BUDDHA

VOI SIETE GLI ARTEFICI DELLA VOSTRA CONDIZIONE, PASSATA, PRESENTE E FUTURA.

LA FELICITA’ O LA SOFFERENZA DIPENDONO DALLA MENTE, DALLA VOSTRA INTERPRETAZIONE,

NON DIPENDONO DAGLI ALTRI, DA CAUSE ESTERIORI O DA ESSERI SUPERIORI.

OGNI PROBLEMA E OGNI SODDISFAZIONE È CREATA DALLA VOSTRA MENTE

Ivan Aleksandrovic Goncarov

Si può imparare a vivere?

Evita qualsiasi frenesia, lascia che i tuoi giudizi smascherino la stupidità.

Ridi, ma senza fretta.

 

Culti e religiosità degli antichi Liguri

DI ALBERTO LOMBARDO

Nel lontano anno 1868 venne pubblicato a Genova un libro sulla religiosità degli antichi Liguri, che è rimasto quasi unico nel suo genere. Si tratta de Le teogonie dell’antica Liguria dell’avvocato Emanuele Celesia. Nel volgere di quasi un secolo e mezzo lo stile espressivo della nostra lingua è talmente mutato che la lettura di quel libro ci risulta un po’ difficoltosa; eppure esso è ancor oggi un passaggio obbligato per studiare la religiosità dei Liguri.

Celesia aveva una vasta cultura e si era studiato con accuratezza le fonti storiche latine e greche; inoltre utilizzava un metodo intelligente, quello cioè di intersecare i documenti letterari con i dati relativi al folklore, alle tradizioni popolari, alle credenze locali e agli usi delle campagne ancora esistenti ai suoi tempi. A ciò univa buon senso e intuizione: riuscì così a delineare un quadro della religione dei Liguri abbastanza accurato e non troppo fantasioso.

Nel suo libro Celesia si occupava in primo luogo del culto della natura presso i popoli italici, individuando la figura suprema nel dio-luce (lo Jupiter dei Latini, che deve il suo nome all’indoeuropeo “dio-padre”). Grande importanza rivestiva presso i Liguri uno speciale culto delle vette, attestato in particolar modo nella zona del Monte Bego, come del resto quello di boschi e alberi, “fenomeni aerei e plutonici”, divinità dei flutti e dei mari. Inoltre vi erano particolari animali “sacri” o emblematici (cosa che avveniva presso molti popoli antichi, per esempio tra i Celti). Infine un ruolo religioso assai importante ebbero le “primavere sacre”, migrazioni di giovani che andavano a fondare nuove colonie in terre remote.

Per quanto riguarda le divinità dell’antica Liguria, Celesia riconosceva la difficoltà di trattare l’argomento, per via della scarsità di notizie nelle fonti storiche; per lo più vi erano dunque divinità di cui si perse il nome, ma almeno su alcune era possibile congetturare. Certamente su Penn, il dio che i Romani avrebbero tramutato in Giove Pennino e che era probabilmente legato al culto delle vette; il dio Belen, Belino o Abeglio, che ebbe certo un corrispondente celtico, e che è sopravvissuto nell’intercalare dialettale genovese; e poi vari dei con caratteristiche del tutto affini a quelle di loro corrispondenti venerati da altri popoli.

«Presso un popolo agricola come quello della valle padana ogni atto della vita rurale doveva rivestire un carattere di festività in onoranza di quella arcana virtù che fecondava le mandrie ed i campi; quindi la vendemmia, la seminagione, la mietitura suonavano d’inni d’esultanza e di azioni di grazie a quelle deità che le prosperava». Cerimonie e riti, secondo il Celesia, avevano uno stretto legame col ciclo dell’anno, occupando in modo caratteristico altri momenti importanti come il matrimonio (presso i Liguri la donna godeva di importanza e autonomia), gli usi funerari, i sacrifici rituali e via dicendo.

Quello di Celesia sarebbe un buon libro da riscoprire oggi da parte di qualche saggio editore, ovviamente con tutti gli opportuni aggiornamenti.

 

Tratto da La Padania del 18 dicembre 2003.

Fonte: Centro Studi la Runa

La Donazione di Costantino, bugia dalle gambe lunghe

Smascherato da Lorenzo Valla nel 1440, il falso documento su cui per secoli la Chiesa fondò il proprio potere temporale ha fatto la storia più di tanti documenti veri

Ludovico Ariosto suggeriva di cercarla sulla Luna. Era lì, secondo la fantasia del poeta, che era andata a finire la Donazione di Costantino, il falso decreto imperiale che legittimava il potere temporale della Chiesa. Quando il paladino Astolfo va alla ricerca del senno di Orlando, si ritrova in una misteriosa valle lunare che custodisce quanto sulla Terra è andato perduto. Ci sono le lacrime e i sospiri degli amanti, la gloria e le corone degli antichi re. In mezzo, svetta una montagnola di fiori marci. A questo, secondo il poeta, si era ridotta la celebre Donazione: una cianfrusaglia lunare. Destino favoloso e irreale, per un testo che è l’apoteosi del falso. Un falso che ha fatto la storia più di tanti documenti veri.

Dal Medioevo in poi, tutte le volte che si discuteva il potere temporale della Chiesa, si finiva sempre per tirare in ballo la Donazione. Sono solo tremila parole, eppure hanno per secoli impegnato Papi e imperatori, filologi e giuristi, poeti e profeti. Il testo si presenta come una lettera dell’imperatore Costantino che prima racconta le circostanze (false anche queste) della sua conversione al cristianesimo e poi conferisce alla Chiesa una serie di privilegi: il Papa potrà rivestire la porpora imperiale, Roma avrà il primato su tutte sedi ecclesiastiche. E, soprattutto, avrà un suo regno terreno: Costantino regala al papato il dominio sull’Italia e su tutte le regioni occidentali dell’impero.

L’insigne umanista Lorenzo Valla non dovette faticare troppo per smascherare il falso. La Donazione, per esempio, attribuisce a Roma il primato su Costantinopoli. Ma com’è possibile, argomenta Valla, se Costantinopoli fu fondata solo nel 330, mentre il documento si pretende datato al 313? Valla era noto per il suo caratteraccio. Con la scusa della filologia, spara bordate durissime contro il papato. Il suo pamphlet, scritto nel 1440, è comunque passato alla storia come un modello di metodo filologico. Un frutto virtuoso dell’umanesimo, dove i lumi della ragione disperdono le leggende del Medioevo.

Il veleno del diavolo

In realtà, l’imperatore Ottone III aveva denunciato la Donazione come un falso già nell’anno 1001. L’aveva attribuita al diacono Giovanni, un dignitario ecclesiastico soprannominato «il monco», perché, in seguito a un’accusa di tradimento, gli erano stati mozzati il naso, la lingua e due dita della mano. Probabilmente la Donazione non è uscita dalle mani monche di Giovanni. Ma il vero autore è ancora ignoto. Forse gli autori furono più d’uno, forse il testo è stato riscritto e modificato in diverse occasioni, a partire da una prima versione databile all’VIII secolo.

Quello che è certo, è che il papato intuì la formidabile forza propagandistica della Donazione. Ancora nel 1493, infischiandosene della filologia del Valla, papa Alessandro VI, lo spregiudicato Roderigo Borgia, ritirò fuori la Donazione. La usò per rivendicare alla Chiesa il diritto di spartire tra Spagna e Portogallo le nuove isole scoperte l’anno prima da Cristoforo Colombo: se Costantino aveva concesso ai Papi il dominio su tutte le terre a Occidente di Roma, è ovvio che nel lascito rientrava anche l’America! Viceversa, i riformatori religiosi e i pauperisti che volevano riportare il cristianesimo alla purezza originaria deprecavano la Donazione. La consideravano un dono avvelenato, che aveva inquinato la Chiesa, contaminandola con i beni mondani. Per questo, si raccontava, quando fu annunciata la donazione, si udì la voce del diavolo che gridava trionfante: «Oggi ho infuso il mio veleno nella Chiesa». Un punto di vista che influisce anche su Dante, il quale, pur ritenendo la Donazione genuina, la giudicava un errore e una sciagura.

La leggenda del miracolo

La Donazione è come una scatola cinese: un falso che ne contiene molti altri. Il testo, per esempio, inventa un profilo di Costantino che è del tutto immaginario. Il biografo più attendibile dell’imperatore, Eusebio di Cesarea, scrive che Costantino si convertì al cristianesimo solo sul letto di morte. Viceversa, la Donazione narra una vicenda del tutto favolosa: un miracolo avrebbe portato fin dall’inizio l’imperatore sulla via della vera fede. A Costantino, ammalato di lebbra, i sacerdoti pagani avevano consigliato di ammazzare un congruo numero di bambini e poi farsi il bagno nel loro sangue. Ma i santi Pietro e Paolo appaiono in sogno all’imperatore e gli indicano un diverso lavacro purificatore, quello del battesimo. Costantino accetta di farsi cristiano e riemerge guarito dal fonte battesimale.

È falsificata pure la figura di Silvestro, il Papa a cui Costantino si rivolge nella Donazione. I documenti storici lo delineano come una figura scialba. Ma nella leggenda, accreditata dalla Donazione, Silvestro svetta come un gigante della fede. Ed è anche merito della Donazione se si è consolidato il culto di Silvestro come santo: quel santo che ancora oggi celebriamo nei veglioni di fine anno, il 31 dicembre, giorno della sua morte nell’anno 335.

Lutero indignato

La Donazione, insomma, sarà pur finita tra le cianfrusaglie lunari, come immaginava Ariosto. Ma, anche dopo essere stata smascherata, ha continuato a fare sentire i suoi effetti. Nel febbraio del 1520, a Wittemberg. un monaco tedesco legge avidamente le pagine di Lorenzo Valla, appena stampate in Germania. S’indigna per quella truffa colossale, per la bugia su cui è fondato il potere della Chiesa di Roma. «Non ho più alcun dubbio che il Papa sia l’Anticristo», scrive subito dopo a un amico. Quel monaco si chiamava Martin Lutero. La falsa Donazione continuava a fare la storia.

GIORGIO IERANÒ

Fonte:

http://www.lastampa.it/2015/09/02/cultura/la-donazione-di-costantino-bugia-dalle-gambe-lunghe-i6m7azj5kSbQdtgDceB18H/premium.html

J. Martin Kole

Nessuno ci fa del male. Siamo noi che ci facciamo del male perché facciamo cattivo uso del grande potere che abbiamo, il potere di scegliere.

 

(da ” Il terzo orecchio ” del 24 Giugno 2016 )

Nell’universo non esiste né tristezza né paura.

Grazie ABRAX

 

Il magico culto delle Vestali

Di Stefano Mayorca

Fonte ERETICAMENTE

Tra riti che si svolgevano nella Roma pagana, ritroviamo quelli dedicati a Vesta. E’ interessante notare a riguardo che il ruolo della sposa, quale custode del fuoco sacro, venne istituzionalizzato creando le Vestali, le sacre sacerdotesse votate al culto della dea. Si trattava di giovani fanciulle di rango patrizio, scelte nell’età tra i sei e i dieci anni, che venivano consacrate dal Pontefice massimo e che dovevano fare voto di castità. Il loro servizio durava trent’anni: dieci impiegati nell’apprendistato, dieci nell’esercizio delle funzioni sacerdotali e, infine, dieci nell’istruzione delle nuove Vestali.

Il tempio che ospitava le sacre vergini era di forma doppiamente circolare (un altro tempio semplicemente circolare era quello di Ercole nel Foro Boario), l’unico con tale caratteristica esistente a Roma. Il suo aspetto non era casuale. Al contrario, in esso sono ravvisabili remote simbologie provenienti dall’India e legate all’antichissima religione vedica, che disponeva il fuoco nell’area sacra (quella destinata ai sacrifici) tenendo conto dei rapporti cosmologici. In tale contesto era di fondamentale importanza la presenza di tre fuochi (il numero 3 è legato anche alla Trimurti indiana e alla Trinità ermetica), due principali ed uno secondario. Il primo di quelli principali doveva essere acceso mediante lo sfregamento di un legno oppure veniva prelevato da un altro fuoco sacrificale: le sue erano le fiamme sacre per eccellenza. Il focolare o tempio circolare inoltre, rappresentava la Terra che secondo la dottrina filosofico-religiosa era rotonda. Il secondo fuoco principale, invece, era destinato alle offerte e il fumo che da questo sprigionava salendo in alto, verso il cielo, faceva giungere agli dei l’omaggio degli esseri umani. Così, lo splendido tempio di Vesta, non era altro che un gigantesco focolare, che attraverso la sua rotondità contrastava con gli altri edifici di culto a forma quadrata, dando vita ad una contrapposizione tra Cielo e Terra. Possiamo dire in tal senso che quello di Vesta, più che un tempio era una casa sacra o ades sacra secondo la concezione dei romani, in perfetta osmosi con la filosofia religiosa indiana.

Ma torniamo ad occuparci delle Vestali, le custodi de fuoco sacro. Come abbiamo visto, il loro sacerdozio durava trent’anni, passati i quali avevano facoltà di lasciare il tempio e anche di sposarsi. Le sacerdotesse di Vesta vivevano nel cosiddetto Atrium Vestae, collocato accanto al tempio rotondo della dea nel Foro Romano, ma comunque avevano la possibilità di uscire e di rientrare in un tempo stabilito. La cerimonia d’iniziazione, che le consacrava alla dea, merita particolare attenzione visto che cela in sé particolari usanze. L’iniziazione ai misteri avveniva nell’Atrium. Qui si svolgeva l’inauguratio, la consacrazione della novizia che consisteva nel taglio sacro dei capelli, appesi in un secondo tempo ad un albero antichissimo (secondo Plinio quella pianta aveva almeno 500 anni). In seguito, la fanciulla indossava una veste candida simbolo della purità e dell’iniziazione. Dopo questa fase la vestale assumeva il nome di Amata, ed era pronta per mettersi al servizio della sacerdotessa più anziana, la Maxima. In quel luogo sacrale, dove ardeva il fuoco perenne, si conservavano anche degli oggetti sacri e arcani (pignora imperii), conosciuti solo dalle Vestali e dal loro capo spirituale, il Pontefice massimo. Si trattava con ogni probabilità dei Penati, Numi tutelari della casa e demoni custodi degli insediamenti umani, intimamente legati al culto del fuoco sacro di Vesta nel cui tempio avevano il proprio scomparto, il Penus. Oltre ai Penati vi era anche il Palladio, (scultura che raffigurava la dea Atena nell’atto di levare in alto lo scudo e la lancia). Gli oggetti cultuali in questione, sorvegliati dalle sacerdotesse vergini, furono salvati (così vuole la tradizione), da Enea durante l’incendio di Troia e portati nel Lazio.

Le custodi di tali segreti godevano dei massimi onori e privilegi, ma il loro rigido servizio comportava rinunce e richiedeva la massima attenzione. Nel caso in cui la Vestale, a causa di una distrazione provocava lo spegnimento del fuoco, veniva pubblicamente battuta a sangue con delle verghe. Infatti, un evento di tale portata rappresentava per lo Stato un presagio funesto. Nel caso in cui la fanciulla infrangeva il voto di castità invece, era condannata senza pietà e sepolta viva. L’ordine delle Vestali, secondo la tradizione, fu istituito dal secondo re di Roma, Numa Pompilio, profondo conoscitore delle pratiche magico-religiose. Uno dei lavori più importanti espletati dalle Vestali era rappresentato dalla preparazione della mola salsa, un composto sacro utilizzato nel corso dei sacrifici. Uno degli ingredienti principali era il farro, cereale dalle valenze magiche che una volta abbrustolito sul fuoco sacro, veniva poi pestato nei mortai fino ad ottenere una sorta di farina. L’impasto della farina con acqua e sale era indispensabile durante i sacrifici. Il sacerdote addetto al rito sacrificale, infatti, si serviva della mola salsa per cospargere il capo della vittima prima della sua uccisione. È da ciò che deriva il termine immolare, volto a indicare le offerte sacrificali. Indispensabile era anche il ruolo che rivestivano le Vestali nella preparazione dei suffimina, profumi magici intimamente legati alla ritualità dei romani. Le fumigazioni rituali in effetti, racchiudevano un grande potere e venivano espletate in occasione di solenni ricorrenze. Il grande Ovidio, nel quarto libro della sua opera i Fasti, descrive la sua preparazione e gli elementi chiave che componevano i suffimina. Uno di questi era il sangue del cavallo d’ottobre e le ceneri dei feti, estratti dalle vacche gravide sacrificate in occasione dei Fordicidia, festa propiziatrice di fecondità. Le Vestali amalgamavano il sangue equino rappreso e le ceneri del feto, aggiungendovi pure baccelli di fave vuote. Ciascuno degli elementi menzionati possedeva particolari peculiarità magiche. Il sangue era legato alla fecondità e lo stesso dicasi per le ceneri del vitellino, mentre gli involucri delle fave tenevano lontani i temibili lemures, spiriti inferi o forme larvali che amavano cibarsi con questo legume.