L’ispirazione

istinto-intuizionedi Giuseppe Gorlani

Fonte: Giuseppe Gorlani

 

L’ispirazione prospera in lande di cui si hanno mappe imprecise. Congetturare di averne tracciato coordinate sicure vota necessariamente al disinganno. Art happens. * Ciò non condanna a vagare tra brume in attesa che, per “grazia”, emerga la musa. Piuttosto è opportuno fissare la chiarità noumenica, sino al punto in cui essa, combaciando con l’Innato, permanga e illumini. Dalla soluzione alla contrapposizione, inerente il divenire, pullula poiesis. Parrebbe un’incongruenza: si comprende tanto meglio il fluire fenomenico quanto più lo si conosce nella sua parvenza. Si va allora, pur senza andare, per stradette sterrate o per stanze inalbate, con le mani simili a nubi. Si cancella con semplici passi la pretesa di assolutizzare la distanza. I passi sono rosari: ripropongono l’eterno qui. Nessun “là” sarà mai raggiunto. Lo dimostrò in modo eccellente Zenone d’Elea: ogni mèta ipotetica sempre rimarrà irraggiungibile, poiché se ne dovrà toccare innanzitutto la metà della metà della metà, in una regressione ad infinitum.

Risulterebbe quindi che il movimento e la molteplicità siano convenzioni tramite le quali l’Ineffabile appare ridursi all’interno di un linguaggio. Parole a fior d’acqua. Da una simile infatuazione ci si può emancipare mirandola attentamente sino alla sua scomparsa.

Oltre la tradizione scritta, c’è quella orale e oltre questa c’è il sedersi, deporre le dottrine, svelare l’identità. Le varie forme del tradere sono propizie, purché le si accolga con intelligenza. Subire invece l’ignoranza che produce reiterati affanni, incolpando il destino o altro, è opzione deprecabile: equivale a tentare di placare la disperazione, alimentandola. Eppure, nel dire “vivo” ci si riferisce spesso a tale dissennatezza.

L’animalità affascina; travolti da cupio dissolvi, nell’Evo ultimo molti rinunciano alle attitudini contemplative e persino a quelle razionali. La degradazione nell’insignificanza viene elevata a valore, il flatus vocis predomina su tutto. Il burattino, lo schiavo sono terrorizzati dalla facoltà di mettere a nudo la propria futilità con adeguate riflessioni; trascorrono i giorni ad enumerare pene o, all’estremo opposto, a commentare il piacere derivante dal sottostare alla menzogna; detestano la quiete lucida, autosufficiente, fondata sulla vigilanza della coscienza, la sinderesi.

Miseria e nobiltà dimorano in ciascun uomo; la prima è pesantezza, la seconda leggerezza. Fretta, ansia, paura sovraccaricano e disancorano dalla Presenza. La levità — in fin dei conti non avversa alla gravitas che Cicerone, in riferimento a Platone, associa alla sua vitate — favorisce l’ispirazione, permette il camminare a piedi scalzi in montagna, trasforma spartiacque affilati in comodi sentieri. Consente altresì di attingere alla regalità umana originaria — simboleggiata dal Purusha — includente bestie, alberi, continenti, mari. Essa non va qui intesa nei significati di incostanza, trascuratezza o volubilità, bensì come scioltezza, mobilità, prontezza nell’aderire alla realtà, invulnerabilità.

Cinquemila parole porse Lao Tse a Yin Hsi, custode montano che esigeva da lui un pedaggio. Tra esse: «Il difficile imprendi nel suo facile / ed adopera il grave nel suo lieve». ** «[…] soltanto la leggerezza — commenta Italo Calvino — può dar conto delle segrete connessioni che gravano sul fondo». ***

Quali epigoni di Borges non deciderebbero — abbandonata la logica lineare — scrutare nelle pupille orbate di Omero, scandagliando un diverso vedere, o aleggiare nel cuore di Virgilio, nemico dei superbi, o penetrare la vis romano–italica nel Petrarca, di là dal suo habitus cristiano, pur autentico? Certo costoro dovrebbero maturare una particolare sottigliezza, tenendosi pronti a pagarne lo scotto, ovvero a contenere la vertigine, quasi fossero tra quegli asceti (lung–gom–pa) osservati dalla coraggiosa David-Neel in Tibet, i quali, con lo sguardo fisso sulla volta stellata, attraversavano altopiani a velocità sostenuta, gravati da catene: talari all’inverso moderanti gli effetti di intense pratiche ascetiche.

II

L’ispirazione è terra sulla quale il purohita, memore del grido primordiale, misura l’uscir fuori dall’Essere e il redire in esso, è cielo in cui il respiro attinge all’illimitato. Utilizza ossa, sbarre, reti pur di ammaestrare l’inerzia. È fonte purificatrice, fuoco risoluto, turbine, valanga. Darle spazio nel prosaico evoca la palingenesi.

Non vi è alcun “punto” individuabile nell’esistenza su cui poggiarsi per sceverare passato, presente, futuro. Mentre la speculazione teoretica pretende di circoscriverlo, è già svanito o ancora da venire.

All’interno dell’unanime sogno condiviso, si ritiene lecito dichiarare come dal passato scaturisca il presente; sempre entro i confini dello stesso sogno, in angoli meno frequentati, altri lo dichiarano proveniente dal futuro.

Non ci si bagna due volte nello stesso fiume; così l’Oscuro d’Efeso. Hermes, il possessore del caduceo, il tre volte oscuro — coincidente col luminoso — potrebbe replicare: nemmeno una volta. Ci si bagna sempre, non ci si bagna mai. Il presente è la stanza azzurrata, il braccio aggrappato ad un noce, i suoni impalpabili: mostra teorie indefinite di morti, trapassa da nido a nido, crocifigge la totalità nel pranava, la sillaba immobile, assoluta.

Il fanciullo–cammelliere spuntato dal fogliame attorno al caravanserraglio chiede: l’ispirazione discende dall’Anima Mundi, oppure dall’Inafferrabile che la sostiene e la trascende ad un tempo? Non so, risponde uno; so, dice un secondo ed enuncia con competenza la cosmogonia tradizionale. Entrambi proclamano il vero, scrutandolo da prospettive disuguali. Qualcuno rimugina perplesso. Il giovane li ignora tutti e volge l’attenzione a un viandante discosto; questi tace mentre parla e scrive o, viceversa, parla mentre tace. Si direbbe indistinguibile dal Dao che, da nulla mosso, muove le diecimila ombre.

Il paradosso illuminativo non richiede giustificazioni, né sforzi per essere dimostrato. Concede libertà. Soffia via la paura. Sprigiona i pavoni dorati al servizio dell’ispirazione. Trabocca dall’orlo di tutte le notti. Morde, fugge. Catturato dallo zelante amanuense, svanisce poi attraverso il legno tarlato nel soffitto. Ripresenta all’infinito l’in Sé in forme irripetibili. Soprattutto sorride. Inspiegabilmente.

III

I modi onde principiare valgono quali astrazioni fittizie; se indagati con rigore conducono alla paralisi del giudizio. Gli Scettici ne erano consapevoli; gli stolti vi edificano sopra strutture fatiscenti e le chiamano “scienze esatte”. Lo scientismo è dunque una religione surrettizia, contraria a quelle radicate nelle rivelazioni sovrarazionali. Purtroppo anche tra queste troneggia la follia, quando sorge la pretesa di monopolizzare la Realtà.

L’ispirazione prospera nelle Scritture, nelle epopee immortali, satura la grotta vuota affacciata sul torrente himalayano. Alzare le braccia, spargere polline, assimilare asana, combattere ed uccidere sé stessi nel prossimo per necessità, amministrare la giustizia, reintegrare nella fiducia l’assassino morto alla propria tracotanza: sono azioni nobili, tra loro complementari, impotenti tuttavia a superare le fiamme al cui interno giace la cetra ambita.

Qualora servisse delineare un parametro a fondamento delle teleologie cui gli uomini si rivolgono al fine di trarne conforto, ci si dovrebbe preoccupare almeno di verificarne la cantabilità, posta al docile servizio dell’ispirazione. Le figlie di Mnemosine non vanno disgiunte da Atena. Dove le antitesi convergono si aprono porte su recessi nascosti, palesando sorgenti dalle quali balzano fiumi maestosi. Immergersi in essi può risvegliare gioia e forza inesauribili, altrimenti abbattere, incupire; in questo caso predomina la desolazione. E così sia. Inutile intonare lamenti a mo’ di patetiche cantafere: el hàbito miserable del llanto. **** La peggiore angoscia vale quanto un’ape posata sull’acqua. A differenza delle vespe, le api sull’acqua si agitano e annegano.

Levità graziosa, anzi, bellissima, severa e serena ad un tempo, che i cirri adesso assaporano, deh non abbandonare il filosofo–devoto ai pati soffocati da rovine, alle sterili contumelie, ai discorsi inacerbiti, trasfigura piuttosto gli orridi e colmali, ispira il letterato a stilare parole rasserenanti o il vecchio seduto ad una panchina a considerare shunyata alla guisa di un epiteto divino.

Agli inizi dell’autunno abbondanti noci cadranno; se ne sfameranno uomini, insetti e scoiattoli. Avranno i loro suoni appropriati: placidi battiti nel chiarore lunare. All’arrivo della pioggia ogni fermento si acqueterà. Sospendendo il fiato, Vallonia, signora delle valli, affacciata ad un alto cerro, approverà.

È fausto rammentarlo: ci si può sottrarre alla “strategia del caos” perfezionata dal genio a rebours contemporaneo. Esplosioni con schegge impazzite dilaniano la carne, strappano occhi e labbra. Pazzi, orientali e occidentali, offuscati dall’egoismo, torturano e diffondono il terrore. Ma, pabula laeta, le pietre bianche proteggono, le conche verdi curano, le mucche lasciate finalmente libere sostentano e fertilizzano. I cancelli del Paradesha, il Paese supremo, restano spalancati.

Qualsiasi viaggio inizia e termina nel medesimo istante. Che cosa c’è in mezzo? L’Aleph, il Pranava, Buddhata, il Brahman, l’Uno–Uno, il Pantocratore? La rosa risorta dalla cenere che Paracelso non mostrò a Johannes Grisebach? O la rosa “senza perché” di Silesius?

È bene svegliarsi avanti l’alba per imprimere nel giorno imminente lo stigma della comprensione, armarsi di leggerezza, ardere nell’ispirazione, sacrificare.

 

* James Whistler

 

** La Regola Celeste di Lao-Tse, 63 – 7,8, a c. di Alberto Castellani, Fi 1954.

 

*** Cit. in Lao-Tse, Il libro della saggezza, a c. di Paolo Ruffilli, Mi 2004.

 

**** Jorge Luis Borges, Fragmentos de un Evangelio apocrifo, 4.

 

 

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