Il viaggio esoterico, corsa attraverso il Silenzio

di Umberto Bianchi

Fonte: Ereticamente

 

Un colpo di vento mi porta ai 5337 Km. percorsi attraverso la penisola balcanica, come un filo elettrico, attraverso un luminoso caleidoscopio di paesaggi, tradizioni e contraddizioni senza fine… l’estate scorsa, al puntuale presentarsi del periodo delle ferie. Una risalita, a partire da quei lidi della Grecia, attraversati dalle sorgenti dell’Acheronte e da quell’isola infilata in un oceano di perlacea bellezza, dedicata alla ninfa Leucade, che è via via andata arricchendosi di colori, sensazioni e sorprese inaspettate, a partire dalla costa epirotica di quella terra d’Albania che, accanto all’ipertrofica confusione di uno sviluppo urbano spesso incontrollato, spesso nasconde squarci di inaudita bellezza. Coste contornate da mari perlacei ed improvvise risalite su passi di montagna ad altitudini alpine, da cui ammirare un panorama mozzafiato di isole e costiere. Città turche, come Berat, adagiate sui costoni di due montagne, da cui partire per visitare la versione illirica del monte Olimpo, attraverso un panorama riarso dal sole, sino a giungere alla fine della strada, alla presenza dell’immensità di un canyon, di una fenditura della crosta terrestre, probabilmente seconda solo a quella stra pubblicizzata in Colorado, Usa. Oppure dopo una sfibrante gita da Saranda sulla costa meridionale, alla città storica di Argirocastro/Gjrokaster, tra monti impervi, solcati da stradacce e tornanti senza fine, fermarsi nella fresca radura delle sorgenti dell’Occhio Blu, infilate nel cuore delle montagne di un parco nazionale, e gettarsi tra i dieci gradi di gelide acque sorgive, quasi a voler rinnovare istintivamente il rito senza tempo di una “lustratio” a cui tutti i pellegrini ed i viaggiatori dovrebbero sottoporsi al termine di un percorso che non solo fisico è, ma anche, e specialmente ideale, connettendo l’anima a quell’ “idèin/vedere” che, di essa è il momento principiale…oppure dopo aver visitato i resti della ellenistica Butrint/Butrothos, andarsi a gettare nelle acque di una qualsivoglia assolata e semideserta spiaggia ionia. O visitare la greco-romana Apollonia e recarsi alla scoperta dei semideserti litorali a nord della confusionaria Valona. Parlare con la direttrice del rinnovato museo archeologico di Durres per poi scoprire che, la costa epirotica tutta, fu colonizzata da greci provenienti da Kerkyra/Corfù, isola cara agli Dei e, pertanto, tutta fu dedicata a Diana/Artemide, Dea della caccia e della natura ferina, lì a testimoniare che, a dispetto del brullo aspetto odierno, una volta le terre d’Albania erano ricoperte tutte da verdi foreste di querce, cipressi, faggi e pini, rifugio di fiere ma anche di ninfe e driadi…

Percorrere impossibili strade deserte attorno a laghi di montagna, lontani da tutto, eppure a due passi da città confuse come Scutari, le cui vestigia venete fanno bella mostra di sé nel centro città, accanto a moschee ed edifici cadenti. Scoprire la presenza veneta nelle città montenegrine di Cotor/Cattaro ed Herceg Novi, magari incastonata tra moschee e bastioni, come in Bar. Percorrere laghi oceanici, come quello di Scutari, aridi ed immoti, immersi in foschie senza tempo e d’improvviso ritrovarsi davanti agli occhi scorci di paludi e foreste senza fine…Allontanarsi dalla confusione delle città costiere, per respirare la quiete mistica in monasteri come quello di Ostrog, incastonato tra le rocce, a precipizio di una ripida montagna…E poi tuffarsi nel verde della costiera dalmata, tra penisole ricoperte di pini e cipressi, contornate da isole senza fine, qua e là puntellate di chiesette e minuscoli borghi dalla caratteristica matrice architettonica veneta e da cui, ogni tanto, sbucano resti e vestigia romane. E poi quella disarmante gentilezza, quel senso dell’ospitalità, tutte balcaniche che, in Albania, proprio non ti saresti aspettato, ma che, senza eccezioni, accomunano tutte le lande da me percorse, Grecia, Albania, Montenegro e la Croazia stessa…Ospitalità, cortesia, sorrisi, ma tante, troppe, significative contraddizioni che stonano significativamente. Arrivi nella povera Albania, tra strade scassate o altre in costruzione, edifici fatiscenti, redditi minimi da 250 euro al mese in su…ma un parco macchine da far paura anche ai nostrani italioti, tanto amanti delle quattro ruote. Miseria e povertà a profusione, ma tanti abiti firmati, griffe e tanti bei cellulari di ultima generazione…discoteche sul mare, con la musica sparata a tutta birra, neanche fossimo a Ibiza. Tra una tappa e l’altra, qualcuno sommessamente mi racconta di strutture sanitarie assolutamente insufficienti e mal funzionanti e di una endemica corruzione che, pare, stia rallentando la costruzione di strade e compagnia bella…Stessa solfa in Montenegro: anche se, rispetto all’Albania, ti sembra di stare in Svizzera, quanto a servizi, qualità dei cibi nei supermercati, etc., di strade kaputt e storie del genere se ne sentono a bizzeffe.

Concludo il mio percorso in Croazia, prima a Ragusa/Dubrovnik e poi, infine, a Spalato, gironzolando per il Palazzo di Diocleziano. Mi ero precedentemente recato, alcuni anni fa, in queste città, e ben ricordavo le folle di turisti, ma quanto ho adesso veduto, ha stavolta superato ogni limite. Orde di giovinastri yankee vocianti e cafoni, hanno invaso la bella città; uno stuolo di ciccione sguaiate ed ubriache, coppiette di maschietti barbuti mano nella mano…arroganza, invadenza, totale mancanza di rispetto per la meravigliosa storia di Spalato. Il tutto con il condimento finale della squallida esibizione musicale di un guitto che, nello spiazzale antistante al Tempio di Giove ed alla Ecclesia Maior (edificata su un altro tempio pagano, sic!), con tanto di chitarra elettrica, intona un nauseabondo “Hey Jew” , ad memoriam dei Beatles, che lì, in quel contesto, proprio non “c’azzecca” nulla. La melodia (si fa per dire) del guitto è accompagnata da uno sguaiato coretto di turisti e turiste yankee, sbragati alla ben e meglio tra le vetuste rovine di Spalato. Disgustato da quello spettacolo, mi allontano tra i vicoli della città, in cerca di un po’ di silenzio e nel mentre vengo colto da una visione che, di quell’intero scenario, rappresenta la classica ciliegia sulla torta. Mentre cammino assorto nei miei pensieri tra quegli stretti vicoli, il mio occhio cade in un negozio di non so cosa; spalle al muro, assise allo stesso tavolo, due splendidi esemplari di giovani femmine croate. L’etera bellezza di volti freschi dalla pelle tirata, condita da un’espressione immota, catatonica, rivolta verso il nulla…quel nulla che oggi si chiama cellulare, smartphone…Come per un perverso sortilegio le due giovanette stanno lì a contemplare il nulla in tutta la sua magnitudo…per loro il mondo, la gente, in ragazzi, i sorrisi, gli ammiccamenti, la voglia di uscire, conoscere, curiosare, amare, il mondo, non esistono più…per loro è tutto un “emoticon”, dietro a cui sta solo un arido ed inanimato groviglio di fili e relais. Improvvisamente colto da un senso di fastidio e rabbia, torno a ripercorrere con la memoria, alcuni momenti della mia vita. E come per incanto, mi ritrovo proiettato in una via di Roma negli anni ’70, tra l’aspro fumo dei lacrimogeni e la voce roca a forza di urlare slogan, ma felice ed esaltato dagli scontri e dai cazzotti dati e presi con i compagni…mi ritrovo ancora una volta, zaino in spalla a viaggiare giovane ventenne con il treno attraverso quell’Europa, piena di splendide e sorridenti fanciulle straniere desiderose di fare quattro chiacchiere con un giovane di altre contrade…o a conversare tra sacchi di sabbia e strade deserte, al suono di colpi di cannone, con i giovani croati della “Garda” e della “Hos”, durante la terribile guerra balcanica dei primi anni ’90. Tutto crudamente e magnificamente vero, reale, animato dalla voglia di vivere, amare, morire che tutti quegli anni mi hanno sbattuto dinnanzi agli occhi, come in un film vissuto in prima persona. Mi risveglio, giro i tacchi e, mentre lascio le mie catatoniche marionette a svuotarsi le sinapsi in aridi giochi virtuali, mi dirigo verso il Tempio di Giove, di cui, sino a quel momento non ero riuscito a ritrovare, dopo anni, l’ubicazione.

Il Tempio è piccolo e ben curato; a guardia del suo ingresso un omino a chiedere un balzello d’ingresso. Quale giornalista potrei entrar gratis ma, preferisco versare volontariamente quel “piaculum” quale dedica a Jupiter/Giove/Zeus/Nous, una volta Mente di quel Tutto, ora svuotato di qualsiasi contenuto, che non siano boutiques e cellulari…l’ambiente piccolo, sormontato da una statua assolutamente non pertinente e, addirittura, riempito di blocchi di muro pieni di glifi di età medioevale cristiana… mi allontano silenziosamente passando come un fantasma , indifferente a quel “bailamme” con il quale, mi rendo conto, sento di non aver nulla a che spartire. Ma non è solamente in Croazia, nella splendida Spalato, che ho avvertito questa sensazione. Dovunque io mi sia, in questi ultimi anni, recato, sia in moto che in aereo, sia in Europa che fuori di essa, via via in me è andata rafforzandosi la percezione di una barriera di incomunicabilità con il mondo esterno…oggidì rappresentato da quel mondo occidentale che, gettatosi anima e corpo tra le braccia di un alienante modello Tecno Economico, ha invece causato la propria desertificazione spirituale, avendo scelto di far gestire a quest’ultimo le proprie spinte vitali, sino ad arrivare al capolinea di un’assurda auto castrazione. E così il mio peregrinare attraverso terre e continenti, si fa metafora di un percorso attraverso tutti i fallimenti d’Occidente. Dalla ingloriosa fine delle dittature pauperiste che, in barba a tutti i bei propositi, hanno spalancato la strada a famelici e smodati modelli liberisti, anch’essi alienanti e fallimentari quanto queste prime, sino ad arrivare al cuore di un modello di sviluppo che, grazie al suo totale asservimento alla Tecno Economia, ha fatto dell’incomunicabilità tra gli individui, il proprio vessillo. E così mi rendo conto che i miei sono stati pellegrinaggi effettuati nel caos silente di un mondo che, sempre più, vive di apparenza e di poca, o nulla, sostanza. Ed è allora che, come in preda ad un repentino “satori”, sale nell’animo mio di giramondo la necessità di trovare delle risposte che sappiano essere oltre e dentro la stessa sostanza delle cose che ho davanti agli occhi. Il mondo mi si presenta allora innanzi, come un gigantesco caleidoscopio, una molteplicità di forme che fanno capo ad un’unica misteriosa realtà. Ed allora, oltre alla condizione della contemporanea, umana alienazione, mi ritrovo davanti agli occhi, in tutto il loro splendore, quei mari, quelle montagne, quelle foreste, quei deserti, ma anche quei magici “rassemblements” architettonici, che ho percorso in sacra solitudine. E capisco come le antiche semplificazioni, tutti quei modelli di intransigente monoteismo mentale, non siano più sufficienti a dare una spiegazione ed un senso alle cose. E sempre più avverto la presenza di una percezione “altra” da quella solita che, da sempre, costituisce sfida e tentazione per le menti che ne sappiano cogliere le suggestioni. Essa è fatta di simboli e simulacri oggi, all’apparenza, polverosi ma che, a guardar meglio, risvegliano in noi antiche e mai sopite suggestioni.

Ci parlano di Astri, di insensate forme e simboli geometrici, ci riportano a Dei e Dee, ma anche alla possibilità attraverso essi, di penetrare l’anima, seppur senza estraniarsene, di quel mondo, di quella caotica e multicolore confusione, di cui costituiscono il senso ultimo. Meditando, appuntando le proprie energie mentali sopra uno di essi, scopri che possono essere il varco verso il controllo di uno o più aspetti di quella realtà che ci avviluppa come un misterioso Velo di Maya, ma che, d’improvviso sembra volerci disvelare e suggerire una soluzione all’apparenza semplice ma, per noi mortali, sempre sfuggente: quella del giuoco d’ombre dell’immanenza della trascendenza e della trascendenza dell’immanenza. E questa realtà finisce con il riportarmi a quel mondo che, con i suoi infiniti aspetti ne è la principale espressione. Il viaggio finisce così, con il farsi forma di auto iniziazione, di lucida apertura verso quella duplice dimensione della realtà, verso la quale, ogni qualvolta ne veniamo a contatto, non possiamo non provare “thàuma” /sbigottimento. Un’improvvisa folata di vento mi risveglia dai miei pensieri e mi riporta, a cavalcioni della mia moto, in un rigido pomeriggio d’autunno tra i monti dell’alto Lazio, tra foreste il cui rosso fogliame, mi fa venire alla mente l’arzigogolato manto di Diana, Dea delle foreste…proseguo lungo la strada del ritorno, mentre il carro solare di Helios va a tuffarsi per il tramonto in un mare di nubi, creando uno splendido effetto scenico multicolore. E’ l’ultimo saluto di quegli Dei che, oggidì, solo attraverso l’immersione nella “natura naturans”, si possono ancora incontrare….

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La necessità vitale del Tempio Interiore

di Giandomenico Casalino

Fonte: Ereticamente

Vittorio Sgarbi, nella sua ingegnosa intelligenza, è convinto che, sia la ricostruzione del Tempio di Selinunte (Trapani) che la cura amorosa dei tesori dell’Arte Antica, di cui questa nostra terra, unica al mondo, è ricca, siano sufficienti per “risvegliare” qualcosa in ciò che resta dell’animo nel nostro popolo (?). Bene ha fatto, Saturnia Tellus, sito del M.T.R., a rendere pubblico tale intendimento, e devo confessare che, leggendone, ho vibrato anch’io!

Qui mi fermo, però, e, a costo di essere il solito guastafeste, devo rammentare al colto ed all’inclita, che esiste e vige, ab aeterno, una legge tanto necessaria quanto essenzialmente vivente e per lo effetto di natura cosmica: è lo Spirito che edifica i Templi e le Basiliche o le Civiltà e gli Imperi! Ben sapevano, infatti, gli Auguri Romani, quanto logicamente e pertanto spiritualmente, come Causa, venga “prima” il Tempio nell’Animo e cioè nell’Aria quindi in Cielo e “poi” quello in Terra, in seguito alla pronuncia della formula magica: “effari templa…!” (quei “prima” e “poi” non appartengono ovviamente al tempo profano ma a quello Sacro).

Il Tempio in terra e di pietra è creazione magica dello Spirito, proiezione dello stesso: è il Tempio nell’Animo (Cielo) che si riflette nello specchio della Terra; è, pertanto, ciò che, nei miei libri, ho cercato di definire come: “l’Azione rituale su l’Invisibile che si riverbera nel visibile, creandolo conforme a quello”. Evola ci ha insegnato (ovviamente a coloro i quali sono, come razza dello Spirito, predisposti ad apprendere…) che Tutto inizia e si completa nell’Animo, l’intera Opera da lì inizia e lì si perfeziona! D’altronde con la costituzione del Gruppo di UR, quale Scienza dell’Io, e con tutto quello che ciò ha come suo profondo ed epocale significato, egli altro non ha voluto dire!

La ragione essenziale che mi induce a condurre questo discorso risiede semplicemente nell’essere convinto, e ciò da sempre, che per coloro i quali condividono, vivono e muoiono, gioiscono, soffrono e amano nella visione del Mondo e per la visione del Mondo e quindi sono la stessa, (atteso che, secondo noi, essa non è cosa libresca ma bensì vivente, poiché è epocalmente alternativa all’attuale Pensiero Unico dominante, precipitato di tutti i veleni secreti da oltre tre secoli di pervicace infezione dello Spirito e della Natura) essendo quella la Luce dello Spirito e questo la Oscurità delle Tenebre: l’unico tesoro, l’unica ricchezza che gli stessi possono e devono possedere e che possono e devono opporre come Fiaccola, percorrendo, accompagnati dal Fato quale Demone, l’oscuro e umido Labirinto in cui siamo gettati (ci rammenta Heidegger!), è proprio quell’essere differenti “dentro”, quella capacità di non solo credere, emozionarsi e immaginare un Uomo ed una Donna veri e quindi differenziati e cioè Assoluti, ma Sapere, in virtù sempre di quella Visione del Mondo che è Conoscenza dello Spirito (ed è questo un genitivo soggettivo…) che solo e soltanto conservando, curando, alimentando e custodendo come Rito interiore, sempre, ogni giorno, in ogni momento del giorno, tale Lanterna accesa nel nostro Cuore, possiamo essere certi che si potrà e si dovrà ricostruire il Tempio in Pietra cioè quello visibile, solo ed in virtù della presenza maestosa e splendente del Tempio Invisibile nell’Animo che è il Cielo; al di là e al di sopra dello sciocchezzaio cicalecciare dei “dotti ignoranti” sulle “difficoltà” tecniche che impedirebbero tale e tal altra ricostruzione: loro infatti non sanno, meschini, che è sempre lo Spirito il creatore del Mondo e quindi anche della Tecnica che, nel caso di quella moderna, come ci insegna Heidegger, è mortale nemica dello stesso.

John Scheid, lucido ed organico studioso francese dell’antropologia religiosa romana afferma (Quando fare è credere, Roma 2011, pp. 249 ss.) che il Rito presso i Romani è un modo di Pensare! E quindi di Essere! (chioserebbe Hegel).

Tale Verità non fa che confermare la essenzialità e la fondamentale necessità di quella che Evola, esplicitando il concetto di visione del Mondo, definisce: “forma interiore”, essa è infatti la sola arma in nostro possesso atta a combattere efficacemente l’ideologia perversa di questa era economicistica e pertanto astratta, materialistica e quindi antiumana che ha, ormai è palese, un unico satanico progetto: la Distruzione del Vivente in ogni sua Forma cioè Idea!

La Forma è il Bene, il Bello, il Vero ed è, quindi, il Divino, la Luce che scaccia le nubi e vince la notte poiché Lui è Giorno e Notte (Eraclito); Egli è sempre desto, è il Sole… dello Spirito! Tutto ciò, Lui, l’Avversario, potente quanto apparentemente invincibile, lo sa e ne ha terrore, conoscendo noi più di quanto noi lo si possa mai immaginare! Noi invece, forse, non ne siamo profondamente consapevoli, poiché, in guisa adeguata, non lo sappiamo!

Le Rune: Concetti e Chiavi

Il Mito Norreno vuole che le Rune vengano date agli uomini da Odino dopo aver compiuto un sacrificio a carattere sciamanico sull’Albero del Mondo. Esse sono altresì collegate con l’origine del mondo e con i suoi sviluppi. Sono incise sull’unghia della Norna, come si menziona nel Carme di Sigrdrifa e, seppur non riportata in norreno, alcune traduzioni della Profezia della Veggente sottolineano che le Rune vengono incise dalle Norne su tavole di legno:

Þaðan koma meyiar
margs vitandi
þríar ór þeim sæ,
es und þolli stendr;
Urð hétu eina,
aðra Verðandi,
skáru á skíði,
Skuld ena þriðiu.
Þær lög lögðu,
þær líf köru,
alda börnum,
örlög seggia. 

da quel luogo vengono fanciulle
di molta saggezza,
tre, da quelle acque
che sotto l’albero si stendono.
Ha nome Urðr la prima,
Verðandi l’altra
(sopra una tavola incidono rune),
Skuld quella ch’è terza.
Queste decidono la legge,
queste scelgono la vita
per i viventi nati,
le sorti degli uomini.

Völuspá  -20-

Le Rune sono Archetipi, un sistema di Sapere sacro e l’espressione di leggi universali, poiché contengono il segreto stesso dell’esistenza. Sono entità vere e proprie che si esprimono nella materia attraverso l’energia che è suono e segno grafico. Oggi, spesso a causa di un commercio dell’immagine spirituale, le Rune vengono utilizzate senza una reale conoscenza. Si possono trovare in commercio libri che parlano di esse soprattutto da un punto di vista divinatorio, benché non tutti coloro che hanno scritto testi in merito, abbiano mai seguito alcuna Pratica del Nord Europa o siano eteni.  Stesso dicasi per coloro che vendono i “corsi” (che seguono la pubblicazione del libro). Se per poter parlare e insegnare qualunque argomento esoterico è necessario aver Praticato in tal senso ed essere vicini spiritualmente alle radici di tale Pensiero, ancor di più questo vale quando ci si addentra in spazi magico-spirituali che trattano di Archetipi, che sono per loro natura Matrici dell’universo stesso. E’ solo questione di buonsenso: non vado (solo per fare un esempio banale) da qualcuno che si professa medico avendo egli solo un’infarinatura generica di medicina….Meglio verificare sempre, per quanto è possibile, il percorso di chi scrive o si propone. Nel mondo eteno sono molti a trattare di Rune e ognuno lo fa sulla base delle proprie conoscenze, accademiche e pratiche. Per ciò che mi riguarda bisogna innanzitutto conoscere gli assi che le compongono (asse verticale, asse obliquo ascendente, asse obliquo discendente e incrocio dei due assi obliqui), perché è proprio grazie a questa composizione che possiamo capire alcune “dinamiche operative” delle Rune. Ogni Runa ha in sé un mistero iniziatico, una profondità sondabile solo attraverso una vera ed accurata Ricerca. Esse sono state date all’uomo principalmente come mezzi di evoluzione, dotate di natura divina, sono pregne di una potenza sovrumana che conferisce, a chi le sa usare adeguatamente, poteri di notevole portata. Pertanto, anche nella semplice interpretazione “divinatoria” di una Runa, sono da tenere in considerazione i Concetti Chiave della stessa. Parlo volutamente al plurale, perché una Runa può avere più Concetti Chiave che risultano essere differenti tra loro (così come può avere più glifi con significati diversi) non necessariamente legati all’ambito divinatorio. Ai Concetti Chiave si devono aggiungere le Chiavi di Interpretazione che si esprimono

  • nel Mondo degli Déi
  • nel Mondo dell’energia in movimento (uso magico della Runa in questione)
  • nel Mondo degli uomini

Tali Chiavi, come evidenzia il termine, sono elementi che permettono di accedere ad una conoscenza più profonda della Runa che va ben al di là della divinazione e che, insieme ai Concetti Chiave, permette di avvicinarsi alla sua essenza.

Per ciò che riguarda invece la sola divinazione (termine spesso non appropriato quando ci si approccia al semplice

Immagine acquisita dal web

consulto), vanno tenuti in considerazione i Livelli d’Interpretazione: Livello spirituale, livello psico-emotivo e Livello materiale. Fermo restando che l’Ispirazione è la modalità indispensabile affinché possa essere dato il corretto responso perché gli Dèi possono parlare attraverso la bocca dell’individuo solo se questi si pone realmente come Canale, è necessario definire il Livello sul quale si volge la domanda. Una Runa infatti partendo dai Concetti Chiave, modifica l’interpretazione in base al piano sul quale si esprime la richiesta.

Ogni Runa poi ha un “punto di accesso” che permette, attraverso una Pratica specifica, di “penetrare” dentro essa permettendo al Praticante di acquisire una maggior conoscenza dell’essenza della Runa stessa. In ultimo le pratiche respiratorie legate alle Rune hanno una loro importante funzione e anche in questo caso esistono particolari tecniche respiratorie abbinate alle Rune, al fine di ottenere effetti sia all’esterno che all’interno del Praticante.

Fonte: http://www.viandantedelnord.it/2017/11/02/le-rune-concetti-chiavi/

La nobiltà delle donne di Cornelio Agrippa: la donna come portatrice di vita

di Daniele Palmieri

Fonte: Ereticamente

 

Cornelio Agrippa, filosofo, alchimista e mago rinascimentale, è noto soprattutto per il De occulta philosophia, grande summa del suo immenso sapere e opera largamente temuta dalle alte cariche ecclesiastiche a lui contemporanee e posteriori, per la grande fiducia nel potere che l’uomo potrebbe raggiungere esclusivamente mediante la conoscenza e la pratica. Tuttavia, vi è un’altra opera, meno conosciuta, e forse per questo ancor più pericolosa e spregiudicata, visto che negli anni è stata condannata a una sorta di “congiura del silenzio”, a tal punto da risultare quasi misconosciuta, nonostante il suo carattere innovativo. Si tratta de La nobiltà delle donne, un’orazione, dedicata a Margherita d’Asburgo, scritta in lode al sesso femminile.

Di correnti culturali che avevano assunto la donna a simbolo divino, manifestazione della Luce e della Sapienza di Dio nel mondo, ve ne erano già state in passato, basti pensare alla corrente poetica del Dolce Stil Novo. Si potrebbe pensare, dunque, che il testo di Agrippa si inserisca in tale tradizione. Nulla di più sbagliato. Esso affonda, senz’altro, le proprie radici in alcuni concetti propri del Dolce Stil Novo e della corrente esoterica dei Fedeli d’Amore, ma la portata dell’orazione del mago rinascimentale è molto più ampia, così come molto più spregiudicate sono le “eresie” in esso contenute, soprattutto se si considera che esse non sono velate sotto i versi poetici, ma sono scritte e teorizzate esplicitamente. Per capire la portata rivoluzionaria del testo, occorre anzitutto inquadrarlo nel contesto storico in cui è inserito che, come si vedrà, lo rende ancor più rivoluzionario.

Ci troviamo nell’Europa del XVI secolo, periodo “d’oro” in tutta Europa per la Santa Inquisizione che, a seguito delle riforme protestanti, ha intensificato il proprio operato per sconfiggere le eresie. Ma non solo. Anche i riformisti protestanti si rivelano altrettanto fanatici quanto la loro controparte Cattolica, in particolare nei confronti di una delle “categorie sensibili” perseguitate da praticamente ogni variante del Cristianesimo: le cosiddette “streghe”. Basti pensare che in quel secolo, tra i testi più stampati, secondo solo alla Bibbia, vi è il Malleus Maleficarum, passato alla storia come Il martello delle Streghe; un manuale, scritto dai domenicani Kramer e Sprenger che, a partire dalle testimonianze della Sacre Scritture e delle autorità cristiane, illustra come riconoscere, catturare, torturare e uccidere le streghe.

In tutta Europa, tanto tra Cattolici quanto tra Protestanti, si diffonde una fanatica e irrazionale caccia alle streghe, che trova terreno fertile nella filosofia misogina che sottostà al Malleus Maleficarum, che, a partire dalle facoltà fisiche quanto da quelle spirituali, considera la donna come fonte di ogni peccato, creatura privilegiata dal demonio per la sua presunta intelligenza inferiore e per la sua presunta ingenuità. Agrippa, in contrasto esplicito con gli Inquisitori, scrive La nobiltà delle donne non solo per confutare le loro tesi ma, addirittura, per sostenere la tesi opposta, a partire dalle medesime fonti utilizzate da Kramer e Sprenger: la donna, lungi dall’essere un “uomo imperfetto”, è la più nobile creatura dell’Universo, eletta a tale stato direttamente da Dio. Non si tratta, come si potrebbe pensare, di una tesi iperbolica esclusivamente retorica, anzitutto perché nessun autore avrebbe mai rischiato il rogo per un mero esercizio retorico e, secondariamente, perché Agrippa sostiene la propria tesi con precise argomentazioni teologiche, filosofiche e metafisiche.

Se, dunque, il De occulta philosophia è un testo spregiudicato, ma che si basa su una lunga tradizione magico-alchemica che risale già al Picatrix medievale e De dignitatae hominis di Pico della Mirandola, La nobiltà delle donne risulta ancor più innovativo, eretico e pericoloso, proprio perché si fa portatore di visioni completamente nuove. Le argomentazioni portate dal filosofo sono molte, ma la concezione più interessante risulta senz’altro l’interpretazione alternativa dei sei giorni della Creazione, in particolare dell’ultimo giorno, in cui Dio creò, appunto, l’uomo e la donna.

Agrippa ribalta la tradizionale interpretazione della creazione di Eva a partire dalla costola di Adamo che, se per millenni fu letta come testimonianza della sudditanza della donna all’uomo, viene interpretata dal filosofo come espressione, al contrario, della maggiore perfezione della donna. Questo perché, mentre Adamo fu creato a partire dal fango (come suggerisce l’etimologia della parola, adam, che significa appunto “terra”) Eva fu creata direttamente da Dio nella sua stessa “dimora”, poiché Adamo incosciente fu trasportato dal Signore tra le Sfere Celesti e qui, a stretto contatto con il Mistero della Vita e con le creature più perfette (gli Angeli) Eva fu creata. Da qui il suo stesso nome; Eva, infatti, deriva dall’ebraico Hawah che significa “portatrice di vita” e, come sottolinea Agrippa, lo stesso termine è molto simile, per consonanza, al Tetragrammaton JHWH. Con la creazione della donna, ultima creatura dell’ultimo giorno, Dio completa la sua opera divina, chiude definitivamente il cerchio e, considerando che la creazione stessa è avvenuta partendo dagli elementi più bassi fino ad arrivare a quelli più divini, ne consegue che la donna stessa è la massima perfezione del creato. Sarebbe stato paradossale, infatti, se Dio avesse voluto concludere il suo operato con un essere imperfetto e manchevole.

Da questa tesi iniziale derivano una serie di spregiudicate conseguenze teologiche, e in particolare lo stretto nesso tra donna e vita è più volte sottolineato, sotto ogni aspetto, sia fisico, sia intellettuale, sia teologico. Dal punto di vista fisico, la donna, eterna Eva, è espressione della massima fecondità del Cosmo. In contrasto con gli inquisitori, Agrippa sottolinea positivamente la bellezza, la tensione e la forza erotica manifestata dalla donna, con una lunga e dettagliata descrizione del suo corpo. Questa forza erotica, primordiale e irresistibile, lungi dall’essere una tentazione demoniaca, testimonia anzi l’eterna energia della vita. In ogni donna si nasconda la dea Demetra, la Madre Terra, fonte di ogni fecondità, senza la quale la vita non sarebbe possibile. L’aspetto innovativo del testo di Agrippa risiede però nel fatto che esso non si limita, come fecero altri autori del passato, a elogiare la donna come massima espressione del Creato a partire esclusivamente dalla bellezza, dall’erotismo e della fecondità, caratteristiche che certamente nobilitano lo sguardo e infiammano l’amore ma che, alle spalle, potrebbero non nascondere ulteriori doti intellettuali, e che quindi ridurrebbero la donna a un mero oggetto estetico. Al contrario, la Bellezza e la Nobiltà della donna che Agrippa esalta sono qualità anzitutto spirituali, morali e intellettuali.

La donna è superiore all’uomo moralmente, poiché nell’Antico Testamento sono sempre gli uomini a compiere i primi peccati e, sempre nelle sacre scritture, anche quando le donne compiono le azioni più turpi, lo fanno per un fine più elevato, ricevendo la lode di Dio. Ma la donna è superiore all’uomo anche per l’intelletto, come dimostrato da una lunga serie di filosofe, poetesse, profetesse, politiche del passato le quali, quando hanno potuto praticare liberamente la loro arte, si sono dimostrate ben più capaci degli uomini. Il problema è che:

“Contro la divina giustizia e contro gli ordini della natura, essendo superiore la licenziosa tirannia degli uomini, la libertà data alle donne è loro interdetta dalle inique leggi, impedita dalla consuetudine e dall’uso, e dalla educazione totalmente negata. Perciò la femmina è tenuta fin dai primi anni nell’ozio in casa, quasi ella non sia atta a più alto negozio. Niente altro le è permesso comprendere né immaginare se non l’ago e il filo, e quando sarà giunta agli anni atti al matrimonio, è resa schiava della gelosia del marito, oppure rinchiusa nella perpetua prigione d’un monastero di monache”.

Vi è dunque un importante aspetto di critica sociale, fortemente pragmatico oltre che teologico, che denuncia l’oppressione “contro natura” da parte dell’uomo nei confronti della donna, oppressione che impedisce a quest’ultima di manifestare le sue più grandi qualità, quelle intellettuali. Anche da quest’ultimo aspetto, infatti, la donna si fa portatrice di vita, come testimoniano i nomi delle arti e delle scienze, che sono tutti al femminile (filosofia, logica, matematica, geometria, astronomia, magia, fisica ecc.). Infine, la donna si fa portatrice di vita anche dal punto di vista teologico, attraverso una delle figure archetipiche che più di tutte condensa le qualità fisiche, morali, intellettuali e spirituali: Maria. Come avrebbe potuto scegliere, Dio, la più peccaminosa delle creature per dar luce a sé stesso in carne di uomo? Al contrario, se Dio ha scelto di incarnarsi in Cristo attraverso la fecondazione verginale di Maria, significa che la donna è l’essere più puro. E lo testimonia anche il fatto che Dio abbia scelto Gesù, un uomo, per espiare i peccati degli uomini, tramandati per via maschile e non femminile. Altra concezione radicalmente eretica, portata a conseguenze ancor più estreme quando Agrippa afferma che, proprio perché è l’uomo a trasmettere, come una malattia, il peccato originale, soltanto quest’ultimo necessita di prendere i voti, per espiare le proprie colpe, al contrario della donna che, data la sua purezza e perfezione, non ha bisogno della mediazione ecclesiastica e anzi ha avuto un ruolo essenziale nell’espiazione dell’umanità dai suoi peccati, facendosi portatrice anche di vita spirituale con la gestazione e il parto di Cristo.

In conclusione, il testo di Agrippa si rivela ancora tremendamente attuale, da un lato alla luce dei recenti e abietti scandali che hanno investito il mondo di Hollywood e della politica, e in generale di fronte ai pregiudizi e gli abusi antifemminili che spesso si nascondono nella nostra società; dall’altro perché esso testimonia come la questione femminile affondi le proprie radici in un passato molto più antico di quel che comunemente si pensa, poiché sempre sono esistite le voci fuori dal coro, il cui sussurro flebile giunge ancora fino a noi, ma solo a chi ha orecchie per ascoltarlo.

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Wish You Were Here

Artista: Pink Floyd
Titolo Originale: Wish You Were Here
Titolo Tradotto: Vorrei Che Fossi Qui

 

Quindi tu pensi di saper distinguere il paradiso dall’inferno e
I cieli azzurri dal dolore.
Sai distinguere un campo verde da una fredda rotaia d’acciaio?
Un sorriso da un pretesto?
Pensi di saperli distinguere?

Ti hanno portato a barattare i tuoi eroi per dei fantasmi?
Ceneri calde con gli alberi? Aria calda con brezza fresca?
Un freddo benessere con un cambiamento? E hai scambiato
Un ruolo di comparsa nella guerra con il ruolo da protagonista in una gabbia?

Come vorrei, come vorrei che fossi qui
Siamo solo due anime sperdute che nuotano in una boccia di pesci
Anno dopo anno
Corriamo sullo stesso vecchio terreno. E cosa abbiamo trovato?
Le solite vecchie paure
Vorrei che fossi qui…

MURIEL RUKEYSER

L’universo è fatto di storie, non di atomi.