Seminole, i pellerossa che non si arresero mai.

Calusa-Society-On-Top-of-World-Illustration-1-Credit-RRC-Florida-Museum-of-Natural-HistoryJacopo Fo

Capitolo Primo

Una censura lunga 500 anni.

Ci sono migliaia di romanzi e film di Hollywood che raccontano la storia delle guerre indiane.

Tutte narrazioni che finiscono nello stesso modo: con la sconfitta dei nativi americani.

Non un solo film o romanzo racconta la storia dell’unica tribù che non si arrese mai: i Seminole. Una storia lunga 500 anni che ha destato poco interesse perfino tra gli storici accademici. Cheyenne, Sioux, Apache e tutte le altre numerosissime nazioni indiane che furono soggiogate dagli eserciti dei conquistadores erano avvezze alla guerra. Il loro coraggio era enorme, ben presto impararono a utilizzare le armi dei bianchi e divennero cavalieri formidabili. Eppure furono spazzati via e alla fine si arresero alla superiore potenza militare dei colonizzatori. Perché invece i Seminole riuscirono a resistere e alla fine furono riconosciuti con un trattato di pace del 1906 come stato a sé? Ottennero per un certo periodo perfino il diritto di nominare un rappresentante al Senato degli Stati Uniti!

I Seminole, infatti, non erano cacciatori nomadi, patriarcali e guerrieri, come gli Apache o i Sioux. Erano pacifici pescatori e contadini stanziali con una cultura fortemente matriarcale.

Seminole è il nome che alcune popolazioni della Florida prendono nella seconda metà del Settecento, ma il nucleo fondante di questo popolo è molto più antico.

Nel Cinquecento si chiamavano Calusa, non erano nomadi che vivevano sotto le tende. I Calusa abitavano in grandissime case di tronchi che potevano contenere anche mille persone. Essi vivevano nella penisola della Florida sicuramente almeno dal 500 avanti Cristo. La loro struttura sociale era per molti versi simile a quella di tutte le culture dove persiste una notevole parità tra uomini e donne. Queste culture hanno tratti comuni: non esistono capi o re, le decisioni vengono prese nell’assemblea della tribù, dove anche le donne prendono la parola. Sono nominati capi solo in situazioni di guerra ed essi decadono immediatamente quando si ristabilisce la pace. Le tribù si riuniscono in federazioni che regolano in modo preciso i confini, i diritti di irrigazione e tutti gli aspetti delle relazioni tra tribù, compresi i reciproci doveri in caso di scontri con altre popolazioni. Si praticano anche complessi sistemi di reciproca solidarietà in caso di disastri naturali e l’obbligo di assistenza. Inoltre, sono create scorte collettive di cibo alle quali attingere nelle emergenze. Parte delle terre sono poi di proprietà dei singoli clan, parte sono proprietà collettiva della tribù.

Questo sistema economico e sociale democratico e cooperativo è un tratto comune delle culture dei pescatori contadini matriarcali che vivono nelle grandi pianure attraversate da fiumi impetuosi. La pesca, infatti, è praticata con la costruzione di bacini artificiali dove i pesci vengono attirati. Questi bacini sono concepiti in modo tale da poter essere svuotati. Lacqua è fatta defluire attraverso sbarramenti di fascine che impediscono ai pesci di scappare. Questo tipo di pesca è molto efficace, ma richiede la grande collaborazione di molte persone. Ugualmente sono necessarie molte braccia per scavare canali di irrigazione, costruire argini per limitare l’effetto delle piene dei fiumi, e costruire grandi cumuli dove stare all’asciutto quando i corsi d’acqua straripano. Ancora oggi vediamo i resti dei villaggi dei pellerossa lungo il Mississippi, costruiti su grandi piramidi tronche. Questi tumuli, detti Mounds, erano dotati di pozzi e servivano quindi anche per ottenere acqua pulita quando la pianura si trasformava in una palude.

La cultura matriarcale è evidente poi nelle relazioni tra uomini e donne.

Nel matrimonio è lo sposo che va a vivere presso il clan della sposa, la donna può sciogliere il vincolo matrimoniale a piacere, i divieti sessuali sono molto blandi, la verginità non riveste alcun valore. I culti religiosi sono improntati sulla fertilità e la figura della Grande Madre creatrice del mondo è centrale. L’unione sessuale non viene considerata un peccato e anzi l’orgasmo, insieme alle esperienze di trance mistica, vengono considerati come massimo momento di comunione con il divino.

Un altro elemento fondante di queste culture è l’ospitalità sessuale. Le culture matriarcali considerano gli stranieri come fonte importantissima di linfa vitale per la tribù. Gli uomini della tribù sono quindi contenti se le donne fanno l’amore con uomini provenienti da terre lontane perché sanno che da queste unioni nasceranno figli più sani e più forti. E i figli sono la più grande ricchezza della tribù. Si tratta di un costume che al contrario desta orrore tra i membri delle popolazioni patriarcali, ossessionate dal possesso individuale delle donne e degli armenti. Questa diversità è essenziale per capire da dove nasce la forza dei Calusa/Seminole. La loro economia si basa sulla preminenza di sistemi di cooperazione e proprietà collettiva. A differenza delle tribù patriarcali essi accolgono a braccia aperte gli stranieri perché portano nuove idee.

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