LA DEA DIMENTICATA

Autore: Giorgio Baietti

La celebrazione del femminino sacro ha caratterizzato sin dalle origini le culture di ogni tempo e nonostante tutti i tentativi di “normalizzazione” degli ultimi millenni, la sua forza e il suo autentico significato stanno lentamente riemergendo.

D come dea, D come donna: il dualismo della divinità femminile è come un fiume sotterraneo che scorre sotto la crosta delle convenzioni umane, delle dimenticanze volute, delle omissioni palesi. Scorre, nonostante tutto quello che, nel corso dei secoli, è stato fatto da uomini di potere per cancellarne la realtà. Ogni tanto emerge in superficie e poi ritorna in profondità, ma la sua forza non può essere trattenuta, perché è reale, autentica, indissolubile. Il femminino sacro è un argomento fondamentale delle culture di tutti i tempi e di tutti i luoghi della Terra ma, stranamente, c’è stata un’involuzione totale; col passare del tempo se n’è cancellata la parte più importante, lasciando solo dei semplici cenni che compaiono, qua e là, nelle varie epoche.

Oggi, 2016, non si parla tanto di sacralità quanto di serialità, lasciando la parola alle assurde e terribili statistiche che vedono la donna sempre più protagonista di omicidi (59 donne uccise dall’inizio dell’anno) e atti di violenza, avvenuti troppo spesso tra le pareti domestiche. Stupore ha poi destato in tutto il mondo il semplice accenno di Papa Francesco ad una timida, timidissima, apertura del diaconato alle donne, cosa che non dovrebbe nemmeno occupare una riga sui giornali, in quanto ovvia e naturale e, al contrario, si dovrebbe discutere invece del fatto che le donne (l’altra metà del cielo…direi anche qualcosa di più, stando alle statistiche) dovrebbero avere il ruolo di preti, vescovi, cardinali…papi!

Fantascienza? Al momento, purtroppo, sì, dirigiamo quindi la nostra indagine alla storia per restare coi piedi per terra e vedere quanto l’antichità fosse molto più moderna di questa attualità.

Tra i tanti nomi femminili della divinità metto al primo posto Asherah, un nome di sette lettere che racchiude un intero alfabeto di conoscenza suprema. Era conosciuta anche come la Grande Madre della mitologia semitica, generalmente considerata del tutto coincidente con la dea ugaritica Athirat. Era anche nota come Ishtar e Astarte. Era una divinità molto potente e celebrata in molte culture, dai Fenici ai Babilonesi, e le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Le sue tracce si possono trovare in testi ugaritici risalenti a un periodo precedente al 1200 a.C., testi che la chiamano con il suo nome completo: “Colei che cammina sul mare”.

Una Madonna o una Maddalena di dodici secoli prima?

Nella Bibbia ci sono molte citazioni di una “Regina del cielo” che potrebbe essere Asherah ma che le varie traduzioni (e cancellazioni) hanno occultato.

Ecco alcuni esempi

Geremia, 7,17/18 “Non vedi che cosa fanno nelle città di Giuda e nelle strade di Gerusalemme? I figli raccolgono la legna, i padri accendono il fuoco e le donne impastano la farina per preparare focacce alla Regina del cielo…”

Geremia, 44: 16,17 “…Quanto all’ordine che ci hai comunicato in nome del Signore, noi non ti vogliamo dare ascolto; anzi decisamente eseguiremo tutto ciò che abbiamo promesso, cioè bruceremo incenso alla Regina del cielo e le offriremo libazioni come abbiamo già fatto noi, i nostri padri, i nostri re e i nostri capi nelle città di Giuda e per le strade di Gerusalemme. Allora avevamo pane in abbondanza, eravamo felici e non vedemmo alcuna sventura…”

Geremia, 44,18/19 “…ma da quando abbiamo cessato di bruciare incenso alla Regina del cielo e di offrirle libagioni, abbiamo sofferto carestia di tutto e siamo stati sterminati dalla spada e dalla fame…E le donne aggiunsero: Quando noi donne bruciamo incenso alla Regina del cielo e le offriamo libagioni, forse che prepariamo per lei focacce con la sua immagine e le offriamo libagioni senza il consenso dei nostri mariti?”

Geremia, 44: 25 “…voi donne lo avete affermato con la bocca e compiuto con le vostre mani…adempiremo tutti i voti che abbiamo fatto di offrire incenso alla Regina del cielo… adempite pure i vostri voti e fate pure le vostre libagioni.” (1)

Quest’ultimo passaggio è, a mio avviso, eclatante. Lo stesso Geremia dà il proprio parere positivo, acconsente che le donne adempiano ai voti di onorare e adorare la Regina del cielo. Conclude, sì, il passo con un… “Tuttavia ascoltate la parola del Signore…”, ma non trova nulla da ridire in questa pratica, nulla di scandaloso in tutto ciò e questo è già di per sé la conferma che la Regina del cielo era una realtà consolidata, il fulcro primigenio del femminino sacro.

Nel libro di Geremia questa dea che è Asherah, viene con l’appellativo di “Regina dei cieli” esattamente come si presentò ai tre pastorelli l’entità celeste riconosciuta universalmente come la Madonna di Fatima. Un caso? Restiamo sempre coi piedi saldamente a terra e legati ai testi biblici.

La Bibbia darebbe conferma del culto di Asherah nel Libro dei Re, in cui si cita una statua di Asherah nel Tempio di Yahweh a Gerusalemme. A questa statua venivano offerti oggetti di tessuto prodotti dal personale femminile del Tempio. Il testo usa anche il termine “asherah” in due sensi, per riferirsi ad un oggetto religioso, o per definire il nome della divinità.

Secondo la scrittrice e ricercatrice inglese Lyn Picknett, Salomone non era assolutamente monoteista e nel suo Tempio molte erano le statue dedicate ad Asherah, tante quante quelle dedicate a Yahweh e la Dea suprema aveva la stessa dignità e lo stesso potere di Dio. Erano esattamente uguali.  A causa della furia iconoclasta del re Asa e poi di re Hezekiah (727-698 a.C.) le statue di Asherah scomparvero dal Tempio.

Ma lasciamo parlare, ancora una volta, la Bibbia:

“Asa, come Davide suo antenato, fece ciò che è giusto agli occhi del Signore. Eliminò i prostituti sacri dal paese e allontanò tutti gli idoli eretti da suo padre. Anche sua madre Maaca egli privò della dignità di regina madre, perché essa aveva eretto un obbrobrio in onore di Asherah; Asa abbatté l’obbrobrio e lo bruciò. Ma non scomparvero le alture anche se il cuore di Asa si mantenne integro nei riguardi del Signore per tutta la sua vita” (2)

La distruzione delle statue di Asherah nel Tempio di Salomone cancellò una buona parte del suo ricordo ma il culto della Dea madre non finì, ma si rigenerò in mille rivoli che toccarono varie figure mitiche femminili e si riversò in tutti i continenti sotto varie forme e credenze.

Una delle più importanti è sicuramente legata a Maria Maddalena, la donna amata da Gesù, che Gesù “baciava sulla bocca”, odiata da Pietro e dalla cultura maschilista e ortodossa in ogni tempo. Dopo la crocifissione Maria Maddalena è privata di Colui che la difendeva da ogni attacco ed è costretta alla fuga. È questo un tema su cui si dibatte da secoli, e cioè la sua partenza dalla Palestina e l’approdo sulle coste meridionali dell’odierna Francia. Poco dopo la crocifissione di Gesù, Maria Maddalena insieme ai fratelli Marta, Lazzaro, Maria Salomè, una bambina nera di nome Sara e Giuseppe di Arimatea, viaggiarono per mare fino alla costa dell’attuale Provenza. Il motivo che aveva spinto il gruppo ad intraprendere il viaggio varia secondo la versione dei vari autori.

Secondo alcuni erano fuggiti dalle persecuzioni contro la Chiesa primitiva; sfuggiti alla ira di Pietro e di alcuni discepoli, secondo un’altra ipotesi erano stati deliberatamente mandati alla deriva dai loro nemici su una nave senza timone e senza remi. Solo per un miracolo riuscirono ad approdare sulla terraferma.

Il gruppo sbarcò sulla costa sabbiosa della Camargue dove ora si trova il villaggio di Saintes Maries de la Mer. Si racconta che Maddalena predicasse in tutta la regione, convertendo i pagani, prima di diventare eremita in una grotta a Sainte Baume. La tradizione vuole che qui visse per quarant’anni, dedicandosi alla penitenza ed alla meditazione. Quando morì, il suo corpo fu sepolto in quella città che da lei prese il nome.

Una versione più recente e accattivante, lega il nome di Maria Maddalena al villaggio di Rennes le Château, o meglio, alla zona della regione nota come “Paese Cataro”, in cui lei, ancora oggi, è la regina incontrastata di chiese e luoghi dalla forte carica magnetica.

I Catari stessi (creatori di una religione cristiana dualista nel Medio Evo e argomento di grandissimo fascino che merita una storia a sé) davano grandissima importanza alla donna, tanto che nella loro chiesa i vescovi erano indifferentemente maschi o femmine. Leggete bene, vescovi cristiani donne nel 1200! Questa religione pura e semplice venne distrutta (volutamente?) proprio a partire dal giorno della festa di Maria Maddalena, il 22 luglio 1209, quando a Beziers, città della Provenza, non distante da Rennes le Château, tutti gli abitanti furono trucidati dalle truppe di papa Innocenzo III giunte lì per debellare “l’immonda lebbra del sud” per citare le parole del pontefice. I soldati papali chiesero al vescovo che li guidava come avrebbero fatto a distinguere i Catari dagli altri cristiani e esemplare fu la risposta: “Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”. E così avvenne. La “Crociata contro il Graal”, per usare le parole di Otto Rahn, era iniziata e si sarebbe conclusa dopo trentacinque anni, nel 1244 dopo innumerevoli morti e distruzioni, sulla montagna di Montsegur, luogo simbolo dei Catari e della loro cultura.

Anche con Maria Maddalena è stata fatta un’azione di distruzione, riflettendo l’atteggiamento della Chiesa medievale verso le donne. Di lei si costruì un’immagine che non corrispondeva per nulla al personaggio di cui si parla nei Vangeli…

No Comment

Una vecchietta va a fare la spesa e chiede alla cassiera un sacchetto di plastica per conservare i suoi acquisti. La cassiera non perde occasione per rimproverare la nonnina dicendole:“La sua generazione non comprende il movimento ecologista. Noi giovani stiamo pagando per la vecchia generazione che ha sprecato tutte le risorse! ”
La vecchietta ribnonnaatte dicendo:“Mi spiace signorina se al mio tempo non c’era nessun movimento ecologista”
La cassiera non contenta rivolgendosi alla vecchia signora aggiunge: “Sono persone come lei che hanno rovinato tutte le risorse. Proprio perchè voi non facevate nulla per proteggere l’ambiente.”
Fu in quel momento che la vecchietta sbottò facendo notare alla irriverente cassiera che era proprio alla sua epoca che non si parlava di movimento ecologista ma si agiva per il bene dell’ambiente. La vecchietta cominciò dicendo: “quando ero giovane le bottiglie di vetro si riciclavano veramente senza essere molto creativi, noi riportavamo le bottiglie di vetro in negozio. Da lì poi venivano rimandate in fabbrica per essere lavate, sterilizzate e utilizzate nuovamente. La carta e i sacchetti di carta si usavano più volte e quando erano ormai inutilizzabili si usavano per accendere il fuoco per cucinare o riscaldarsi. Non esisteva l’umido perchè serviva per sfamare gli animali
Ma lei ha ragione: Noi non conoscevamo il movimento ecologista.
Ma le dico di più: “Ai miei tempi non esistevano ascensori e scale mobili, si salivano le scale a piedi. E pecassierar andare a comprare il pane non prendevo l’automobile, ma facevo due passi a piedi. Lavoravamo la terra e non usavamo tagliaerba elettrici o trattori a benzina. Lavoravamo fisicamente! E non avevamo il bisogno che ha lei di andare in palestra per correre su un tapis roulant che spreca elettricità.
Ma sa, è proprio vero, Noi non avevamo idea che potevano inventarsi un movimento ambientalista.
Lei non ci crederà signorina, ma non non sapevamo neanche cosa fossero assorbenti e pannolini usa e getta: per noi esistevano dei pezzi di stoffa che venivano continuamente lavati a mano. E per asciugarli non usavamo le asciugatrici ma mettevamo una corda alla finestra dove si mettevano ad asciugare.
Gli uomini per farsi la barba rimpiazzavamo le lame di un rasoio e non cambiavano un rasoio al primo uso.
Ma, è vero, noi non conoscevamo il movimento ambientalista.
E se vuole continuo dicendole che in cucina, non disponevamo di robot magici che consumando quantità indefinite di elettricità le preparano la cena, noi ci mettevamo in cucina a preparare i pasti in modo semplice con le poche pentole che avevamo. Quando avevamo sete andavamo a bere alla fonte, riempivamo qualche bottiglia di vetro che era rimasta, non avevamo tazze e bottiglie di plastiva da usare e buttare.
E posso dirle che noi facevamo tutto ciò senza conoscere il suo movimento ambientalista.

Danimarca, l’integrazione fallita per il popolo degli inuit

Portati da piccoli sulla terraferma hanno perso le radici e anche il futuro

NOA AGNETE METZ

COPENAGHEN

Un turista in visita a Copenaghen forse non nota gli uomini stesi su qualche panchina con la bottiglia di birra in mano. L’occhio non abituato può scambiarli per immigrati venuti dal sud. Ma sono invece inuit, e il danese lo parlano senza accento, una cosa quasi impossibile per chi viene da fuori. Vivono fra di loro, marginalizzati rispetto ai danesi che passano velocemente sulla pista ciclabile, portando con sé i loro numerosi figli, che mangiano bio, che tengono alla parità tra i sessi e al welfare. Questi uomini dal volto inuit non potevano essere più lontani dal mondo che li circonda. In danese si usa dire «essere ubriaco alla groenlandese», cioè privo di sensi per il consumo d’alcool. La gente inuit per strada è quanto lasciato da una politica coloniale che, anche se ha evitato scontri violenti, è tutt’altro che riuscita.

Molti suicidi 

Con un elevato tasso di suicidi, diffusa disoccupazione e un’aspettativa di vita di 10 anni inferiore rispetto a Copenaghen, non si vive tanto bene in Groenlandia. Ogni anno la Danimarca versa all’isola circa mezzo miliardo di euro, e in più, gestisce sicurezza, giustizia e affari esteri. Questo fa si che, senza parlare il danese, diventa difficile accedere a un’occupazione in Groenlandia, e gran parte del lavoro qualificato viene svolto da danesi. La Danimarca voleva «portare la civilizzazione agli inuit in modo che permettesse loro di sopravvivere come popolo» spiegava nel 1952 il dipartimento per l’amministrazione della Groenlandia. In realtà le misure furono radicali.

Eleonora è una signora inuit sui cinquanta, abita a Nuuk, la capitale della Groenlandia. Da giovane si è laureata in Danimarca, ma poi è tornata nell’artico. A 13 anni fu portata via dalla famiglia, a 4000 chilometri di distanza, in Danimarca per imparare il danese. «Volevamo andare, i nostri genitori volevano che andassimo. Devi capire che per noi, in quell’epoca, i danesi erano tutto quello che aspiravamo a essere: alti, belli ed efficienti. In Danimarca non si stava così male, ma era difficile stare lontano dai miei fratelli, e quando ho rivisto mamma dopo un anno, ero timida. Non sono più tornata a vivere a casa. Al ritorno in Groenlandia, ci hanno messi a vivere presso dei convitti vicino alla scuola e, alla fine, tra noi ragazzi parlavamo poco groenlandese. Quando andavo dai miei in estate, spesso non capivo quello che dicevano. Ci siamo allontanati».

Una lingua comune 

La politica linguistica era parte dell’idea di aprire la Groenlandia al mondo ed era cominciata anni prima. A metà del secolo scorso ci si imbarcò in un esperimento: creare cittadini indigeni d’élite che sarebbero potuti diventare gli interlocutori groenlandesi della pubblica amministrazione danese. Nel ’51 furono prelevati dalle loro famiglie, senza un chiaro consenso dai genitori, 22 bambini groenlandesi tra gli 8 e i 5 anni. Arrivarono in Danimarca per imparare la lingua e la cultura della madre patria, ma nessuno di loro riuscì mai a fare parte d’una élite indigena. Persero anzi la lingua madre e l’appartenenza culturale e affettiva. Metà di loro morì in giovane età, le loro vite distrutte tra orfanotrofi e famiglie danesi a cui erano affidate, spesso non capaci di comprenderne la difficoltà. Nel 2015 la Croce Rossa, che aveva materialmente prelevato i bambini, ha chiesto scusa. Ma il governo danese, responsabile del progetto, ha solo ammesso che si era trattato di un «errore».

Convivenza forzata 

Dagli anni ’60 in poi, divenne invece obbligatorio per la gran parte dei piccoli inuit, dagli 8 anni in su, trascorrere uno o due anni in Danimarca per studiare la lingua. È il caso della signora Eleonora. Una prassi proseguita in modi diversi fino agli anni ’90. «Ho imparato il groenlandese di nuovo studiando eschimologia all’Università di Copenaghen, pensa. Il problema quando non torni dai tuoi cari, e c’erano anche bambini molto più piccoli di me, è che perdi il senso della famiglia. Noi, la mia generazione, ci siamo un po’ persi. Se cresci da solo con altri ragazzi in un convitto, perdi le tue radici. Non ti insegnano ad andare a caccia, non ti raccontano le nostre storie».

Si tratta di politiche che hanno provocato una rottura nel tessuto culturale inuit e una crisi sociale tuttora in corso. Oggi nessuno viene più spedito in Danimarca, ma questo non sembra aver risolto i problemi sull’isola. E anche Eleonora non scarta del tutto il vecchio sistema. «I giovani parlano un bel groenlandese, ma la vita tradizionale inuit quasi non esiste più. E senza parlare bene il danese, quale lavoro vuoi trovare in Groenlandia?».

Fonte: http://www.lastampa.it/2017/04/06/esteri/danimarca-lintegrazione-fallita-per-il-popolo-degli-inuit-xOvnq1w7f4xV1yzvxkzitO/pagina.html

Mircea Eliade MITI, SOGNI E MISTERI

I MITI DEL MONDO MODERNO.

Che cos’è propriamente un «mito»? Nel linguaggio corrente del secolo Diciannovesimo «mito» significava tutto ciò che si oppone alla «realtà»: la creazione di Adamo o l’«uomo mascherato», come la storia del mondo raccontata dagli Zulù o la “Teogonia” di Esiodo, erano «miti». Come molti altri cliché dell’illuminismo e del positivismo, anche questo aveva struttura e origine cristiane: infatti, per il cristianesimo primitivo tutto quello che non trovava giustificazione nell’uno o nell’altro dei due Testamenti era falso: era una «favola». Ma le ricerche degli etnologi ci hanno costretto a ritornare su questa eredità semantica, sopravvivenza della polemica cristiana contro il mondo pagano.

Si comincia finalmente a conoscere e a comprendere il valore del mito elaborato dalle società «primitive» e arcaiche, cioè dai gruppi umani in cui il mito costituisce il fondamento stesso della vita sociale e della cultura. E un fatto ci colpisce subito: tali società ritengono che il mito esprima la VERITA’

ASSOLUTA perché racconta una STORIA SACRA, cioè una rivelazione transumana che è avvenuta all’alba del Grande Tempo, nel tempo sacro degli inizi (“in illo tempore”).

Essendo REALE e SACRO, il mito diventa esemplare, e di conseguenza ripetibile, poiché serve da

modello e anche da giustificazione a tutti gli atti umani. In altri termini, un mito è una STORIA VERA che è avvenuta agli inizi del tempo e che serve da modello ai comportamenti degli uomini.

IMITANDO gli atti esemplari di un dio o di un eroe mitico, o semplicemente RACCONTANDO le loro avventure, l’uomo delle società arcaiche si stacca dal tempo profano e si ricongiunge magicamente al

Grande Tempo, al tempo sacro.

Come si vede, si tratta di un capovolgimento totale dei valori: mentre il linguaggio corrente confonde il mito con le «favole», l’uomo delle società tradizionali vi scopre, al contrario, LA SOLA RIVELAZIONE VALIDA DELLA REALTA’.

Non si è tardato a tirare le conclusioni da questa scoperta. Evitando di insistere nel dire che il mito racconta cose impossibili o improbabili, ci si è limitati a dire che esso costituisce un modo di pensare diverso dal nostro, in ogni caso da non considerare – “a priori” – come aberrante. Si è poi tentato di integrare il mito nella storia generale del pensiero, considerandolo come la forma per eccellenza del

pensiero collettivo. Ma poiché il «pensiero collettivo» non È mai completamente abolito in una società, qualunque ne sia il grado di evoluzione, non si è mancato di osservare che il mondo moderno conserva ancora un certo comportamento mitico: per esempio, la partecipazione di tutta una società a certi simboli è stata interpretata come una sopravvivenza del «pensiero collettivo».

 

Grazie: Abrax

 

Rau-Te-Rakau

IO SONO QUA, ANCORA, PROBABILMENTE, VERO

IO NON SONO QUA, INOLTRE, PARZIALMENTE

IO SONO QUA ADESSO, OGGI, PRESTO

IO SONO QUA IN RITARDO, STATO, FORSE

IO SONO QUA DECISAMENTE. ASSOLUTAMENTE, ALMENO

IO SONO QUA, RIFLESSIVO, DI NUOVO, ANCORA, GIA’

IO SONO QUA, TUTTAVIA, POSSIBILE, POSSIBILMENTE

IO SONO QUA DI NUOVO, ATTUALMENTE, ORA

IO SONO QUA DOPO, APPENA SUFFICIENTE

IO SONO QUA DI PIU’. DI MENO, RARAMENTE

Autore. Raoul Dohmen, Rau-Te-Rakau

Ottobre 1995

La Saggezza dell’Albero

LA GROTTA DELL UTERO 

in Bulgaria
La Grotta dell’Utero, conosciuta anche com “Cave Vulva” (Grotta, o Caverna Vulva), risale forse all’XI-X secolo AC, si trova nei pressi del paese di Nenkovo, nella regione di Kardzhali in Bulgaria.
La Grotta dell’Utero fu scoperta nel 2011, si tratta di una grotta artificiale, un tempio usato dai traci, scolpito come una vagina che conduce ad una caverna profonda 22 metri e larga 25.
La Grotta dell’Utero fu scolpita nella forma di un luogo di concepimento costantemente bagnato dall’acqua che filtra dalle pareti e scorre lungo le mura della grotta. In fondo alla grotta è scolpito un altare, alto 1,3 m, che rappresenta l’utero vero e proprio.
A mezzogiorno preciso, quando il sole si trova nel punto più alto del cielo, la luce filtra nella Grotta dell’Utero attraverso una speciale apertura nel soffitto e proietta sul pavimento una perfetta figura di un pene. Con il passare dei minuti, la luce penetra sempre più all’interno della grotta e il pene si allunga tanto da raggiungere l’altare rappresentante l’utero. Tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo, quando il sole è più basso sull’orizzonte, il pene diventa lungo abbastanza da illuminare completamente l’altare e fecondare, in modo simbolico, l’utero. Per i traci rappresentava un rito di fecondità tramite il quale veniva concepita la nuova divinità solare.
La Grotta dell’Utero è considerata una complessa struttura astronomica e viene associata a strutture simili, come Newgrange in Irlanda o Stonehenge in Gran Bretagna, dove un raggio di sole entra in una grotta o filtra attraverso delle pietre per illuminarne una specifica, da un’apertura in uno specifico giorno dell’anno e nella quale possono essere osservati lo scorrere delle stagioni e il moto degli astri.
L’area dove sorge la città di Kardzhali è abitata fin dal neolitico, durante gli scavi sono stati trovati molti reperti, comprese delle ceramiche e degli attrezzi primitivi molti dei quali sono esposti nel museo storico. In seguito delle tribù della Tracia colonizzarono l’area e costruirono templi dedicati alle divinità della terra e del Cielo, o riutilizzarono santuari di epoca precedente, tra i quali anche la Grotta dell’Utero.
Nella stessa regione della Bulgaria esistono altri luoghi riconducibili alla cultura dei traci, come Perperek, Ustra, Vishegrad. Il più sontuoso è il Perperikon, luogo di residenza di un re della Tracia