R.Pellico

Ci aspettiamo troppo dal destino.

Il compito del destino è solo quello di fornire occasioni.

Prenderle, o lasciarle, tocca soltanto a noi.

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L’Età del Sogno e l’estinzione dell’uomo

di Emanuele Franz

Fonte: Ereticamente

Nel mio studio “La storia come organismo vivente” ho sostenuto la necessità di considerare la storia non come un insieme di fatti casuali ma come un tessuto vivente. La storia, tutt’altro che essere un percorso caotico, è invece un organismo vivente, che pensa e (respira). Il suo processo origina un percorso lineare andando a formare quelli che sono gli organi di questo organismo vivente, o altrimenti età della Storia, che qui vengono identificati in sette età. Queste sono: l’età dell’Essere-della Ragione-della Volontà -dell’Io-del Popolo-del Sogno e della Sapienza. Il movimento vivente della sua palpitazione determina il formarsi dei suoi organi, necessari alla sua formazione, e questa formazione lineare procede fino alla sua ultima maturità quando la storia vivente ha in sé tutte e sette le sue componenti. I sette organi così formati, le sette età della storia universale, rendono l’organismo completo e maturo. Con la scrittura, Gilgamesh e i Babilonesi, ha inizio la prima età in cui l’uomo prende coscienza dell’Essere. Con i Greci la Ragione, con i Romani la Volontà, con il Rinascimento l’Io, con la rivoluzione francese il popolo. L’Età in cui ci troviamo ora, secondo questa visione vivente della storia, è l’Età del sogno.

Oggi stiamo procedendo verso una riqualificazione dei valori, essi non hanno più un peso fondante come in età classica ma sono relativi: tutto è suscettibile di cambiamento e di trasvalutazione. Tutto è falsificabile il giorno seguente. L’opinione di un individuo, proprio perché è collettivo, non vale più di quella di un altro. L’individuo stesso e la sua interiorità stanno procedendo alla disintegrazione. Ebbene, questo processo arriverà alle estreme conseguenze portandoci al sogno. Infatti, quando l’individuo si è ridotto a nulla, allora è come se si estinguesse, come accade quando va a dormire e sogna. Quando le cose e i valori sono così relativi allora questo graduale calo di peso porterà ad annullare il peso definitivamente e le cose non avranno più una realtà propria. Tutto sarà vago e indistinto, nulla sarà più reale. La verità non si distinguerà più dalla menzogna, ma si tratterà di gradazioni maggiori o minori di una opinione, di una asserzione. Come nel sogno, appunto. In sogno propriamente non esiste una cosa falsa, tutto può accadere. Un gatto, in un sogno, può essere sia vivo che morto. Il sogno consente la liceità di ogni contraddizione. La morte non avrà più lo stesso valore. Si vivrà e morirà così, come se nulla fosse, saturi dai media che ci presentano la morte e le guerre come un gioco. Nel sogno, se siamo arrabbiati con qualcuno lo uccidiamo, tanto sappiamo che è solo un sogno. E così in quest’epoca il fidanzato ucciderà la fidanzata, così, senza nemmeno un motivo reale. Perché gli individui vivranno il fantastico, l’irreale, l’immaginario.

Le culture multietniche si imporranno, non ci sarà più l’Austriaco, il Norvegese, l’Etiope e il Cinese, ma tutti saranno indistinti e tutti gli usi e i costumi fusi assieme. Di conseguenza non ci sarà più un criterio di vera appartenenza. La precedente epoca del popolo dovrà lasciare spazio al sogno, all’estinzione dell’Io cosciente per un io addormentato che si sente parte non più di un popolo ma di un tutto indistinto e senza forma. L’ultimo baluardo che ci separa ancora da questo sogno è il corpo, lo stato naturale e l’istinto. Infatti, quando dormiamo abbandoniamo il corpo. E già in questi decenni si sta procedendo all’eliminazione degli istinti corporei, sottacendoli, livellandoli, uniformandoli. Uomini ridotti a donne, bambini educati ad essere entità sessuali prive di genere, ma anche lotta agli odori, ai peli, alle sensazioni vive del corpo. L’immagine verrà dissociata dall’esperienza del corpo. La realtà sarà virtuale e le sensazioni ricreate in laboratorio e digitalizzate, anche gli odori verranno digitalizzati e si trasmetteranno odori via etere così come oggi si trasmettono suoni e immagini. Si avrà una vera e propria assenza di sostanza, di peso, di realtà e di valore nelle cose così come avviene nel sogno.

Se intendiamo la storia metafora di un organismo e ad ogni epoca associamo un organo vero e proprio viene inevitabile associare questa epoca del sogno all’apparato digerente. Come lo stomaco, che scompone e RI assembla, anche nell’epoca in cui ci troviamo veniamo disintegrati come individui, abbiamo infinite percezioni della nostra appartenenza e si sta sgretolando non solo il senso dell’appartenenza al nostro popolo, ma anche annientando la nozione di individuo, come indivisibile, imponendosi la cultura di un uomo multiforme, sostituibile, indifferenziato. Veganesimo, utero in affitto, vaccini, teoria gender, matrimoni omosessuali, femminismo…Una sola idea sta alla base di tutti questi fenomeni apparentemente disparati: il totale annientamento del nostro stato di natura.

Noi nasciamo uomini, mammiferi, con degli istinti, e questi, tutt’altro che essere ciechi meccanismi di un barbaro retaggio della nostra origine, sono un codice che tutto sa e tutto contiene: il corpo. L’inconscio infatti ci cura, ci protegge, anche laddove la nostra ragione e la nostra coscienza falliscono. È il corpo a farci vomitare se mangiamo un veleno, è il corpo a ritrarci di scatto se il fuoco ci brucia, è sempre il corpo che ci fa dormire, mangiare, unirci al nostro partner di un altro sesso, per universali leggi cosmiche che mantengono un globale equilibrio. Nella metafora della storia come organismo il Corpo è la Pietra, “visita interior terrae” visita la terra interiore; è Tempio. Nel corpo c’è tutto, tutta la conoscenza, tutta la sapienza, tutta la Verità di cui l’uomo ha bisogno, e che amaramente nessuno è capace di ascoltare. E sappiamo molto bene che questa società ci sta allontanando dal corpo. Il pericolo immane di questa epoca è il livellamento ontologico di ogni essere con ogni altro essere. Dall’iniziale desiderio di libertà sgorgato con gli ideali di uguaglianza e fraternità si sta procedendo verso la schiavitù operata in nome di questi stessi ideali. Si tratta di un demone, nel senso greco del termine, che spinge inconsapevolmente l’intera umanità verso quelle forze ctonie che vogliono l’eguaglianza di tutti con tutti, di tutto con tutto, uguaglianza di essere venduti, comprati e sopraffatti, giacché laddove scompare la differenza fra un individuo e l’altro cessa anche la sua libertà. Il concetto di uguaglianza è di fatto il più grande attentato alla libertà umana perché è nell’interesse del boia far credere alla vittima di essere suo uguale, è nell’interesse del carnefice far sì che chi soccombe non distingua più il suo nemico da suo fratello.

L’uomo può elevarsi solo nella misura in cui gli è concesso teoricamente e ontologicamente di essere superiore a qualcos’altro. Nell’uguaglianza non c’è nessuna elevazione, né alcuna liberazione. Oggi la legge punisce chiunque sostenga, inciti o diffonda idee legate alla superiorità razziale, etnica, religiosa, o legata all’orientamento sessuale di una persona, o un gruppo di persone su altre. Ma tutto ciò è un esproprio linguistico e una sostituzione anzitutto concettuale, per eradicare dalla nostra mente il concetto superiore/inferiore. In sostanza io non posso nemmeno dire che Einstein era superiore a me in fatto di intelligenza. Di questo passo l’operazione orwelliana sarà estendersi anche alle entità inanimate ed essere puniti solo per affermare che il cielo è “superiore” alla terra”. Inferiore significa appunto infero, inferus, legato alla terra. Non c’è nessuno spregio nell’essere inferiore, appunto, significa solo legato alla terra. Tutto in natura è superiore e inferiore e l’ideologia dominante di questa epoca vuole annientare la natura. Viviamo oggi nella notte più lunga dell’Essere. L’oscurità della ragione cui sprofonda l’intera umanità, il buio metafisico cui s’inabissa l’uomo morente. Ma noi sappiamo che quando già si sente l’odore della putrefazione divina ecco che il sole resuscita dalla sua stessa carcassa. Per questo crediamo che oggi ci sia ancora speranza di uscire da questa epoca di morte.

Occorre spingerci dalla parte opposta rispetto alle tendenze culturali e politiche dominanti. In Natura il cielo sta sopra la terra e non viceversa. Occorre sentire la necessità di riportare la sede del Potere politico dove è giusto che debba stare: in alto, nel cielo. L’uomo della conoscenza, il filosofo, deve rendersi conto che la terra non può governare il cielo e tutti quelli che sono chiamati alla Sapienza devono sentire questa necessità: la necessità di una Azione politica. La conoscenza, se non è applicata nella vita quotidiana, nelle scelte di ogni giorno, nei rapporti con gli altri, diventa sterile. La Conoscenza per necessità deve avere una applicazione Politica. Noi crediamo pertanto che sia della massima importanza storica quella di tracciare le linee per la fondazione di un nuovo Governo per gli uomini, di un Governo retto da Filosofi, che seguano il Principio solare.

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MEISTER ECKHART, 1260 – 1328

La gente pensa troppo a ciò che deve fare e troppo poco a quel che deve essere.

Teologo e religioso tedesco.

DALLA NUOVA ZELANDA UNA LEZIONE DI CIVILTÀ

A sei anni dalla legalizzazione della prostituzione in Nuova Zelanda, l’esperimento sembra aver dato risultati largamente positivi.

Mentre sul finire del secolo scorso l’Europa invertiva sorprendentemente la marcia, e vedeva paesi “avanzati” come la Norvegia e la Svezia proibire di fatto il mercato del sesso, la Nuova Zelanda del 2003 stupiva il mondo, equiparando l’attività delle case chiuse ad una qualunque altra attività commerciale, riconosciuta e regolamentata dallo stato fin nel minimo particolare.

Oggi la prostituta neozelandese è protetta da un contratto di lavoro alto 50 pagine, che specifica esattamente quali siano i suoi diritti, e quali siano gli obblighi nell’ambito della pratica professionale. Primi fra tutti l’obbligo per il cliente di utilizzare il preservativo in qualunque attività di tipo sessuale, l’imposizione di stretti controlli di tipo sanitario, e soprattutto il diritto della prostituta di rifiutare un cliente, se non le va, senza per questo dover subire minacce, ricatti o violenze di alcun tipo.

In fondo si tratta di un accordo commerciale come qualunque altro, per cui è evidente che ambedue i contraenti debbano essere d’accordo.

Ma soprattutto, da quando c’è stata questa innovazione, si è assistito in Nuova Zelanda al progressivo rinsecchimento dell’intero ramo di malavita che normalmente ruota attorno alla prostituzione.

Il business della prostituzione, unito a quello del gioco d’azzardo, ha sempre rappresentato una delle accoppiate più redditizie nella storia della malavita, al punto che con l’avvento del proibizionismo il boss di Chicago John Colosimo non volle nemmeno saperne di mettersi a trafficare con bottiglie piene di birra puzzolente: aveva costruito un’Impero su azzardo e prostituzione, era l’imperatore indiscusso della città, e nulla avrebbe potuto spostarlo di un millimetro da quella posizione. Talmente restìo si dimostrò Colosimo ad abbandonare la vecchia strada per la nuova, che i capofamiglia di New York dovettero mandare a Chicago un certo Alfonsino Capone perché lo facesse fuori e prendesse il suo posto.

Stessa cosa dicasi per gli imperi mafiosi di Cuba o di Las Vegas, che senza la prostituzione non sarebbero mai nemmeno comparsi sulla mappa geografica del mondo.

Con la legalizzazione del mestiere invece non è più possibile ricattare una donna, obbligandola a prostituirsi per due lire, quando questa può guadagnare cifre superiori lavorando alla luce del sole, protetta dalla legge e dalle stesse istituzioni che una volta la perseguitavano.

A questo punto viene da domandarsi se per caso non ci sia un secondo fine dietro alla filosofia moralista e bacchettona, da noi molto diffusa, che sostiene di voler combattere la prostituzione “perché è un vizio immorale, che si nutre dello sfruttamento degli esseri umani “, quando di fatto, rendendola illegale, crea proprio i presupposti per quello sfruttamento.

Qualcuno forse ricorderà la vicenda della ragazza nigeriana, costretta prostituirsi per diciotto ore al giorno nella civilissima Torino.

E visto che ci siamo, proviamo a spingerci ancora più in là, e domandiamoci se per caso lo stesso moralismo ipocrita e bacchettone che sostiene di voler combattere anche la droga “perché è immorale e rende schiava la nostra gioventù”, non la voglia tenere fuori legge proprio per mantenere i presupposti di quella schiavitù.

Anche perché nel frattempo il traffico mondiale della droga è indispensabile ai servizi segreti di mezzo occidente per finanziare le loro sporche – ma costosissime – operazioni “sotto copertura”, mentre se legalizzi il mercato della droga i prezzi crollano, e finisce che con un quintale di oppio ti compri al massimo una pistola ad acqua.

 

Dovunque trovi il moralismo bacchettone, stranamente, trovi anche corruzione, crimine e furto del pubblico denaro, mentre con la “pericolosa liberalizzazione dei costumi” trovi solo il rispetto delle leggi e del fondamentale diritto dell’essere umano di fare quel cavolo che gli pare, senza dover più chiedere il permesso a nessuno.

Autore:  Massimo Mazzucco

Note sulla filosofia araba, dagli inizi ad Avicenna. Secoli IX-XII. Parte 1

di Matteo Rossi

Fonte: Centro Studi La Runa

Il mondo arabo, tutt’altro che marginale rispetto agli influssi delle dottrine greche, aveva già assimilato molto prima del XII secolo la scienza dell’Ellade e la sua filosofia, speculazioni che per il resto dell’occidente continuavano ad essere sconosciute perché dimenticate per mancanza di trascrizioni dal greco delle opere antiche. La filosofia araba appariva ai pensatori occidentali come la manifestazione stessa della ragione, e quindi una chiave nuova (ma che si ancorava a principi eterni e immanenti) per l’interpretazione del mondo nella sua totalità. La filosofia occidentale aveva in comune molti tratti con l’approccio metodologico del mondo arabo, ma in special modo la natura stessa del suo problema di origine: anche la filosofia araba infatti era una scolastica. Vi era cioè il tentativo di trovare una via d’accesso razionale (e quindi umana, terrestre) alla verità rivelata (uranicasuperna), e la verità di cui si parlava nel Corano aveva molti tratti in comune con quella cristiana; per di più, come nell’ambito cristiano, la filosofia araba si nutrì e visse in seno al neoplatonismo e all’aristotelismo[1]. Il principio di necessità sarà basilare per le idee e la visione del mondo arabo: Al Farabi, Avicenna e Averroè sono tutti devoti aristotelisti. La necessità (anankè, presente già nel dramma e nell’epos teatrale greco) domina il mondo divino e quello mortale, e ad essa non sfugge il mondo delle cose finite che è necessario non di per sé ma per la sua dipendenza da Dio; né gli sfugge la volontà umana, dominata da una catena causale. Una volta che la scolastica latina riceverà ed assimilerà la lezione araba sull’aristotelismo, dovrà effettuare il principio di sottrarlo al principio di necessità, sostituendo ad esso il principio di contingenza che permetta di comprendere e motivare la libertà creativa di Dio e il libero arbitrio dell’uomo.

Le prime traduzioni arabe delle opere di Aristotele furono dovute però a dotti cristiani siriani o caldei, che praticavano la medicina e la chirurgia con la stessa devozione con la quale componevano inni all’amore filosofico e mappavano precisissime carte stellari, adottate nella tecnica per le navigazioni e l’architettura, e che vivevano come medici alle corti dei califfi; il precursore fu il grande Haroun El Rashid (785-809), amico[2] di Carlo Magno e dell’impero dei franchi, mecenate dell’opera “Le mille e una notte”; da lui in poi si diffondono i Mutakallimum (‘disputanti’). L’affermazione fondamentale di questi filosofi fu la novità e la discontinuità del mondo, che rende necessaria la presenza di un Dio creatore. Essi adotteranno la dottrina atomica di Democrito, che conoscono dalla esposizione che ne fa Aristotele. Gli atomi, essi dicono, non hanno né quantità né estensione, e sono creati da Dio sempre che egli lo voglia. Le cose dunque risultano dall’aggregazione degli atomi e le loro qualità non dovrebbero poter durare in due istanti, cioè in due atomi di tempo, se Dio non intervenisse continuamente a crearle. Quando Dio cessa di creare le cose, le loro qualità e gli atomi stessi cessano di essere semplicemente. La discontinuità dunque rende possibile e necessaria l’incessante azione creatrice del superiore garantendo la libertà stessa della creazione ovvero dell’inferiore e materico. A rafforzo di questa tesi i Mutakallimum negavano la relazione di casualità tra le cose. Le cose create non hanno tra loro relazione di causa né di effetto. Il fuoco ha l’abitudine di allontanarsi dal centro della terra e di produrre calore; ma la ragione non si limita di ammettere che il fuoco potrebbe muoversi verso il centro e produrre freddo, pur restando fuoco. I nessi causali non hanno alcuna necessità intrinseca, poiché stabiliti unicamente da Dio, che può essere causa prima e causa agente ed efficiente, producendo direttamente tutti gli effetti nel creato. Un altro filosofo che visse alla corte di Bagdad ove morì nell’anno 873[3] fu Al Kindi, autore di numerosi commenti aristotelici. Segue da vicino le dottrine dell’aristotelico Alessandro di Afrodisia[4], che enumera in quattro intelletti:

  1. il primo intelletto è quello sempre in atto;
  2. il secondo è potenza nell’anima;
  3. il terzo è quello che nell’anima passa dalla potenza alla realtà effettiva;
  4. il quarto è intelletto dimostrativo (per Aristoteleassimilato ai sensi, poiché il senso più vicino alla verità e in comunicazione costante con essa).

L’aristotelismo arabo che porta avanti Al Kindi attribuisce a Dio e all’intelletto l’iniziativa di conoscenza dell’uomo. Egli scrive che “L’anima è intelligenza in potenza: diviene intelligente in modo effettivo per l’azione del primo intelletto, quando volge il suo sguardo verso di esso. Quando una forma intellegibile si unisce all’anima, questa forma e l’intelligenza dell’anima divengono una sola e medesima cosa, che è nello stesso tempo ciò che conosce e ciò che è conosciuto. L’intelletto è però sempre in atto[5]. La suddivisione tra l’intelletto attivo (il divino) e quello in potenza (umano) è tipica e diverrà comune nel pensiero arabo successivo.

Al Farabi fu invece il filosofo peripatetico, matematico e medico; morì nella città della pace (traduzione per Bagdad) nel 950; egli perpetua un discorso sull’essenza e l’esistenza che ritroveremo anche in San Tommaso. L’esistenza, si chiede Farabi, è forse il substrato ricettivo della forma, e quindi la possibilità della forma stessa? Forse, si risponderà, l’esistenza funzionerà semmai da materia per l’essenza, essendo mirabile dimostrazione del divino nel contingente. Quindi una cosa in funzione dell’altra, necessità intrinseca di sé stessa. Quindi, in seconda analisi, tutto ciò che esiste è o possibile o necessario. Se si afferma che una cosa dotata di esistenza possibile non esiste, non si enuncia un’assurdità, poiché per ricevere l’esistenza essa necessita di una causa prima (il motore immobile). L’essere necessario è unico e nessun altro all’infuori di lui possiede vera sostanza, poiché esso sfugge a tutte le categorie e a tutte le distinzioni. Esso non è né forma né essenza, ma le comprende entrambe. È l’atto più puro del pensiero, nella sua purezza, come oggetto pensante.  Distinguerà inoltre tra essere necessario ed essere possibile, concetto duale fondamentale per tutto il pensiero successivo anche scolastico. Dall’essere necessario e precisamente dall’atto con cui l’essere necessario pensa sé stesso (secondo lo schema plotiniano) nascono, secondo Al Farabi, i vari intelletti, che stanno fra loro come la materia -forma-potenza-atto. Vediamoli brevemente:

  • Dall’essere necessario nasce il primo intelletto (il quale conosce sé stesso e il necessario)
  • In ragione del fatto che conosce sé stesso, produce un secondo intelletto;
  • Conoscendo sé stesso (si potrebbe dire elevato alla seconda) crea il primo cielo, che è l’anima.

In questo modo, via via la creazione e la stessa consapevolezza di sé si va via via dipanando e prendendo forma; la consapevolezza dell’essere che conosce se stesso sarà fondamentale per la formulazione del concetto stesso di superiore e di oltre[6].

Avicenna (Ibn Sina) nacque in Persia, ad Asfana nel 980. Giovane precoce e geniale, a diciassette anni era già medico personale del principe di Bokhara, che fu da lui guarito e da quest’ultimo colmato di favori. Si racconta che alla domanda riguardo la ricompensa desiderata, che poteva comprendere ricchezze immense e cariche politiche, egli rispose che desiderava soltanto l’accesso illimitato alla biblioteca reale, tra le più grandi dell’Asia.

Il suo Canone[7] fu il libro più studiato dai medici di tutta l’Europa medievale; tramite il suo lavoro di commentario e di traduzione, tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo l’opera di Aristotele fu rapidamente conosciuta nel continente europeo[8]. Il principio della speculazione di Avicenna è, come quella di Al Farabi, la necessità dell’essere; tutto l’essere, in quanto tale, è necessario. Nella Metafisica scrive “Se una cosa non è necessaria in rapporto a se stessa, bisogna che sia possibile in rapporto a se stessa, ma necessaria in rapporto ad una cosa diversa[9]. L’esistenza in atto è quindi sempre necessità; il possibile rimane tale fino a quando non ha esistenza in atto: quando la riceve, riceve al tempo stesso la necessità. Ciò implica che ogni possibile esige e richiamo essere necessario alla sua esistenza attuale. L’essere è necesse-este, ‘necessario’ precipuamente, ed è alla base della distinzione di Avicenna tra il reale dell’essenza e l’esistenza (concetto cardine della scolastica e del tomismo). Egli fu anche il filosofo della necessità assoluta; nulla per lui si sottrae al principio che ogni essere è necessario: neppure la volontà umana. Le decisioni della nostra volontà devono avere una causa, come tutto ciò che passa dall’essere dalla semplice possibilità. Gli avvenimenti celesti sono chiaramente interconnessi a quelli terrestri, e i secondi guidati dai primi, senza possibilità di scambio di ruoli.

Nel campo poi dell’antropologia scrisse che ciò che distingue gli animali dotati di ragione da quelli che ne sono privi è il potere di conoscere le forme intelligibili. Questo potere è l’anima razionale che si può chiamare anche intelletto materiale, perché vincolata al corpo; esso è detto anche intelletto in potenza, proprio perché limitato e non ancora sviluppato dalla consistenza materica. L’intelligenza in potenza sarebbe riscontrabile soltanto nei bambini, che ancora non hanno sviluppato strutture complesse di ragionamento; tali principi sarebbero le verità elementari come ‘il tutto è maggiore della parte’ e ‘due contrari non possono simultaneamente appartenere ad un’unica cosa ’. Da queste semplici considerazioni, il pensiero inizierebbe la sua conoscenza diacronica delle cose, in modo perenne e costante per velocità e volontà di immedesimazione con il mondo fenomenico.

Avicenna si avvicinerà al Neoplatonismo riguardo l’immortalità dell’anima; scrive infatti che “quando l’anima sarà separata dal corpo, la continuità che unisce l’anima con l’essere che la perfeziona e da cui essa dipende non sarà soppressa. L’unione continua con la realtà, da cui essa deriva la sua perfezione e da cui dipende, mettendo l’anima al sicuro da ogni corruzione. L’anima rimane dunque dopo la morte immortale, costantemente, dipendendo da quell’altra sostanza che si chiama Intelletto Universale e che i dottori delle diverse religioni chiamano sapienza di Dio[10]” Riporta così l’immortalità, come la santità e la sapienza alla diretta azione dell’intelletto divino, e cioè dell’essere necessario. Poiché l’essere è necessario lo è anche il bene, e la felicità dell’uomo consisterebbe nella contemplazione dell’essere necessario. Avicenna parla poi frequentemente dei un amore che, in conformità alle concezioni aristoteliche, tende al fine supremo, contemplazione nel saggio dell’essere necessario. In ultima analisi, Avicenna specificherà che sia la via mistica che quella filosofica inseguono lo stesso obiettivo (ovvero la conoscenza dell’essere in quanto motore primo), ma entrambe si oppongono alle forme popolari del culto religioso, che tuttavia è dovere morale del sapiente non disprezzare[11].

Ebbe una vita molto avventurosa e travagliata, scampando a tumulti scoppiati nella città dove insegnava e dove aveva iniziato a scrivere il suo Canone di Medicina. Dopo aver influenzato pesantemente l’interpretazione filosofica degli successivi[12] cinque secoli, morì nel 1037. Cadde ammalato durante una campagna militare nelle province remote, al seguito del suo mecenate il principe di Hamadan, che lo aveva nominato Gran Vizir, dopo una breve ma intensa vita fatta di studio forsennato, dedizione al sapere, e uno spassionato amore per le donne ed il vino.

Note

[1] N. Abbagnano, Storia della Filosofia. La filosofia antica, la patristica e la scolastica, Utet, Torino 1993, pag.483.

[2] F. Prinz, Da Costantino a Carlo Magno, la nascita dell’Europa, Salerno Editrice, Roma 2004.

[3] E fu anche matematico, astronomo, medico, musicista e teorico politico.

[4]Alessandro discernerà tra le altre cose l’intuizione stoica della penetrazione dei corpi gli uni negli altri, specie riguardo alla divinità, il fuoco eterno che penetra e avviva il mondo intero, a differenza del νοῦς (“intelletto”) aristotelico, separato da questo e immobile. Andrà a riaffermare la libertà del volere, insegnata da Aristotele, contro la necessità degli stoici e degli atomisti, che comunque nel campo puramente etico ammettono anch’essi una certa libertà d’azione. Egli, tuttavia, è soprattutto l’esegeta per eccellenza di Aristotele, uno dei primi commentatori in assoluto. Dei suoi commentarî genuini si conservano quelli al I libro degli Analytica priora, alla Topica, alla Metereologia, al De sensu, ai libri I-V della Metafisica. L’interpretazione da lui data dell’”intelletto” aristotelico, gli ha assicurato un posto considerevole nella storia della filosofia, e ha dato origine alla scuola degli Alessandristi (v.).

[5] Citato in H.Corbin, Storia della filosofia islamica, Adelphi, Milano 1991.

[6] Si pensi soltanto all’importanza data in ambito orientale- Buddhista alla conoscenza del Sé, il Sé che incontra Sé stesso, o in oppositorum nel tantrismo il Sé che uccide il Sé. La conoscenza dell’essere in quanto essere è centrale nelle concezioni tradizionali dell’esistenza; ricordo in ultima analisi Meister Eckhart, che in un dialogo si chiedeva la differenza ontologica tra sé stesso ed una pietra. La risposta era sempre di tipo conoscitivo: Anche la pietra è Dio. Ma essa non sa di essere Dio. Pertanto rimane un sasso, un divino sasso ma pur sempre sasso.

[7] Stampato in italiano con il nome di ‘Libro della guarigione’, in realtà sotto capitolo al canone; Avicenna, Libro della guarigione, Utet, Torino 2015.

[8] Gerardo di Cremona tradusse il Canone, mentre Domenico Gundisalvi e il rabbi Avendeath tradussero la Logica, la Fisica, la Metafisica, arrivando così al nocciolo delle disquisizioni aristoteliche.

[9] Avicenna, Metafisica, Bompiani, Milano 2002, II, 1-2.

[10][10] N. Abbagnano, Storia della Filosofia. La filosofia antica, la patristica e la scolastica, Utet, Torino 1993, pagg.493-494.

[11] Chiara allusione alla distinzione aristotelica del sapere, in dottrine esoteriche ed exoteriche: due cose distinte per due auditori distinti.

[12] Citato sempre da tutti i dotti del medioevo cristiano compresi i padri della chiesa; fu indicato come ‘L’Aristotele arabo’.

 

I detti eleganti dei Lama

IMG20121017170622856_900_700Quando la gallina è tranquilla produce molto frutto, quando il pavone è in riposo ha una meravigliosa coda.
Il cavallo mansueto ha il passo veloce, la quiete di un uomo santo è indizio della sua saggezza.

Il folle proclama le sue doti, il saggio le tiene segrete in se stesso.
Un filo di paglia galleggia sull’acqua, la gemma preziosa abita nel fondo.

La mente limitata fa queste distinzioni: “questo è il nostro amico, quello il nostro nemico”
La mente aperta ha simpatia per tutti.

L’uomo eccellente è invariabile in tutte le sue parti come un metallo prezioso, l’uomo volgare oscilla come i piatti di una bilancia.

Quando vuoi intraprendere un’opera grande, cerca di avere un compagno degno di fede, se vuoi incendiare un bosco ti è necessario l’aiuto del vento.

La scienza che addestra alle arti ed ai mestieri è conoscenza per guadagnarsi da vivere, la scienza che addestra alla liberazione dall’esistenza mondana è la sola vera scienza.

Gli insegnanti sono come le increspature sull’acqua, presto scompaiono, i saggi sono come le incisioni sulla pietra, il loro più piccolo gesto è incancellabile.

L’amore produce la messe nella prossima rinascita, la castità è la madre della felicità umana, la pazienza è l’ornamento di tutti.

La laboriosità è la guida di ogni risultato, la meditazione chiarifica la mente nebulosa, L’intelligenza è l’arma che sconfigge ogni nemico.