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Il magico culto delle Vestali

Di Stefano Mayorca

Fonte ERETICAMENTE

Tra riti che si svolgevano nella Roma pagana, ritroviamo quelli dedicati a Vesta. E’ interessante notare a riguardo che il ruolo della sposa, quale custode del fuoco sacro, venne istituzionalizzato creando le Vestali, le sacre sacerdotesse votate al culto della dea. Si trattava di giovani fanciulle di rango patrizio, scelte nell’età tra i sei e i dieci anni, che venivano consacrate dal Pontefice massimo e che dovevano fare voto di castità. Il loro servizio durava trent’anni: dieci impiegati nell’apprendistato, dieci nell’esercizio delle funzioni sacerdotali e, infine, dieci nell’istruzione delle nuove Vestali.

Il tempio che ospitava le sacre vergini era di forma doppiamente circolare (un altro tempio semplicemente circolare era quello di Ercole nel Foro Boario), l’unico con tale caratteristica esistente a Roma. Il suo aspetto non era casuale. Al contrario, in esso sono ravvisabili remote simbologie provenienti dall’India e legate all’antichissima religione vedica, che disponeva il fuoco nell’area sacra (quella destinata ai sacrifici) tenendo conto dei rapporti cosmologici. In tale contesto era di fondamentale importanza la presenza di tre fuochi (il numero 3 è legato anche alla Trimurti indiana e alla Trinità ermetica), due principali ed uno secondario. Il primo di quelli principali doveva essere acceso mediante lo sfregamento di un legno oppure veniva prelevato da un altro fuoco sacrificale: le sue erano le fiamme sacre per eccellenza. Il focolare o tempio circolare inoltre, rappresentava la Terra che secondo la dottrina filosofico-religiosa era rotonda. Il secondo fuoco principale, invece, era destinato alle offerte e il fumo che da questo sprigionava salendo in alto, verso il cielo, faceva giungere agli dei l’omaggio degli esseri umani. Così, lo splendido tempio di Vesta, non era altro che un gigantesco focolare, che attraverso la sua rotondità contrastava con gli altri edifici di culto a forma quadrata, dando vita ad una contrapposizione tra Cielo e Terra. Possiamo dire in tal senso che quello di Vesta, più che un tempio era una casa sacra o ades sacra secondo la concezione dei romani, in perfetta osmosi con la filosofia religiosa indiana.

Ma torniamo ad occuparci delle Vestali, le custodi de fuoco sacro. Come abbiamo visto, il loro sacerdozio durava trent’anni, passati i quali avevano facoltà di lasciare il tempio e anche di sposarsi. Le sacerdotesse di Vesta vivevano nel cosiddetto Atrium Vestae, collocato accanto al tempio rotondo della dea nel Foro Romano, ma comunque avevano la possibilità di uscire e di rientrare in un tempo stabilito. La cerimonia d’iniziazione, che le consacrava alla dea, merita particolare attenzione visto che cela in sé particolari usanze. L’iniziazione ai misteri avveniva nell’Atrium. Qui si svolgeva l’inauguratio, la consacrazione della novizia che consisteva nel taglio sacro dei capelli, appesi in un secondo tempo ad un albero antichissimo (secondo Plinio quella pianta aveva almeno 500 anni). In seguito, la fanciulla indossava una veste candida simbolo della purità e dell’iniziazione. Dopo questa fase la vestale assumeva il nome di Amata, ed era pronta per mettersi al servizio della sacerdotessa più anziana, la Maxima. In quel luogo sacrale, dove ardeva il fuoco perenne, si conservavano anche degli oggetti sacri e arcani (pignora imperii), conosciuti solo dalle Vestali e dal loro capo spirituale, il Pontefice massimo. Si trattava con ogni probabilità dei Penati, Numi tutelari della casa e demoni custodi degli insediamenti umani, intimamente legati al culto del fuoco sacro di Vesta nel cui tempio avevano il proprio scomparto, il Penus. Oltre ai Penati vi era anche il Palladio, (scultura che raffigurava la dea Atena nell’atto di levare in alto lo scudo e la lancia). Gli oggetti cultuali in questione, sorvegliati dalle sacerdotesse vergini, furono salvati (così vuole la tradizione), da Enea durante l’incendio di Troia e portati nel Lazio.

Le custodi di tali segreti godevano dei massimi onori e privilegi, ma il loro rigido servizio comportava rinunce e richiedeva la massima attenzione. Nel caso in cui la Vestale, a causa di una distrazione provocava lo spegnimento del fuoco, veniva pubblicamente battuta a sangue con delle verghe. Infatti, un evento di tale portata rappresentava per lo Stato un presagio funesto. Nel caso in cui la fanciulla infrangeva il voto di castità invece, era condannata senza pietà e sepolta viva. L’ordine delle Vestali, secondo la tradizione, fu istituito dal secondo re di Roma, Numa Pompilio, profondo conoscitore delle pratiche magico-religiose. Uno dei lavori più importanti espletati dalle Vestali era rappresentato dalla preparazione della mola salsa, un composto sacro utilizzato nel corso dei sacrifici. Uno degli ingredienti principali era il farro, cereale dalle valenze magiche che una volta abbrustolito sul fuoco sacro, veniva poi pestato nei mortai fino ad ottenere una sorta di farina. L’impasto della farina con acqua e sale era indispensabile durante i sacrifici. Il sacerdote addetto al rito sacrificale, infatti, si serviva della mola salsa per cospargere il capo della vittima prima della sua uccisione. È da ciò che deriva il termine immolare, volto a indicare le offerte sacrificali. Indispensabile era anche il ruolo che rivestivano le Vestali nella preparazione dei suffimina, profumi magici intimamente legati alla ritualità dei romani. Le fumigazioni rituali in effetti, racchiudevano un grande potere e venivano espletate in occasione di solenni ricorrenze. Il grande Ovidio, nel quarto libro della sua opera i Fasti, descrive la sua preparazione e gli elementi chiave che componevano i suffimina. Uno di questi era il sangue del cavallo d’ottobre e le ceneri dei feti, estratti dalle vacche gravide sacrificate in occasione dei Fordicidia, festa propiziatrice di fecondità. Le Vestali amalgamavano il sangue equino rappreso e le ceneri del feto, aggiungendovi pure baccelli di fave vuote. Ciascuno degli elementi menzionati possedeva particolari peculiarità magiche. Il sangue era legato alla fecondità e lo stesso dicasi per le ceneri del vitellino, mentre gli involucri delle fave tenevano lontani i temibili lemures, spiriti inferi o forme larvali che amavano cibarsi con questo legume.

 

ANTENATI, CULTO DEGLI.

Di Mircea Elide

L’espressione culto degli antenati indica i riti e le credenze relative ai congiunti defunti. I riti caratteristici del culto degli antenati comprendono le devozioni personali, i riti domestici e il culto rivolti agli antenati appartenenti a un gruppo familiare, come ad esempio una linea parentale; inoltre i riti periodici nell’anniversario della morte e i riti annuali rivolti alla collettività degli antenati. Sono invece generalmente esclusi da tale categoria i riti per i morti che non hanno una particolare relazione con il gruppo parentale e le credenze relative ai defunti in generale, prive di una qualche relazione specifica con la parentela.

Caratteristiche generali e problemi di ricerca.

Il culto degli antenati ha sempre attirato l’interesse di coloro che si sono dedicati ai diversi settori degli studi religiosi. Intorno alla fine del XIX secolo esso fu ritenuto la forma elementare della religione e le successive ricerche, più specifiche e settoriali, hanno fornito stimolanti modalità di approccio ai numerosi problemi religiosi, sociali e culturali ad esso connessi.

Il culto degli antenati è strettamente legato alla cosmologia e alla visione del mondo, alle concezioni del-

L’ anima e della vita futura e a una forma di regolazione sociale fondata sull’eredità e sulla successione. Nell’Asia orientale il culto degli antenati risulta profondamente inserito nel Buddhismo e i riti rivolti agli antenati costituiscono la parte principale della pratica religiosa confuciana. Si riconosce in genere che il culto degli antenati contribuisce a sostenere l’autorità degli anziani, a mantenere il controllo sociale e a favorire tendenze conservatrici e tradizionaliste. Inoltre il culto degli antenati è chiaramente connesso con un atteggiamento morale di pietà filiale e di obbedienza agli anziani.

Il culto istituzionalizzato degli antenati viene a ragione considerato una pratica religiosa, non una religione

autonoma. Esso viene generalmente praticato da gruppi parentali e solo di rado esistono sacerdoti incaricati di tale pratica. Limitato ad un gruppo etnico particolare, non presenta alcun tentativo di acquisire nuovi proseliti. La sua dimensione etica rinvia fondamentalmente alla corretta gestione delle relazioni familiari e parentali. Non possiede una vera e propria dottrina; quando ci sono dei testi, essi sono di solito manuali liturgici.

Nella maggior parte dei casi, il culto degli antenati non è l’unica pratica religiosa di una comunità: esso

costituisce piuttosto una parte di un sistema religioso più ampio e più complesso. Nell’espressione culto degli antenati il valore del termine culto appare problematico.

Il culto degli antenati, infatti, assume forme notevolmente diverse nelle varie aree culturali e di conseguenza le sue caratteristiche fondamentali risultano fortemente oscillanti. Talora gli antenati sono

considerati i detentori di un potere equivalente a quello delle divinità: in questo caso viene loro concesso un culto e sono ritenuti capaci di influire sulla comunità nella stessa misura delle divinità. Il modo di concepire gli antenati, del resto, è tipicamente e fortemente influenzato dal modo di concepire le altre entità soprannaturali presenti nel sistema religioso della comunità.

Talora, invece, gli antenati sono invocati in quanto hanno il potere di concedere favori o di allontanare le

disgrazie, anche se la loro efficacia rimane pur sempre limitata all’ambito dei legami di parentela. Perciò chi

appartiene a una determinata linea parentale invoca soltanto gli antenati di quella particolare linea; sarebbe giudicato un atto privo di senso invocare gli antenati di una linea parentale differente. Viceversa, chi fa parte di altre linee è escluso, in via di principio, dai riti rivolti agli antenati dei gruppi parentali dei quali egli non fa parte. Tra gli atteggiamenti religiosi caratteristici del culto degli antenati si segnalano la pietà filiale, il rispetto, la comprensione e qualche volta il timore.

I riti connessi con la morte, che comprendono i riti funerari e quelli mortuari, possono essere inclusi nel-

l’ambito del culto degli antenati soltanto quando i riti commemorativi oltrepassano il periodo della morte e

della deposizione del cadavere e costituiscono regolari cerimonie del gruppo parentale. Per questo i riti funerari e gli atti commemorativi occasionali, comuni in molte parti del mondo, non sono considerati prove indiscutibili di un autentico culto degli antenati. Quando invece i discendenti, in qualità di membri di un gruppo parentale, attribuiscono collettivamente e regolarmente un culto ai loro antenati, in questo caso tali pratiche vanno considerate forme autentiche di culto degli antenati.

I neonati defunti, i nati morti e gli aborti sono in genere distinti, a livello concettuale, dagli antenati. Nella

maggior parte dei casi a questi morti eccezionali vengono al massimo attribuiti riti funerari molto abbreviati

e modesti rituali commemorativi. Come nel caso di coloro che muoiono durante la giovinezza, prima del

matrimonio, il loro destino è considerato particolarmente deplorevole e fonte di possibile danno per i sopravvissuti.

L’analisi del culto degli antenati propone numerosi interrogativi. Come vengono concepite le relazioni tra

gli antenati e i loro discendenti? Il culto degli antenati è in qualche modo il riflesso delle effettive relazioni

che intercorrono tra padri e figli? In quali circostanze gli antenati sono considerati capaci di arrecar danno ai loro discendenti e in quale misura la loro benevolenza o malevolenza è connessa al senso di colpa dei discendenti nei loro confronti? Quali insegnamenti può fornire lo studio del culto degli antenati a proposito delle relazioni giuridiche e dei rapporti di autorità? Quali sono le caratteristiche dei riti domestici? Questi ultimi, ad esempio, paiono spesso riflettere la sensazione che i defunti siano in qualche modo ancora «vivi» e che sia possibile entrare in contatto con loro per chiedere consiglio. Le varie ricerche in questo settore illuminano i diversi atteggiamenti nei confronti della morte e illustrano l’intuizione, largamente diffusa, che i morti vadano gradatamente perdendo le loro caratteristiche individuali, per venire infine lentamente assorbiti all’interno di una collettività impersonale. Un particolare filone di ricerca si è interessato, in tempi recenti, alle differenze che distinguono gli atteggiamenti delle donne, nei confronti degli antenati, da quelli degli uomini.

Il culto degli antenati nella storia degli studi. Herbert Spencer scrisse (Principles o/ Sociology, 1877) che

«il culto degli antenati costituisce l’origine di ogni religione». Secondo Spencer, il culto degli eroi deriverebbe dalla divinizzazione degli antenati; tutte le divinità, addirittura, trarrebbero la loro origine da un processo consimile. La teoria evemeristica di Spencer si fondava sopra una idea assai diffusa a quel tempo: la religione nel suo complesso possiede una origine comune, dalla quale derivano tutte le sue numerose forme. La conoscenza di questa forma originaria può fornire la chiave per comprendere tutti gli sviluppi successivi.

Poco tempo prima, Fustel de Coulanges aveva sostenuto (La cité antique, 1864, 1901, trad. it. 1982) che

in Grecia e a Roma la società era originariamente fondata sul culto degli antenati. In seguito, quando le credenze e le pratiche proprie del culto degli antenati andarono indebolendosi, la società nel suo complesso risultò interamente trasformata. Secondo questo studioso, in Grecia e a Roma era diffusa, fin dalle origini, la comune credenza nella sopravvivenza dell’anima dopo la morte del corpo. La famiglia, che continuava a tributare un culto ai suoi antenati, divenne l’unità di base della comunità, articolandosi gradualmente nelle suddivisioni del clan, della gens, della fratria e della tribù.

Infine furono costituite le città, governate dalle famiglie nobili come associazioni di tipo religioso.

Sigmund Freud sostenne (Totem und tabu, 1913, trad. it. 1930) che la credenza che i vivi possono essere

danneggiati dai morti ha la funzione di ridurre il senso di colpa nei confronti dei defunti stessi. All’interno

delle relazioni di parentela, caratterizzate a livello conscio dall’affetto, sarebbe cioè inevitabilmente presente una certa dose di ostilità; tale ostilità, entrando in conflitto con l’ideale cosciente che auspica relazioni affettuose, deve però essere repressa. L’ostilità repressa viene infine proiettata sui defunti e si trasforma nella credenza che i morti siano malvagi e possano recare danno ai viventi.

Meyer Fortes, lavorando su materiali africani, perfezionò notevolmente l’ipotesi di Freud. Fortes (Oedipus

and Job in West African Religion, 1959) scoprì, infatti, che tra i Tallensi la credenza nella perpetua autorità

degli antenati costituisce, più che un senso di timore, il principale mezzo per alleviare il senso di colpa derivante dall’ostilità repressa.

Fra i Tallensi le relazioni tra padri e figli sono affettuose; tuttavia, dato che il figlio acquisisce piena autorità

giuridica soltanto dopo la morte del padre, i figli nutrono un rancore latente nei confronti dei padri. Tale

rancore non si manifesta però nella credenza che i morti siano malvagi. I Tallensi credono invece che

l’autorità del padre sia a sua volta a lui concessa dagli antenati, che esigono dal figlio continua subordinazione.

In questo modo la funzione del culto degli antenati è quella di rafforzare la generale e positiva considerazione dell’autorità degli anziani, a prescindere dalla personalità individuale di ogni singolo antenato. A tale funzione è connessa quella di attribuire un valore positivo alla subordinazione dei desideri individuali all’autorità collettiva degli anziani della tribù. Tale valore contribuisce a garantire e a conservare la solidarietà del gruppo.

In Death, Property, and the Ancestors (1966), Jack Goody ha studiato il culto degli antenati tra i Lo Dagaa

dell’Africa occidentale. Le proprietà, destinate ad essere ereditate dai discendenti, non vengono distribuite

prima della morte del padre. Poiché non gli è consentito di disporre del pieno possesso di tali beni, il figlio

nutre il desiderio inconscio che il padre muoia. La repressione di questa colpa si manifesta nella credenza

che i defunti conservano in eterno i diritti sulle proprietà che un tempo possedevano. Per poter infine godere di questi diritti è necessario che i sopravvissuti indirizzino sacrifici ai defunti. Se tali sacrifici non sono solleciti, gli antenati colpiranno i loro discendenti con malattie e disgrazie. In questo caso le credenze relative alle sventure inviate dagli antenati sono inestricabilmente legate alle regole sociali dell’eredità e della successione.

In Gods, Ghosts, and Ancestors (1974), Arthur Wolf ha dimostrato la stretta correlazione che intercorre in

Cina tra le diverse concezioni degli esseri soprannaturali e la realtà sociale. In particolare, il modo di concepire gli antenati riproduce il modo in cui vengono percepiti i genitori, gli anziani e gli altri parenti. Non si tratta però di una confusione tra i morti e i vivi: significa semplicemente che i medesimi rapporti di autorità e di obbedienza che agiscono tra i vivi si manifestano anche nei loro riti per gli antenati.

La pratica del culto degli antenati.

Descriveremo in questa sezione la pratica del culto degli antenati nelle diverse aree culturali, in relazione alle varie tradizioni religiose.

Africa.

Il culto degli antenati costituisce di norma soltanto un aspetto della religione africana. Un individuo

privo di discendenti non può diventare un antenato: per acquisire tale rango è necessaria una corretta

sepoltura, accompagnata dai riti adeguati alla condizione sociale del defunto. Dopo un certo intervallo di

tempo a partire dal decesso, il defunto divenuto antenato non è più percepito come un individuo. Le sue

caratteristiche personali svaniscono dalla consapevolezza dei sopravvissuti e permane soltanto il suo valore

di antenato portatore di un esempio morale. Si pensa che gli antenati siano in grado di intervenire nelle vicende umane, ma soltanto all’interno dello specifico campo della loro autorità, cioè tra i loro discendenti.

In un importante studio sul culto africano degli antenati, Max Gluckman (1937) stabilì la distinzione tra

culto degli antenati e culto dei morti. Gli antenati rappresentano forze morali positive, che possono provocare o evitare le sventure e che richiedono ai loro discendenti l’osservanza di un codice morale.

Il culto dei morti, invece, non è rivolto esclusivamente ai congiunti defunti, ma agli spiriti dei morti in generale. In questo caso gli spiriti vengono invocati per il conseguimento di scopi amorali o antisociali, mentre agli antenati ci si può rivolgere soltanto per fini che si accordino con i principi sociali fondamentali.

Gli Edo pensano che il defunto avanzi nel mondo degli spiriti lungo una linea parallela al procedere sulla

terra di suo figlio e degli altri suoi discendenti. Gli eventi di questo mondo sono contrassegnati dai riti e si

crede che essi abbiano un perfetto duplicato nel mondo degli spiriti. In questo modo possono anche passare vent’anni prima che uno spirito venga finalmente assorbito nella collettività dei defunti e prima che i suoi discendenti possano acquisire la pienezza della loro autorità. Così gli antenati continuano a esercitare la loro autorità sui discendenti per un lungo periodo dopo la morte e i figli, fino a quando tale autorità resta in vigore, devono compiere i riti prescritti e devono comportarsi nei modi previsti.

Tra gli Ewe del Ghana, intorno al culto degli antenati ruota l’intera società. Tale culto costituisce la base

di tutto il sistema religioso e il punto di riferimento per la concettualizzazione di tutti i rapporti sociali. Gli

Ewe credono che l’uomo possegga due anime. Prima della nascita egli risiede nel mondo degli spiriti e giunge in questo mondo quando riesce a trovare una madre; alla sua morte ritornerà nel mondo degli spiriti. Questo movimento ciclico che percorre i diversi regni è perpetuo. Gli antenati vengono invocati, per mezzo di libazioni, in qualunque occasione rituale; i riti possono oscillare da semplici libazioni individuali a rituali complessi che coinvolgono un’intera linea di parentela.

Durante il rito, l’anima dell’antenato ritorna a essere nutrita attraverso lo scanno cerimoniale, che funge

da suo contenitore. Oltre agli scanni individuali, esistono anche scanni per gli antenati di un intero gruppo

parentale, che vengono conservati avvolti in panni di seta o di velluto.

Gli studi di Igor Kopytoff (1971) sui Suku dello Zaire sollevano la questione della correttezza dell’espressione culto degli antenati. I Suku, infatti, non hanno un termine che possa essere tradotto con «antenato»: essi non operano alcuna distinzione terminologica tra i morti e i vivi. I rapporti tra i giovani e gli anziani sono regolati da pochi e semplici principi e tali principi non sono in alcun modo segnati dalla linea di demarcazione che separa i vivi dai defunti. Perciò si può dire che tra i Suku il culto degli antenati è semplicemente un’estensione dei rapporti di parentela che intercorrono tra gli anziani e i loro giovani discendenti. Le linee di parentela, inoltre, vanno considerate come comunità che raccolgono insieme sia i vivi che i morti. I poteri attribuiti agli antenati, in definitiva, sono soltanto la proiezione dei poteri posseduti in vita dagli anziani. In questo caso l’espressione «culto degli antenati» appare impropria.

Melanesia.

Gli antenati sono uno dei tanti tipi di spiriti conosciuti dalle società tribali della Melanesia.

Nell’analisi del ruolo del culto degli antenati nella vita tribale, Roy Rappaport (Pigs /or the Ancestors, 1968,

trad. it. 1980) introduce un approccio assolutamente nuovo e originale rispetto alle ricerche rivolte ad altre

aree geografiche. Tra gli Tsembaga delle regioni montuose, il rituale rivolto agli antenati fa parte di un complesso sistema ecologico, che tende alla regolazione di un ciclo accuratamente bilanciato tra abbondanza e scarsità. Le piantagioni di patate dolci sono infatti minacciate dalla crescita indiscriminata della popolazione suina e perciò gli uomini provvedono a integrare la loro dieta, fondamentalmente basata sugli amidi, con le proteine della carne. Questo ciclo alimentare è messo in movimento dalla credenza che i maiali debbano essere sacrificati in gran numero agli antenati: tali sacrifici forniscono agli Tsembaga una grande quantità di proteine. I maiali sacrificati in occasione della morte di qualcuno o in relazione alle guerre intertribali integrano la consueta dieta a base di patate dolci, dieta che è adatta alle consuete attività, ma non è adeguata a periodi di forte tensione. In questo caso il culto degli antenati assume un ruolo vitale in relazione all’equilibrio biologico della tribù inserita nel suo ambiente.

India.

Il culto degli antenati assume in India una grandissima varietà di forme, a seconda dell’area e del

gruppo etnico interessato; tuttavia la pratica di procurare cibo per i defunti è fondamentale e largamente

diffusa. Nell’Induismo ortodosso c’è un rito annuale, tra agosto e settembre, che prevede l’offerta agli antenati di palle di riso consacrato (pinda). Le Leggi di Manu comprendono istruzioni specifiche per le offerte rivolte agli antenati. I discendenti organizzano per i brahmani un banchetto (chiamato iriiddha) e il merito di questa azione viene trasferito agli antenati. Il rito assume forme diverse a seconda se viene praticato durante il funerale o in occasione delle successive cerimonie annuali. Dettagliate prescrizioni intorno alle purificazioni e alle diverse preparazioni rituali sono contenute in testi specifici.

Buddhismo.

Nell’Asia orientale e sudorientale viene celebrata la «festa di tutte le anime», Avalambana, che si fonda su una narrazione canonica. La storia riguarda uno dei discepoli del Buddha, Maudgalyayana, famoso per la sua abilità nella meditazione e per i suoi poteri paranormali. La madre di Maudgalyayana apparve

in sogno al figlio e gli rivelò che, a causa del suo karman, stava soffrendo innumerevoli tormenti nel

profondo dell’inferno. Grazie alla sua magia, Maudgalyayana si recò a sua volta nell’inferno, ma i suoi poteri

non furono sufficienti a ottenere la liberazione della madre. Alla fine il Buddha gli consigliò di convocare

un’assemblea di sacerdoti, che avrebbero recitato i sutra e avrebbero poi trasferito agli antenati il merito di

quei riti. I discendenti, in altri termini, sono costretti a utilizzare la mediazione dei sacerdoti per far pervenire i loro benefici agli antenati. Ne risulta così una festa annuale, tradizionalmente celebrata il giorno di luna piena dell’ottavo mese lunare. Nel corso di questa festa nei templi buddhisti hanno luogo speciali recitazioni dei sutra e offerte rituali rivolte agli antenati; in ogni paese, inoltre, si compiono particolari riti domestici.

Oltre ai riti per gli antenati, si svolgono celebrazioni religiose per le «anime affamate» e per gli spiriti di coloro che sono morti senza lasciare discendenti.

Sebbene una delle principali concezioni del primitivo Buddhismo indiano fosse quella della non-anima

(aniitman), di fatto il concetto di anima è largamente accettato nell’Asia orientale. La credenza nella rinascita in forma umana, divina o subumana, convive con l’idea che l’anima eterna riposi in una lapide dedicata agli antenati, oppure soggiorni nel regno dei morti. Le contraddizioni implicite in questo intreccio di concezioni diverse non sono in genere percepite come problematiche da coloro che pacificamente le accettano.

Al giorno d’oggi, nell’Asia orientale, l’esecuzione dei riti rivolti agli antenati e di quelli funebri fornisce

al clero buddhista una delle principali fonti di reddito; questa tendenza è particolarmente marcata in Giappone.

Il clero buddhista è soprattutto impegnato a recitare i sutra per i morti e a conservare nei templi le lapidi

dei defunti.

Sciamanismo.

In ogni parte dell’Asia orientale il culto degli antenati si trova strettamente associato a pratiche sciamaniche. Attualmente, in Asia, lo sciamanismo è ridotto a semplici comunicazioni medianiche,

nel corso delle quali lo sciamano cade in trance e rivela la condizione attuale degli antenati del suo cliente.

Queste pratiche si fondano sull’opinione, diffusa tra la gente comune, che, se una persona è colpita da una

sofferenza insolita o apparentemente ingiustificata, la causa va ricercata nei suoi antenati. Se gli antenati

stanno soffrendo, se sono scontenti della condotta dei loro discendenti o se è stato loro offerto un rito inadeguato o insufficiente, essi possono provocare sofferenze ai loro discendenti. Soltanto di rado, tuttavia, una simile credenza sfocia nell’affermazione esplicita che gli antenati fanno soffrire i loro discendenti in modo volontario e dunque malevolo.

Nelle concezioni metafisiche cinesi legate al culto degli antenati sono

presenti e particolarmente attive le antiche teorie locali sull’anima. All’inizio, a partire dai tempi di Chou (circa 1123-221 a.C.), la nozione dominante di anima, presente ad esempio nei racconti popolari, era quella

di una spettrale e pallida ombra dell’uomo. Queste apparizioni sono chiamate kuei, che significa demoni,

diavoli, fantasmi. Esse sono contrapposte agli shen, gli spiriti benevoli degli antenati (con lo stesso termine ci si riferisce anche, in modo generico, a tutte le divinità). Insieme a questa idea dell’anima spettrale si sviluppò anche una concezione dell’anima rispondente alla teoria dello yin e dello yang. Secondo questa teoria, la parte yin dell’anima, chiamata p’o, può trasformarsi in un kuei e provocare disgrazie qualora i discendenti non celebrino i prescritti riti per gli antenati. Il p’o resterà invece pacifico se viene placato in modo soddisfacente.

La parte yang dell’anima, detta hun e associata allo shen, benedirà al contrario e proteggerà i discendenti

e le loro famiglie. In questo modo i riti cinesi per gli antenati hanno trovato la loro motivazione nel

timore della vendetta dei morti e nella speranza della protezione degli antenati.

Il culto cinese degli antenati può essere interpretato come l’associazione di due culti distinti: da un lato il

culto che esprime l’unità della linea parentale, limitandosi a un segmento di tale linea, il cosiddetto culto del vestibolo; dall’altro il culto rivolto ai membri di una famiglia da poco defunti, il culto domestico. Le cerimonie religiose della linea parentale si svolgono tutte in un vestibolo dedicato agli antenati, in cui le lapidi che rappresentano gli antecedenti vengono conservate e venerate dai discendenti alla maniera confuciana. I riti domestici si riducono invece a offerte quotidiane presentate davanti a un altare domestico. Il rituale della linea parentale tende alla formalizzazione e all’espressione di sentimenti di obbedienza all’autorità degli antenati e del gruppo degli anziani; il rituale domestico esprime invece soprattutto sentimenti individuali e mantiene continue relazioni tra i discendenti e alcuni particolari individui defunti.

Il culto cinese degli antenati è strettamente legato all’eredità dei beni; ciascun individuo defunto deve ricevere offerte da almeno un discendente, che gli fornirà i mezzi di sostentamento per la vita futura. Si richiede, tuttavia, che ogni singola persona veneri solamente quegli antenati dai quali ha ricevuto dei beni.

Confucianesimo.

Il Confucianesimo attribuisce notevole importanza alla corretta pratica dei riti dedicati agli antenati. Una particolare attenzione viene prestata ai più minuti dettagli, relativi al contenuto e alla preparazione

delle offerte, all’abbigliamento opportuno, ai gesti, alle posizioni e all’ordine di precedenza nel

comparire davanti agli altari degli antenati. Secondo il Libro del rituale familiare dello studioso neoconfuciano Chu Hsi, il Chu-tzu chia-li, la commemorazione degli antenati divenne in primo luogo una responsabilità dei figli maggiori, mentre le donne, nella celebrazione dei riti, erano escluse da funzioni cerimoniali.

Nella dottrina confuciana la virtù più alta è la pietà filiale, che viene espressa nel modo più elevato nel culto

degli antenati. Quando il Buddhismo fu introdotto in Cina, una delle principali obiezioni che i confuciani

gli mossero fu che la nuova dottrina si contrapponeva alla pietà filiale e avrebbe finito per spazzare via la pratica del culto degli antenati. Se i figli avessero accettato la tonsura e avessero mancato di eseguire i riti destinati agli antenati, allora non soltanto gli spiriti dell’altro mondo avrebbero sofferto per la scarsa cura esercitata nel rituale, ma perfino i rapporti sociali della comunità sarebbero stati minati nei loro fondamenti.

Nella società cinese tradizionale il luogo in cui si collocano le tombe viene indicato da un geomante.

Partendo dalla convinzione che una opportuna confluenza di «venti e acque» (jeng-shut) porta beneficio

ai defunti e ai loro discendenti, il geomante cerca un luogo in cui l’urna sepolcrale possa essere circondata

da alture digradanti e da acque correnti. Si ritiene che questa combinazione di forze cosmiche offra dei vantaggi ai defunti e faciliti il loro percorso nell’altro mondo. Le famiglie sono spesso in feroce competizione tra loro per accaparrarsi questi rari luoghi privilegiati e talora arrivano a rimuovere le sepolture non custodite, per poter occupare con le proprie tombe di famiglia i luoghi migliori.

Corea.

In Corea il rapporto con gli antenati è assai differenziato per le donne e per gli uomini. La donna si

sposa lontano dal suo paese natale ed entra nella casa del marito, sotto l’autorità della madre e del padre di lui. I suoi rapporti con la famiglia del marito saranno inevitabilmente caratterizzati da sentimenti di lotta e di competizione. Il suo legame di appartenenza alla linea parentale del marito è assai debole e viene pienamente riconosciuto nel rituale soltanto dopo la sua morte. Dal momento che le relazioni della donna con la linea parentale del marito sono strutturate in modo così conflittuale e insieme evanescente, la concezione femminile degli antenati risulta più negativa di quella maschile.

Tale valutazione negativa, propria delle donne, si esprime nell’idea che gli antenati possano malignamente affliggere i loro discendenti provocando malattie e disgrazie.

Gli uomini venerano gli antenati per mezzo dei riti confuciani, dai quali le donne sono escluse; le donne,

invece, si rivolgono agli antenati alla maniera sciamanica, utilizzando l’estesa rete degli sciamani, che sono in maggior parte donne. Questa differenziazione su base sessuale del culto degli antenati è un aspetto del tutto caratteristico della tradizione coreana.

Giappone.

A partire dal periodo Tokugawa (1600-1868), in Giappone il culto degli antenati è stato praticato

principalmente alla maniera buddhista, anche se sopravvivono ancora i riti scintoisti. Come avviene in

Cina, il rituale rivolto agli antenati riflette relazioni di autorità e di eredità. Tuttavia tali riti non sono eseguiti

all’interno di ciascuna linea di parentela diretta, ma sono organizzati dalle famiglie più importanti e ramificate del sistema familiare tradizionale, le ie. Le famiglie «laterali» (bunke) riconoscono la centralità rituale della famiglia principale (honke) e partecipano ai suoi riti in posizione subordinata. La honke non contraccambia.

In Giappone, accanto a questi riti honke-bunke, un elemento importante del culto degli antenati è costituito dai riti domestici eseguiti davanti a un altare buddhista.

Nel suo studio Ancestor Worship in Contemporary japan (1973), Robert Smith ha mostrato come la compassione induca spesso i giapponesi a conservare nei loro altari domestici anche le lapidi di persone estranee alla loro famiglia. Essi custodiscono le lapidi perché sospinti da un personale sentimento di affetto per il defunto, e non per timore delle punizioni che li colpiranno se mancano al loro dovere. Oltre a riflettere le relazioni di parentela, il culto degli antenati diventa allora un mezzo per esprimere un sentimento di attaccamento.

Le «nuove religioni» costituiscono in Giappone un gruppo di parecchie centinaia di associazioni, nate nel

XIX e xx secolo. Quando la loro dottrina deriva dallo Scintoismo o dal Buddhismo, esse riservano in qualche

modo al culto degli antenati un ruolo di particolare importanza. L’ «Associazione degli amici degli spiriti»

(Reiyiikai Kyodan) rappresenta un singolare esempio di gruppo religioso che pone il culto degli antenati al

centro dei suoi riti, individuali e collettivi. La venerazione per gli antenati è, nelle nuove religioni e in generale nella società giapponese, strettamente legata ad un certo conservatorismo sociale e politico e alla valorizzazione tradizionalista dei costumi sociali del passato.

[Vedi anche FAMIGLIA, voi. 3].

BIBLIOGRAFIA

Emily Ahem, The Culi o/ the Dead in a Chinese Village, Stanford/ Ca!. 1973: ampio studio sul culto degli antenati a Taiwan, che illustra le relazioni tra la linea parentale e le cerimonie domestiche.

Carmen Blacker, The Catalpa Bow, London 1975: ricerca che rievoca nella religiosità popolare giapponese le pratiche sciamaniche rivolte agli antenati.

  1. Freedman, Lineage Organization in Southeastern China, (1958), London 1965: studio antropologico sull’organizzazione delle linee parentali, che stabilisce la distinzione tra i culti domestici degli antenati e quelli del vestibolo e comprende importante materiale sulla geomanzia.
  2. Gluckman, Mortuary Customs and the Belie/ in Survival afte, Death among the South-Eastem Bantu, in «Bantu Studies», 11 (1937), pp. 117-36.

J.J.M. De Groot, The Religious System o/ China, I-VI, (1892), Taipei 1967: ricchissimo studio sulle religioni cinesi, con ampia documentazione sul culto degli antenati, soprattutto ad Amoy.

Helen Hardacre, Lay Buddhism in Contemporary Japan. Reiyukai Kyodan, Princeton 1984: una ricerca su una delle nuove religioni in Giappone, con particolare riferimento al culto degli antenati.

Fr.L.K. Hsu, Unde, the Ancestors’ Shadow, New York 1948: studio classico sul culto degli antenati in Cina.

D.Y. e RL. Janelli, Ancestor Worship in Korean Society, Stanford/ Ca!. 1982: sul culto degli antenati in Corea, con particolare riferimento alle differenze dottrinali e cultuali legate alla differenziazione dei ruoli sessuali.

D.K. Jordan, Gods, Ghosts, and Ancestors. The Folk Religion o/ a Taiwanese Village, Chicago 1969: sul culto degli antenati a Taiwan e sui fenomeni ad esso connessi, specialmente sul matrimonio degli spiriti.

  1. Kopytoff, Ancestors as Elders in Africa, in «Africa», 41 (1971), pp. 129-42.
  2. Newell (cur.), Ancestors, Tbc Hague 1976: utile raccolta di studi su aspetti particolari del culto degli antenati, soprattutto in Africa e in Giappone.

Ch. Takeda, Sosen suhai, Tokyo 1971: sul culto degli antenati in Giappone, con particolare riferimento al Buddhismo.

A.P. Wolf, Gods, Ghosts, and Ancestors, in Religion and Ritual in Chinese Society, Stanford/Ca!. 1974, pp. 131-82.

  1. Yanagita, Senza no hanashi, Tokyo 1946 (trad. ingl. About Our Ancestors, Tokyo 1970): una presentazione del culto degli antenati in Giappone in rapporto alla cultura giapponese.

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AMULETI E TALISMANI

di Mircea Eliade

Un amuleto è un oggetto che si suppone dotato di potere magico e che viene portato sulla persona, oppure tenuto in casa, nella stalla, nella bottega, ecc. per tener lontane le disgrazie, le malattie o l’offesa di esseri maligni, demoniaci o umani.

Un talismano è un oggetto usato analogamente per accrescere i poteri e la fortuna di una persona. Amuleti

e talismani sono due facce della stessa medaglia: gli uni hanno lo scopo di respingere ciò che è malefico, gli altri quello di attirare ciò che è benefico. L’uso di entrambi (uso che è universale) è fondato sulla credenza

che le proprietà intrinseche di una cosa si possano trasmettere agli esseri umani mediante il contatto.

La scelta degli oggetti da usare come amuleti e talismani è determinata da vari criteri. Può trattarsi di: 1)

oggetti di forma insolita, per esempio pietre perforate; 2) oggetti rari, per esempio il quadrifoglio; 3) erbe o

fiori officinali, come l’assenzio (che dovrebbe aiutare il parto) o varie specie di febbrifughi; 4) parti di animali che simboleggiano certe caratteristiche (per esempio, di una lepre per la velocità o di un toro per la forza), o ritenute capaci di proteggere dagli attacchi di questi animali; 5) reliquie di personaggi santi o eroici, o anche polvere delle loro tombe che si considera impregnata del carisma di quegli individui «numinosi»; 6) statuette di dei o dee; 7) riproduzioni di oggetti comuni, ai quali si attribuisce un significato simbolico, per esempio scale in miniatura, che rappresentano il mezzo per l’ascesa dell’anima al cielo; 8) oggetti esotici, dotati di presunti poteri non disponibili in una data società. Anche il colore di un oggetto può essere determinante, in base al principio «ogni simile ama il suo simile»: una pietra rossa, ad esempio, si crede possa alleviare un’emorragia o i disturbi mestruali e una pietra gialla preservare dall’itterizia. Ovunque si hanno anche riproduzioni dei genitali maschili e femminili per favorire la procreazione e il piacere sessuale, e fili per legare gli spiriti maligni.

Non solo nelle cose materiali si ritiene risiedano poteri magici. Poiché per certe credenze primitive il nome

di una persona è una componente essenziale del suo essere (come la sua ombra o la voce) e non un mero

appellativo verbale, quello di un dio o di un demonio scritto su una striscia di carta, o inciso su di un

gioiello o una medaglia, può essere un efficace amuleto o un talismano. Allo stesso modo, un testo che riporti qualche fatto o impresa benefica (specie la sconfitta di un demonio, di un drago o di un mostro), associati nel mito o nel folclore tradizionali a un dio o ad un eroe, può venir considerato carico del potere che ha reso possibili quegli avvenimenti, così che portare indosso quel testo trasmette e conserva quel potere. Sono ugualmente ricercate pergamene o scritti contenenti passi di Scritture ritenute di ispirazione divina e quindi impregnate di sostanza divina, oppure (secondo l’uso cristiano medievale) copie di lettere che si dicevano cadute dal cielo.

Talora, tuttavia – specialmente quando un amuleto è rivolto contro nemici umani, piuttosto che demoniaci

– la procedura non è quella di procurarsi l’influsso o il carisma di dei o di oggetti «numinosi», ma quella di

incutere terrore ai potenziali assalitori esponendo nelle case statuette o figurine di esseri mostruosi, spaventosi.

I Babilonesi, per esempio, modellavano la testa del feroce demone Pazuzu, e un amuleto greco aveva la

forma di una testa di gorgone, il cui occhio poteva impietrire gli intenzionali aggressori.

Di notevole importanza è anche il materiale di cui è fatto un amuleto o un talismano, dal momento che il

potere magico è intrinseco all’oggetto stesso, non semplicemente associato. Le gemme devono essere di

quella sostanza e di quel colore che si ritiene trasmettano qualità efficaci secondo l’occorrenza, e i testi vanno scritti su pelli specifiche e con speciali inchiostri o pigmenti.

Amuleti e talismani portati sulla persona fungono anche da ornamento: fermagli, medaglioni, ciondoli,

sigilli e sacchetti profumati. In realtà, secondo parecchie fonti autorevoli, ciò che poté diventare un semplice ornamento era portato in origine a scopo di protezione.

Caratteristica fondamentale degli amuleti in molte culture è l’esoterismo, e sebbene, per la verità, siano

messi di frequente bene in vista sulle pareti delle stanze e delle case, quando invece si portano sulla persona c’è spesso l’esigenza di non rivelarli a nessuno, salvo a chi li usa in un’occasione specifica, agli stregoni che li fanno e li distribuiscono e agli esseri ostili, contro i quali sono rivolti. Perciò essi vengono generalmente nascosti negli abiti o riposti in borse o in capsule. Inoltre, nel caso di testi scritti, si usano spesso alfabeti criptici o un linguaggio incomprensibile (noto come ephesia grammata, forse distorsione di aphasia grammata, ossia «lettere impronunciabili»), ritenendo trattarsi di testi e linguaggi di dei o di demoni (che possono talvolta identificarsi come autentici scritti e lingue antichi, riportati in modo inesatto attraverso i secoli).

Anche i segni zodiacali e i simboli convenzionali delle costellazioni e dei metalli si considerano magici, poiché, come i nomi, sono parte essenziale di ciò che rappresentano e poiché le proprietà intrinseche delle costellazioni e dei metalli si presume governino il destino e la fortuna degli uomini. È comune anche lo scambio di lettere che spiegano esotericamente le parole del testo: così, la z starà per la a, la y per la b, e così via. In modo assai simile si useranno le lettere iniziali delle parole di un versetto biblico, invece di scriverlo per intero, e nei sistemi alfabetici (come quello ebraico) in cui ogni lettera ha anche un valore numerico (cioè a= 1, b = 2, ecc.), si ricorre a una combinazione di lettere che corrispondono all’identico totale di quelle della parola prestabilita: espediente noto come gematria probabile distorsione del greco geometria). (La Library of Congress possiede il manoscritto di una Bibbia ebraica completa, scritta apposta come manuale per la preparazione di amuleti!). Altro espediente è l’uso di quadrati magici, di cui ciascuna colonna verticale e ciascuna linea orizzontale danno la stessa somma e tutte insieme scrivono, per mezzo della gematria, il nome di Dio o di un angelo protettore.

Possiamo aggiungere che il carattere esoterico dei testi degli amuleti è dato, nelle formule orali, dalla recitazione bisbigliata o canticchiata a bassa voce. In realtà, questo è il significato autentico del termine incantesimo.

Gli amuleti scritti esprimono spesso il carattere numinoso iniziando con le parole «Nel nome di … [questo

o quel dio]» (per esempio, il Bismillah arabo: «In nome di Dio, il Misericordioso, il Pietoso» e inframezzandovi segni religiosi (per esempio, la croce, la svastica, il segno di Davide) e la loro efficacia viene accresciuta da sigle o lettere (ss o kh) che indicano che la recitazione va accompagnata da fischi e sputi per tener lontani i demoni. Possono anche contenere sequenze di vocali che rappresentano cripticamente gli influssi degli angeli o degli astri. Inoltre, il potere di un amuleto scritto viene talora trasmesso non semplicemente indossandolo, ma immergendolo in acqua e bevendo quindi l’acqua stessa.

Sembra che amuleti e talismani fossero in uso fin dai tempi preistorici, come dimostrano certi oggetti sepolti coi morti (conchiglie di porcellana, cunei, punte di freccia, pietre), secondo una pratica sopravvissuta nel tempo, con l’evidente scopo di proteggerli nell’aldilà. Avevano poi funzione di amuleto gli occhi dipinti sulle mura e sui monumenti preistorici, che significavano la protezione provvidenziale di dei o spiriti benevoli, in contrapposizione con l’occhio malvagio dei demoni malevoli.

Ovviamente non è possibile descrivere dettagliatamente, nei limiti di questo scritto, la moltitudine di

amuleti e talismani in uso nel mondo intero. Dobbiamo perciò limitarci agli esempi più rappresentativi

tratti dalle varie culture antiche e moderne.

Storicamente, gli amuleti più antichi provengono dall’Egitto. Risalenti al 1v millennio a.C., essi prendono

la forma di immagini e statuette di terracotta, feldspato, corniola, ossidiana, diaspro e simili, avvolte nelle

bende che fasciavano le mummie. Ogni membro del cadavere aveva un amuleto specifico, normalmente posto sopra. Oltre a statuette di dei e dee, si hanno miniature di cuori, di occhi di Horus, di rane, di scale e

scalini. Gli occhi di Horus (generalmente un paio), fatti d’oro, d’argento, di lapislazzuli, di ematite o porcellana, rappresentavano l’onnipotente forza e vigilanza di quel dio e venivano portati anche dai vivi per

procurarsi salute e protezione. La rana, simbolo di abbondanza feconda, significava la vita nel senso più ampio, inclusa la resurrezione della carne. La scala in miniatura rappresentava il mezzo per salire al cielo e viene ancora posta accanto ai sepolcri dei Mangor del Nepal; e una scala fatta di pasta veniva posta tradizionalmente presso le bare in qualche parte della Russia. Si ricorda anche la scala di Giacobbe nella Bibbia (Gn 28,12) e il riferimento allo stesso concetto nel Paradiso di Dante (21,25ss.).

Presente ovunque era anche l’ankh familiare. Che cosa rappresenti effettivamente è incerto: per alcuni

rappresenta una combinazione dei genitali maschili e femminili e quindi la vita (eterna). Era anche portato

dalle divinità nella mano destra e in questo caso, naturalmente, non era un amuleto, ma un simbolo d’immortalità.

Anche lo scarabeo stercorario veniva inumato insieme coi defunti: questa specie di coleottero, affaccendato a rotolare palline di sterco perché diventino sempre più grosse, simboleggia il processo continuo della creazione.

Va poi fatto cenno ai cosiddetti cippi di Horus, stele o lastre incise con leggende di quel dio, che rappresentano in piedi sopra, o accanto, ai serpenti che ha sconfitto.

Una versione cananea di questo mito è stata recentemente scoperta in un testo magico cananeo proveniente da Ras Shamra (Ugarit) nella Siria settentrionale.

I cippi venivano posti per tener lontani gli spiriti maligni.

Altri antichi amuleti del Vicino Oriente, comuni fra i Babilonesi, gli Assiri, i Cananei e gli Ittiti, hanno la

forma di sigilli cilindrici, fatti generalmente di diorite o di ematite, intagliati con scene mitologiche che illustrano la disfatta di mostri demoniaci ad opera degli dei o la sconfitta del formidabile Huwawa, custode

delle sacre foreste di cedri, ad opera degli eroi Gilgamesh e Enkidu. Talvolta, ancora, sono raffigurati nei

dipinti uomini che implorano gli dei, il sole benefico che sorge fra i monti, o una dea che versa generosamente acqua da due anfore. Interpretando questi amuleti «mitologici», è importante ricordare che le scene raffigurate possono essere mere mitologizzazioni di principi generici: così, la dea che versa l’acqua può semplicemente rappresentare l’abbondanza generosa.

Spesso, per la verità, il significato di fondo può ricavarsi confrontando l’illustrazione glittica con la metafora

verbale corrispondente.

Altro amuleto popolare in Mesopotamia e nella Terra di Canaan era una piastra che raffigurava i danni

causati da una strega diabolica o da un lupo che rapiva i neonati, e infine la loro uccisione. Cosa che trova

analogie in varie parti del mondo, per esempio in Armenia, in Etiopia, nei Balcani e particolarmente nel caso di un amuleto ebraico, il cosiddetto Kimpezett/ (distorsione yiddish del tedesco Kindbettzettel, «nota del parto»), in cui la strega si identifica con Lilith.

Nonostante l’orientamento monoteistico degli autori del Vecchio Testamento, sembra che nell’antico

Israele le masse abbiano fatto uso di amuleti. Il profeta Isaia criticava aspramente le donne che portavano idoli (3, 20) e in Palestina venne rinvenuto un amuleto d’argento con incise le parole della Benedizione sacerdotale (Nm 6,24-27) e significativamente datato al VI secolo a.C. D’altra parte, un riferimento metaforico agli amuleti nel Deuteronomio (6,8), venne più tardi preso alla lettera e portò alla moderna pratica ebraica di affiggere agli stipiti una capsula cilindrica (mezuzah) contenente brani del Pentateuco e di portare filatteri (te/il/in) sulla fronte e sul braccio nella preghiera del mattino.

Un amuleto ebraico più moderno è l’esagramma, stranamente chiamato scudo, non stella, di Davide. Si

tratta della semplice versione ebraicizzata di un simbolo magico di significato controverso e largamente in

uso altrove. Il suo contrapposto è il pentagramma, pure assai diffuso e noto agli Ebrei come il sigillo di Salomone.

Di uso comune erano anche amuleti metallici in forma di mano divina (simbolo pure abbastanza diffuso),

spesso incisi con la lettera h, abbreviazione di Jehovah. Fra gli amuleti scritti più diffusi è una striscia

di carta con la scritta ABRACADABRA (variamente interpretata) in una serie di linee, ciascuna delle quali ha

una lettera tronca alla fine, cosicché la serie va gradualmente diminuendo per formare una piramide capovolta, terminante con la sola lettera A. In tempi più recenti un altro amuleto popolare è costituito da un ciondolo d’oro o da un fermaglio raffiguranti le lettere della parola ebraica ~ai («vita, vivente»).

Particolarmente interessante è una categoria di gemme

o pietre semipreziose (sardonica, berillo, calcedonia, onice, ecc.) trovate principalmente nell’Egitto dell’epoca greco-romana (ma più tardi anche altrove), che riproducevano immagini fantastiche – spesso in parte umane e in parte animali – di dei egizi e di altri dei, accompagnate da iscrizioni magiche, come il misterioso «Ablalhanalba», considerato una palindromia deformata della frase ebraica «Av lanu [aramaico /an] attah», «Tu sei un padre per noi». Notevole fra le divinità nominate è un certo Abraxas (o Abrasax), figura importante nella dottrina degli gnostici: venne perciò detto amuleto gnostico, attribuzione che peraltro viene messa sempre più in dubbio dagli studiosi moderni.

Quando questi amuleti si diffusero nelle cerchie cristiane, il misterioso nome Ab/albana/ba venne spiegato

per mezzo della «gematria» come equivalente di Jesus.

In molti paesi gli amuleti scritti sono più comuni di ogni altro amuleto. Fra i musulmani, per esempio, il tipo

più popolare è una capsula contenente brani del Corano o un elenco dei novantanove attributi di Dio. I

copti usano dipinti con san Giorgio di Lidda che uccide il drago, gli Etiopi pergamene con le lodi di Maria

Vergine o grottesche rappresentazioni dell’occhio o del volto divino. Cosa che, tuttavia, non esclude affatto

l’uso di amuleti a scopo ornamentale. I cristiani portano più spesso piccole croci o crocefissi, ma è anche

diffusa la leggenda «Sator Arepo», cioè «Pater Noster» espresso con un crittogramma.

I Giapponesi usano, oltre alle reliquie, due forme di amuleto che meritano un cenno. L’una è un’immagine,

dipinta sui guanciali, di un animale che trangugia i brutti sogni; l’altra, un paio di sardine morte appese

con un gambo di agrifoglio all’uscio di casa, per tener lontani gli spiriti malefici, alla festa annuale di Setsubun (usanza analoga, altrove, è quella dell’aglio).

Il colore usato per gli amuleti risente, anche nell’arte magica medievale, della credenza che essi portino il carisma del sole, della luna e dei sette pianeti. Così le pietre gialle (ambra, topazio) portano l’influsso del sole; le pietre biancastre (diamante, madreperla), quello della luna; le rosse (rubino) quello di Marte; le verdi (smeraldo) quello di Venere; le nere (giaietto, onice, ossidiana) quello di Saturno e così via. Inoltre, ogni pietra «controlla» una condizione specifica: in Italia l’agata è creduta efficace contro il malocchio e in Siria contro i disturbi intestinali. Il cristallo sana l’idropisia e il mal di denti; il diamante neutralizza il veleno, oltre ad allontanare il temporale. In più, le pietre preziose favoriscono le passioni e gli affetti: il berillo dà la speranza, il granato l’energia e la fiducia, il rubino l’amore e il corallo si dice che impallidisca quando muore un amico. C’è poi una pietra per ciascun mese, spesso montata in fermaglio, con la scritta del segno zodiacale che rappresenta l’oroscopo di chi la porta.

Infine, circa l’uso di oggetti esotici come amuleti e talismani, vale la pena di citare un fatto curioso. Molti

anni fa, chi scrive ebbe occasione di esaminare dei costumi da cerimonia indossati dagli sciamani africani e

vide che parecchi comprendevano una borsa da portarsi al petto. Apertala, trovò che conteneva per lo più

banali oggetti europei, come forcine, forbici, mozziconi di sigaretta, biglietti di autobus di Londra e altre

cianfrusaglie del genere, ritenute magiche.

Così come i miti e le leggende popolari, anche le forme dell’amuleto migrano da una cultura ad un’altra

in seguito a rapporti commerciali, conquiste, importazione di prigionieri, matrimoni misti, viaggi, ecc., ma

in esse occorre poi decifrare nuovi significati, allo scopo di adeguarle al folclore delle credenze e delle tradizioni dei popoli che le hanno adottate. Quindi, come si è detto, l’esagramma divenne per gli Ebrei lo scudo di Davide, la croce per i cristiani il simbolo di Cristo e lo scarabeo sacro (heper), che rotola lo sterco, divenne per gli Egizi il simbolo del dio creatore Hepera, e la pallina di sterco il simbolo del globo solare che il dio fa rotolare attraverso il cielo. Interpretando questi veicoli della magia, è perciò necessario andare al di là di tali interpretazioni locali e cercar di ricuperarne il significato subliminale latente. Un approccio simile, tuttavia, è inevitabilmente esposto ai rischi del soggettivismo ed ha infatti portato a parecchie fantasie e assurdità psicologiche. Ma abusus non tollit usum, la moneta falsa non invalida la moneta corrente, e non si potrà mai comprendere la natura fondamentale degli amuleti senza ricorrere a tentativi del genere.

BIBLIOGRAFIA

Per chi conosce l’inglese, lo studio e la trattazione più utili sono costituiti da E.W. Budge, Amulets and Talismans, rist. New Hyde Park/N.Y. 1961, originariamente intitolato Amulets and Superstitions. Utile è anche, benché tenda qualche volta ad allontanarsi dal tema e ad indulgere a teorie insostenibili, F.T. Elworthy, The Evi/ Eye, New York 1970. C.W. King, The Gnostic 1111d Their Remains, Ancient and Mediaeval, London 1881 (2′ ed.), fornisce una buona panoramica degli «Abrascas» e degli amuleti affini, benché un po’ antiquato nelle sue interpretazioni.

Degli amuleti arabi trattano esaurientemente E.W. Lane, nd suo classico An Account o/ the Manners and Customs o/ the Modern Egyptians, New York 1973 (5′ ed.); e E. Doutté, Magie et religion dans l’A/rique du Nord, Algiers 1909. Degli amuleti ebraici tratta J. Trachtenberg,] jewish Magie and Superstition, (1939),

New York 1982.  THEODOR H. GASTER

Dieci Orsi Comanche

Avere troppe cose a cui pensare e da tenere a mente, ci fa credere che la nostra memoria non sia più quella di un tempo – e probabilmente non lo è.

Non per colpa dell’età o di qualche genere di malattia, ma perché ascoltiamo molte più cose di un tempo; più cose che vogliono attirare la nostra attenzione. Ma la ragione principale per cui non ricordiamo più tanto facilmente, è che non vogliamo farlo. Siamo stanchi di dover sempre stare attenti ad inutili dettagli.

Se gli accadimenti della vita di tutti i giorni sono abbastanza importanti, troveremo certamente il modo per tenerli a mente.

La riflessione profonda e la meditazione, possono rimuovere dalla memoria certe cose che un tempo ci sembravano importanti.

Qualsiasi cosa buona mi dirai non sarà dimenticata.

 

Charles Juliet

Le uniche strade che vale la pena imboccare sono quelle che ci conducono dentro.