in uno di questi posti (ne ho scritto qui), Sara Piccolo, fornisce una risposta, tra le poche possibili: «Quello che stritola, ciò che un tempo percorreva i boschi e che oggi c’è ancora, ma nessuno lo vede. Il lavoro, la terra, l’allegria della stanchezza. Cosa avevano i giovani che oggi sono vecchi e cosa non hanno trovato i ragazzi degli anni Ottanta.  È questo che vedo ogni giorno. È da questo che voglio scappare. Da una terra che ha avuto e ha dato; che ora non ha più e allora toglie, si involve, si ritira risucchiando in una voragine non tanto ipotetica case e uomini. Una terra che oscura il cammino di ciascuno con una cattiva ombra.»

 

Perturbamento, vertigine, alienazione. Malombra…

 

[1]    La malattia come scudo – La paura sulla pelle, in Riza Psicosomatica n° 63, Maggio 1986, Milano.

 

[2]          Federica Adriano, Alienazione, nevrosi e follia: esiti della ricerca scientifica nella narrativa italiana tra Otto e Novecento, Tesi di Dottorato in Scienze dei Sistemi Culturali; Università degli Studi di Sassari, 2010.

 

[3]          In Perturbamento un medico condotto della Stiria, accompagnato dal figlio, fa un giro di visite: insieme a loro, dalla prima frase fin oltre l’ultima, siamo presi in un «perturbamento» che avvolge tutto come uno scirocco metafisico. Una vibrazione di malattia e di tristezza emana dalla psiche e dalla natura. La campagna, qui, è il luogo prediletto della brutalità: dal caldo opprimente dei fienili, dove i bambini hanno paura di morire soffocati, al gelo segregato di un castello, a picco su una gola ostile alla luce: ovunque si percepisce un invito alla distruzione, un incoraggiamento all’ansia suicida. Le porte si aprono ogni volta su qualcosa di atroce: la moglie di un oste malmenata a morte, senza ragione, dagli avventori del locale; una vecchia maestra in agonia, con «il sorriso delle donne che si destano dal sonno sapendo di non avere più speranza»; una fila di uccelli esotici strangolati, perché i loro lamenti sono assordanti.  In uno stile asciutto, protocollare, Bernhard elenca i relitti del dolore, finché la scansione inflessibile, martellante dei fatti lascia il posto all’immane delirio dell’ultimo infermo: il principe Saurau, raggelato da un eccesso di lucidità, scosso da un continuo frastuono nella testa, abbandonato ormai a una «micidiale tendenza al soliloquio». Nelle sue parole incessanti confluiscono e si dilatano i frammenti dell’orrore che già abbiamo traversato. Ma qui essi vengono scalzati dalla loro fissità e presi in un vortice, il moto perpetuo del «perturbamento». Quale migliore applicazione per la Mala Ombra?

BabaYaga House: la Casa delle Streghe per Invecchiare Insieme

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Si chiamano “streghe”, si perchè BabaYaga nel folklore slavo significa proprio questo, ma di streghe hanno solo il nome, sono un gruppo di circa 20 anziane ma dinamiche femministe che hanno preso in mano la propria vita e hanno dato il via ad un progetto di housing sociale autogestito.

La BabaYaga House francese è stata fondata da Thérèse Clerc. Lei ha ricevuto da otto diverse fonti pubbliche, tra cui il consiglio comunale di Montreuil, 4milioni di euro, sorta nel sobborgo parigino di Montreuil, proprio a due passi dalla metropolitana, negozi e cinema, permette alle anziane signore di mantenere la loro indipendenza e di sostenersi a vicenda; il governo ha stanziato questi soldi perchè pensa di recuperare l’investimento in una riduzione dei costi relativi alla salute delle donne.

La Fondatrice Thérèse Clerc durante la realizzazione del progetto spiegava il suo sogno:

“Il sogno ha preso forma, e ogni volta che passo davanti questo cantiere e vedo la mia futura casa, mi viene un brivido. Ho 84 anni, ma il tempo che mi rimane lo trascorrerò felice e soddisfatta. Sono sicura di questo. La vecchiaia non è come essere naufragato. Non è una malattia. Può essere bella, e ho intenzione di viverla in questo modo, con i miei amici e colleghi.”

L’edificio di cinque piani ospita 25 appartamenti di 40 metri quadrati circa. I residenti sono solo donne di età superiore ai sessanta anni e vivono insieme guardandosi l’un l’altra.

C’è anche uno spazio di circa 120 metri quadrati al piano terra per un’università aperta, dove si possono organizzare corsi e gruppi di discussione, scrittura creativa, concerti e qualsiasi altra cosa possa aiutare un invecchiamento sano. C’è anche un appartamento di 20 metri quadrati per i visitatori e nel caso in cui qualcuna abbia bisogno di cure sul posto, in futuro, ci sarà anche uno spazio a disposizione per le visite di medici e infermieri. Il sogno di Clerc è iniziato nella metà degli anni ’60, le visite a residenze statali degli anziani la convinsero che non poteva sopportare di trascorrere così la sua vecchiaia. Così lei e il suo gruppo di amiche femministe ha iniziato un’attività di lobbying per una alternativa.

Come spiega Thérèse Clerc, l’idea ha avuto origine in ragioni personali:

“Mia madre è stata costretta a letto per 5 anni e io non voglio che i miei figli passino attraverso questo. Considerando i rischi di essere curati a casa o di essere da soli, mi sono detta perché non vivere con gli amici? Dopo tutto, avevo imparato l’autogestione. Lo statuto dell’associazione è stato registrato nel 1999. Le cose stavano andando a rilento poi l’ondata di caldo del 2003 e un articolo su Le Monde hanno attirato l’attenzione al nostro nuovo progetto”.

Il loro scopo è quello di vivere in una situazione dignitosa a prezzi accessibili (pagano circa 420 euro), circondate da persone con le quali si è compatibili e sulle quali sanno di poter contare.

I residenti vengono selezionati anche in relazione a quello che potrebbero dare alla “comunità” e la misura in cui condividono la filosofia BabaYaga. Due progetti analoghi sono in corso in Palaiseau e Bagneux, e altre autorità locali sono interessati a seguire l’esempio di Montreuil, dopo tutto, un quarto della popolazione francese (17 milioni), sono attualmente persone di oltre 60 anni di età, ed entro il 2050 aumenterà ad un terzo.

Esistono altre opzioni, come ad esempio il Abbeyfield Case, che si trova in paesi di tutto il mondo. Alcuni sono ancora in fase di progettazione, come la Casa di Baba Yaga a Toronto e l’idea di Janet Torge di radicali Resthomes.

Questo è un nuovo modo di pensare alla vita degli anziani, dove possono condividere, aiutarsi, sentirsi ancora utili e giovani, dovrebbero nascere più “case delle streghe”, chissà se un progetto simile potrà prendere piede anche in Italia. Valeria Bonora

 

 

Abraxas

alchemy_woodcut_abraxas_by_dashinvaine-d62hz6lLa parola Abraxás (o Abrasáx o Abracax), d’incerta etimologia, è stata ritrovata su pietre e gemme usate come talismani magici. D’origine gnostico-mitraica, rappresenta principalmente la mediazione fra l’umanità e il dio Sole. Presso la tradizione persiana arriva a simboleggiare l’unione/totalità fra Ahura Mazdā ed Arimane, ossia Bene e Male.

Secondo alcuni studiosi, la parola abracadabra deriverebbe da Abraxas, sebbene esistano altre spiegazioni.

Il nome si trova anche in testi gnostici. Il suo principale o più antico significato simbolico è altamente discusso, e spesso le opinioni divergono a seconda delle diverse implicazioni religiose che vengono di volta in volta considerate. Di Abraxas abbiamo fonti sia dirette che indirette. Indirettamente furono alcuni Padri della Chiesa a conservare e a documentare le teorie di alcune scuole gnostiche, criticandole e tacciandole di eresia. In generale, i padri della Chiesa che combatterono tali presunte eresie consideravano Abraxas una forma del culto di Satana/Shaitan. Le principali fonti dirette son invece alcuni testi del primo e più antico gnosticismo facenti parte dei codici di Nag Hammâdi (il Vangelo degli Egiziani e l’Apocalisse d’Adamo). Quest’ultimo rotolo ci rivela che Abraxas è un grandissimo Eone. Secondo alcuni si tratterebbe di un altro nome del Cristo; altri (George Mead autore di uno studio e un’attenta interpretazione dei testi gnostici -“Gnosticismo e Cristianesimo delle Origini”-) mostrano riserve sulla natura di Abraxas quale Dio Supremo. Il nome si trova anche in successivi manoscritti greci di carattere magico (alchemico-esoterico); lo si può inoltre trovar impresso su talismani come auspicio di potenza ed invincibilità. Nella cosmologia gnostica, Abraxás è il nome del Dio altissimo, ovvero il Padre Ingenerato. 

Significato numerico 

Il nome si riteneva avesse un potere apotropaico, attribuito al valore numerico delle sue sette lettere che sommate, secondo la numerazione greca, davano il numero 365 (α=1 β=2 ρ=100 α=1 ξ=60 α=1 σ=200) [1]. Secondo lo gnostico Basilide, 365 era il numero uguale ai cieli di cui era costituito il mondo materiale.

In questa concezione (influenzata dal Neoplatonismo), ogni cielo è governato da un dio. Ascendendo da un cielo a quello superiore, aumenta la perfezione della divinità. I cieli (per influenza dell’astrologia) sono 365. Abraxas corrisponde al primo di questi cieli mentre, in generale, gli gnostici tendono ad identificare il Dio veterotestamentario con la potenza inferiore del Demiurgo.

Alcune versioni di Abraxas

Con il nome Abrasáx (Ἀβρασάξ), in alcuni sistemi gnostici[2] veniva indicato il Sommo Eone (Dio), creatore del mondo divino, mentre il Demiurgo, creatore del mondo materiale veniva identificato col Dio dell’Antico Testamento, a cui veniva data una caratterizzazione negativa, contrapponendolo al sommo Eone.

Jorge Luis Borges riferisce la credenza di alcune correnti gnostiche secondo cui, per valicare un cielo si dovesse conoscere il nome del dio che lo governava. Dato il numero di cieli, questo trasformava la credenza in una sorta di mnemotecnica. In seguito la successione dei nomi si ridusse a uno solo, Abraxas, reggitore del cielo più alto.

Il dio compare nell’opera mistica intitolata Libro dell’angelo Raziel.

Nei talismani, Abraxas è spesso raffigurato con la testa di un gallo o di un leone e il corpo di un uomo con parte inferiore composta da due serpenti, regge nella mano destra un bastone o un correggiato e nella sinistra uno scudo tondo o ovale.

Citazioni nei romanzi e nella cultura di massa

«L’uccello lotta per uscire dall’uovo. L’uovo è il mondo. Per nascere devi distruggere un mondo. L’uccello vola a Dio. Il nome del Dio è Abraxas. »

(Hermann Hesse, Demian)

Abraxas è nominato nel romanzo di formazione Demian (1919) di Hermann Hesse.

Abraxas è una collana della casa editrice Mimesis Edizioni dedicata allo studio della gnosi.

Abraxas è il nome del Dio supremo citato da Jung in “I sette sermoni dei morti”

In Favola di Venezia (1977) di Hugo Pratt viene nominato Abraxas con riferimento ad un contesto massonico.

Abraxas è un personaggio dei fumetti Marvel.

Nella serie a fumetti Dylan Dog, il padre e nemesi del protagonista è un essere apparentemente immortale che si fa chiamare Xabaras, dichiaratamente un anagramma di Abraxas (considerato nel senso demoniaco e non in quello gnostico)

Abraxas è un album di Carlos Santana.

Abraxas è una band progressive rock degli anni novanta.

Abraxas è il nome del mago sconfitto dal gatto con gli stivali nella fiaba di Charles Perrault.

Nella serie di Harry Potter, di J. K. Rowling, Abraxas è il nome del padre di Lucius Malfoy.

Abraxas è un demone che compare nella serie televisiva Streghe (Charmed). Nell’episodio 2×01 “L’anniversario” (Witch Trial) le sorelle affrontano il Demone Abraxas che, cancellando gli incantesimi dal Libro delle Ombre, riporta in vita alcuni nemici sconfitti in passato.

Abraxas è una canzone del gruppo gothic metal Therion, contenuta nell’album Lemuria.

Abraxas è il nome del virus che infetta il mondo virtuale di Tron in Tron: Evolution

Abraxas viene nominato in una canzone degli Alkaline Trio, Lead Poisoning

Abraxas è un personaggio creato da Jennifer Schecter, una delle protagoniste della serie The L Word.

Abraxas viene nominato nella Graphic Novel di Glyn Dillon “Il Nao di Brown”.

Abraxas è nominato nel romanzo di William Gaddis “Le perizie” edizione Italiana Arnoldo Mondadori 1967

Abraxas è un coffee shop ad Amsterdam.

Abraxas è un romanzo breve: Diario di Abraxas – di Jo Ronco – Genesi Editrice

Abrasax è il cognome di un personaggio di Jupiter Ascending, Balem Abrasax

Note

^ Cfr. W. Völker, Quellen zur Geschichte der christlichen Gnosis, Tubinga, 1932, p. 45.

^ Ippolito, Refutatio, V 26,6; il termine si trova citato anche nell’Adversos Aeresis di Ireneo di Lione Vangelo degli Egiziani, 52, 26; Zostriano, 47,13; Apocalissi di Adamo, 75,22.

Bibliografia

Jorge Luis Borges, “Una rivendicazione del falso Basilide”, Discussione, in Tutte le opere, vol. 1. Basilide e gli gnostici sono argomento di molti saggi borgesiani. Il saggio di Borges riporta anche una piccola bibliografia: oltre agli articoli di Wilhelm Bousset per l’Encyclopaedia Britannica, fornisce anche questo titolo:

Wolfgang Schultz, Dokumente der Gnosis, 1910.

Tratto da  Wikipedia

 

Giorgio Colli. La sapienza dionisiaca

220px-Giorgiocollidi Alessio Mulas

Fonte: L’intellettuale dissidente

Un grande uomo di cultura, filosofo nel senso alto e più vero del termine, capace di superare le beghe vili del culturame italiano per salvaguardare ed incoraggiare lo studio amorevole della Filosofia, considerata come elemento fondamentale nella vita dell’uomo. Giorgio Colli è stato questo e molto di più, autore formidabile e pensatore unico, sapiente vero e autentico Uomo

La biografia di un filosofo è sempre traccia del suo pensiero. Perché non si riduca a produzione, a gioco, a ostentata conoscenza, la filosofia va vissuta nella carne, con sovrana coerenza. Così fece Giorgio Colli, uomo mai celebrato dalla “cultura ufficiale”. Nato a Torino nel 1917, figlio di Giuseppe Colli, amministratore de La Stampa fino al 1928, quando perse il lavoro a causa del suo antifascismo. Allievo di Pavese e Ginzburg al liceo Massimo D’Azeglio, il giovane Giorgio maturò avversione verso la forma provinciale e retorica di certa cultura italiana, e cominciò a nutrire interesse verso la filosofia. Prima di iscriversi all’Università di Torino, lesse tutti i Dialoghi platonici, ed è Politicità ellenica e Platone il titolo della sua tesi in filosofia del diritto, poi parzialmente pubblicata sulla ‘Nuova rivista storica’ e recensita da Benedetto Croce. Conseguita la laurea nel 1939 alla facoltà di giurisprudenza, divenne assistente del suo relatore, Gioele Solari, e cominciò a frequentare Piero Martinetti, noto come uno dei pochi accademici a non aver giurato fedeltà al fascismo.

Professore di filosofia dal 1942 al 1948 nel liceo Machiavelli di Lucca, con una pausa tra il 1944 e il 1945 per riparare in Svizzera, lavorò intensamente sui testi classici, pubblicando Physis krypteshtai philei. Studi sulla filosofia greca, opera che gli valse la libera docenza. Gli anni seguenti furono quelli in cui fu incaricato di insegnare Filosofia Antica all’Università di Pisa, ateneo che lo ospitò fino alla morte. Nonostante gli sforzi per ottenere il titolo di professore ordinario, l’egemonia della sinistra lo tenne in disparte, mal sopportando il suo rifiuto di ‘schierarsi’ e il suo atteggiamento defilato. Non apparteneva, di fatto, ai bacchettoni, barbogi, e parrucconi che pretendevano e tutt’ora pretendono di ingabbiare la cultura nelle maglie ideologiche che la snaturano. Fu costanza di Colli quella di lavorare per sé e per gli altri senza guadagni e pretese, con sacrificio spontaneo e serietà critica. Negli anni Cinquanta, curò la collana dei classici della filosofia per Einaudi, con il quale ruppe i rapporti quando un consigliere della direzione editoriale censurò il progetto dell’edizione critica delle opere di Nietzsche, in seguito pubblicata grazie alla fondazione della casa editrice Adelphi, ad opera del critico letterario Luciano Foà. Fu il periodo in cui Colli tradusse non solo i filosofi antichi, ma anche Lôwith, Cassirer, Kant. Sapiente, filologo, pedagogo, filosofo, traduttore ed editore sono le diverse figure che via via impersonò, ma che rappresentarono un unico modo di stare al mondo.

Il filosofo sabaudo ebbe una vocazione quasi ascetica – manifestatasi nella scelta di abitare prima il paesaggio verde delle toscane Settignano e Fiesole, poi per bevi periodi la terra ligure, che già aveva ospitato le meditazioni di Nietzsche – ma mai priva di slancio vitale, mai eccessivamente isolata. «Vivere, in generale, significa essere in pericolo», affermava Nietzsche in Schopenhauer come educatore. Per Giorgio, che aveva fatto proprio questo insegnamento, la lettura dei grandi pensatori non serve a riposarsi, a estendere le cognizioni, ma è il gesto di «chi ha ancora qualcosa da decidere, sulla vita e sul suo atteggiamento di fronte alla cultura», perché «è scegliendo un maestro che cominciamo a diventare qualcosa» (Per una enciclopedia di autori classici). Del pensare ne va l’esistenza; la serietà non è data da altro se non dall’inemendabile presenza della fine, che sia Morte o Éschaton. Pensare è allora acuire lo sguardo, seguire la vita in profondità per dotarla di un significato nuovo e definitivo. «Nel dissenso sta la validità di un uomo. Un libro che non mi fa pensare, non è un libro», parafrasava Francesco Adorno nel film Modi di vivere, dedicato alla memoria del filosofo torinese. La sua opera fondamentale, «la più grande emozione», frutto di anni di studio e pensiero, è Filosofia dell’espressione, datata 1969. Da qui Colli lanciava una sfida a chi, negli ultimi secoli, aveva psicologizzato la filosofia teorica, credendo «che prendere d’assalto la cittadella della conoscenza risulti agevole, quando si è capaci di entrare nell’intimo del soggetto». Il conoscere è l’atto del soggetto che rappresenta a se stesso qualcosa, ma lo studio delle rappresentazioni non deve partire dal soggetto «sempre viscido e inafferrabile», bensì dall’oggetto, come fu per i greci. Colli indossa la divisa da schopenhaueriano, e il mondo che si offre a noi diviene rappresentazione: «il sentimento più interiore, l’attimo di Goethe o l’estasi di Plotino, […] e così l’universo della natura, il cielo e le stelle con le loro presunte leggi, l’uomo e la sua storia», tutto è rappresentazione. Essa è l’unico dato primitivo, il brutum factum, e non ha sostanza, non esiste di per sé, altro non è che la relazione tra il soggetto e l’oggetto. La vita è «una nebbia iridescente che sale da oscure paludi». Ciò che noi chiamiamo a diritto “realtà” è una illusione; al mondo nascosto, celato, non spetta invece nessun attributo, perché i predicati, le determinazioni, sono pertinenti alle sole rappresentazioni.

Non è tuttavia nostra intenzione esaurire la riflessione di Colli, pur in minima parte. Le nostre note biografiche sono un invito alla lettura. A lui va il merito di aver contrapposto allo studio acritico lo sforzo del pensiero, il «travaglio senza voce», il «pericoloso miracolo» della filosofia, contro ogni inganno: «La storia è una finzione molteplicemente mediata, costruita su espressioni astratte, in cui l’elemento verbale predomina su tutto il resto. […] Serie espressive improprie si sviluppano e si intrecciano nell’invenzione di pseudo-mondo, dove la concretezza è data dalle parole scritte e da qualche pietra». Nulla è senza tempo, tutto è nel tempo, e il tempo è il pensiero dell’uomo. Come si può recuperare un passato di serie espressive, se la natura dell’espressione non ce lo permette? Come considerare gli Stati, i popoli, le guerre, le ideologie, le cause, gli influssi, le fioriture e le decadenze della storia se non come finzioni? L’origine della sapienza è mistica; dionisiaco è il suo marchio. Se nell’antichità i filosofi erano detti terribili, ora sono agnelli. Perciò Colli, in ogni suo lavoro, tornò sempre ai greci. Morì nel 1979, a Firenze, mentre lavorava al terzo volume (degli undici previsti) dell’imponente opera La sapienza greca, una edizione critica dei presocratici, da contrapporre alla più nota Diels-Kranz. Lui che negli anni dell’esilio svizzero in un campo d’internamento, mentre mangiava delle poverissime patate lesse intinte nel sale, si confrontava con Alessandro Fersen, difendendo le posizioni di Parmenide, lasciò il mondo nel momento in cui completava il volume su Eraclito.

Franz Kafka

718full-franz-kafkaUn anno prima della sua morte, Franz Kafka visse un’esperienza insolita. Passeggiando per il parco Steglitz a Berlino incontrò una bambina, Elsi, che piangeva sconsolata: aveva perduto la sua bambola preferita, Brigida. Kafka si offrì di aiutarla a cercarla e le diede appuntamento per il giorno seguente nello stesso posto.

Incapace di trovare la bambola scrisse una lettera – da parte della bambola – e la portò con se quando si rincontrarono. “Per favore non piangere, sono partita in viaggio per vedere il mondo, ti riscriverò raccontandoti le mie avventure…”, così cominciava la lettera.

Quando lui e la bambina si incontrarono egli le lesse questa lettera attentamente descrittiva di avventure immaginarie della bambola amata. La bimba ne fu consolata e quando i loro incontri arrivarono alla fine Kafka le regalò una bambola. Era ovviamente diversa dalla bambola perduta, e in un biglietto accluso spiegò: “i miei viaggi mi hanno cambiata”.

Molti anni più avanti la ragazza cresciuta trovò un biglietto nascosto dentro la sua bambola ricevuta in dono. Riassumendolo diceva: ogni cosa che tu ami è molto probabile che tu la perderai, però alla fine l’amore muterà in una forma diversa “.

(da “Kafka e la bambola viaggiatrice” di Jordi Sierra i Fabra)

L’inventore delle abbazie

Pacomiodi Gianfranco Ravasi

Fonte: ilsole24ore

Il suo nome nella lingua copta significava “falcone reale”: Pacomio, il padre del “monastero”, una delle tipologie di vita spirituale che permane fino ad oggi sia pure attraverso un arcobaleno di morfologie differenti, nacque nell’Alto Egitto nel 292. Ventenne, fu arruolato nell’esercito romano per un anno. Congedato, fu battezzato e iniziò un itinerario di dura ascesi sotto la guida di un anacoreta, in una solitudine e in un regime di vita molto aspro. Due misteriose rivelazioni rivoluzionarono la sua vita. Un giorno, mentre raccoglieva legna, udì una voce: «Pacomio, lotta, rimani in questo luogo ed erigi un monastero!». Un’altra volta, su un’isoletta del Nilo ove era approdato per raccogliere giunchi, durante una veglia notturna orante, un angelo per tre volte lo aveva ammonito: «Pacomio, la volontà di Dio per te è di servire la stirpe degli uomini per unirli a lui».

Queste due visioni sono il germe di una svolta radicale che, quasi fosse una squilla da lui suonata, convocò molti eremiti e anacoreti, che vivevano nelle assolate lande solitarie del deserto egiziano isolati dal resto dell’umanità, per riunirsi nel “monastero cenobitico”. Questa espressione è sostanzialmente un ossimoro perché in greco mónos è “solo, unico”, mentre koinós (donde “cenobio”) è, invece, “comune, solidale”. Pacomio fu, dunque, se non l’inventore, certamente il pioniere di una nuova esperienza spirituale ove alle ore di solitudine contemplativa e agli spazi di isolamento si associavano in contrappunto fasi di preghiera comune, di catechesi, di incontri quotidiani in quella che, con un termine greco, veniva definita la “sinassi”, cioè l’assemblea, il radunarsi insieme. C’era persino l’abbozzo di una veste comune: tunica di lino senza maniche, cintura, una pelle di capra sulle spalle, un cappuccio con l’insegna del monastero, sandali, un mantello per la notte, per le assemblee e i viaggi.

Una comunità, dunque, di eguali, sulla scia del ritratto che san Luca aveva abbozzato riguardo alla Chiesa di Gerusalemme: «La moltitudine dei credenti aveva un cuor solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma tutto era fra loro comune» (Atti degli Apostoli 4,32). Alla base, comunque, c’era una struttura ben codificata da Pacomio in “regole” puntuali e destinata a ramificarsi in una vera e propria federazione: quando il 9 maggio del 346, sotto l’infuriare della peste egli si spegneva, in Egitto si stendeva una koinonía, cioè una rete comunitaria di ben nove monasteri maschili e di due femminili, con centinaia e forse migliaia di monaci (san Girolamo, esagerando, parlava di cinquantamila!). Se il celebre sant’Antonio egiziano, nato nel 251 e morto forse a 105 anni, era stato il padre del monachesimo eremitico, Pacomio divenne invece il progenitore del monachesimo comunitario.

Ora, per ricomporre il ritratto che noi abbiamo solo abbozzato, gli storici hanno a disposizione, oltre alle Regole e alle Lettere (curiosamente composte secondo un cifrario segreto), molte fonti biografiche giunte a noi in un ventaglio linguistico multiplo, dal copto al greco, dall’arabo al latino. Luigi d’Ayala Valva, membro della comunità monastica di Bose (Biella), presenta per la prima volta in versione italiana i quattro testi agiografici più antichi dedicati alla figura di Pacomio: il racconto continuo e coerente della Prima vita greca del santo e del suo principale discepolo Teodoro, che lo studioso accompagna con un imponente ed esemplare apparato esegetico ed ermeneutico; i Paralipomeni, cioè “le cose tralasciate”, omesse dalla stessa opera precedente, una raccolta di narrazioni indipendenti di vario genere e contenuto; l’Epistola di Ammone, un vescovo non meglio noto che informa un suo collega soprattutto sul citato discepolo Teodoro e sulla comunità pacomiana ove anch’egli aveva trascorso periodi della sua vita; infine, un estratto della Storia lausiaca composta tra il 419 e il 420 da Palladio, un vescovo che delineò una galleria di profili di 71 asceti, tra i quali anche Pacomio.

 

A questo tuffo nell’antica e affascinante spiritualità dell’arido e infuocato deserto dell’Egitto, associamo un’altra esperienza collocata, invece, in un orizzonte mistico immerso nelle brume britanniche, più vicino a noi anche cronologicamente. È, anche in questo caso, la prima versione italiana a cura di Domenico Pezzini, delle Praeces privatae del vescovo anglicano Lancelot Andrewes, nato a Londra nel 1555, che rivestì incarichi pastorali, accademici e persino politici e morì nel 1626 mentre esercitava l’episcopato di Winchester. Queste sue preghiere, in realtà, si trasformano in un manuale offerto a chi vuole ascendere sui sentieri d’altura della spiritualità profonda, senza però decollare definitivamente dalle vie polverose della valle della quotidianità. Basti solo scorrere l’arco tematico di queste orazioni, che spaziano dalla professione di fede alla supplica penitenziale, dall’invocazione alla lode, dal ringraziamento alla domanda di intercessione, dall’abbandono fiducioso al lamento implorante, per comprendere questa unitarietà tra spiritualità e storia.

In questi testi la sobrietà stilistica s’intreccia con l’intensità del cuore, l’evocazione diretta o allusiva ai testi biblici e patristici s’incrocia con la freschezza dei sentimenti personali, l’essenzialità non elide mai i colori molteplici della realtà umana, la contemplazione non smarrisce nei cieli il realismo dell’esistenza, la varietà degli esempi offerti si accompagna a una serie di note pedagogiche per imparare a pregare seriamente, in tempi e spazi (persino la “spiaggia”!) definiti. Questa ricchezza non era sfuggita a un grande poeta come Eliot che nell’incipit del suo Viaggio dei magi(1927) aveva posto proprio alcune frasi di Andrewes. L’editore italiano preferisce ammiccare, invece, all’anno giubilare attuale e, nella quarta di copertina, cita questa invocazione: «Grazie alla tua misericordia, o Dio, non siamo annientati; la tua misericordia ci viene incontro, ci segue, ci circonda, ci perdona, ci incorona».

Come abbiamo sottolineato, la mistica autentica non è spiritualismo esoterico e alienante, ma è seme deposto nel terreno delle vicende umane. Proprio per questo vorrei citare un passo del saggio La fede dei demoni (tradotto da Marietti 1820 nel 2010) del filosofo francese Fabrice Hadjadj, di origine ebraica, convertito dall’ateismo al cattolicesimo: «Satana è molto spirituale. La sua natura è la stessa di un puro spirito. In lui non vi è neppure un’oncia di materia. Non ha propensione per il materialismo banale. E quindi – ci si può scommettere – la spiritualità è il suo stratagemma». Certo, Satana predilige una spiritualità individualistica, egoistica, intimistica e detesta la “carnalità” cristiana che unisce fede e carità. Proprio per questo, antitetico all’autentica mistica non è solo il materialismo greve ma anche lo spiritualismo etereo, magico, snob, impastato di esotismo, alla “New Age”, ove messaggio e massaggio, yoga e yogurt, digiuno e dieta, ascesi e fitness si abbracciano e si confondono