François Charles Mauriac

Troppo spesso crediamo che Dio non ascolti le nostre domande, mentre siamo noi che non ascoltiamo le sue risposte.

 

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Mantra Budda della Medicina

TAYATA OM BEKANDZE BEKANDZE MAHA BEKANDZE RANDZE SAMUNGATE SOHA.

 

 

Who knows where the time goes” (Fairport conventions)

Sandy Denny – Chi conosce dove il tempo va?

TRADUZIONE: di Lai Francesca

Tutti gli uccelli stanno andando via nel cielo della sera,
ma come fanno a sapere che è il momento di partire?
Prima del fuoco d’inverno, starò ancora sognando.
Non ho pensiero del tempo
Perché chi sa in che direzione va il tempo?
Chi lo sa dove va il tempo?
Coste deserte e tristi, i tuoi volubili amici stanno andando via
Ah, ma stavolta sai che è tempo che vadano
Ma io sarò ancora qui, non ho intenzione di partire
Io non faccio conto sul tempo.
Perché chi sa in che direzione va il tempo?
Chi lo sa dove va il tempo?
Ed io non sono sola mentre il mio amore è vicino a me
so che sarà così finché sarà il tempo di andare,
per questo vengono le tempeste in inverno e ritornano gli uccelli a primavera
Io non ho paura del tempo.
Perché chi sa come cresce il mio amore?
Chi lo sa dove va il tempo?”

Al Dio degli inglesi non credere mai! La Tradizione del popolo pellerossa

di Giovanni Sessa

Fonte: Centro Studi La Runa

Un momento assai significativo dello scontro Modernità-Tradizione è certamente rappresentato dalle cosiddette “guerre indiane”. Evento epocale, spartiacque storico, la cui tragica conclusione ha avuto quale inevitabile e successivo esito l’occidentalizzazione del mondo.

Gli Stati Uniti avevano da poco posto termine alla cruenta Guerra Civile e si volgevano alla conquista dei territori ad ovest. Il loro esercito dilagò nelle Grandi Praterie al seguito della prima ferrovia transcontinentale, simbolo per eccellenza delle “sorti progressive” della Modernità. Solo le fiere tribù pellerossa si opposero, fedeli alla vocazione guerriera della loro civiltà, scegliendo il martirio. Una recente pubblicazione, Al Dio degli inglesi non credere mai. Storia del genocidio degli Indiani d’America 1492-1972, edita da OAKS (per ordini: info@oakseditrice.it, euro 28,00), ripercorre la storia di questo popolo, a partire dall’arrivo, attraverso lo Stretto di Bering sul continente Nordamericano e si sofferma, in modo particolare, sui momenti salienti del suo sterminio etnico e spirituale. Sappia il lettore che le pagine del volume che presentiamo, non si risolvono semplicemente in una ricostruzione storica, organica, documentata e puntuale. Si tratta di un’opera attraversata da profonda empatia nei confronti dell’oggetto indagato. Ne sono autori due brillanti giornalisti e fotografi, Gianfranco Peroncini e Marcella Colombo, che coinvolgo il lettore in forza della persuasività delle argomentazioni addotte, ma anche per la capacità affabulatoria e coinvolgente della loro prosa.

La lettura ha suscitato in noi vivo interesse, nostalgia nei confronti di una visione del mondo che, attualmente, è sopraffatta dal “Regno della quantità”, ammirazione nei confronti dei martiri pellerossa. Ma su cosa era centrata la concezione tradizionale della vita degli uomini rossi? Su due idee fondamentali, il Centro e l’Origine. Per essi “essere conformi alla tradizione […] significa essere fedeli all’origine” (p. 25), e di conseguenza ogni uomo avrebbe dovuto, quotidianamente, tentare di ricondurre il proprio ex-sistere, lo stare fuori, verso il Centro. Allo scopo, celebravano riti assai significativi. Innanzitutto, la Danza del Sole. Danza sacrificale dedicata alla potenza solare, preghiera comunitaria mirata a “tracciare un raggio tra il Sole e il cuore dell’uomo” (p. 22), ponendo in sintonia il Cielo e la Terra. La Tradizione pellerossa, come compreso da Schuon, discepolo di Guénon, va inquadrata nello sciamanesimo, corrente spirituale afferente ai popoli di origine mongolica, al cui centro è la complementarietà di Cielo e Terra e il culto della natura presieduta da Spiriti Guardiani, subordinati ad un Essere Supremo, Wakan Tanka. Il rito della Danza del Sole si svolge attorno ad un albero, simbolo dell’axis mundi. I danzatori sono uniti all’albero da strisce di cuoio, fissate nei loro petti da ganci “Avvicinandosi e allontanandosi (dall’albero) i danzatori attingono la forza necessaria che poi diffondono alla periferia […]. Sono come aquile in volo verso il Sole” (p. 22). La Danza si configura come un volo, una riconquista del Principio.

Altrettanto rilevante è il rito del Calumet, della Sacra pipa. Nell’offerta del Calumet al Grande Spirito è il cosmo intero a pregare con il sacrificatore. L’offerta viene indirizzata ai quattro punti cardinali. Altro momento centrale della pratica rituale pellerossa è la frequentazione dalla capanna sudatoria. In essa l’uomo, liberandosi dei pesi “cosali”, meramente concupiscibili della propria natura, della “pietra grezza”, si rigenera divenendo “uomo nuovo”. Tutto ciò non ha, inutile sottolinearlo, alcuna valenza naturalistico-animistica, ma, al contrario, valore iniziatico. A ciò è collegato nella Tradizione “indiana” l’attribuzione dei nomi “I nomi indiani sono davvero speciali in quanto sono il simbolo di un potere che viene affidato in vari modi. Si possono conquistare e si possono tramandare perché rivelano una relazione particolare con le forze della natura” (pp. 25-26). Il nome evidenza, così, la presenza del principio trascendente nell’immanenza. Parola, racconto, tradizione orale, hanno ruolo fondativo per i pellerossa. Lo testimonia lo splendido mito di Grande Roccia: pietra magica che avrebbe narrato ad un giovane guerriero il racconto dell’origine del cosmo e della vita, raccomandando all’ascoltatore di trasmetterlo al suo popolo e, soprattutto, di custodirlo nel tempo. Grande Spirito avrebbe, infatti, abbandonato al suo alter ego, Cattivo Spirito, gli uomini rossi, qualora questi avessero disobbedito a tale intimazione, qualora non avessero trasmesso la Tradizione. Ciò spiega, in uno, il processo di decadenza implicito negli eventi storici e la valorizzazione dell’“atteggiamento devoto e rituale” (p. 17), al fine di riannodare le relazioni turbate degli uomini con il Grande Spirito e la realtà.

Va rilevato, a beneficio del lettore, che la dipendenza diretta di Cielo e Terra, la seconda essendo semplicemente una “coagulazione” del primo, è alla base della valorizzazione spirituale della natura propria di questo popolo: “La Terra non appartiene all’uomo. È l’uomo che appartiene alla Terra” (p. 19). Tale principio comporta che, vivendo in modo diretto il rapporto con la natura “selvaggia”, l’uomo possa divenire effettivamente calice trasparente, nei confronti di sé stesso e dei propri simili. Potevano uomini dalle idee siffatte, arrendersi senza combattere contri i portatori della visione materialistica, utilitarista della vita? Certamente no. Di fronte alla fine ineluttabile, decisero di rivolgere al Cielo la propria preghiera di morte, morendo “come un eroe che sta ritornando a casa” (p. 7).  Lungo questa tragica ultima cavalcata, gli uomini rossi ebbero l’opportunità, sia pure davvero momentanea, di verificare come fosse possibile, attraverso l’azione guerriera, avere la meglio sulla decadenza (il ciclo eroico di Evola). Lo constatarono a Little Bighorn nel 1876, sopraffacendo, per l’ultima volta, l’esercito statunitense nella sua irrefrenabile conquista della nuova frontiera. Il Generale Custer e i suoi trecento soldati furono sconfitti. Nel 1890, a Wounded Knee, mentre la natura tutt’attorno riposava nel gelo invernale di dicembre, e il Settimo Cavalleggeri, si trasformava, per i pellerossa e la Tradizione, in Settimo Calvario, il loro sangue vermiglio irrorò la Terra Sacra. Da allora la loro civiltà è stata reclusa nelle “riserve” ed il processo di colonizzazione dell’immaginario comunitario è risultato devastante. Un genocidio spirituale oltre che militare. Accompagnato, naturalmente, dallo scempio della Natura, considerata a disposizione dei “visi pallidi”, imago dei, immagine del “Dio degli inglesi”.

In ogni caso, a Wounded Knee, si è celebrato solo il tramonto della Tradizione del popolo rosso “nella struggente malinconia del saluto vespertino ma con l’infuocata promessa del ritorno…” (p. 14). Ogni tramonto è annuncio di una nuova alba, a condizione che si sia disposti a spendersi per essa.

 

Il magico culto delle Vestali

Di Stefano Mayorca

Fonte ERETICAMENTE

Tra riti che si svolgevano nella Roma pagana, ritroviamo quelli dedicati a Vesta. È interessante notare a riguardo che il ruolo della sposa, quale custode del fuoco sacro, venne istituzionalizzato creando le Vestali, le sacre sacerdotesse votate al culto della dea. Si trattava di giovani fanciulle di rango patrizio, scelte nell’età tra i sei e i dieci anni, che venivano consacrate dal Pontefice massimo e che dovevano fare voto di castità. Il loro servizio durava trent’anni: dieci impiegati nell’apprendistato, dieci nell’esercizio delle funzioni sacerdotali e, infine, dieci nell’istruzione delle nuove Vestali.

Il tempio che ospitava le sacre vergini era di forma doppiamente circolare (un altro tempio semplicemente circolare era quello di Ercole nel Foro Boario), l’unico con tale caratteristica esistente a Roma. Il suo aspetto non era casuale. Al contrario, in esso sono ravvisabili remote simbologie provenienti dall’India e legate all’antichissima religione vedica, che disponeva il fuoco nell’area sacra (quella destinata ai sacrifici) tenendo conto dei rapporti cosmologici. In tale contesto era di fondamentale importanza la presenza di tre fuochi (il numero 3 è legato anche alla Trimurti indiana e alla Trinità ermetica), due principali ed uno secondario. Il primo di quelli principali doveva essere acceso mediante lo sfregamento di un legno oppure veniva prelevato da un altro fuoco sacrificale: le sue erano le fiamme sacre per eccellenza. Il focolare o tempio circolare inoltre, rappresentava la Terra che secondo la dottrina filosofico-religiosa era rotonda. Il secondo fuoco principale, invece, era destinato alle offerte e il fumo che da questo sprigionava salendo in alto, verso il cielo, faceva giungere agli dei l’omaggio degli esseri umani. Così, lo splendido tempio di Vesta, non era altro che un gigantesco focolare, che attraverso la sua rotondità contrastava con gli altri edifici di culto a forma quadrata, dando vita ad una contrapposizione tra Cielo e Terra. Possiamo dire in tal senso che quello di Vesta, più che un tempio era una casa sacra o ades sacra secondo la concezione dei romani, in perfetta osmosi con la filosofia religiosa indiana.

Ma torniamo ad occuparci delle Vestali, le custodi de fuoco sacro. Come abbiamo visto, il loro sacerdozio durava trent’anni, passati i quali avevano facoltà di lasciare il tempio e anche di sposarsi. Le sacerdotesse di Vesta vivevano nel cosiddetto Atrium Vestae, collocato accanto al tempio rotondo della dea nel Foro Romano, ma comunque avevano la possibilità di uscire e di rientrare in un tempo stabilito. La cerimonia d’iniziazione, che le consacrava alla dea, merita particolare attenzione visto che cela in sé particolari usanze. L’iniziazione ai misteri avveniva nell’Atrium. Qui si svolgeva l’inauguratio, la consacrazione della novizia che consisteva nel taglio sacro dei capelli, appesi in un secondo tempo ad un albero antichissimo (secondo Plinio quella pianta aveva almeno 500 anni). In seguito, la fanciulla indossava una veste candida simbolo della purità e dell’iniziazione. Dopo questa fase la vestale assumeva il nome di Amata, ed era pronta per mettersi al servizio della sacerdotessa più anziana, la Maxima. In quel luogo sacrale, dove ardeva il fuoco perenne, si conservavano anche degli oggetti sacri e arcani (pignora imperii), conosciuti solo dalle Vestali e dal loro capo spirituale, il Pontefice massimo. Si trattava con ogni probabilità dei Penati, Numi tutelari della casa e demoni custodi degli insediamenti umani, intimamente legati al culto del fuoco sacro di Vesta nel cui tempio avevano il proprio scomparto, il Penus. Oltre ai Penati vi era anche il Palladio, (scultura che raffigurava la dea Atena nell’atto di levare in alto lo scudo e la lancia). Gli oggetti cultuali in questione, sorvegliati dalle sacerdotesse vergini, furono salvati (così vuole la tradizione), da Enea durante l’incendio di Troia e portati nel Lazio.

Le custodi di tali segreti godevano dei massimi onori e privilegi, ma il loro rigido servizio comportava rinunce e richiedeva la massima attenzione. Nel caso in cui la Vestale, a causa di una distrazione provocava lo spegnimento del fuoco, veniva pubblicamente battuta a sangue con delle verghe. Infatti, un evento di tale portata rappresentava per lo Stato un presagio funesto. Nel caso in cui la fanciulla infrangeva il voto di castità invece, era condannata senza pietà e sepolta viva. L’ordine delle Vestali, secondo la tradizione, fu istituito dal secondo re di Roma, Numa Pompilio, profondo conoscitore delle pratiche magico-religiose. Uno dei lavori più importanti espletati dalle Vestali era rappresentato dalla preparazione della mola salsa, un composto sacro utilizzato nel corso dei sacrifici. Uno degli ingredienti principali era il farro, cereale dalle valenze magiche che una volta abbrustolito sul fuoco sacro, veniva poi pestato nei mortai fino ad ottenere una sorta di farina. L’impasto della farina con acqua e sale era indispensabile durante i sacrifici. Il sacerdote addetto al rito sacrificale, infatti, si serviva della mola salsa per cospargere il capo della vittima prima della sua uccisione. È da ciò che deriva il termine immolare, volto a indicare le offerte sacrificali. Indispensabile era anche il ruolo che rivestivano le Vestali nella preparazione dei suffimina, profumi magici intimamente legati alla ritualità dei romani. Le fumigazioni rituali in effetti, racchiudevano un grande potere e venivano espletate in occasione di solenni ricorrenze. Il grande Ovidio, nel quarto libro della sua opera i Fasti, descrive la sua preparazione e gli elementi chiave che componevano i suffimina. Uno di questi era il sangue del cavallo d’ottobre e le ceneri dei feti, estratti dalle vacche gravide sacrificate in occasione dei Fordicidia, festa propiziatrice di fecondità. Le Vestali amalgamavano il sangue equino rappreso e le ceneri del feto, aggiungendovi pure baccelli di fave vuote. Ciascuno degli elementi menzionati possedeva particolari peculiarità magiche. Il sangue era legato alla fecondità e lo stesso dicasi per le ceneri del vitellino, mentre gli involucri delle fave tenevano lontani i temibili lemures, spiriti inferi o forme larvali che amavano cibarsi con questo legume.

 

(Ringraziamo per la collaborazione il sito http://www.giulianokremmerz.com e le Edizioni Rebis di Viareggio, oltre che l’autore del saggio)

AMULETI E TALISMANI

di Mircea Eliade

Un amuleto è un oggetto che si suppone dotato di potere magico e che viene portato sulla persona, oppure tenuto in casa, nella stalla, nella bottega, ecc. per tener lontane le disgrazie, le malattie o l’offesa di esseri maligni, demoniaci o umani.

Un talismano è un oggetto usato analogamente per accrescere i poteri e la fortuna di una persona. Amuleti

e talismani sono due facce della stessa medaglia: gli uni hanno lo scopo di respingere ciò che è malefico, gli altri quello di attirare ciò che è benefico. L’uso di entrambi (uso che è universale) è fondato sulla credenza

che le proprietà intrinseche di una cosa si possano trasmettere agli esseri umani mediante il contatto.

La scelta degli oggetti da usare come amuleti e talismani è determinata da vari criteri. Può trattarsi di: 1)

oggetti di forma insolita, per esempio pietre perforate; 2) oggetti rari, per esempio il quadrifoglio; 3) erbe o

fiori officinali, come l’assenzio (che dovrebbe aiutare il parto) o varie specie di febbrifughi; 4) parti di animali che simboleggiano certe caratteristiche (per esempio, di una lepre per la velocità o di un toro per la forza), o ritenute capaci di proteggere dagli attacchi di questi animali; 5) reliquie di personaggi santi o eroici, o anche polvere delle loro tombe che si considera impregnata del carisma di quegli individui «numinosi»; 6) statuette di dei o dee; 7) riproduzioni di oggetti comuni, ai quali si attribuisce un significato simbolico, per esempio scale in miniatura, che rappresentano il mezzo per l’ascesa dell’anima al cielo; 8) oggetti esotici, dotati di presunti poteri non disponibili in una data società. Anche il colore di un oggetto può essere determinante, in base al principio «ogni simile ama il suo simile»: una pietra rossa, ad esempio, si crede possa alleviare un’emorragia o i disturbi mestruali e una pietra gialla preservare dall’itterizia. Ovunque si hanno anche riproduzioni dei genitali maschili e femminili per favorire la procreazione e il piacere sessuale, e fili per legare gli spiriti maligni.

Non solo nelle cose materiali si ritiene risiedano poteri magici. Poiché per certe credenze primitive il nome

di una persona è una componente essenziale del suo essere (come la sua ombra o la voce) e non un mero

appellativo verbale, quello di un dio o di un demonio scritto su una striscia di carta, o inciso su di un

gioiello o una medaglia, può essere un efficace amuleto o un talismano. Allo stesso modo, un testo che riporti qualche fatto o impresa benefica (specie la sconfitta di un demonio, di un drago o di un mostro), associati nel mito o nel folclore tradizionali a un dio o ad un eroe, può venir considerato carico del potere che ha reso possibili quegli avvenimenti, così che portare indosso quel testo trasmette e conserva quel potere. Sono ugualmente ricercate pergamene o scritti contenenti passi di Scritture ritenute di ispirazione divina e quindi impregnate di sostanza divina, oppure (secondo l’uso cristiano medievale) copie di lettere che si dicevano cadute dal cielo.

Talora, tuttavia – specialmente quando un amuleto è rivolto contro nemici umani, piuttosto che demoniaci

– la procedura non è quella di procurarsi l’influsso o il carisma di dei o di oggetti «numinosi», ma quella di

incutere terrore ai potenziali assalitori esponendo nelle case statuette o figurine di esseri mostruosi, spaventosi.

I Babilonesi, per esempio, modellavano la testa del feroce demone Pazuzu, e un amuleto greco aveva la

forma di una testa di gorgone, il cui occhio poteva impietrire gli intenzionali aggressori.

Di notevole importanza è anche il materiale di cui è fatto un amuleto o un talismano, dal momento che il

potere magico è intrinseco all’oggetto stesso, non semplicemente associato. Le gemme devono essere di

quella sostanza e di quel colore che si ritiene trasmettano qualità efficaci secondo l’occorrenza, e i testi vanno scritti su pelli specifiche e con speciali inchiostri o pigmenti.

Amuleti e talismani portati sulla persona fungono anche da ornamento: fermagli, medaglioni, ciondoli,

sigilli e sacchetti profumati. In realtà, secondo parecchie fonti autorevoli, ciò che poté diventare un semplice ornamento era portato in origine a scopo di protezione.

Caratteristica fondamentale degli amuleti in molte culture è l’esoterismo, e sebbene, per la verità, siano

messi di frequente bene in vista sulle pareti delle stanze e delle case, quando invece si portano sulla persona c’è spesso l’esigenza di non rivelarli a nessuno, salvo a chi li usa in un’occasione specifica, agli stregoni che li fanno e li distribuiscono e agli esseri ostili, contro i quali sono rivolti. Perciò essi vengono generalmente nascosti negli abiti o riposti in borse o in capsule. Inoltre, nel caso di testi scritti, si usano spesso alfabeti criptici o un linguaggio incomprensibile (noto come ephesia grammata, forse distorsione di aphasia grammata, ossia «lettere impronunciabili»), ritenendo trattarsi di testi e linguaggi di dei o di demoni (che possono talvolta identificarsi come autentici scritti e lingue antichi, riportati in modo inesatto attraverso i secoli).

Anche i segni zodiacali e i simboli convenzionali delle costellazioni e dei metalli si considerano magici, poiché, come i nomi, sono parte essenziale di ciò che rappresentano e poiché le proprietà intrinseche delle costellazioni e dei metalli si presume governino il destino e la fortuna degli uomini. È comune anche lo scambio di lettere che spiegano esotericamente le parole del testo: così, la z starà per la a, la y per la b, e così via. In modo assai simile si useranno le lettere iniziali delle parole di un versetto biblico, invece di scriverlo per intero, e nei sistemi alfabetici (come quello ebraico) in cui ogni lettera ha anche un valore numerico (cioè a= 1, b = 2, ecc.), si ricorre a una combinazione di lettere che corrispondono all’identico totale di quelle della parola prestabilita: espediente noto come gematria probabile distorsione del greco geometria). (La Library of Congress possiede il manoscritto di una Bibbia ebraica completa, scritta apposta come manuale per la preparazione di amuleti!). Altro espediente è l’uso di quadrati magici, di cui ciascuna colonna verticale e ciascuna linea orizzontale danno la stessa somma e tutte insieme scrivono, per mezzo della gematria, il nome di Dio o di un angelo protettore.

Possiamo aggiungere che il carattere esoterico dei testi degli amuleti è dato, nelle formule orali, dalla recitazione bisbigliata o canticchiata a bassa voce. In realtà, questo è il significato autentico del termine incantesimo.

Gli amuleti scritti esprimono spesso il carattere numinoso iniziando con le parole «Nel nome di … [questo

o quel dio]» (per esempio, il Bismillah arabo: «In nome di Dio, il Misericordioso, il Pietoso» e inframezzandovi segni religiosi (per esempio, la croce, la svastica, il segno di Davide) e la loro efficacia viene accresciuta da sigle o lettere (ss o kh) che indicano che la recitazione va accompagnata da fischi e sputi per tener lontani i demoni. Possono anche contenere sequenze di vocali che rappresentano cripticamente gli influssi degli angeli o degli astri. Inoltre, il potere di un amuleto scritto viene talora trasmesso non semplicemente indossandolo, ma immergendolo in acqua e bevendo quindi l’acqua stessa.

Sembra che amuleti e talismani fossero in uso fin dai tempi preistorici, come dimostrano certi oggetti sepolti coi morti (conchiglie di porcellana, cunei, punte di freccia, pietre), secondo una pratica sopravvissuta nel tempo, con l’evidente scopo di proteggerli nell’aldilà. Avevano poi funzione di amuleto gli occhi dipinti sulle mura e sui monumenti preistorici, che significavano la protezione provvidenziale di dei o spiriti benevoli, in contrapposizione con l’occhio malvagio dei demoni malevoli.

Ovviamente non è possibile descrivere dettagliatamente, nei limiti di questo scritto, la moltitudine di

amuleti e talismani in uso nel mondo intero. Dobbiamo perciò limitarci agli esempi più rappresentativi

tratti dalle varie culture antiche e moderne.

Storicamente, gli amuleti più antichi provengono dall’Egitto. Risalenti al 1v millennio a.C., essi prendono

la forma di immagini e statuette di terracotta, feldspato, corniola, ossidiana, diaspro e simili, avvolte nelle

bende che fasciavano le mummie. Ogni membro del cadavere aveva un amuleto specifico, normalmente posto sopra. Oltre a statuette di dei e dee, si hanno miniature di cuori, di occhi di Horus, di rane, di scale e

scalini. Gli occhi di Horus (generalmente un paio), fatti d’oro, d’argento, di lapislazzuli, di ematite o porcellana, rappresentavano l’onnipotente forza e vigilanza di quel dio e venivano portati anche dai vivi per

procurarsi salute e protezione. La rana, simbolo di abbondanza feconda, significava la vita nel senso più ampio, inclusa la resurrezione della carne. La scala in miniatura rappresentava il mezzo per salire al cielo e viene ancora posta accanto ai sepolcri dei Mangor del Nepal; e una scala fatta di pasta veniva posta tradizionalmente presso le bare in qualche parte della Russia. Si ricorda anche la scala di Giacobbe nella Bibbia (Gn 28,12) e il riferimento allo stesso concetto nel Paradiso di Dante (21,25ss.).

Presente ovunque era anche l’ankh familiare. Che cosa rappresenti effettivamente è incerto: per alcuni

rappresenta una combinazione dei genitali maschili e femminili e quindi la vita (eterna). Era anche portato

dalle divinità nella mano destra e in questo caso, naturalmente, non era un amuleto, ma un simbolo d’immortalità.

Anche lo scarabeo stercorario veniva inumato insieme coi defunti: questa specie di coleottero, affaccendato a rotolare palline di sterco perché diventino sempre più grosse, simboleggia il processo continuo della creazione.

Va poi fatto cenno ai cosiddetti cippi di Horus, stele o lastre incise con leggende di quel dio, che rappresentano in piedi sopra, o accanto, ai serpenti che ha sconfitto.

Una versione cananea di questo mito è stata recentemente scoperta in un testo magico cananeo proveniente da Ras Shamra (Ugarit) nella Siria settentrionale.

I cippi venivano posti per tener lontani gli spiriti maligni.

Altri antichi amuleti del Vicino Oriente, comuni fra i Babilonesi, gli Assiri, i Cananei e gli Ittiti, hanno la

forma di sigilli cilindrici, fatti generalmente di diorite o di ematite, intagliati con scene mitologiche che illustrano la disfatta di mostri demoniaci ad opera degli dei o la sconfitta del formidabile Huwawa, custode

delle sacre foreste di cedri, ad opera degli eroi Gilgamesh e Enkidu. Talvolta, ancora, sono raffigurati nei

dipinti uomini che implorano gli dei, il sole benefico che sorge fra i monti, o una dea che versa generosamente acqua da due anfore. Interpretando questi amuleti «mitologici», è importante ricordare che le scene raffigurate possono essere mere mitologizzazioni di principi generici: così, la dea che versa l’acqua può semplicemente rappresentare l’abbondanza generosa.

Spesso, per la verità, il significato di fondo può ricavarsi confrontando l’illustrazione glittica con la metafora

verbale corrispondente.

Altro amuleto popolare in Mesopotamia e nella Terra di Canaan era una piastra che raffigurava i danni

causati da una strega diabolica o da un lupo che rapiva i neonati, e infine la loro uccisione. Cosa che trova

analogie in varie parti del mondo, per esempio in Armenia, in Etiopia, nei Balcani e particolarmente nel caso di un amuleto ebraico, il cosiddetto Kimpezett/ (distorsione yiddish del tedesco Kindbettzettel, «nota del parto»), in cui la strega si identifica con Lilith.

Nonostante l’orientamento monoteistico degli autori del Vecchio Testamento, sembra che nell’antico

Israele le masse abbiano fatto uso di amuleti. Il profeta Isaia criticava aspramente le donne che portavano idoli (3, 20) e in Palestina venne rinvenuto un amuleto d’argento con incise le parole della Benedizione sacerdotale (Nm 6,24-27) e significativamente datato al VI secolo a.C. D’altra parte, un riferimento metaforico agli amuleti nel Deuteronomio (6,8), venne più tardi preso alla lettera e portò alla moderna pratica ebraica di affiggere agli stipiti una capsula cilindrica (mezuzah) contenente brani del Pentateuco e di portare filatteri (te/il/in) sulla fronte e sul braccio nella preghiera del mattino.

Un amuleto ebraico più moderno è l’esagramma, stranamente chiamato scudo, non stella, di Davide. Si

tratta della semplice versione ebraicizzata di un simbolo magico di significato controverso e largamente in

uso altrove. Il suo contrapposto è il pentagramma, pure assai diffuso e noto agli Ebrei come il sigillo di Salomone.

Di uso comune erano anche amuleti metallici in forma di mano divina (simbolo pure abbastanza diffuso),

spesso incisi con la lettera h, abbreviazione di Jehovah. Fra gli amuleti scritti più diffusi è una striscia

di carta con la scritta ABRACADABRA (variamente interpretata) in una serie di linee, ciascuna delle quali ha

una lettera tronca alla fine, cosicché la serie va gradualmente diminuendo per formare una piramide capovolta, terminante con la sola lettera A. In tempi più recenti un altro amuleto popolare è costituito da un ciondolo d’oro o da un fermaglio raffiguranti le lettere della parola ebraica ~ai («vita, vivente»).

Particolarmente interessante è una categoria di gemme

o pietre semipreziose (sardonica, berillo, calcedonia, onice, ecc.) trovate principalmente nell’Egitto dell’epoca greco-romana (ma più tardi anche altrove), che riproducevano immagini fantastiche – spesso in parte umane e in parte animali – di dei egizi e di altri dei, accompagnate da iscrizioni magiche, come il misterioso «Ablalhanalba», considerato una palindromia deformata della frase ebraica «Av lanu [aramaico /an] attah», «Tu sei un padre per noi». Notevole fra le divinità nominate è un certo Abraxas (o Abrasax), figura importante nella dottrina degli gnostici: venne perciò detto amuleto gnostico, attribuzione che peraltro viene messa sempre più in dubbio dagli studiosi moderni.

Quando questi amuleti si diffusero nelle cerchie cristiane, il misterioso nome Ab/albana/ba venne spiegato

per mezzo della «gematria» come equivalente di Jesus.

In molti paesi gli amuleti scritti sono più comuni di ogni altro amuleto. Fra i musulmani, per esempio, il tipo

più popolare è una capsula contenente brani del Corano o un elenco dei novantanove attributi di Dio. I

copti usano dipinti con san Giorgio di Lidda che uccide il drago, gli Etiopi pergamene con le lodi di Maria

Vergine o grottesche rappresentazioni dell’occhio o del volto divino. Cosa che, tuttavia, non esclude affatto

l’uso di amuleti a scopo ornamentale. I cristiani portano più spesso piccole croci o crocefissi, ma è anche

diffusa la leggenda «Sator Arepo», cioè «Pater Noster» espresso con un crittogramma.

I Giapponesi usano, oltre alle reliquie, due forme di amuleto che meritano un cenno. L’una è un’immagine,

dipinta sui guanciali, di un animale che trangugia i brutti sogni; l’altra, un paio di sardine morte appese

con un gambo di agrifoglio all’uscio di casa, per tener lontani gli spiriti malefici, alla festa annuale di Setsubun (usanza analoga, altrove, è quella dell’aglio).

Il colore usato per gli amuleti risente, anche nell’arte magica medievale, della credenza che essi portino il carisma del sole, della luna e dei sette pianeti. Così le pietre gialle (ambra, topazio) portano l’influsso del sole; le pietre biancastre (diamante, madreperla), quello della luna; le rosse (rubino) quello di Marte; le verdi (smeraldo) quello di Venere; le nere (giaietto, onice, ossidiana) quello di Saturno e così via. Inoltre, ogni pietra «controlla» una condizione specifica: in Italia l’agata è creduta efficace contro il malocchio e in Siria contro i disturbi intestinali. Il cristallo sana l’idropisia e il mal di denti; il diamante neutralizza il veleno, oltre ad allontanare il temporale. In più, le pietre preziose favoriscono le passioni e gli affetti: il berillo dà la speranza, il granato l’energia e la fiducia, il rubino l’amore e il corallo si dice che impallidisca quando muore un amico. C’è poi una pietra per ciascun mese, spesso montata in fermaglio, con la scritta del segno zodiacale che rappresenta l’oroscopo di chi la porta.

Infine, circa l’uso di oggetti esotici come amuleti e talismani, vale la pena di citare un fatto curioso. Molti

anni fa, chi scrive ebbe occasione di esaminare dei costumi da cerimonia indossati dagli sciamani africani e

vide che parecchi comprendevano una borsa da portarsi al petto. Apertala, trovò che conteneva per lo più

banali oggetti europei, come forcine, forbici, mozziconi di sigaretta, biglietti di autobus di Londra e altre

cianfrusaglie del genere, ritenute magiche.

Così come i miti e le leggende popolari, anche le forme dell’amuleto migrano da una cultura ad un’altra

in seguito a rapporti commerciali, conquiste, importazione di prigionieri, matrimoni misti, viaggi, ecc., ma

in esse occorre poi decifrare nuovi significati, allo scopo di adeguarle al folclore delle credenze e delle tradizioni dei popoli che le hanno adottate. Quindi, come si è detto, l’esagramma divenne per gli Ebrei lo scudo di Davide, la croce per i cristiani il simbolo di Cristo e lo scarabeo sacro (heper), che rotola lo sterco, divenne per gli Egizi il simbolo del dio creatore Hepera, e la pallina di sterco il simbolo del globo solare che il dio fa rotolare attraverso il cielo. Interpretando questi veicoli della magia, è perciò necessario andare al di là di tali interpretazioni locali e cercar di ricuperarne il significato subliminale latente. Un approccio simile, tuttavia, è inevitabilmente esposto ai rischi del soggettivismo ed ha infatti portato a parecchie fantasie e assurdità psicologiche. Ma abusus non tollit usum, la moneta falsa non invalida la moneta corrente, e non si potrà mai comprendere la natura fondamentale degli amuleti senza ricorrere a tentativi del genere.

BIBLIOGRAFIA

Per chi conosce l’inglese, lo studio e la trattazione più utili sono costituiti da E.W. Budge, Amulets and Talismans, rist. New Hyde Park/N.Y. 1961, originariamente intitolato Amulets and Superstitions. Utile è anche, benché tenda qualche volta ad allontanarsi dal tema e ad indulgere a teorie insostenibili, F.T. Elworthy, The Evi/ Eye, New York 1970. C.W. King, The Gnostic 1111d Their Remains, Ancient and Mediaeval, London 1881 (2′ ed.), fornisce una buona panoramica degli «Abrascas» e degli amuleti affini, benché un po’ antiquato nelle sue interpretazioni.

Degli amuleti arabi trattano esaurientemente E.W. Lane, nd suo classico An Account o/ the Manners and Customs o/ the Modern Egyptians, New York 1973 (5′ ed.); e E. Doutté, Magie et religion dans l’A/rique du Nord, Algiers 1909. Degli amuleti ebraici tratta J. Trachtenberg,] jewish Magie and Superstition, (1939),

New York 1982.  THEODOR H. GASTER

Riconoscenza

ri·co·no·scèn·za

sostantivo femminile

Sentimento o manifestazione di devozione per un benefattore, di solito associato all’intenzione di ricambiare il beneficio: avere, sentire Riconoscenza per (o verso) qualcuno; assolvere a un debito di Riconoscenza.