La Fisiologia occulta nell’Antica Medicina Egizia

medicina-egiziadi Viviana Donato

Fonte: Ereticamente

I Neter e le sette forze direttrici della Vita

La mentalità posseduta dagli antichi era ben diversa da quella attuale. Il loro processo conoscitivo differiva dal nostro sostanzialmente grazie ad un “terzo elemento” presente nel loro sistema di ragionamento: l’analogia. Il pensiero aristotelico, padre dell’attuale cultura, comprende, diciamo, due postulati base: la deduzione, ovvero osservo dei fenomeni e ne deduco delle leggi, e l’induzione, cioè conosco delle leggi e “prevedo” i relativi fenomeni. Gli antichi vi aggiungevano quella che potremmo definire “una terza dimensione del pensiero”, l’analogia, quell’”identità occulta” che sottostà a fenomeni estremamente diversi, che per logica non si possono imparentare tra di loro, ma che analogicamente sono affini, perché relativi ad una medesima funzione universale, ad un determinato Archetipo:

Con l’analogia noi abbiamo alzato una perpendicolare sul piano che ci permette di avere una visione spaziale delle cose e dei fenomeni. Si passa da una scienza di superficie, quale è la nostra, ad una scienza di volume, quale è quella tridimensionale. Il processo della conoscenza, che comprende il lavorio dei sensi e il sistema di ragionamento, è un processo di volume e non di superficie. (Angelini A., 1986, p 12)

Questo pensiero analogico, che trascende la logica ordinaria, ci permette di cogliere quelle entità che sottostanno alla manifestazione in modo invisibile, inafferrabile ai sensi fisici, che vengono definiti Archetipi, Dei, Neter dagli egizi. Per gli egizi, l’universo è un’espressione dell’Intelligenza Unica, dell’”Uno Unico che è senza secondo”, come si legge nel famoso “Inno ad Amon-Ra”.

Ora, questo Essere Unico, inconoscibile, invisibile, possiede, secondo gli antichi, sette spiriti messaggeri, sette agenti di questa Volontà, sette funzioni primarie, che gli egizi chiamarono Neter, termine rappresentato dal geroglifico , le bandierine, stendardo  della divinità, a sua volta composto dai segni dove il simbolo(N) indica la superficie delle acque, simbolo di un’ energia, una vibrazione;(T) è il bolo usato per aggiogare gli animali, quindi rappresenta un legame; (R) è la bocca che parla, che emette un suono, il Verbo Creatore, che porta in manifestazione.

Quindi il termine Neter assume il significato di un’energia, una vibrazione, che si manifesta, si concretizza, legando fra di loro due piani di manifestazione (fisico e metafisico), pur restando al di là del campo di osservazione dei sensi umani. I Neter sono quelli che vengono chiamati i Sette Dei Misteriosi dell’Egitto; i sette pianeti dell’Astrologia classica, i sette Metalli degli alchimisti, i sette Angeli dell’Apocalisse della tradizione cristiana, i sette Reggenti del Corpus Hermeticum, i sette Logoi planetari della teosofia, etc. Nella Mundaka Upanishad, primo khanda, leggiamo:

Da Lui derivano i sette prana, le sette fiamme, il combustibile, le sette oblazioni, i sette mondi dove si muovono i prana, che stanno nell’intimo d’ognuno disposti a sette a sette.

Tutta la manifestazione sensibile si basa sulle leggi del settenario, come possiamo notare a partire dal regno atomico, in cui tutti gli atomi si snodano nella loro progressione genetica per sette, sia per valenza, sia per serie di inviluppi elettronici che si pongono attorno al nucleo centrale,  a livello minerale, in cui esistono sette sistemi di cristallizzazione; sette sono le ghiandole endocrine; i chakras, i nostri centri di coscienza; sette le note musicali, i colori dello spettro elettromagnetico.

L’alchimia medievale ha chiamato questi sette Neter con i nomi dei pianeti del nostro sistema solare: Saturno, Giove, Marte, Venere, Mercurio, più i due luminari, il Sole e la Luna. Ognuno con una sua specifica identità. Il fatto di attribuirgli i nomi dei pianeti non vuol dire, comunque, che ci si riferisca agli stessi, ma a delle funzioni universali, anche se i pianeti fisici rappresentano la parte animica, il Ba, l’anima sensitiva dei Neter, o talvolta anche il loro Ka, ovvero la parte energetica, poiché i loro corpi sono, per così dire, “distribuiti” su più piani. Ad esempio, la stella Sirio fu detta il Khu di Iside, cioè l’anima superiore, il Mentale dell’archetipo Venere, mentre il rispettivo pianeta era chiamato il Ba di Iside. A tal proposito, vorrei fare una precisazione per quanto riguarda l’Astrologia. Questa scienza, che noi oggi non teniamo assolutamente in considerazione, data la volgarizzazione e la banalizzazione di cui è attualmente vittima, nell’antichità è sempre stata considerata la Scienza per eccellenza, attraverso la quale risalire alle cause che sottostanno alla manifestazione, poiché è dal Cielo, dal dominio degli Astri, che essa ha origine. Volguine, astrologo ed occultista del secolo scorso, asseriva:

… a noi gli astri appaiono come corpi celesti estranei e lontani, che emettono vibrazioni che noi subiamo contro la nostra volontà; per gli antichi, i pianeti erano forze di cui percepivano le pulsazioni nel corpo, nel loro essere interiore, allo stesso modo in cui noi sentiamo, per esempio, le pulsazioni del nostro cuore e lo scorrere del sangue. (…) Quando si tratta di questo tipo di comprensione dell’influenza astrale, l’astrologia non è più un’astratta scienza di vibrazioni cosmiche quale appare ai moderni, bensì una scienza dell’anima, una scienza di tutto ciò che esiste, prima scienza umana e la più alta. (…) La sensazione di forze planetarie interiori era, un tempo, così forte che le si considerava come i veri fondatori dei popoli e delle civiltà. Presso tutti i popoli antichi il periodo storico era preceduto da un periodo leggendario di dinastie divine. I periodi leggendari dell’Egitto, della Caldea e dell’antica Cina sono quelli più conosciuti: ovunque le divinità regnanti erano le personificazioni di forze planetarie. (…) Per noi, l’astrologia è una scienza matematica; per loro, era la conoscenza intima delle energie viventi, poiché si rendevano conto delle forze cosmiche che animano ogni essere. Questa concezione delle forme planetarie è la chiave di volta di tutto il pensiero antico, del simbolismo, delle religioni e delle mitologie.” 

(A. Volguine, 1996, p. 5-6)

In campo medico, la Scienza astrologica si rivela di grande importanza, in quanto può divenire un potente mezzo diagnostico, poiché ogni individuo, al momento della propria nascita ha ricevuto “un’impronta”, come una lastra fotografica, delle particolari influenze astrali, cosmiche, che marcheranno il suo carattere, la sua fisicità, il suo destino, i possibili squilibri a cui può andar incontro nel corso della vita. I sacerdoti-medici egizi, infatti, prima di curare una persona, stendevano il suo oroscopo, in modo da poter effettuare una terapia quanto più consona possibile all’individuo in questione. Vediamo di esporre, brevemente, le funzioni principali di questi sette Neter, senza comunque entrare nei dettagli della complessa teologia egizia.

Il primo Neter che compare sulla scena della manifestazione è identificabile con quello che, posteriormente, dai latini fu chiamato Saturno, il dio che nacque per primo, colui che usurpò il regno del padre Urano (il Cielo) per dar vita alla manifestazione, rappresentando il limite di demarcazione fra il materiale e l’immateriale, fra il macrocosmo ed il microcosmo, la Saggezza, capace di condurre oltre la soglia del sensibile. È il sommo Atum degli egizi, il demiurgo che ha creato il mondo, il dio sorto dal fiore di loto che è comparso insieme con il monticello di terra originario, emerso dalle acque del nulla indistinto, e che dentro di sé ha in potenza ogni cosa, ogni creatura e accadimentoIl suo geroglifico è una slitta (usata per portare in processione la statua del dio) vuota, ad indicare il non essere, ma anche l’impossibilità di antropomorfizzare questo dio. Sua ipostasi è anche Seth, in rapporto alla sua funzione cristallizzante, coagulante. Il potere di concentrazione, la meditazione, sono qualità tipiche di questo Neter. Esso si pone all’ingresso del Tempio del corpo umano, alla sommità del capo, nell’epifisi, che secondo Cartesio è la sede della parte più evoluta dell’anima, la parte razionale, “l’occhio divino” di Galeno. L’epifisi, situata nella parete posteriore del tetto del III ventricolo cerebrale, viene definita più propriamente un “trasduttore neuro-endocrino”, poiché è in grado di trasformare un impulso nervoso in uno endocrino, che giunge alla retina sotto forma di stimolo luminoso e da qui tramite il nervo ottico ed il ganglio cervicale superiore raggiunge l’epifisi, che provvede al rilascio del suo ormone principale, la melatonina, che inibisce l’attività delle gonadi. Questa ghiandola risulta così strettamente collegata ai ritmi luce/buio, i cosiddetti ritmi circadiani, legati al tempo, come Chronos, il Saturno greco, è il dio del tempo, infatti in presenza di luce la sua secrezione viene inibita, per riprendere nelle ore di buio. Esso regge anche lo scheletro, la parte più dura, più mineralizzata del nostro corpo:

Vera Janua Coeli, la porta del cielo, il “limitare” da cui si dipartono due strade: una, procede verso il determinismo assoluto, se viene considerato il suo significato discendente, l’altra è la via della Saggezza Divina, del “ritorno alla Materia Prima”, se valutato nel suo percorso ascendente.” (Gentili A., 1983, p 98).

Il relativo pianeta fu detto “Ur Ka Pet”, ovvero “Horus il Ka del Cielo”, in quanto legato al karma; era anche detto “la Stella dell’Ovest”, in rapporto al suo luogo di esaltazione, il segno della Bilancia. Il chakra che gli corrisponde è Sahasrara, sede della coscienza cosmica, dell’intuito, della trascendenza, dell’unione con la divinità, il luogo dove si incontrano l’essere ed il non essere, il cui simbolo è il Loto dai mille petali, come i mille mondi superiori a cui è possibile accedere tramite esso, ed il cui mantra è il silenzio, come magistralmente rappresentato dagli egizi nella slitta vuota che indica Atum, la cui essenza fu sempre taciuta.

Il Neter seguente corrisponde a Giove, il Padre degli Dei, l’Amon egizio, colui che governa con equità e giustizia. Rappresenta anche l’ordine costituito, la rettitudine. Con questo Neter nasce la dualità, l’incrocio che “tesse” la manifestazione, infatti nel geroglifico di Amon vi è una scacchiera, che con le sue caselle bianche e nere è simbolo delle due polarità, positiva e negativa. Esso regge l’ipofisi e tutto il complesso ipotalamico, da cui si dipartono gli ordini che regolano tutto il complesso sistema ormonale. L’ipofisi, posta nel cranio in una piccola cavità dello sfenoide, la sella turcica, suddivisa nei lobi anteriore (adenoipofisi) e posteriore (neuroipofisi), e collegata all’ipotalamo, secerne numerosi ormoni atti a regolare l’attività di tutte le altre ghiandole endocrine, quali il tireotropo (TSH), che stimola l’attività della tiroide, l’adrenocorticotropo (ACTH), che stimola le surrenali, il follicolostimolante (FSH), il luteostimolante (LH) ed il luteotropo (LTH) con azione sulle gonadi, l’adiuretina (ADH) che favorisce il riassorbimento dell’acqua filtrata dai glomeruli renali, l’ossitocina, che stimola le contrazioni dell’utero durante il parto e la produzione del latte, il somatotropo (STH), che regola l’accrescimento corporeo. Il rispettivo pianeta era chiamato “Ur Up Seta”, cioè “Horus giudice delle due terre”, in quanto sovrano di ciò che è stato posto in manifestazione, o anche “la Stella del Sud”, poiché ha la sua esaltazione nel segno del Cancro, nel sud del Cielo. Il suo chakra è Ajna, il chakra del comando, il “terzo occhio” sede della conoscenza superiore, occulta, il luogo dove si riuniscono le due nadi principali, Ida e Pingala, che si incrociano attorno al canale di Sushumna.

Ra è la terza persona della trinità creatrice eliopolitana Atum-Amon-Ra, e corrisponde al bellicoso Marte dei latini. Questo Neter, come anche indicato dal suo glifo astrologico, rappresenta il Fuoco, la Volontà, che si indirizza verso uno scopo ben determinato. Esso si cristallizza nella tiroide e nelle paratiroidi, quelle ghiandole deputate a dare tono ed efficienza a tutto il corpo. Infatti i principali ormoni della tiroide sono  la tiroxina (T4) e la triiodiotironina (T3), la cui azione si esplica sul mantenimento dell’organismo ad un elevato livello di prestazioni, poiché il cuore accelera il ritmo delle pulsazioni, il sangue scorre più velocemente nei vasi, la produzione di globuli rossi viene mantenuta ad un ritmo adeguato, la conduzione dello stimolo nervoso viene accelerata e la capacità di contrazione dei muscoli è mantenuta in efficienza; agisce inoltre sullo sviluppo corporeo, sul metabolismo, facilitando la scissione di zuccheri, proteine e grassi nei loro elementi costitutivi, in modo da fornire energia alle cellule. La tiroide secerne anche la calcitonina, antagonista del paratormone secreto dalle paratiroidi, con azione sulla regolazione del calcio e del fosforo. In Egitto fu anche designato come Khepry, colui che spinge fuori il Sole. Il rosso pianeta fu chiamato “Ra Ur Xuti”, “Ra Horus splendente”, ma anche “la Stella dell’Est”, poiché trova il suo domicilio all’est del Cielo, nel segno dell’Ariete. Il relativo chakra è Vishudda, che significa attività, ordine, azione, ma anche purificazione, poiché rappresenta la via della liberazione per chi ha purificato i propri sensi, ed il cui risveglio conduce alla chiara udienza, la perfetta percezione del Logos.

Al centro della sequenza dei Neter vi è il Sole, il datore di Vita, che nell’antico Egitto fu identificato in più divinità, come ad esempio con Ra, il Sole del Solstizio d’ Inverno, nella sua veste di creatore, il Sole spirituale, o con Khepry, il Sole di Primavera, come “colui che diviene”, o ancora con Aton, il disco solare, il Sole fisico propriamente detto. Il suo chakra è Anahata, il chakra del cuore, organo che sappiamo essere analogo al Sole, sede dei profondi sentimenti dell’anima. Anche il cuore possiede una funzione endocrina, infatti secerne un ormone chiamato fattore natriuretico striale o atriopeptina, che agisce sulla circolazione del sangue, sui vasi sanguigni, sui reni, sulle surrenali e su alcune zone del cervello che regolano la pressione del sangue.

Venere, la dea simbolo dell’unione del Cielo e della Terra, trova in Egitto varie rappresentazioni legate a diverse divinità femminili, in base alla funzione che in un determinato contesto deve essere messa in risalto. Gli egizi davano molta importanza alla posizione celeste del pianeta, per distinguerne i vari aspetti. Quando Venere si trovava orientale rispetto al Sole, era la Stella del Mattino, Iside quale annunciatrice della Luce, colei che con le sue lacrime aiuta Osiride a risorgere; quando invece era occidentale rispetto al Sole, diventava Iside quale aspetto femminile della manifestazione, la grande Maga della Natura; mentre nei suoi quaranta giorni di invisibilità, era Neith, colei che tesse la Doppia Energia Luminosa, ovvero le due polarità, Yin e Yang. Venere, nel nostro corpo, regge le ghiandole surrenali, poste al di sopra dei reni. La parte corticale delle surrenali secerne una serie di ormoni quali l’aldosterone, con azione sulla regolazione del sodio e del potassio, il cortisolo ed il cortisone, che stimolano la scissione dei depositi di glicogeno del fegato, e possiedono un’azione antinfiammatoria ed inibitrice sul sistema immunitario, ed anche piccole quantità di androgeni ed estrogeni; la parte midollare secerne invece l’adrenalina, l’ormone dello stato d’emergenza poiché provoca una vasocostrizione a livello dei reni e della pelle con una conseguente vasodilatazione a livello del cuore, del cervello, dei muscoli, del fegato e dei bronchi, in modo da dare più efficienza a questi organi nei momenti di pericolo, ed infine la noradrenalina, che mantiene la pressione del sangue a livelli ottimali. Il relativo chakra è Manipura, che   rappresenta il punto d’incontro fra la luce proveniente da Anahata ed i centri sottostanti, evidenziando ancora una volta la sua funzione unificatrice.

Thot, come il Mercurio latino, è il messaggero degli dei, colui che comunica agli uomini gli ordini provenienti dal cielo. Così diviene quel Neter che dona all’uomo le scienze, la scrittura, la parola. È legato alla Luna, infatti nel tempio di Dendera, vi è il dio posto in cima ad una scalinata composta da quindici gradini, che rappresentano la quindicina lunare crescente; tale rapporto lo ritroviamo tra il chakra Svadhistana (analogo a Mercurio) e Muladhara (analogo alla Luna), infatti sappiamo come pronunciando il mantra relativo a Svadhistana (Vam) entra in vibrazione anche Muladhara, inoltre il primo trasmette al secondo l’energia ricavata dal cibo. La sua ghiandola è il pancreas endocrino, che con i suoi due ormoni, l’insulina ed il glucagone, regola il metabolismo degli zuccheri, dei grassi e delle proteine. L’insulina stimola l’utilizzazione del glucosio come fonte d’energia ed il suo deposito all’interno delle cellule epatiche e muscolari sotto forma di glicogeno; il glucagone, invece, ha azione antagonista all’insulina.

La Luna dai saggi egizi fu appellata con più nomi, secondo le sue fasi. Il più “generico” è Iah formato dalla penna (I) che versa in terra, permettendo l’azione (A, il braccio), ed il cordone a tre nodi (H) che rappresenta, in questo caso, gli organi in cui si cristallizza questa funzione, ovvero cervello, stomaco e gonadi. Il suo ruolo è quello di catalizzare le forze provenienti dal cosmo per poi inviarle sulla terra; e proprio per questo i suoi nomi sono molteplici, poiché è sua natura l’adattarsi alle diverse energie che si incarica di riflettere. In tal modo diviene la vera base sulla quale è possibile edificare la Vita. Analogamente, il chakra Muladhara, è la base, il sostegno del nostro impianto energetico, nonché il punto di partenza per la risalita di Kundalini, il serpente che giace addormentato in questo chakra, che attraverso il suo risveglio attiverà gli altri sei centri di coscienza. La Luna regge le gonadi, i testicoli e le ovaie, che producono androgeni ed estrogeni, preposti alla funzionalità degli organi riproduttivi.

Bibliografia di riferimento:

– A. Angelini, Il Serto di Iside, 1986, Kemi, Milano

– A. Gentili, Il Volo dei Sette Ibis, 1983, Kemi, Milano

– A. Volguine, L’Esoterismo dell’Astrologia, 1996, Ed. Xenia, Milano

 

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Le cose che in questo momento crediamo fisse, una dopo l’altra si staccheranno, come frutti maturi, dalla nostra esperienza e cadranno. Il vento le soffierà via e nessuno sa dove.

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Inizia vicino, non fare il secondo passo né il terzo. Inizia dalla prima cosa vicina, il passo che tu non vuoi fare.

La Bugia dell’Alchimista

2qlfyg3di Luca Valentini

Fonte: Ereticamente

Per i tascabili de La Lepre Edizioni e grazie all’ammirevole impegno della ricercatrice Maria Fiammetta Iovine, nel 2013 è stato pubblicato un vero e proprio romanzo di autentica natura iniziatica sulla famosa quanto enigmatica Porta Magica del Marchese Palombara, sita a Roma, a firma di un autore, la cui personalità è anch’essa velata da non pochi criptici interrogativi, cioè Jason D’Argot, che consigliamo vivamente ai lettori di EreticaMente. La caratteristica di tale scritto, ove, al di là di Massimiliano Palombara, emerge e si evidenza tutta la solare personalità della protagonista principale, Cristina la ricercatrice, è la sua meditata bi-dimensionalità, una inerente la giovane donna nelle sue infaticabili indagini alla ricerca dell’origine e di un senso da attribuire alla famosa Porta, l’altra inerente le vicende umane dello stesso Marchese, come se la prima dimensione, raggiunti alcuni livelli liminali, potesse aprire il varco sottile della reminiscenza, concedendo alla studiosa di rivivere, quasi in prima persona, l’esistenza del personaggio intorno a cui gravita la propria ricerca, indi penetrare attivamente nella seconda dimensione. Tale, secondo il nostro giudizio, risulta essere un espediente narrativo quanto mai efficace nel render anche l’ignaro lettore attore principale ed attivo della labirintica conquista della Verità.b-1

D’altronde, sia la materia trattata, quella dell’arcana dottrina ermetico-alchimica quanto lo scrivere romanzato, hanno dai tempi antichi avuto una stretta connessione, potendo un mezzo espressivo non diretto, mediato come quello del mito o del racconto, aprire quei sigilli interpretativi, di comprensione partecipativa, che una mera analisi ermeneutica, di natura schiettamente asettica e raziocinante, non ha la capacità di operare, per un chiaro limite di dominio di appartenenza:

”…chi scoprisse quei segreti, i quali volli seppellire con me, conviene che sia persona assai saggia, cioè timorata, poiché si troverà più pronta a perdere tutto per acquistarsi una vera sapienza” (Addì 16 luglio 1685, p. 34).

Risulta essere, infatti, esemplare e significativo lo status in cui Cristina, durante le numerose visite all’archivio ed alla villa della famiglia Palombara, viene a trovarsi. Durante le diverse scoperte simboliche, tra cui la derivazione dalla Commentatio de phamarco catholico dei glifi ermetici riportati sulla Porta oppure la comprensione che potessero convivere diverse interpretazioni circa la decifrazione di detti simboli, come se ci fossero percorsi organicamente compenetrati tra loro che concorressero egualmente e differentemente, ma simultaneamente alla realizzazione della Grande Opera, la ricercatrice aveva assunto una posizione di assoluta preminenza sulla scena, anche rispetto al padrone di casa. La lente di osservazione del narratore, pertanto, pur permanendo sull’enigmaticità della ricerca posta in essere, individua mirabilmente un’ulteriore centralità, un secondo fuoco polare, cioè l’esperienza estatica di chi internamente scandaglia cifre, gigli, cartigli, ma in realtà seziona e sublima una realtà non fuori da sé, ma di cui magicamente si sente parte integrante e formante, “Sentì il cuore scoppiarle di gratitudine” (p. 80). Tali poliedricità ermeneutiche ci conducono al particolare colloquio che Cristina intrattiene con l’ammiraglio Marigliano, circa la natura angolare della Porta Magica, circa la natura basilare e realizzativa della stessa, come è, naturalmente, una pietra angolare in ogni edificio sacro:

”La pietra angolare è invece unica: rappresenta il compimento dell’Opera, perché è l’Uno che ne è la fine, ma al contempo anche il principio”(p. 151).

Nella medesima circostanza, l’espressione finale dell’ammiraglio avvalora quanto da noi precedentemente espresso:”Finchè non conoscerà meglio se stessa, ci saranno alcuni aspetti che continueranno a sfuggirle. Noi, invece, desideriamo che lei riesca nella sua impresa”(p.152). Quanto riportato assume una valenza primaria nel contesto complessivo della narrazione, perché l’uso di termini come “impresa”, il riferimento ad un “noi” presuppone che il tutto si riferisca non ad una superficiale ricerca storiografica in riferimento ad uno dei testi più enigmatici dell’Alchimia, ma che, al contrario, vi sia esplicitata una reale dimensione palingenetica del cercatore e che la propria vicenda umana possa e debba necessariamente essere ricollegata ad un dato ambiente iniziatico che, dal ‘600 a 400 anni dopo, si relaziona ermeticamente, quindi sottilmente, col simbolismo alchimico della Porta del Marchese Palombara e della sua famosa opera, La Bugia.

Quel “noi” pronunciato nella città di Napoli, a nostro modesto parere, non è assolutamente casuale, se il mondo iniziatico ove tutta la vicenda si riconduce può tranquillamente determinarsi nei diversi riferimenti a personaggi come Federico Gualdi, come il Santinelli, come il barone H. T. Tschoudy[1], mondo che esprime l’intreccio tra Rosa+Croce tedesca ed ermetismo italico-alessandrino, che, transitando anche per le personalità di un Bruno, di un Campanella, di un Dalla Porta, riaffiora nella antica sapienza napoletana, che è alla base dell’Antiquus Ordo Aegypti di Raimondo di Sangro Principe di Sansevero. Il testo, inoltre, offre spunti di riflessione e di approfondimento, pur nella suo forma romanzata, anche circa i legami del Marchese di Palombara con altreb-2 personalità importanti dello scenario post-rinascimentale dell’Ars Regia, cioè la regina Cristina di Svezia, il gesuita Athanasius Kircher[2] ed il Cavalier Borri. Infine, il circolo uroborico della ricerca si chiude e l’operatore coglie l’essenza dell’Opera, che è primariamente affermazione dell’Unità tramite la molteplicità manifestativa del Cosmo, come lo spettro di colori diversi altro non è che manifestazione della Luce Astrale Una. E’ la sperimentazione identificativa che supera il limite limitante del fenomenico e della ragione, è la sintesi, è il simbolo che si esprime solo tramite la partecipazione diretta e voluta di chi cerca:

”La Porta Magica era la prima pietra ma anche la pietra d’angolo, così come rappresentava simbolicamente l’ingresso alle miniere dei filosofi eppure anche lo strumento per far luce nelle loro profondità, allo stesso modo che il VITRIOLUM si rifletteva nei MILVI ORTU e viceversa: come in alto, così in basso”(p. 331).

Note:

[1] Si presuppone che il Tschoudy proprio in ambienti egizio – napoletani siano venuto a conoscenza di testi come Lux Obnubilata o Androgenes Hermeticus del Santinelli, da cui abbia tratto viva ispirazione per la redazione della Stella Fiammeggiante, catechismo ermetico – massonico che sostanziava un insegnamento ed un riferimento mitico di stretta osservanza isiaca, che, a tal punto, si manifesta non più oscuramente nella decifrazione delle proprie origini.

[2] Non sarebbe, a nostro avviso, uno studio privo d’interesse attuare un’analisi comparativa tra le informazioni storico-simboliche che tale testo narrativo offre e lo studio congiunto, a cura di Anna Maria  Partini e Boris De Rachewiltz, sulla Roma Egizia, in cui Athanasius Kircher riveste un’importanza di prim’ordine.

Luca Valentini

Jason D’Argot – La Bugia dell’Alchimista – Il segreto della Porta Magica del Marchese Palombara – Romanzo – La Lepre Edizioni, Roma 2013