LUZ

Le tradizioni riguardanti il «mondo sotterraneo» si ritrovano presso moltissimi popoli e in ogni caso si potrebbe osservare, in linea generale, che il «culto delle caverne» è sempre connesso all’idea di «luogo interiore» o di «luogo centrale»; il simbolo della caverna e quello del cuore, sotto questo aspetto, sono assai vicini l’uno all’altro. Occorre tenere presente che la caverna o grotta rappresenta la cavità del cuore, considerata come centro dell’essere e anche l’interno dell’Uovo del Mondo. D’altra parte, esistono realmente, in Asia centrale come in America e forse anche altrove, caverne e sotterranei dove alcuni centri iniziatici hanno potuto sussistere per secoli.

Fra le tradizioni a cui alludevamo, ve n’è una che presenta un interesse particolare: la troviamo nel Giudaismo e concerne una città misteriosa chiamata Luz. Questo nome, in origine, era quello del luogo dove Giacobbe ebbe il sogno in seguito al quale lo chiamò Beith-El, cioè «casa di Dio»; è anche detto che l’«Angelo della Morte» non può penetrare in questa città e non vi ha alcun potere; e, con un raffronto piuttosto singolare ma molto significativo, alcuni la situano vicino all’Alborj, che, anche per i Persiani, è il «soggiorno d’immortalità».

Vicino a Luz, vi è, si dice, un mandorlo (chiamato luz in ebraico) alla base del quale si trova una cavità attraverso cui si penetra in un sotterraneo; questo sotterraneo conduce alla città, che è completamente nascosta.

La parola Luz, nelle sue diverse accezioni, sembra per altro derivare da una radice che designa tutto ciò che è nascosto, coperto, avviluppato, silenzioso, segreto; è da notare che anche le parole che designano il Cielo hanno in origine lo stesso significato. Si avvicina di solito cœlum al greco koilon,

«cavo» (il che può anche avere un rapporto con la caverna, tanto più che Varrone indica tale accostamento in questi termini: a cavo cœlum); ma bisogna osservare però che la forma più antica e più corretta sembra essere cælum, che ricorda da vicino la parola cælare, «nascondere».

Da un altro punto di vista, va fatto anche un altro raffronto col Cielo: Luz è chiamata la «città azzurra», e questo colore, che è quello dello zaffiro, è il colore celeste.

Torniamo alla parola ebraica Luz, i cui diversi significati vanno esaminati con la massima attenzione: la parola ha comunemente il significato di mandorla (e anche di «mandorlo», poiché designa, per estensione, sia l’albero sia il frutto) o di nocciolo; ora il nocciolo è quanto vi è di più interiore e di più nascosto, ed è completamente chiuso, dal che deriva l’idea di «inviolabilità» (che si ritrova nel nome dell’Agartha). La parola Luz, inoltre, è il nome che viene dato a una particella corporea indistruttibile, rappresentata simbolicamente come un osso durissimo, particella alla quale l’anima rimarrebbe legata dopo la morte e fino alla resurrezione. Come il nocciolo contiene il germe, e come l’osso contiene il midollo, questo luz contiene gli elementi virtuali necessari alla restaurazione dell’essere; essa si opererà sotto l’influsso della «rugiada celeste», rivivificando le ossa disseccate. Essendo imperituro, il Luz è nell’essere umano il «nocciolo d’immortalità», così come il luogo designato con lo stesso nome è il «soggiorno d’immortalità»: là si arresta, in entrambi i casi, il potere dell’«Angelo della Morte». È in un certo senso l’uovo o l’embrione dell’Immortale; può essere paragonato anche alla crisalide da cui deve uscire la farfalla; tale paragone traduce esattamente il suo ruolo in rapporto alla resurrezione.

Si usa situare il luz verso l’estremità inferiore della colonna vertebrale, il che può sembrare abbastanza strano, ma può essere spiegato rifacendosi a ciò che la tradizione indù dice della forza chiamata Kundalinî, che è una forma della Shakti considerata come immanente all’essere umano. Tale forza è rappresentata dalla figura di un serpente arrotolato su sé stesso, in una regione dell’organismo sottile corrispondente all’estremità inferiore della colonna vertebrale. Così, almeno, nell’uomo comune; ma, per effetto di pratiche come quelle dello Hatha-Yoga, essa si risveglia, si dispiega e si eleva attraverso le «ruote» (chakra) o «loti» (kamala) che corrispondono ai diversi plessi, per raggiungere la regione corrispondente al terzo occhio, cioè l’occhio frontale di Shiva. Questo stadio rappresenta la restaurazione dello «stato primordiale», in cui l’uomo ritrova il «senso dell’eternità» e, in tal modo, ottiene quello che altrove abbiamo chiamato l’immortalità virtuale. Fino a quel punto siamo ancora nello stato umano; in una fase ulteriore, Kundalinî raggiunge finalmente la corona della testa, e quest’ultima fase si riferisce alla conquista effettiva degli stati superiori dell’essere.

Tratto da: Il Re del mondo (Renè Guenon)

Grazie: Abraxs

 

 

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