Il capodanno e la porta di Giano

janusdi Milo Dal Brollo

Si appresta un altro Capodanno in Occidente. Un Occidente dove siamo tutti, noi Europei, profondamente convinti che non ci sia nulla da festeggiare, da rimembrare e da rispettare in questa, come in altre, festività. Ormai, è solo un’occasione per ubriacarsi, un ebbro sfogo consumistico in cui ci viene permesso di dare l’epatico meglio di noi. E qualora non vogliamo sfidare il nostro corpo a suon di vino e superalcolico e altro ancora, ci annoiamo, non sappiamo che fare, quello che stiamo facendo lo facciamo per forza e se non fossimo così vergognosi riguardo alla pressione sociale che ci spinge ad uscire per forza con le bocce in mano altrimenti siamo sfigati, ce ne staremmo volentieri a casa a farci i cazzi nostri. E anche se abbiamo questo coraggio, non abbiamo la sopportazione di starcene per i cazzi nostri, quindi il Capodanno diventa un film in solitaria o con un amico come noi che non sa che cazzo fare.

Ma qualcosa da festeggiare, rimembrare e rispettare c’è, e non perché è una festa comandata dove bisogna essere belli abbottonati per tradizione. C’è un sapere, molto semplice e assolutamente palese a chiunque in verità, nel Capodanno.

Il Capodanno è la festività, posta all’ultimo giorno della arbitraria, ma funzionale a fini civili, suddivisione temporale dell’eclittica del Sole rispetto allo sfondo della Sfera Celeste vista dalla Terra, che si trova in prossimità del Solstizio d’Inverno dell’Emisfero Boreale. Sostanzialmente, il Capodanno del calendario civile corrisponde al Solstizio in cui il Sole tocca il punto più basso del suo arco rispetto all’orizzonte terraqueo e poi riprende a cavalcarlo in salita, rinascendo da una morte apparente e ricominciando così il suo eterno ciclo di successione di estati ed inverni. Più si va alle estremità del globo, più questa differenza sarà percepibile ad occhio nudo, mentre all’Equatore rimane tutto uguale in una eterna e rovente estate.

E sti cazzi, giusto? Invece no. Questo passaggio è stato d’ispirazione in Italia per l’istituzione di una divinità misteriosa in tempi addirittura preistorici, tanto che si tratta di un cosiddetto “dio indigeno” o “dio nazionale”, che portava un messaggio contemplabile abbracciando l’universo con uno sguardo solo ma che riguarda, come in un frattale, tutti gli eventi analoghi che vi si riproducono all’interno. Il dio era Giano, un dio romano che presiedeva a tutti i passaggi, di qualsiasi tipo: concreti, spirituali, temporali, educativi, immaginari, politici, estetici che fossero, dalle porte alla… morte!

Giano, Ianus in latino, infatti viene da ianua, cioè porta o portale. Per questo era raffigurato bifronte, con due volti, uno al di qua e uno al di là del varco.

Tra tutti questi passaggi, c’è il più intimo e importante di tutti perché ci mette in gioco completamente: il passaggio dalla vita alla morte. E qui nessuno può dire “e sti cazzi” fino in fondo. Sti cazzi della paura, forse… ma non della morte. Qualcuno di noi può forse dire qualcosa riguardo alla natura di questo portale? Può dire qualcosa, in ultimo, della natura di quel sé stesso che saprà di star morendo e lo sentirà in tutto il suo peso? E quindi, cos’è la morte che ognuno di noi starà vivendo? Allora, cos’è questa vita cosciente che viviamo ogni istante?

Se proprio vogliamo sciogliere la nostra individualità in un discorso più collettivo per non prendere la scossa, allora Giano era anche un dio politico in un certo senso, perché presiedeva anche all’entrata in guerra (l’espressione ancora in uso dice tutto) di Roma contro i suoi nemici, o la fine delle ostilità. Ma sempre di morte si tratta.

In ogni caso, non si muove foglia che Giano non voglia, perché egli presiedeva il divenire di qualunque ente ed evento. Una foglia mossa dal vento si sposta da qua, dove non si trova più, a là, dove si trova ora. Ha lasciato un vuoto di presenza che potrà essere riempito da un altro ente. Un evento si presenta, nasce, poi scompare, finisce, muore – come un sentimento, un rumore, un odore, una sensazione. L’epifania, cioè la manifestazione di qualcosa davanti ai nostri occhi che poi magicamente scompare, ma che noi crediamo esserci ancora. La nostra stessa volontà, che prima è in un modo e poi in un altro, e diventa fattrice di azioni e pensieri. Così egli “crea“.

Invero, crediamo e non percepiamo qualsiasi cosa, anche che continui ad esistere il muro dietro di noi solo perché deduciamo che esiste perché lo vediamo ogni volta che ci voltiamo. Ma è una deduzione sempre confermata, e quindi scontata. Come un esperimento scientifico che viene sempre confermato, non ha più bisogno di essere verificato: è così e basta, esiste in quanto tale. Il problema è che è arbitrario che sia così. Pensate solo a questo: quando vi addormentate profondamente, sapete di esistere? No, altrimenti non dormireste, sareste svegli per saperlo. Ciò non toglie che dopo ogni sonno vi risvegliate. Ma c’eravate mentre dormivate? Lo sapete solo perché lo deducete, e lo deducete solo dal fatto che vi ritrovate per l’ennesima volta svegli e percepenti di voi stessi e magari che qualcuno dorme e sta ancora lì. Sì… il suo corpo. Ma “lui” dov’è, se non sa di esserci perché dorme proprio come voi prima di lui? Voi dove siete, cosa siete, quando dormite profondamente? Ci siete? Come fate a sapere di aver dormito se non siete coscienti per sapere? Magari non esistevate più. Siete ri-apparsi a voi stessi. Siamo l’epifania in quanto tale, ogni mattina, di tutto il mondo. Magia. Assurdo. Arbitrario. E tutto come prima. Ma diventa scontato perché dura una vita.

Comunque, ritornando a capofitto sulla morte.

Il passaggio della morte ci mette talmente in gioco che Giano non era nemmeno istituzionalizzato nella gerarchia degli déi. La gerarchizzazione divina era stata importata dalla Grecia, dove i filosofi hanno cominciato a razionalizzare le divinità cercando di trovarne la genealogia. Ovviamente ad uso e consumo dell’intelletto, il che lascia il tempo che trova. Giano non è un dio razionalizzabile, anzi nemmeno razionale; potrei dire che è un dio necessario, del quale non si può fare a meno, che solo presiede e non agisce, perché sono gli déi, gli uomini e gli astri che lo fanno, che attraversano i passaggi, che dichiarano guerre e che solcano la volta celeste sottraendo o donando luce all’umanità. E che muoiono.

Dice Ovidio, facendo parlare il dio nei “Fasti” (I, 103 e s.s.): «Deposto il timore, apprendi, operoso poeta dei giorni, ciò che desideri sapere e tieni a mente quanto dico. Mi chiamavano Caos gli antichi, che io sono antica divinità […] Quanto vedi ovunque, il cielo, il mare, le nubi, le terre, tutto si chiude e s’apre per mia mano. Presso di me è la custodia del vasto universo, il diritto di volgerne i cardini è tutto in mio potere. Quando mi piace trarre dalla quiete del tempio la Pace, ella cammina libera per vie interrotte. Il mondo intero sarebbe lordato dal mortifero sangue se robuste sbarre non tenessero rinchiuse le guerre; insieme con le miti Ore custodisco le porte del cielo, e il fatto che Giove stesso ne esca e rientri è nelle mie mansioni. Perciò sono chiamato Giano; […] Ogni porta di qua e di là ha due facciate: di esse, l’una guarda la gente, l’altra gli déi Lari».

In lui è il diritto affinché tutto avvenga e divenga. Cioè, lui è il perno diritto attorno a cui tutto ruota e il centro da cui tutto scaturisce. Non agisce, in quanto se agisse allora diverrebbe. Solo presiede. Ma se presiede senza agire, allora non può neanche volere, perché ciò l’avrebbe voluto e la volontà sarebbe diventata diversa da prima. Giano è un dio senza dimensioni, non razionalizzabile e non razionale. Solo è. Ma non è “qualcuno”. Qui siamo oltre la religione e la filosofia. Ed ecco che, solo essendo, allora si trova ovunque e per sempre e in ogni cosa, sicché gli antichi Romani lo chiamavano, fra l’altro, il Padre. Che poi diverrà l’epiteto perfetto per il dio cristiano che si trapianterà sul paganesimo, unificando contraddittoriamente varie nature divine. Come ho già sostenuto, il cristianesimo è in realtà l’ultimo e l’unico paganesimo d’Europa. Spogliatelo di qualche suppellettile e sciogliete qualche nodo teologico, e vi troverete tutti i fasti dell’antichità. Molto, molto più concreti e reali del fine pensiero per rattoppare 1.000 déi in uno solo.

Ricordatevi che come c’è stato un Capo del vostro arco di tempo che chiamiamo vita, c’è anche una sua Fine. Poi, al passaggio della morte, sono tutti cazzi vostri. E sarà Giano a dire a voi “e sti cazzi” se non vorrete morire perché avrete paura e vorrete la tetta della mamma o la pacca del papà. Cazzi vostri, così va. Stronzetti. Adesso fate i seri, eh? Un po’ tardi, magari, ma non è mai troppo tardi. Anche se tardare non vale la pena. Intanto bevete a Capodanno di questo nuovo ciclo, ma non per dimenticare: Giano è da sempre con noi, e sa chi siamo, mentre noi no. E presiederà al nostro passaggio.

Chi può capire capirà. Tanto non muore nessuno!

Viva il Sole Invincibile che sempre si rialza e ricorda Giano che apre i battenti del cielo, quel «Sol di vita che con fiammeo carro / porti e celi il giorno, che sempre un altro e / sempre quello sei, non veder di Roma / nulla più grande!» (Orazio, da “Carmen saeculare”)

Niente Roma, niente cultura.

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