Danimarca, l’integrazione fallita per il popolo degli inuit

Portati da piccoli sulla terraferma hanno perso le radici e anche il futuro

NOA AGNETE METZ

COPENAGHEN

Un turista in visita a Copenaghen forse non nota gli uomini stesi su qualche panchina con la bottiglia di birra in mano. L’occhio non abituato può scambiarli per immigrati venuti dal sud. Ma sono invece inuit, e il danese lo parlano senza accento, una cosa quasi impossibile per chi viene da fuori. Vivono fra di loro, marginalizzati rispetto ai danesi che passano velocemente sulla pista ciclabile, portando con sé i loro numerosi figli, che mangiano bio, che tengono alla parità tra i sessi e al welfare. Questi uomini dal volto inuit non potevano essere più lontani dal mondo che li circonda. In danese si usa dire «essere ubriaco alla groenlandese», cioè privo di sensi per il consumo d’alcool. La gente inuit per strada è quanto lasciato da una politica coloniale che, anche se ha evitato scontri violenti, è tutt’altro che riuscita.

Molti suicidi 

Con un elevato tasso di suicidi, diffusa disoccupazione e un’aspettativa di vita di 10 anni inferiore rispetto a Copenaghen, non si vive tanto bene in Groenlandia. Ogni anno la Danimarca versa all’isola circa mezzo miliardo di euro, e in più, gestisce sicurezza, giustizia e affari esteri. Questo fa si che, senza parlare il danese, diventa difficile accedere a un’occupazione in Groenlandia, e gran parte del lavoro qualificato viene svolto da danesi. La Danimarca voleva «portare la civilizzazione agli inuit in modo che permettesse loro di sopravvivere come popolo» spiegava nel 1952 il dipartimento per l’amministrazione della Groenlandia. In realtà le misure furono radicali.

Eleonora è una signora inuit sui cinquanta, abita a Nuuk, la capitale della Groenlandia. Da giovane si è laureata in Danimarca, ma poi è tornata nell’artico. A 13 anni fu portata via dalla famiglia, a 4000 chilometri di distanza, in Danimarca per imparare il danese. «Volevamo andare, i nostri genitori volevano che andassimo. Devi capire che per noi, in quell’epoca, i danesi erano tutto quello che aspiravamo a essere: alti, belli ed efficienti. In Danimarca non si stava così male, ma era difficile stare lontano dai miei fratelli, e quando ho rivisto mamma dopo un anno, ero timida. Non sono più tornata a vivere a casa. Al ritorno in Groenlandia, ci hanno messi a vivere presso dei convitti vicino alla scuola e, alla fine, tra noi ragazzi parlavamo poco groenlandese. Quando andavo dai miei in estate, spesso non capivo quello che dicevano. Ci siamo allontanati».

Una lingua comune 

La politica linguistica era parte dell’idea di aprire la Groenlandia al mondo ed era cominciata anni prima. A metà del secolo scorso ci si imbarcò in un esperimento: creare cittadini indigeni d’élite che sarebbero potuti diventare gli interlocutori groenlandesi della pubblica amministrazione danese. Nel ’51 furono prelevati dalle loro famiglie, senza un chiaro consenso dai genitori, 22 bambini groenlandesi tra gli 8 e i 5 anni. Arrivarono in Danimarca per imparare la lingua e la cultura della madre patria, ma nessuno di loro riuscì mai a fare parte d’una élite indigena. Persero anzi la lingua madre e l’appartenenza culturale e affettiva. Metà di loro morì in giovane età, le loro vite distrutte tra orfanotrofi e famiglie danesi a cui erano affidate, spesso non capaci di comprenderne la difficoltà. Nel 2015 la Croce Rossa, che aveva materialmente prelevato i bambini, ha chiesto scusa. Ma il governo danese, responsabile del progetto, ha solo ammesso che si era trattato di un «errore».

Convivenza forzata 

Dagli anni ’60 in poi, divenne invece obbligatorio per la gran parte dei piccoli inuit, dagli 8 anni in su, trascorrere uno o due anni in Danimarca per studiare la lingua. È il caso della signora Eleonora. Una prassi proseguita in modi diversi fino agli anni ’90. «Ho imparato il groenlandese di nuovo studiando eschimologia all’Università di Copenaghen, pensa. Il problema quando non torni dai tuoi cari, e c’erano anche bambini molto più piccoli di me, è che perdi il senso della famiglia. Noi, la mia generazione, ci siamo un po’ persi. Se cresci da solo con altri ragazzi in un convitto, perdi le tue radici. Non ti insegnano ad andare a caccia, non ti raccontano le nostre storie».

Si tratta di politiche che hanno provocato una rottura nel tessuto culturale inuit e una crisi sociale tuttora in corso. Oggi nessuno viene più spedito in Danimarca, ma questo non sembra aver risolto i problemi sull’isola. E anche Eleonora non scarta del tutto il vecchio sistema. «I giovani parlano un bel groenlandese, ma la vita tradizionale inuit quasi non esiste più. E senza parlare bene il danese, quale lavoro vuoi trovare in Groenlandia?».

Fonte: http://www.lastampa.it/2017/04/06/esteri/danimarca-lintegrazione-fallita-per-il-popolo-degli-inuit-xOvnq1w7f4xV1yzvxkzitO/pagina.html

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