Diana e la connessione con Nemi

Detail of a female deity in bronze, from the Sanctuary of Diana Nemorense, Nemi (Lazio). Etruscan civilization, ca 350 BC.

Detail of a female deity in bronze, from the Sanctuary of Diana Nemorense, Nemi (Lazio). Etruscan civilization, ca 350 BC.

Oggi sappiamo che il fiume Incastro si alimenta direttamente dal lago di Nemi, luogo fra i più venerati del Lazio antico e sede di un culto arcaico della dea madre, acquatica, regina del bosco sacro, onnipotente divinità della natura, della vita e della fertilità. Il suo santuario sulle rive del lago aveva una dimensione impressionante, estendendosi per circa 5000 mq, ma in realtà tutto il bosco circostante le acque (Nemus Aricinum) era un enorme tempio naturale. Si ritiene che nella sua forma più antica la dea di Nemi fosse una divinità solare, associata con la luna e la caccia solo in una fase più recente del culto. Catone il Censore nelle Origines, ricorda che il dittatore tusculano Manio Egerio Bebio officiò una cerimonia comunitaria nel nemus aricinum insieme ai rappresentanti delle altre principali comunità latine dell’epoca, l’elenco è interessante: “Tusculanus, Aricinus, Lanuvinus, Laurens, Coranus, Tiburtis, Pometinus, Ardeatis, Rutulus.” Notare la distinzione fra Ardeati, Rutuli e Laurenti, elencati come tre popolazioni latine differenti coinvolte nel rito. Sempre secondo Catone, i Rutuli avevano partecipato alla fondazione del tempio della dea sulle sponde del lago di Nemi, il che sembra rendere la nostra ipotesi di una connessione fra Nemi e Castrum Inui ancora più plausibile. Il santuario fu frequentato e attivo fino all’avvento del cristianesimo.

In tempi remoti la sacerdotessa che rappresentava la dea incarnata era anche la regina. Lo sposo veniva scelto con un rituale che prevedeva delle prove di abilità e velocità, quindi terminava con un duello con il sacerdote – re in carica, chi restava vivo acquisiva la carica fino alla sfida successiva, il sangue di chi periva veniva sparso per propiziare la fertilità della natura. Simili rituali sono comuni in tutte le società matriarcali e altrettanto diffuse solo le celebrazioni dell’unione magica fra la sacerdotessa (regina – dea – luna – acqua) con il sacerdote (re – quercia – bosco – sole) finalizzate ad assicurare la fertilità della natura stessa. Nell’area del Santuario cresceva un albero le cui fronde ove fossero state strappate da uno schiavo fuggitivo conferivano a lui il diritto di battersi con il sacerdote in carica (il Rex Nemorensis, cioè il Re del Bosco); se lo avesse ucciso gli sarebbe succeduto in tale carica (restando a sua volta in attesa del probabile compiersi dell’analogo proprio destino). Il rituale della trasmissione del potere nel Sacro Bosco era molto importante simbolicamente per il patto comunitario fra le città latine perché il bosco era di tutti ed il Re del Bosco – essendo uno schiavo – non avrebbe mai potuto trasmettere ad eredi il suo potere, come un vero Re.

La dea di Nemi è denominata Diana Nemorense, dai romani assimilata ad Artemide. Nella sua forma più antica Diana era Iana, la controparte di Iano o Diano. Ne fa cenno anche Macrobio, che spiega le due facce di Giano proprio con la sua fusione con Giana. Jana è presente in tutto il Mediterraneo. In questa forma più antica si tratta di un culto della fertilità della natura, del ciclo eterno di morte e rinascita del sole, dell’unione fra il sole e la luna. Jana-Jano sono i custodi delle porte (i solstizi erano le porte del ciclo universale, alba e tramonto erano le porte del cielo nel ciclo quotidiano) e quindi i garanti dell’equilibrio e del passaggio fra vita e morte. I romani hanno fatto numerosi interventi di mascolinizzazione di divinità arcaiche femminili e Giano costituirebbe un esempio palese della formula “Si Deus Si Dea est” (chiunque tu sia, dio o dea).

Virgilio parla di Giano nel Libro VII dell’Eneide quando ci narra dei profughi Troiani alla ricerca della antica madre. In quell’occasione il poeta ci ricorda che Giano avrebbe “… regnato in Italia prima di Saturno e di Giove”. Secondo una versione alternativa del mito Giano giunse via mare nel Lazio ed era considerato protettore della navigazione, dei porti e delle vie fluviali. Egli aveva il potere di far zampillare dal terreno delle sorgenti e polle d’acqua.

Il lago ha un emissario artificiale che ne regola il livello, costruito presumibilmente nel VI secolo a.C.; In realtà l’opera di altissima e straordinaria ingegneria idraulica non è databile in modo certo, ma si desume, datando le strutture antiche che resterebbero sommerse in sua assenza, un possibile periodo nel quale inquadrare la sua realizzazione. L’emissario è un cunicolo lungo 1.635 metri e largo 80 cm, scavato nella roccia, congiunge il lago a Vallericcia, di là del cratere. Gli operai lavorarono divisi in due squadre, una partì dalla riva e l’altra dalla valle e si incontrarono al centro della montagna con un errore di pochissima entità (il lavoro è più preciso dei nostri tunnel). Ha una camera d’ingresso in opera quadrata di peperino e un sistema di chiuse sorprendentemente efficace. Uscite dal condotto, le acque della dea si riversano in un canale superficiale lungo 2 km, quindi in un nuovo canale sotterraneo di 15 km che le conduce direttamente ad Ardea, dove confluiscono nell’Incastro e quindi si riversano nel mare.

Facile quindi immaginare la grande sacralità che poteva avere, agli occhi degli antichi, il luogo dove le acque della dea Diana, si congiungevano con quelle della dea del mare e della fertilità, Afrodite, e questo punto di incontro era proprio la foce dell’Incastro. Secondo alcuni studiosi l’emissario di Nemi non aveva solo una funzione di ordine pratico, ciò di regolare il livello massimo delle acque del lago, ma aveva uno scopo rituale, un profondo significato religioso, se tale ipotesi si rivelasse corretta, la sacralità dell’Incastro risulterebbe ancora più ragguardevole.

Diana-Jana era a volte rappresentata in forma triplice, come triade giovane-madre-anziana, in questo simile ed assimilata ad Ecate, sia in quanto “bisessuata”, sia in quanto lunare, sia in quanto fonte di vita e principio di generazione di ogni cosa. La triade era Diana-Ecate-Selene.

Selene, la dea risplendente, sorella del sole, è la personificazione della luna piena, raffigurata come una giovane e bellissima donna vestita di bianco e con sulla testa una luna crescente.

Ecate, dea antica proveniente dall’Anatolia, è una dea madre che viaggia nel regno degli uomini, in quello degli dei ed in quello dei morti, per questo dava potere alla sibilla cumana di pronunciare responsi provenienti dai numi o dagli spiriti. Come dea triplice e viaggiatrice tra i mondi è guardiana dei crocevia, delle porte e custode delle chiavi. I suoi attributi simbolici sono la torcia, la chiave ed il serpente. Le era riconosciuto il potere di concedere o vietare all’umanità l’appagamento dei desideri e di regolare, come Dea-Luna, le nascite di uomini, animali e piante. Nell’antica Grecia, le feste più importanti in onore di Ecate si svolgevano il 13 agosto e il 30 novembre – nel tempo dell’estate e nel tempo dell’inverno che giunge – probabilmente nel cuore della notte, in genere presso uno di quei crocicchi da Lei presieduti. Si accendevano fuochi e si celebrava la Dea con un banchetto. Anche il 16 novembre era a lei dedicato: in quell’occasione si portavano offerte di cibo ai crocicchi.
Altri momenti sacri a Ecate erano le notti di luna nuova.

In Diana -Iana si scorge anche Giunone – Iuno, in origine dea madre, poi declassata a moglie (non più madre) del re degli dei. Anche Giunone era una divinità lunare, dea della fecondità, del matrimonio e della fedeltà coniugale, protettrice della purezza e della castità delle spose, assistente ai parti. Era la protettrice delle donne e fu venerata con nomi diversi. Come Iuno Pronuba presiedeva al matrimonio, come Iuno Lucina aiutava le donne nel parto e come Iuno Regina era la particolare consigliera e protettrice dello stato romano. Come Iuno Sospita, cioè propizia, era venerata a Lanuvium in una forma di culto che ne esaltava le caratteristiche di protezione e propiziazione della fecondità della terra e degli armenti. La dea in questa sua manifestazione è vestita di pelle di capra, armata e associata ad un serpente.

La dea di Nemi poteva tranquillamente essere anche la dea Dia, grande madre protettrice della fertilità della terra, di cui sappiamo pochissimo, secondo alcuni da identificarsi con Cerere o con Bona Dea.

Cerere, divinità materna della terra e della fertilità, nume tutelare dei raccolti, ma anche dea della nascita, poiché tutti i fiori, la frutta e gli esseri viventi erano ritenuti suoi doni, tant’è che si pensava avesse insegnato agli uomini la coltivazione dei campi. Per questo veniva solitamente rappresentata come una matrona severa e maestosa, nonché bella e affabile, con una corona di spighe sul capo, una fiaccola in una mano e un canestro ricolmo di grano e di frutta nell’altra. Cerere è spesso associata alla dea Tellus sia nel culto che nel calendario in quanto Fordicidia (dedicate a Tellus) e Cerialia sono separate da un intervallo di quattro giorni (15 e 19 aprile), intervallo che di solito si riscontra nel caso di feste appartenenti ad uno stesso ciclo. Anche Publio Omero associa le due dee chiamandole “madri delle messi” (frugum matres). Cerere è legata anche al mondo dei morti attraverso il Caereris mundus, una fossa che veniva aperta soltanto in tre giorni particolari, il 24 agosto, il 5 ottobre e l’8 novembre. Questi giorni sono dies religiosi, vale a dire che ogni attività pubblica veniva sospesa perché l’apertura della fossa metteva idealmente in comunicazione il mondo dei vivi con quello sotterraneo dei morti. Secondo Festo in quei giorni non si attaccava battaglia con il nemico, non si arruolava l’esercito e non si tenevano i comizi. L’apertura del mundus era un momento delicato e pericoloso, non tanto per paura che i morti uscissero in massa invadendo il mondo dei vivi ma al contrario perché, secondo Macrobio, il mundus avrebbe attratto i vivi nel mondo dei morti, specialmente in occasione di scontri e battaglie. Il Mundus era un edificio sotterraneo con un pavimento semicircolare, una arcaica fossa praticata nel terreno, prima nuda poi lastricata, che metteva in contatto con le divinità del mondo sotterraneo a cui si offrivano sacrifici e doni: frutti della terra, resti sacrificali, formule tracciate su tavolette di argilla. La fossa veniva poi ricoperta dal lapis manalis, la pietra sacra agli dei Mani o Lari, divinità che rappresentavano anche gli spiriti degli antenati e tutelavano la città e i suoi abitanti. Sembra che in seguito la fossa venisse sostituita da un altare che veniva reinterrato e scoperto di nuovo asportando la terra ad ogni cerimoniale. E’ chiaro che il rito più antico fosse legato alla consultazione degli spiriti o della Dea dell’oltretomba. In quanto sovrana dell’oltretomba e dea della morte, dunque ladra della vita, Cerere si identifica anche con Laverna, altra antica dea di cui si hanno scarse notizie, considerata dai romani protettrice dei ladri e degli inganni, mater larvarum, madre degli spettri, aveva due boschi consacrati a Roma ed un’ara sull’Aventino, nei pressi di una porta delle mura serviane che in suo onore si chiamava Lavernalis.

Tellus, poi identificata con Gea, grande madre terra, emersa direttamente dalle tenebre primordiali del caos, madre di tutti gli esseri viventi, sovrana della stabilità dell’universo. Protettrice dei matrimoni, dea della fertilità e della prosperità della natura, era anche sovrana dell’oltretomba e dei terremoti.

Bona Dea è una grande madre protettrice della fecondità della terra, il cui vero nome non poteva essere pronunciato. Bona Dea non trova una chiara caratterizzazione nemmeno esaminando le fonti antiche; in linea generale la versione più accreditata del mito la vuole moglie o figlia di Fauno, secondo la versione riportata da Lattanzio la dea è la moglie di Fauno, una moglie molto abile in tutte le arti domestiche e molto pudica, al punto di non uscire dalla propria camera e di non vedere altro uomo che suo marito. Un giorno però trovò una brocca di vino, la bevve e si ubriacò. Suo marito la castigò a tal punto con verghe di mirto che ne morì. Questo spiega l’esclusione del mirto dal suo tempio. Tale versione probabilmente tramanda il tentativo di controllo e poi di soppressione di un culto femminile molto antico. Un’altra maniera per conoscere la dea è riscontrabile nella tipologia del culto a lei dedicato. La descrizione del culto ci mostra una divinità che opera pro populo, quindi, per la salute di tutta Roma. Quali rappresentanti al femminile dello stato, le donne dell’aristocrazia sono preposte alla celebrazione del culto, un culto che veniva svolto strettamente in privato escludendo qualunque figura maschile, compresi gli animali. Nel 62 a.C. Publio Clodio si travestì da donna per partecipare segretamente al culto che si celebrava nella casa di Giulio Cesare, tale intollerabile profanazione causò una grave crisi politica.

Abbiamo anche un’altra candidata al ruolo di dea del lago di Nemi, e forse anche del Castrum Inui. Fra le grandi dee madri del mondo più antico c’è Mater Matuta, la dea del mattino, al cui culto erano ammesse esclusivamente donne non schiave, vergini o sposate una sola volta e con il marito vivente, è associata a Diana, e considerata la sua versione di madre generante, molto più tardi identificata con lno-Leucotea, la dea bianca protettrice dei marinai, successivamente declassata a nereide. A Roma era venerata insieme al figlio Portunno, divinità marina protettrice dei porti.

Accettando la teoria dell’adorazione primordiale della grande dea madre, i cui diversi poteri hanno poi originato nel corso dei secoli una serie di dee sue eredi, possiamo immaginare che nel Nemus intorno al lago e alla foce del fiume suo emissario, si venerasse, nei tempi più antichi, la medesima dea o due sue manifestazioni. I suoi attributi erano il potere sulla fertilità della natura, il dominio sulle selve e sugli animali più pericolosi, la connessione con l’acqua dispensatrice di vita, con i cicli di morte e rinascita, con il sole e la luna, il tempo e l’oltretomba.

Dunque gli antichi abitanti di Ardea potevano avere un gran numero di motivi per venerare la foce dell’Incastro e ritenerla un sito magico e divino, una specie di Lourdes di quei tempi: punto di incontro tra due grandi dee della fertilità (o fra due aspetti della stessa grande dea), luogo di rimescolamento di acque sacre, luogo di congiunzione fra lago, fiume e mare, approdo di Danae e zona della sua unione con Pilumno, e, probabilmente, luogo dell’approdo di Enea. Possiamo immaginare che i rituali celebrati a Castrum Inui fossero plausibilmente incentrati sulla fertilità, sull’acqua e la guarigione, e che, col passare dei secoli, oltre alla grande dea, vi siano stati venerati molti numi riconducibili ai gemelli divini (Pilumno e Picumno, Castore e Polluce, Elena e Clitennestra), alla fertilità dei campi (Inuo, Priapo, Fauno), alla nascita (Afrodite, Minerva), al mare, alla navigazione, alla fondazione (prima di Ardea poi di Roma), all’età dell’oro e agli antenati divini (Saturno, Giano). Un luogo così sacro, e anche strategicamente e commercialmente significativo, doveva essere ritenuto un grande tesoro da proteggere, e probabilmente questo è il senso della fortificazione realizzata dai romani. <<Ovviamente si tratta di ipotesi, possibili scenari che lascerebbero supporre la presenza di molti edifici sacri, tutti concentrati nella stessa zona. Solo il paziente lavoro archeologico potrà dirci se stiamo lavorando di fantasia oppure no.>> Il virgolettato è tratto da un nostro articolo pubblicato su “doossier informare” a marzo 2007, all’indomani della scoperta del primo tempio di Castrum Inui (Tempio A), e del sacello di Esculapio. A distanza di pochi mesi furono rinvenute due are con orientamento divergente per una forma di culto all’aperto, quindi un tempio ancora più grande (Tempio B) che ne racchiudeva uno più antico al suo interno.

 

Silvia Matricardi

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