Il dramma infinito dei sami “Sfuggiti alle persecuzioni, ora ci minaccia la destra”

Nel 1922 gli abitanti della Lapponia usati come cavie. Oggi vivono di turismo ma temono l’onda populista.

Oggi circa il 25 per cento del territorio dei sami è «disturbato» da strade, centri urbani, attività estrattive di idrocarburi e minerali.

NOA AGNETE METZ

COPENAGHEN

Un tempo vittime di persecuzione a sfondo razziale. Oggi, grande attrazione turistica. I sami, nella loro terra della Scandinavia, possono dire di averle viste tutte: inclusa la nascita di Babbo Natale.

Adesso spopolano i pacchetti turistici, con tanto di sconto famiglia. E nel profondo Nord, in quella che è la Lapponia senza frontiere, un’area che si estende dalla Russia alla Norvegia, si può pagare per vivere «come i sami». I prezzi si aggirano sui 200 euro a testa per una notte in tenda. Ti colorano la faccia e ti cantano i cosiddetti Joik, gli antichi canti, accompagnati dal suono del tamburo dello sciamano, vietato dalle autorità locali per secoli. O, meglio, una versione moderna, dato che quasi tutti i tamburi originali, adorni delle immagini del pantheon sami, sono stati distrutti o si trovano nei musei da quando i sami sono stati ufficialmente cristianizzati. Alla fine della cerimonia, arriva la bevanda a base di erbe segrete. «Vivere come i sami» vuole dire vivere con le renne, l’allevamento storicamente alla base della loro cultura. È una forma di eco-turismo che si vende come il pane, specie in estate, quando il sole illumina le praterie quasi 24 ore al giorno e gli svedesi possono lasciarsi alle spalle per un weekend la vita moderna e tornare, un po’, nella natura.

Senza Stato 

I sami hanno la loro lingua, imparentata con l’ungherese e il finlandese, che nulla ha a che fare con le lingue scandinave. E sono un popolo, un’etnia, anche se le regole del parlamento sami, piccolo organo rappresentativo sottoposto a quello svedese, riconoscono diritto di voto a chiunque si autodefinisca sami. La storia non ha lasciato confini chiari. Il riconoscimento della loro cultura è arrivato quando ormai i sami vestono, parlano e in gran parte vivono come tutti gli altri. Da qualche tempo però è arrivato anche il momento di fare i conti con un passato che mette in imbarazzo la Svezia. Al filmfestival di Venezia 2016, una giovane svedese di origine sami, Amanda Kernell, ha vinto il premio di regista emergente con il film «Sami Blood» (Sangue sami). Come una doccia gelata, esso rievoca le vicende del passato con chiarezza e forza narrativa inaudita. Visto con gli occhi d’una ragazza di 14 anni, racconta le condizioni di vita dei sami negli Anni 30 del secolo scorso. Anticipando la Germania nazista, la Svezia, nel 1922, fu il primo Paese ad aprire un centro statale per lo studio della razza, l’eugenetica. L’obiettivo era migliorare la razza nordica, una categoria rispetto alla quale i sami erano considerati l’antitesi (come anche altre minoranze e i disabili fisici e psichici). Negli archivi dell’Università di Uppsala, si trovano 12.000 scatti di individui di cosiddetta razza inferiore, spesso nudi, contrapposti a soggetti più atletici definiti nordici. I sami furono studiati come oggetti per provarne l’inferiorità e lo Stato si imbarcò in una campagna di sterilizzazione forzata.

La protagonista del film premiato a Venezia fugge dalla vita tradizionale sami perché vuole studiare, cerca di entrare nella società svedese ma si scontra contro un muro di pregiudizi. Il film è, nelle parole della regista, un omaggio alle generazioni del passato che spesso hanno dovuto tagliare ogni legame con la loro cultura e nascondere le proprie origini per trovare un posto nella società svedese.

Ma se il passato viene raccontato e la cultura esistente tutelata, al punto che, a seguito di quanto sofferto dai sami, nella Svezia di oggi non si può più catalogare la gente secondo etnia, resta un punto interrogativo sul futuro. Grazie al titolo di «popolo originario», cioè residente in loco prima degli altri scandinavi, i sami hanno il diritto di usufruire di terre loro riservate per il pascolo e un monopolio sull’allevamento di renne. Privilegi fortemente contestati dal partito di destra Sverigedemokraterna, (secondo gli ultimi sondaggi tra i partiti più popolari del Paese), che contesta il principio secondo cui alcuni cittadini, sulla base di criteri etnici non meglio definiti, possano godere di diritti speciali a svantaggio di altri. Ormai sono pochissimi i sami che si dedicano all’allevamento di renne. Ma il dibattito è sempre più attuale, considerata la gran quantità di immigrati che arriva in Svezia e che sta rapidamente cambiando la composizione etnica del paese.

Raggiunto al telefono, Lars-Jonas Johansson, capo del partito Landspartiet Svenska Samer, conferma che l’allevamento di renne, con gli spazi estesi che esso richiede, è portatore di cultura. Senza i privilegi attuali, la tradizione sami andrebbe sicuramente a morire. E Johansson è preoccupato per le prossime elezioni nazionali: «Non mi sento al sicuro col vento di destra che soffia sull’Europa. Se vince la destra, sicuramente cercheranno di trovare consenso in Parlamento per privarci delle terre, che sono nostre e dei nostri antenati».

Ecoturismo di lusso a parte, la Lapponia continua ad essere meglio nota in Italia come il luogo di origine di Babbo Natale. Lui avrebbe senz’altro passaporto sami. Secondo la docente di cultura sami presso l’Università di Uleåborg, Anni-Siiri Länsman, il personaggio è ispirato ad un mago della religione sciamanista sami che si serve di renne volanti e veste di rosso cardinale, uno dei tanti elementi che rimanda ai tempi in cui i sami mescolavano liberamente la loro religione con il cristianesimo.

Chi porta i bambini in vacanza al villaggio di Babbo Natale a Rovaniemi, in Finlandia, una volta finita la visita, può approfittare per dirigersi verso le praterie. Con un po’ di fortuna, sfidando gli sciami di zanzare, può imbattersi in mandrie di renne accompagnate dai loro padroni sami. Per un altro po’ ancora, ma forse non per molto.

Annunci