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Poema degli atomi- Rumi

Oh giorno, sorgi!
Gli atomi danzano,
le anime, perdute nell’estasi, danzano.
All’orecchio ti dirò
dove la loro danza li conduce.
Tutti gli atomi nell’aria e nel deserto
la sentono bene, come se fossero inebriati.
Ogni atomo, felice o miserabile,
è innamorato del Sole,
di cui nulla può esser detto.

Il fuoco segreto

DI SIMON GROSJEAN

Il Signore degli Anelli è uno delle più belle e raffinate opere della letteratura di tutti i tempi. In questo capolavoro, che trascende la semplicistica definizione di romanzo fantasy, l’autore J.R.R. Tolkien è riuscito mostrarci un’esperienza di vita mitologica che scende in profondità nell’animo umano e ci dà le chiavi di accesso per la via che porta alla Tradizione Primordiale. H.P. Lovecraft sosteneva che non era lo scrittore che inventava un mondo fantasy, ma era il mondo stesso che si manifestava attraverso le pagine degli scrittori più arditi, degli scrittori che più di altri riuscivano a portare sul piano pratico l’Immaginazione Creativa (descrittaci dal Maestro Massimo Scaligero nel libro La Luce). Allo stesso modo, il mondo di Arda non è frutto dell’immaginazione di un pazzoide scrittore inglese, ma è una vera e propria descrizione di un mondo reale dipintoci per mezzo dell’elegante penna di Tolkien.

In uno splendido passo de Il Signore degli Anelli, che già da adolescente mi aveva colpito per la sua spettacolarità e al tempo stesso profondità, Gandalf il Grigio affronta una creatura di Morgoth, un Balrog. La scena si svolge nelle profondità delle miniere di Moria, scavate dagli abili Nani, durante la disperata fuga della Compagnia inseguita ferocemente da una banda di Orchi e Troll. La scena è resa più adrenalinica ed inquietante da un sinistro e profondo suono di tamburi: dum, dum.

Alla fine i nostri amici riescono a raggiungere il ponte di Khazad-dûm, ma qui si rivela in tutta la sua mostruosità la fonte del suono cupo. È un Balrog, il Flagello di Durin, creatura corrotto da Morgoth che si era nascosta nelle più oscure profondità delle Montagne Nebbiose per più di cinque mila anni. Questa non è una creatura che possa essere sconfitta da spade, frecce o asce, in questo caso serve la vera forza di cui Gandalf è portatore, la forza della magia derivata dalla sua connessione con l’Uno-Illuvatar: il Fuoco Segreto.

Ecco come la penna di Tolkien ci descrive la terribile scena:

“Il Balrog giunse al ponte. Gandalf era in piedi al centro della sala e con la mano sinistra si appoggiava al bastone, mentre nella destra Glamdring scintillava, fredda e bianca. Il nemico si arrestò nuovamente, fronteggiandolo, ed intorno ad esso l’ombra allungò due grandi ali. Il Balrog schioccò la frusta, e le code scricchiarono e fischiarono. Del fuoco si sprigionava dalle sue narici: ma Gandalf rimase fermo e immobile.

«Non puoi passare», disse. Gli Orchetti tacquero, e si fece un silenzio di morte. «Sono un servitore del Fuoco Segreto, e reggo la fiamma di Anor. Non puoi passare. A nulla ti servirà il fuoco oscuro, fiamma di Udûn. Torna nell’Ombra! Non puoi passare».1

Come tutti sappiamo, il grigio stregone riesce a gettare l’immonda creatura nel baratro, ma questa con un impeto finale riesce a far scivolare Gandalf portandoselo nel pozzo senza fondo.

Analizziamo un attimo quali parole usa Gandalf per sconfiggere il possente demone. Lo stregone si dice servitore del Fuoco Segreto e portatore della fiamma di Anor. Nell’universo descrittoci da Tolkien i termini Fiamma di Anor, Fuoco Segreto o Fiamma Imperitura fanno riferimento a quell’essenza donatrice di vita autonoma che solo Eru-Illuvatar possiede. Si dice infatti ne Il Simarillion:

“In questa Musica il Mondo fu cominciato giacché Illuvatar rese visibile il canto degli Ainur ed essi lo videro come una luce nell’oscurità. E molti fra loro s’innamorarono della sua bellezza e della sua storia che videro cominciare e svolgersi come in una visione. Per questa ragione Illuvatar conferì Essere alla loro visione e la collocò in mezzo al Vuoto, e il Fuoco Segreto fu inviato ad ardere nel cuore del Mondo; e questo fu chiamato Eä.”2

Eä è propriamente il Mondo che è manifesto e il potere di manifestazione è detenuto da Illuvatar che agisce tramite la fiamma di Anor. Una volta che un pensiero, una Musica è stata alimentata dal Fuoco Segreto, questa prende vita e diventa cosa indipendente dall’Uno. L’unico legame che tiene unito la creatura al suo creatore è il reciproco scambio di Amore puro che scorre tra i due enti, Amore che evidenzia la intrinseca unione e unicità dei due.

Nell’Ainulindale si narra di come Melkor, l’Ainu cattivo paragonabile al Loki della mitologia norrena, vagò nel vuoto alla ricerca della Fiamma Imperitura per poter portare all’Essere i propri pensieri, ma non la trovò giacché questa si trova nel Cuore di Eru-Illuvatar.

Gli Ainur non sono altro che parti definite di Eru-Illuvatar, è come se fossero dei pezzettini stessi dell’Uno-Indefinito e in quanto tali sono sua diretta filiazione. A questo punto diventa evidentissimo il collegamento con la tradizione indoeuropea, o meglio Iperborea, che ci dice appunto che fu l’Uomo Cosmico, Purusha o Ymir, che diede vita agli dèi e dunque l’Essere Umano è legittimo creatore di divinità in quanto immagine manifesta di Purusha. Le Forze Divine, o Numina, non sono creatori di realtà quanto piuttosto formatori di essa e l’esperienza di Melkor ci insegna proprio questo. Gli Ainur cantarono una Musica che diede forma al mondo; ogni Ainu dotato di propria autonomia plasmò a suo piacimento parte di questa creazione, ma fu Illuvatar stesso, possessore del Fuoco Segreto, che diede vita al Mondo portandolo nel reame della manifestazione.

Qui l’analogia con l’antica Tradizione è ancora una volta sconvolgente. Infatti come analogo al concetto di Fiamma di Anor troviamo Agni, nella tradizione vedica, e Ignis, in quella latina. Nel mondo vedico si insegna infatti che è Agni, un dio-non-dio, che dà vita alla realtà e che crea quel canale di comunicazione tra mondo umano e mondo divino. Senza Agni, che funge da vettore, ogni sacrificio risulta inutile in quanto sconnesso dal mondo delle forze divine ordinatrici.

Dopo questa necessaria precisazione su cosa si intende per Fuoco Segreto e su quale sia il suo significato esoterico-mitologico, ritorniamo ora ad analizzare lo scontro epico tra Gandalf il Grigio e il Balrog.

Innanzi tutto va precisato che i Balrog erano originariamente dei Maiar, ovvero delle essenze divine gerarchicamente leggermente inferiori agli Ainur. Questi Maiar tuttavia vennero corrotti da Morgoth (ovvero Melkor) e presero dunque le sembianze di demoni di fuoco mutando nome in Balrog. Questo aspetto è importante perché ancora una volta si ha la dimostrazione di come Melkor non possa in realtà dare vita a nessuna creatura, ma come in realtà possa soltanto riplasmarle corrompendone la natura fenomenica.

In realtà, si scoprirà successivamente che anche Gandalf è un Maia e che nella terra di Valinor, la terra degli dèi, portava il nome di Olorin:

“Sapiente sopra tutti i Maiar era Olorin. Anch’egli dimorava in Lorien, ma le sue strade lo condussero spesso alla casa di Nienna, e da lei apprese pietà e pazienza.

Di Melian molto si narra nel Quenta Silmarillion. Ma di Olorin quel racconto non parla; benché amasse gli Elfi, infatti, egli si aggirava tra loro non visto oppure assumendo forma tale da sembrare uno di loro, ed essi non sapevano da dove provenissero le belle visioni o i consigli sapienti che egli metteva nei loro cuori. In epoche successive fu amico di tutti i Figli di Illuvatar e ed ebbe pietà delle loro sofferenze; e chi lo ascoltava si risvegliava dalla disperazione, abbandonando le illusioni dell’oscurità.”3

Dunque Gandalf originariamente era un vero e proprio Nume di potenza che, appresa la compassione dalla divinità a questo preposta (Nienna che muta il dolore in sapienza), si aggirava spargendo consigli a tutti i Figli di Illuvatar, ovvero a Elfi e a Uomini. Chi è interessato ad approfondire la figura di Gandalf, troverà sicuramente spunti interessanti sulla Rete.

Lo scontro tra lo stregone e il Balrog, sua nemesi, avviene nella profondità delle miniere di Moria il cui nome rimanda per analogia alle tre Moire, divinità del fato nella mitologia greca e ci suggerisce dunque di come sia fatale e cruciale le vicende che si svolgono in queste miniere terribili ed oscure. Il fatto stesso che il tutto si svolga nell’oscurità di una caverna profonda che giace nel cuore delle montagne ci suggerisce anche una loro valenza iniziatica, testimoniata da illustri tradizioni passate che videro numerosi iniziati avventurarsi nella profondità degli Inferi per trovare se stessi e diventare ciò che veramente si è. Sono troppi i personaggi mitologici che si avventurano negli antri bui alla ricerca di risposte per poterli citare tutti, due nomi illustri bastino al lettore colto: Ulisse ed Enea.

Gandalf per tutto il viaggio ha tentennato scegliendo sempre altre strade piuttosto che le profondità della terra perché in cuor suo sapeva che vi avrebbe trovato qualcosa di fatale e pauroso allo stesso tempo. Solo dopo che ogni altra alternativa era stata scartata la Compagnia scelse questa via che li porterà nel cuore bruciante delle Montagne Nebbiose.

Nel momento in cui lo stregone affronta il Balrog, in realtà non fa che affrontare una parte di sé stesso. Egli si batte con la sua controparte oscura ed infernale giacché il Balrog non è che un Maia (come Gandalf) corrotto dal potere di Morgoth. Nell’unione di queste due fiamme così opposte e antitetiche Gandalf ritroverà sé stesso e verrà instillato del Fato, verrà rimandato indietro per adempiere al suo scopo sacrale: la sconfitta di Sauron.

Così ci racconta Tolkien:

“«Caddi per molto tempo», riprese infine lentamente, come se riandare indietro con la mente gli fosse difficile. «Caddi per molto tempo, e lui con me. Il suo fuoco mi avvolgeva. Avvampai. Poi precipitammo nelle acque profonde e tutto fu buio. Erano fredde come il mare della morte, e mi ghiacciarono quasi il cuore».

«Profondo è l’abisso varcato dal Ponte di Durin, e nessuno mai lo ha misurato», disse Gimli.

«Tuttavia ha un fondo, al di là della luce e di ogni conoscenza», disse Gandalf. «Ivi giunsi infine, nelle estreme fondamenta della pietra. E lui era ancora con me. Il suo fuoco era spento, ma ora si era tramutato in un essere di fango e melma, più forte di un serpente strangolatore.

«Lottammo a lungo nelle profondità della viva terra, ove il tempo non esiste. Sempre mi afferrava e sempre io lo colpivo, e infine fuggì attraverso oscure gallerie. Non erano state scavate dal popolo di Durin, Gimli figlio di Gloin. Giù, molto più giù dei più profondi scavi dei Nani, esseri senza nome rodono la terra. Persino Sauron non li conosce. Essi sono più vecchi di lui. Adesso io ho camminato in quei luoghi, ma non narrerò nulla che possa oscurare la luce del sole. Disperato com’ero, il mio nemico era l’unica speranza che avessi, e lo inseguii afferrandogli le caviglie. Così mi condusse dopo molto tempo nei segreti passaggi di Khazad-dûm, che conosceva sin troppo bene. Poi continuammo a salire, sempre più in alto, e giungemmo all’Interminabile Scala» […] «S’inerpica dalla galleria più profonda sino alla vetta più alta, una spirale ininterrotta di molte migliaia di gradini che ascende sino alla Torre di Durin, scavata nella viva roccia di Zirakzil, la punta estrema di Dentargento.

«Ivi, in cima a Celebdil, vi era una solitaria finestra nella neve, e al di là di essa uno stretto spazio, che pareva un vertiginoso nido d’uccello rapace sovrastante le nebbie del mondo. Il sole vi scintillava con violenza, ma in basso ogni cosa era avvolta dalle nubi. Lui con un balzo fu all’aperto, e nel momento in cui lo raggiunsi avvampò in nuove fiamme».

Un grande fumo s’innalzò intorno a noi, vapori e foschie si sprigionarono. Il ghiaccio cadde come pioggia. Scaraventai giù il mio nemico, e lui precipitando dall’alto infranse il fianco della montagna nel punto in cui cadde. Allora fui avvolto dall’oscurità, errai fuori dal pensiero e dal tempo, e vagabondai lontano per sentieri che non menzionerò.

«Infine fui rimandato nudo là dove l’oscurità mi aveva colto. E giacqui nudo in cima alla montagna. La torre dietro di me non era altro che polvere, e la finestra scomparsa; la scala in rovina soffocata dai massi arsi ed infranti. Ero solo, dimenticato, senza speranza di salvezza, sul duro corno del mondo. Ivi, supino, guardavo sopra di me le stelle compiere il loro ciclo, e ogni giorno era lungo come una vita terrena. Vago alle mie orecchie giungeva il rumore confuso di tutte le terre: il sorgere e il morire, il canto e il pianto, e il lento eterno gemito della pietra sotto il troppo pesante fardello. Così infine mi trovò Gwaihir, il Re dei Venti; mi prese con sé e mi portò via».4

Come il lettore attento avrà già notato, l’esperienza di Gandalf è un’autentica esperienza misterica per nulla differente da quella che gli Iniziati dell’antichità dovevano vivere per poter accedere ai Grandi Misteri. Per facilitare la comprensione proverò a schematizzare l’esperienza del nostro eroe analizzandone i passi salienti:

Caddi per molto tempo… Il suo fuoco mi avvolgeva: La discesa negli abissi dell’anima è una vera e propria caduta, una caduta che conduce l’Iniziato lontano dalla sorgente proiettandolo nelle più basse sfere della materia. La caduta in sé è necessaria perché permette all’anima di fare esperienza di sé e in ultima analisi permette all’Uno-Assoluto di divenire. Questa discesa, testimoniata da tutte le tradizioni antiche, per Gandalf non avviene da sola, ma a lui si accompagna il Balrog. In questo interminabile abisso Gandalf si avvolge con la sua nemesi, i loro due Fuochi ardono e diventano un tutt’uno. In questa fase non c’è differenza tra Gandalf il Grigio e il Balrog di fuoco, sono uniti come un sol essere.

Precipitammo nelle acque profonde e tutto fu buio. Erano fredde come il mare della morte, e mi ghiacciarono quasi il cuore: Alla fine la discesa termina. La fine si trova in un mondo senza luce, senza calore dove ogni fiamma si spegne. È solo nel momento in cui ci si avvicina paurosamente alla distruzione della propria anima che si può riscoprire la natura divina. È solo nel gelo più profondo e più terribile che si può ritrovare la vera fiamma che arde nel nostro cuore. Questa è la morte di Gandalf-Balrog.

Il suo fuoco era spento, ma ora si era tramutato in un essere di fango e melma: La fiamma che arde in seno al petto del demone non c’è più in quanto il demone stesso cessa di esistere in quanto essere separato da Gandalf. Ci si trova in uno stato di non-dualismo. Nella caduta Gandalf ha compreso che in realtà il Balrog è un essere che vive dentro di sé e quindi ora si è “tramutato in un essere di fango e melma”, simboli di indifferenziata fertilità trasformatrice.

Disperato com’ero, il mio nemico era l’unica speranza che avessi: Gandalf perde il proprio Io, supera l’attaccamento al sé e diventa Assoluto. Vive in uno stato di non-tempo e di non-spazio. L’unico modo che ha per tornare nel mondo è rigettarsi nel reame della dualità, nel samsara buddhista, e usa a proprio vantaggio il nemico stesso; la nemesi diventa unica salvezza.

S’inerpica dalla galleria più profonda sino alla vetta più alta: La Scala Interminabile è simbolo di ascesi. Gandalf ascende nuovamente al mondo per mezzo del demone e ritorna dunque nella realtà manifesta.

Il sole vi scintillava con violenza, ma in basso ogni cosa era avvolta dalle nubi: Giungono infine di nuovo nel mondo, ma non è il mondo di prima che giace ai loro piedi avvolto nelle nubi e nella confusione. Il mondo in cui risorgono è un mondo pieno di luce e di chiarore in cui il Sole, Fiamma di Amore, scintilla addirittura con violenza, ovvero con una forza talmente forte che per disabitudine gli sembra violenta. Ma il Sole scintillante indica anche che la Fiamma Imperitura, che arde nel petto dello stregone, ha riacquistato la sua vera essenza divina. E’ ciò che i vedici chiamano la seconda nascita di Agni.

Lui con un balzo fu all’aperto, e nel momento in cui lo raggiunsi avvampò in nuove fiamme: Il ritorno al mondo della vita proietta di nuovo il Balrog in una dimensione esterna. Il dualismo del mondo manifesto si è di nuovo estrinsecato e la Fiamma di Udûn si riaccende. Il nemico interno diventa un essere esterno e pericoloso da affrontare. Ma dopo essere stato sconfitto nella dimensione interna, l’esito dello scontro titanico è già segnato. E infatti…

Scaraventai giù il mio nemico… Allora fui avvolto dall’oscurità, errai fuori dal pensiero e dal tempo: Gandalf ora è ritornato ad essere una creatura divina, con la piena consapevolezza interna di ciò che veramente E’. Dunque con un turbinare di fuoco e lampi sconfigge in poco tempo il nemico; è vittorioso sulla Nemesi. Ha capito il suo demone, l’ha affrontato con determinazione, accettato per quello che è (una parte di sé), infine interiorizzato e quindi sconfitto. L’immane fatica della rinascita però lo lascia esausto ed è in questo momento che lui perde sé stesso e rifiuta il proprio Io per ricongiungersi nuovamente con l’Assoluto.

Infine fui rimandato nudo là dove l’oscurità mi aveva colto… Così infine mi trovò Gwaihir, il Re dei Venti; mi prese con sé e mi portò via: Tuttavia non aveva ancora completato il suo Fato e così, come i Bodhisattva della tradizione orientale, decise di tornare nudo e rinato. Infine lo salva Gwaihir, il Signore delle Aquile, simbolo di potenza e di imperio regale.

Gandalf è tornato come il Bianco, essere Iniziato che ha riscoperto la propria natura divina, essere che ha riacceso in sé il Fuoco Segreto che guida ogni passo e brucia ogni nemico.

Questo è quanto ci insegna la terribile, seppur divina, esperienza dello Stregone Compassionevole. Tuttavia ora sento l’esigenza di abbandonare per un attimo i panni dello studioso.

Il mondo che mi circonda mi richiama e non si possono ignorare né il Dolore né l’Amore emanati dalla Bellezza del nostro mondo. Vorrei fare una piccola proposta al lettore: TU che leggi queste parole fai propria l’esperienza mitologica di Gandalf, trai dentro di TE la forza che ha condotto il Saggio a buttarsi nell’abisso per affrontare il demone infernale, fatti guidare dalla Fiamma Imperitura che arde, anche se inconsapevolmente, nel tuo cuore. Apri il Cuore al mondo giacché esso necessita di TE; così come Gandalf fu rimandato nudo nel mondo, così TU non puoi abbandonarlo nel momento del massimo bisogno, ita est.

Noi siamo i Figli di Illuvatar e in quanto tali dobbiamo cavalcare l’attuale epoca di corruzione e ritrovare la via verso le Beate coste di Valinor, lì ci attende la nostra vera natura, lì ci attende la nostra essenza divina.

Come fare questo? Seguendo l’esempio di Gandalf; ovvero coltivando dentro di sé la disciplina e la forza del Fuoco Segreto, ciò che la tradizione vedica ci indica con il termine “tapas” di cui il compianto Pio Filippani Ronconi era Maestro d’Arte.

Per aiutarci in questa Opera grandiosa, il mondo ci ha regalato tre splendidi gioielli. Tre magnifici tesori che Tolkien chiamò Silmaril, ma il tempo è finito e verrà un altro momento per parlarne.

Note

1 Tutte le citazioni sono tratte da Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, Bompiani edizioni, p.441.

2 Tratto dal Il Valaquenta. Pag. 47 dell’edizione di Bompiani de Il Silmarillion.

3 Vd. sopra. Pag. 53.

4 Vd. nota 1. Pag. 611-612.

Fonte: http://www.centrostudilaruna.it/il-fuoco-segreto.html

Dietro il velo del Tempo: il fascino sacro della circolarità temporale

 

di Stefano Mayorca

Fonte: Ereticamente

Il sacro fluire dei giorni, il passaggio delle ore che scandiscono inesorabili lo scorrere del tempo e sanciscono il patto oscuro con le forze dissolutrici, incarna simbolicamente il lento e costante viaggio verso le regioni ignote. Fin dalla più remota antichità, il quotidiano e incessante moto delle stelle, del Sole e della Luna rispetto al nostro pianeta, ha consentito all’uomo di misurare, attraverso un metodo pratico e affidabile, il passaggio del tempo. I riti, le cerimonie magiche e religiose, sono da sempre in connessione con particolari periodi astrologici e tempi magici che mediante un corretto e competente utilizzo possono rafforzare il complesso energetico che viene esteriorizzato. Nell’ambito delle operazioni legate alla semina, le lunazioni e le specifiche fasi che accompagnano il corpo celeste giocano un ruolo di primaria importanza. Anche le “festività magiche” sono connesse con precisi periodi temporali le cui peculiarità rivestono notevole valore. Gli equinozi e i solstizi rientrano in tale contesto. Nel corso degli equinozi la notte ha la stessa durata del giorno, da qui il nome che ne deriva. Ogni anno, gli equinozi si manifestano con un anticipo di due minuti primi e ventitré secondi in confronto all’anno precedente, si parla allora di precessione degli equinozi. Durante il solstizio, invece, il moto apparente del Sole sull’eclittica raggiunge la massima altezza sul piano dell’equatore. Ai solstizi d’estate e d’inverno il Sole è allo Zenit, rispettivamente sul Tropico del Cancro e sul Tropico del Capricorno.

Le principali feste magiche

Tra le cosiddette feste magiche che esprimono valori energetici ed ermetici di inestimabile valore occulto troviamo Halloween, che ha inizio nella notte tra il 31 ottobre e il primo giorno di novembre. Il nome originario di tale festività era Samahain ed è riconducibile alle genti celtiche. I Druidi, grandi sacerdoti e alti dignitari Celti, celebravano in questa data il Capodanno. Era consuetudine inoltre, accendere dei falò con lo scopo di allontanare gli spiriti erranti che in quella notte si manifestavano tra i vivi, poiché il confine tra cielo e Terra, tra la dimensione fisica e quella ultraterrena, si annullava creando una commistione fra le due realtà. Si dice anche, che al fine di placare la anime dei morti che creavano distruzione e spavento bisognava dare loro del cibo quando, giunti nelle campagne, bussavano alle porte. Da qui deriva l’usanza odierna di travestirsi e di presentarsi all’uscio di un’abitazione, suonare il campanello e pronunciare l’ormai nota e inflazionata frase: “Scherzetto o dolcetto”. In realtà, le connotazioni profonde insite nella ricorrenza esoterica menzionata, alludono alla marea oscura che monta alla luce che viene offuscata dalle forze tenebrose simboleggiate dal gelido inverno che si approssima. Per questa ragione, la cerimonia che veniva officiata dai Druidi era volta ad accumulare, se così si può dire, le correnti luminose relative al “raccolto” interiore difendendolo dal buio. Samahin rappresenta il periodo in cui le “sementi dormono” e il “raccolto” sarà abbondante solo se il lavoro svolto sarà stato espletato con capacità e competenza sia materialmente (dai contadini), sia a livello ermetico (dagli iniziati). Anche Candlemas, o Imbolc, l’inizio della primavera magica che cade il primo di febbraio, racchiude valenze occulte di un certo interesse. E’ la festa dell’elemento Aria, e designa i riti di iniziazione e altre fasi operative magiche. Dopo Candlemas troviamo Spring Holiday, la festa di metà Primavera (la notte che va dal 20 al 21 marzo). Marzo è il mese relativo all’equinozio di primavera. Beltane o May Eve, che cade nella notte tra il 30 aprile e il primo di maggio invece, è la festa magica più importante dopo Samahin. In essa si celebra l’abbondanza della natura giunta al culmine della sua potenza e del suo splendore. Seguono poi, la Festa di mezza Estate e la Festa di San Giovanni, Lammas o Lugnasadh e Yule. La Festa di Mezza Estate cade il 21 giugno (mese legato al solstizio estivo) e il 24 giugno si celebra quella dedicata a San Giovanni (o notte del Fuoco magico). Lammas ricorre il primo di agosto, viene considerata la Festa del raccolto ed è in analogia con l’elemento Fuoco, visto che il sole di questo mese arde con maggiore intensità. Yule (21 dicembre), ci avvisa che l’inverno è ormai giunto e segna la data dell’imminente solstizio invernale. In questa ridda di date e di tempi è celata la segreta armonia della Natura e degli elementi cardine che si rincorrono, misteriosi ritmi di luce, penombra e ombra, che si determinano annunciando il ciclico ed eterno divenire.

Il ritmo segreto del Tempo: il calendario Maya

Nel contesto astronomico dei Maya e del computo del tempo che li riguarda è possibile rinvenire delle sostanziali differenze rispetto al metodo europeo, ciò nonostante, il livello raggiunto da questo popolo straordinario era notevole. I Maya furono gli ideatori dell’astronomia zenitale (riferito al Sole che raggiunge lo Zenit. Intersezione della verticale di un luogo con la volta celeste). Ossessionati in qualche modo dalla ricerca dei cicli temporali e dei periodi, si distaccavano nettamente dalla visione degli antichi europei e da quella legata ai popoli orientali, che erano interessati soprattutto al moto degli astri e alle rispettive posizioni celesti. Per questa ragione, il calendario Maya risulta estremamente complesso e mostra diversi cicli che si collegano tra loro mediante una metodologia abilmente concepita. Il calendario rituale Tzolkin (ruota dei giorni), è uno degli esempi maggiormente esplicativi circa la visione astronomica dei Maya. Il suo ciclo durava 260 giorni ed era connesso probabilmente con il numero di giornate nelle quali si suddivideva il periodo del Sole, dal suo passaggio allo Zenit a Izapa e a Copàn. Non a caso, alla latitudine di queste città, l’astro diurno era visibile a sud dello Zenit per una durata di 260 giorni e a nord per 105 giorni. E’ interessante notare che nel calendario Tzolkin ogni giorno veniva consacrato ad una specifica divinità. Il secondo ciclo, denominato Haab, contava 365 giorni ed era suddiviso in 18 mesi composti di 20 giorni, a cui se ne aggiungevano altri cinque detti Uayeb, collocati al di fuori del calendario, giacché erano considerati infausti. Come nel caso dello Tzolkin, l’Haab era consacrato ad altrettante divinità che si diversificavano dal precedente calendario. Nel delicato sistema maya, ogni giorno portava sia il nome Tzolkin (composto da un certo numero di divinità) che il nome Haab (anch’esso contraddistinto da una serie numerica di divinità). Per questo motivo si originavano delle particolari combinazioni, dalle quali scaturiva la possibilità che un determinato giorno potesse ripresentarsi con il medesimo nome Haab e l’identico nome Tzolkin solamente dopo un periodo di 18.980 giorni, ossia ogni 52 Haab. Questo lasso di tempo fu denominato giro del calendario.

L’antico Egitto e i cicli nilensi del Tempo

Nella misteriosa terra d’Egitto l’anno era diviso in tre stagioni: inondazione del Nilo, emersione delle terre, mietitura. La loro durata complessiva si ripartiva in 4 mesi, 30 giorni e 24 ore. Gli Egizi erano anche dei valenti architetti le cui opere immortali sono tuttora insuperate. La sapiente maestria, la precisione e le profonde conoscenze che sono alla base di tale sapere, le possiamo ammirare ancora oggi. Pensiamo alla monumentale Piramide di Cheope. La precisione degli angoli allineati con i punti cardinali e dei corridoi interni posizionati in corrispondenza delle stelle, fanno di questo gigante un perfetto esempio di architettura e di cognizioni astronomiche. A quanto pare, i corridoi in questione erano orientati verso Thuban, la stella più luminosa del Drago e verso la stella Alnilam, nella costellazione di Orione. Sul piano simbolico Orione incarnava il dio solare Osiride (che era anche Signore dell’oltretomba) e i collegamenti con Sirio alludevano, sempre simbolicamente, alla dea Iside, sua sposa. Tra le altre cose, la Piramide di Cheope risulta inclinata in modo che la sua posizione venga a trovarsi parallela all’asse del mondo. Tutto ciò non è affatto casuale, ma fa capo a un Corpus Sapienziale di notevole spessore. I cicli temporali connessi con il sacro Nilo sacralizzavano il tempo e in essi era presente un simbolismo arcano i cui ritmi erano in sintonia con le sue acque. Dopo le alluvioni annuali, quando il Nilo si ritirava tornando nel suo alveo, lasciava la terra fecondata che ben presto si ricopriva di verde. Allo stesso modo le piante maturavano in tempi brevi per morire altrettanto velocemente a causa del caldo torrido e rinascevano in seguito, dopo la successiva alluvione. Nei seguenti processi è ravvisabile il concetto di procreazione, vita, morte e rinascita. Le cose oggi non sono così diverse, perché il Nilo ha mantenute intatte le sue caratteristiche e i suoi cicli silenti che da un’era immemorabile seguono ancora il passaggio del tempo.

 

I Babilonesi, il Tempo e gli interpreti celesti

Nella concezione astronomica babilonese il tempo seguiva determinate regole e complessi calcoli, che tenevano conto sia dei differenti valori di ordine planetario sia delle numerose coordinate celesti. Secondo i Babilonesi i pianeti rappresentavano gli interpreti, una sorta di intermediari che avevano il compito dì comunicare direttamente agli uomini il volere degli dei. L’osservazione di Giove, nello specifico, era di estrema importanza, infatti, secondo questo popolo il moto del pianeta in questione era collegato con il futuro del re. Mediante l’individuazione di 36 stelle (o costellazioni primarie), avevano dato vita a un sistema planetario e astrologico originale, elevando a rango maggiore le 12 costellazioni zodiacali scelte tra le 36 appena menzionate. Come per tutte le civiltà antiche, la Luna rivestiva grande valore, e veniva chiamata Sin. Questo spiega perché il calendario, che si basava sul periodo sinodico lunare, risultava estremamente complesso. Il principio dei mesi era determinato dall’apparizione della prima falce di Luna. In merito a tale computo, appare chiaro che dopo dodici lunazioni non era ancora trascorso un anno e all’incirca ogni tre anni, a causa di ciò, avanzava un mese. Per tale ragione, allo scopo di ripristinare la corrispondenza annuale con il periodo lunare, ogni tre o quattro anni i Babilonesi introducevano un intervallo di un mese. L’inserimento di tale periodo di tempo, in ogni caso, avveniva in maniera alquanto irregolare. A partire dal 747 a.C. le cose si regolarizzarono e il sovrano Nabu-Nasir decise di introdurre un ciclo periodico di 19 anni, caratterizzato dalla presenza di 7 mesi intercalari dislocati nel corso del periodo. Come accennato, l’astro notturno era tenuto in grande considerazione da questo popolo di sapienti e le eclissi lunari, in particolar modo, suscitavano profonde credenze di ordine ermetico. A Babilonia si pensava che le eclissi di Luna fossero provocate da sette esseri malvagi (7 = numero magico dalle valenze iniziatiche), e durante il loro manifestarsi veniva officiata una cerimonia volta ad intervenire magicamente su tale fenomeno. Il sacerdote si poneva di fronte a un altare e servendosi di particolari canti (formule magiche?) indirizzati alle forze della natura, provvedeva a mantenere costantemente acceso un fuoco (Fuoco Sacro). Le persone raccolte attorno al sacerdote piangevano e si coprivano la testa con le vesti fino al termine dell’eclissi.

Gli Inca e la cerimonia del Sole incatenato

Non è facile ricostruire i dettami dell’astronomia Inca dato che non esistono né codici né incisioni utili per estrapolare tale conoscenza. Le uniche fonti sono rappresentate dall’orientamento dei monumenti e dagli scritti pervenuti fino a noi dagli antichi cronisti che viaggiavano a seguito dei conquistatori spagnoli. Tra questi troviamo Garcilaso della Vega, che nella sua opera Commentarios reales, risalente al 1609, racconta di tre torri che sorgevano nella città di Cuzco destinate a usi astronomici. Infatti erano degli osservatori celesti. Questi servivano per traguardare i punti in cui sorgeva il Sole nei giorni degli equinozi e dei solstizi. Un altro cronista, Felipe Guamàn Poma de Ayala, invece, parla nei suoi resoconti di alcuni osservatori muniti di “finestre”, utilizzati dagli Inca per seguire il moto del Sole, in base al quale stabilivano le epoche maggiormente favorevoli per espletare i principali lavori agricoli. Il disco solare aveva un grande valore per la civiltà incaica, tanto che il loro sovrano era considerato Figlio del Sole. Riguardo al culto dedicato all’astro luminoso, è interessante riportare un aspetto davvero singolare ad esso collegato. Avendo notato che nell’odierna città di Quito, posizionata sull’equatore, nei giorni prossimi agli equinozi le colonne non producevano ombre, gli Inca si convinsero che ciò era dovuto al Sole, il quale si metteva seduto su quei luoghi, che per questo motivo erano considerati sacri. La cosa vi sembra ingenua? Solo un profano può pensarlo. Chi conosce le vibrazioni sottili dell’ombra e della Luce sa cosa significa… Gli sciamani del Messico, quando si trovano in un luogo di potere e devono sedersi su qualche roccia, si assicurano che sia ben illuminata, perché nell’ombra possono celarsi eventuali forze contrarie, correnti negative. In uno dei rituali officiati dai sapienti del popolo Inca nel giorno del solstizio invernale, (che nell’emisfero sud cade il 21 giugno), era stato escogitato un sistema per controllare il percorso del Sole. Temendo che il punto di levata dell’astro proseguisse verso nord (la cerimonia si svolgeva nell’emisfero sud), tramite una catena d’oro (metallo solare), il sacerdote del Sole tentava di ancorarlo ad una roccia, opportunamente predisposta, detta l’Intihuatana (ormeggio del Sole). Una di queste rocce è tuttora visibile nelle antiche vestigia di Machu Picchu, la celebre città fortificata. Qui era stato edificato il più importante osservatorio incaico chiamato Torreon, o Torrione. Grazie ad esso era possibile osservare il punto di levata del Sole nel giorno del solstizio invernale e allo stesso tempo il punto di levata delle Pleiadi, la cui levata eliaca (termine astronomico volto a indicare un astro che sorge e tramonta rispettivamente prima o dopo il Sole), lo annunciava avvenendo 10-15 giorni prima del solstizio invernale.

Piedra del Sol, la Ruota del Tempo

Il 17 dicembre 1790, nel corso dei lavori di scavo che si svolgevano nello Zocalo (la piazza maggiore di Città del Messico), eseguiti per rafforzare le fondamenta dell’omonima cattedrale, venne rinvenuto sepolto al di sotto del piano stradale un gigantesco monolite: la celebre Piedra del Sol, la Pietra del Sole. Questo incredibile reperto archeologico, che oggi troneggia al centro della sala Mexica del museo di antropologia della capitale messicana, racchiude la sintesi della cosmologia azteca e altre nozioni di rilievo. La Piedra del Sol ha forma circolare ed è stata scolpita in ogni parte della sua superficie litica. La larghezza è di 360 cm. E il suo peso è di ben 25 tonnellate. Il colossale monolite è stato ricavato da un unico blocco basaltico di olivina (una pietra dura in genere di colore verde), la cui faccia, incredibilmente ben conservata nonostante le ingiurie del tempo, mostra uno straordinario lavoro di incisione e intaglio composto da un’iconografia complessa e altamente simbolica. Non bisogna trascurare inoltre il luogo del suo ritrovamento, permeato com’è da arcani e ancestrali richiami. Infatti, in questa zona un tempo sorgeva un recinto sacro appartenente all’antica capitale azteca, la mitica Tenochititlàn, sulle cui rovine si erge l’attuale metropoli. Gli archeologi hanno scoperto nell’immenso disco di pietra elementi che farebbero supporre che originariamente veniva usato per la datazione del calendario. Non a caso, il lavoro di incisione segue un andamento composto da fasce concentriche e, nella raffigurazione centrale racchiusa in una cornice circolare, è possibile rinvenire la maschera di Tonatiuh, il dio del Sole connesso con il culto azteco. Per questa ragione il monolite è stato denominato la Pietra del Sole, anche se sarebbe più giusto definirlo la Pietra dei Soli, giacché secondo lo studioso di simbologia cosmologica, Richard F. Townsend, esperto conoscitore delle civiltà amerinde, i soli che si susseguirono nel corso delle ere immaginate in seno ai miti aztechi furono cinque. Se si osservano con attenzione i cartigli rettangolari che fanno da corona al volto di Tonatiuh, noteremo i simboli relativi ai primi quattro Soli, contenuti per la precisione all’interno della prima zona circolare delle incisioni. A detta di Townsend, la Piedra del Sol non venne mai posta sul frontone di qualche tempio o su una parete, ma doveva trovarsi con ogni probabilità in posizione orizzontale ed orientata verso est (il punto cardinale dove sorge il Sole ), così come appariva al momento del ritrovamento. Sembra che la grande pietra sia stata consacrata intorno all’anno 1479 e che ad essa veniva attribuita notevole importanza. Lo stemma che campeggia nella parte superiore del manufatto rappresentava il tredicesimo giorno di Actl, il mese azteco dedicato alla canna, e contrassegnava anche il giorno in cui il re Itzocòatl aveva realizzato la costituzione dell’impero azteco dopo avere ottenuto una vittoria decisiva nei confronti del nemico. Nelle concezioni astronomiche degli Aztechi il tredicesimo giorno di Actl e il punto cardinale est racchiudevano importanti significati, giacché il numero tredici corrispondeva anche alla data della creazione del quinto Sole e l’est indicava la rigenerazione giornaliera del Sole. Il quinto Sole raffigurava anchel’inizio della quinta era cosmica presieduta dal dio solare Tonatiuh.

Il tempo, abile affabulatore, grande burattinaio e signore del destino, guida le umane sorti. E in fretta corre verso la fine. A noi non resta che spendere bene i giorni che abbiamo dinanzi, cercando di assaporare pienamente e con consapevolezza le stagioni della vita. Il resto, nell’ombra arcana dell’ignota via è solo silenzio. Un lungo, interminabile silenzio.

Giovanni Sessa

Il filo aureo del mito

di Giovanni Sessa

Fonte: Centro Studi La Runa

Marcello Veneziani, nella sua vastissima produzione letteraria, ha sostenuto un corpo a corpo con il senso comune contemporaneo. Ha attraversato pagine di autori desueti, controcorrente e, a volte, poco noti perfino al lettore abituale dei suoi libri. Nell’ultima fatica, ci pare, se abbiamo ben letto, essersi posto un obiettivo più ambizioso. Presentare i limiti desolanti, sotto il profilo esistenziale e spirituale del nostro tempo, in uno con la possibile uscita di sicurezza da esso, individuata nel recupero del mito. Ci riferiamo al volume, Alla luce del mito, da poco nelle librerie per l’editore Marsilio (euro 16,50). Per la verità, il tema compare in gran parte delle opere dell’autore o, comunque, era in esse implicito. Tale consuetudine tematica ha giocato un ruolo significativo nella riuscita del nuovo esperimento.

Al termine dalla lettura, siamo stati colti da una piacevole sensazione. Nell’effimero tempo del leggere, ci siamo sottratti al brusio da officina dei nostri giorni, al presente deprivato di profondità proprio dell’età della mercificazione universale, al clamore mediatico che avvolge eventi senza spessore. Il testo di Veneziani appartiene di diritto, infatti, alla trattatistica erudita che, aliena dalla pesantezza della saggistica accademica, è animata dalla ricerca di simboli che alludano alle verità ultime.

La concezione che sostiene il libro, può essere ravvisata nell’esperienza che, del tempo, ebbe il mondo antico. Gli uomini dell’età classica avvertivano in modo chiarissimo e con tragica sensibilità, il duplice mostrarsi del tempo: il suo defluire, nel vario susseguirsi delle stagioni, e il suo confluire, nell’unico stare dell’eternità. Per loro non era difficile convincersi che il tempo fluisce in una dimensione super storica e, al medesimo tempo, nella caducità, connessa alla dimensione esistenziale-politica, nella quale l’uomo nasce, cresce e muore. Per riattualizzare tale sensibilità, ricorda Veneziani con Eliot, bisogna sbarazzarsi del “provincialismo del nostro tempo”, della pretesa “di ritenere assoluta e perenne la concezione imperante nella propria epoca” (p. 67) e convincersi che, in noi, scorrono due vite parallele: la vita “piccola” chiusa nella riserva limitata dei giorni, dell’ego e della ratio calcolante e la vita “grande” che riluce nel mito.

Il mito concede agli uomini la possibilità di una vista ulteriore, posta oltre il vedere sensibile. In essa si dà la comunità dei viventi, dei passati e dei futuri, che i Romani celebravano nel Foro attorno al Mundus. Il mito in quanto precedente autorevole su cui sintonizzare la nostra azione nel mondo, fa vivere, nel susseguirsi delle generazioni, la Tradizione. La facoltà mitopoietica ci concede non solo di raccontare i miti, ma di abitarli, di dar loro esistenza. Dobbiamo immaginare la vita umana svilupparsi su due piani di una stessa abitazione, prosegue l’autore: al primo dimora lo spirito di realtà, ma solo dalla terrazza si scorgono cielo e stelle. Questa è la Dimora cui tendiamo, perché in essa incontriamo il nostro destino stellare, il grande escluso del tempo presente “si de-sidera e si con-sidera, si respira un’altra aria” (p. 11). L’ossigeno del mito è indispensabile per uscire dal dis-astro moderno, sostenne Jünger. Lo sguardo dell’ulteriorità mitica è analogico, scorge corrispondenze ed interconnessione tra fatti, rispetta archetipi e rituali, ma soprattutto è magico, in quanto consente di partecipare ad eventi che tengono in uno micro e macrocosmo.

Nel mito si incontra il meraviglioso, l’irruzione dell’Essere nell’effimero della   vita, con il quale ci accostiamo e guardiamo negli occhi gli dei. Veneziani distingue i miti in discendenti, mitofanie o manifestazioni di forze divine, e ascendenti, prodotti dall’assolutizzazione di un’immagine, come nel caso dell’amore descritto da Stendhal. Inoltre, e ciò ha davvero rilevanza, nel mito la centralità dell’Io viene meno, esso non è più centro o scopo della visione del mondo, ma semplice frammento. Il mito si pone oltre la verità e l’errore. In una parola, è semplice figurazione ed icona della verità, incapace di annullare la realtà, rinvia alla dimensione dell’Inutile che sostanzia di sé l’esistenza “Ogni mito evoca la fondazione del mondo e la sua rigenerazione periodica in rapporto all’origine” (p. 20), donando l’unica immortalità concessa ai mortali.

 

Come ben compresero Proust e Benjamin, il passato “reca in sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione” (p. 23), è il sentiero lungo il quale si incontra l’origine. Mito e infanzia possono essere pensati quali sinonimi, regni del sempre possibile e della giovinezza del mondo. Ma il mito è A-more, il senza morte. Infatti, “gli innamorati abitano un’altra dimora carnale ed eterea, al riparo dal mondo ma esposta alle stelle” (p. 31). Le poesie di Prevert, ci pare, confermino tale asserzione. I suoi innamorati vivono nell’eterno presente, senza escludere passato e futuro, “avvampati nella compresenza di aspettative, ricordi e timori” (p. 31). Veneziani, in piena sintonia con Hillman, vede nel mito la corretta terapia per lasciarci alle spalle la liquidità contemporanea. Il mito assolve funzioni essenzialmente antimoderne: fonda identità, fornisce valori, genera appartenenza comunitaria.

Per la sua impersonalità è il solo competitore della Tecnica: “Suscita altre motivazioni, altre visioni…Rispetto all’era della tecnica compie una radicale rivoluzione di mentalità” (p. 38). Il Mito è visione. La Tecnica manipolazione del mondo. La filosofia, se vorrà salvarsi dallo scacco in cui sta precipitando per il prevalere delle scuole analitico-epistemologiche, dovrà porsi al servizio del mito.  Indicazioni significative sono state fornite da Heidegger, nell’attesa del pensiero-poetante. Veneziani, sulla scorta di un aforisma di Andrea Emo, auspica il primato del mito pensiero. Emo, in proposito, così si è espresso: “Lo scopo della filosofia è di condurre con la sua razionalità fino alla zona del mito, là dove il mito è purissimo…là dove esso è pura esperienza” (p. 51). Ma, attenzione! Anche tale percorso può presentare dei rischi: perdersi nel mito è pericoloso quanto “perdere” il mito “La vita si allarga quando il possibile eccede sul reale, si restringe quando l’essere vive sotto la tirannide del dover essere” (p.60).

L’autore discute le tesi degli autori che di mito si sono occupati, da Eliade a Lévi-Strauss, da Lévi-Bruhl a Girard, da Colli a Pavese, da Otto ad Evola, per citarne alcuni. Ecco, rispetto a quanto detto riguardo ad Evola, ci permettiamo di dissentire. Non ci pare che nella sua opera il mito assuma una coloritura prevalentemente negativa e che venga ridotto alla sua accezione moderna. Al contrario! Ci sembra, inoltre, che Evola abbia perfettamente incarnato l’ideale del Cavaliere di Dürer-Cau, evocato da Veneziani in una delle pagine più belle del libro. Evola sa, proprio alla luce del mito, che “Ciò che vale nella vita non è la vita stessa, ma ciò che se ne fa…Della vita va salvato il mito che la proietta, la eleva e la trasforma in epos” (p. 92).

Luciano Peccarisi

I vestiti bizzarri del sonno: i sogni.

 

sogni rivestono d’immagini, e a volte di suoni e colori il sonno. Ogni notte ci visitano, che ritornino in mente quando ci svegliamo o se non li rammentiamo più. E ogni notte, salvo qualche sogno ricorrente, cambiano. Sogni simili, che ci accomunano in quanto specie umana, e sogni che sono solo nostri, individuali. Nessuno ha dato una spiegazione convincente del perché esistono, e perché sono spesso così bizzarri. Se è vera l’ipotesi che tale bizzarria non c’è negli animali, la causa deve essere ricercata in una caratteristica umana. Ed il fatto che l’uomo sia un animale parlante è senz’altro la più tipica. Che le parole arricchiscano la fantasia nella vita cosciente è risaputo, che sconvolgano quella inconscia e creino sogni bizzarri, è quello che sosterrò qui.

 

Stranezze notturne

Gli antichi pensavano che i sogni provenissero dalle divinità, altre sono oggi le ipotesi in campo, nessuna però sembra render conto di tutti gli aspetti del sogno. Il sogno, come si potrebbe pensare, non è direttamente dipendente dal ricordo. Negli animali scosse muscolari, di corsa, lotta, mugolii hanno fatto ipotizzare che tali comportamenti siano collegati a episodi vissuti. Tuttavia è difficile che sognino altro al di fuori della loro esperienza. Invece noi nel sogno possiamo intrattenerci a parlare con un cane vestito da donna, volare su di un’astronave su Marte o scalare con le pinne ai piedi il monte Bianco. Lo stupore sorge solo nella veglia, e ne ridiamo, perché durante il sogno tutto è normale. Come se, dopo una vita ordinata, con un pantalone fosforescente, la bandiera italiana a giacca, una papalina, calzini alle mani e con una pipa dietro l’orecchio, andassimo in giro, come se nulla fosse.

 

Immagini e parole

Il neonato possiede un’attività intrinseca ed è capace di rappresentarsi il mondo anche in assenza di input provenienti dall’esterno. Un cieco congenito possiede immagini mentali e può sognare, ha per ereditarietà una banca dati di immagini utilizzata per preservare la specie.
Le immagini che vediamo sono lucide illusioni fabbricate dal cervello e, infatti, quando siamo ubriachi, drogati, stanchi, sono meno chiare e a volte distorte. La mente cosciente sarebbe costruita con un vocabolario fatto di immagini ma, nel caso dell’uomo che parla possiede un trasformatore di immagini in parole. Con le parole costruiamo metafore.
“La civiltà” dice Ferdinando Pessoa “consiste nel dare a qualcosa un nome che non è il suo, e poi sognare sul risultato… Un amore è un istinto sessuale, però non amiamo con l’istinto sessuale, ma presupponendo un altro sentimento. E quella supposizione è ormai, in effetti, un altro sentimento” (1).

 

La realtà inventata

Il neonato umano nasce diverso perché è l’unico che ha la capacità di trasporre immagini in parole e viceversa. Possiede schemi di immagini mentali fondamentali di svariate modalità sensoriali, tattili, uditive, visive, olfattive che si attivano man mano che si relaziona con il suo ambiente. Il ruggito della leonessa è musica per le orecchie del leoncino, a differenza di tutti gli altri della savana. Gli sguardi e soprattutto le parole della madre sono musica per le orecchie del bimbo, l’unico che comincia prestissimo la lallazione (quel caratteristico balbettio, tipo allenamento linguistico).
Noi traduciamo i pensieri in suoni articolati orali e scritti, e portiamo la conoscenza nel contenitore stabile ed economico di un termine.
Tutte le immagini e i concetti (o quasi) vengono etichettati, se ne formano poi altri in base ai precedenti e tutto può essere facilmente memorizzato. La realtà è costruita attraverso i linguaggi. Per quanto le abitudini, il senso comune, le istituzioni della cultura, nella quale siamo nati ci paiano naturali, esse sono il frutto di un processo storico di costruzione sociale della realtà. Non è affatto strano allora che questo essere unico, con un cervello capace di costruirsi una sua realtà peculiare, non si costruisca poi dei sogni anch’essi specificamente umani.

 

Parole e patologie

Il linguaggio si è posizionato nell’emisfero del cervello dominante che nella maggior parte dei casi è il sinistro. Numerose ricerche sulla schizofrenia puntano, “proprio in una parte mediale del lobo temporale sinistro come focus di un’anomalia di sviluppo” (2). In questa malattia c’è un sintomo caratteristico: l’insalata di parole; forse il risultato di una traduzione da un’insalata di immagini. L’anatomia funzionale dei sogni, della parola e della psicosi sembrano coincidere. D’altra parte nel Compendio di psicoanalisi (1938) Freud aveva già ipotizzato il sogno come una psicosi di breve durata e oggi numerosi ricercatori affermano che il cervello che sogna “ potrebbe essere un utile modello sperimentale per le psicosi” (3).
Anche la sindrome di Gilles de la Tourette coinvolge le parole e pare si avvantaggi degli stessi farmaci della psicosi. Fu descritta nel 1885 riportando casi come quello della marchesa di Dampierre, nobildonna parigina famosa nei salotti per le sue parolacce oscene. Le imprecazioni in questa sindrome sono tipiche ma, curiosità, non nei giapponesi, il cui impianto culturale e linguistico prevede ben poche oscenità.

 

Parole e cervello

Il cervello è solo il più raffinato anello di una lunga catena e possiede in sé, come abbiamo detto, la capacità di rappresentarsi il mondo. Vedere immagini non dipende quindi solo dalla percezione esterna, ciò che chiamiamo realtà è una specie di sogno ad occhi aperti, “l’illusionista è la natura stessa, tramite il lavoro della selezione naturale” (4).
Nell’uomo è stata postulata l’esistenza oltre al sistema di codifica non verbale e per immagini anche di un sistema di codifica verbale, in cui l’informazione può essere rappresentata indipendentemente (5).
Il non verbale contiene informazioni per generare immagini mentali che corrispondono in genere a oggetti naturali o a schemi di comportamenti innati, quello verbale è potenziale e deve maturare. I due sistemi sono interconnessi; possiamo ad esempio rappresentaci la casa al mare mediante un’immagine o possiamo descriverla a parole. La descrizione verbale di un oggetto può suscitare l’immagine corrispondente o un’immagine può suscitare la descrizione. La nostra mente può manipolare le immagini mentalmente e, con le parole può costruire immagini inverosimili, come elefante giallo con ali. Nel sogno forse stimoliamo anche il processo che codifica le parole ed evochiamo perciò le immagini. Il sogno bizzarro è probabile che possa nascere perciò solo dentro le strutture mentali di un animale parlante.

 

Conclusioni

Forse i diversi stadi del sogno influenzano le varie tipologie del sogno, dalle semplici immagini ridondanti, idee fisse o banali che si ripetono, al sogno cosiddetto lucido “che caratterizza talvolta il sogno, ovvero il rendersi conto di stare sognando” (6), fino al lungo sogno con trama complessa (forse solo della fase REM del sonno).
Stimoli ascendenti in partenza dalla base del cervello possono coinvolgere sia aree limitate sia zone più ampie del cervello. Nella memoria vi sono scene o proposizioni complesse, anche se parziali, sia della memoria ancestrale che recente, di quella episodica o semantica. Nei depositi della specie, quelli più remoti, quando l’uomo predato doveva stare molto attento, si trovano aree cerebrali con incisa indelebilmente la paura. La paura in effetti “si ritrova più frequentemente nei sogni che nello stato di veglia” (7). La memoria semantica è una memoria necessaria al linguaggio, può essere considerata come un lessico mentale che organizza le conoscenze (8), in altre parole, la memoria semantica contiene le conoscenze sul mondo in forma organizzata.
Il cervello è fatto per mettere un ordine nella testa e dispone le immagini secondo una certa logica della realtà, ma nel sonno lo fa come il computer quando cerca di tradurre una lingua straniera, non tenendo conto del contesto. I sogni dell’uomo provengono anche dal risultato di un processo di trasposizione inversa, dalle immagini alle parole; ma le parole sono ambigue, condensano concetti, metaforizzano, alludono ed è così che la scena filmica diventa paradossale. Così le immagini senza contesto non possono essere coerenti. Vengono legate forzatamente e noi le sperimentiamo come bizzarre.
L’uomo sogna spesso scene lunghe e strambe, situazioni ridicole o, soprattutto, drammatiche, e sono state le parole che hanno reso il suo cervello diverso dal resto del mondo animale sia nella veglia che nel sonno. Nel sogno si uniscono le due illusioni quella della coscienza da sveglio e di quella onirica.
“Sognare è creare, perché durante il sonno, che è metà dell’esistenza, si danno appuntamento la gestazione della vita e l’annuncio della morte. Portale privilegiato in cui si stringono la mano i due estremi dell’origine e della fine (9).

 

Luciano Peccarisi

NOTE
1) Pessoa F. trad. it. 2001, Il libro dell’inquietitudine, U.E.Feltrinelli, Milano, p.77
2) Ropper A.H., Brown R.H. (2005) “Adams e Victor”, Principi di Neurologia, 2005, trad.it. 2006. McGraw-Hill Milano, p.1429
3) Scarone S., Manzone M.L., Gambini O., Kantzas I., Limosani I., D’Agostino A., and J. Allan Hobson A.J. (2008) (The Dream as model for Psychosis: An Experimental Approach Using Bizarress as a Cognitive Marker, Schizophr. Bull. 34: 515-522
4) Humphrey N.K. (2006) Seeing Red. A Study in Consciousness, trad.it. 2007, RossoUno studio sulla coscienza, Codice, Torino, p. 23
5) Paivio, A., Yuille, J.C., Madigan, S.A. (1986) Concreteness, imagery and meaningfulness values for 925 words. Journal of Experimental Psychology Monograph Supplement, 76,3, part 2
6) Occhionero M. (2009) Il Sogno, Carocci, Roma, p. 30
7) Frith C. (2009) Inventare la mentecome il cervello crea la nostra vita mentale, Cortina, p. 69
8) Tulving E. (1972) Episodic and semantic distintion, in Organization ofmemorya cura di E.Tulving e W. Donaldson, New York, Academic Press, p. 386
9) Carlos Fuentes, dalla lectio magistralis in occasione del Premio internazionale Vallombrosa Gregor von Rezzori, 22-5-2009