Konstantinos Petrou Kavafis , poeta e giornalista greco

Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga,

fertile in avventure e in esperienze. …

I Lestrigoni e i Ciclopi

o la furia di Nettuno non temere,

non sarà questo il genere di incontri

se il pensiero resta alto e un sentimento

fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,

né nell’irato Nettuno incapperai

se non li porti dentro

se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.

Che i mattini d’estate siano tanti

quando nei porti – finalmente e con che gioia –

toccherai terra tu per la prima volta:

negli empori fenici indugia e acquista

madreperle coralli ebano e ambre

tutta merce fina, anche profumi

penetranti d’ogni sorta;

più profumi inebrianti che puoi,

va in molte città egizie

impara una quantità di cose dai dotti

Sempre devi avere in mente Itaca –

raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio;

fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

metta piede sull’isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

 

 

Il dramma infinito dei sami “Sfuggiti alle persecuzioni, ora ci minaccia la destra”

Nel 1922 gli abitanti della Lapponia usati come cavie. Oggi vivono di turismo ma temono l’onda populista.

Oggi circa il 25 per cento del territorio dei sami è «disturbato» da strade, centri urbani, attività estrattive di idrocarburi e minerali.

NOA AGNETE METZ

COPENAGHEN

Un tempo vittime di persecuzione a sfondo razziale. Oggi, grande attrazione turistica. I sami, nella loro terra della Scandinavia, possono dire di averle viste tutte: inclusa la nascita di Babbo Natale.

Adesso spopolano i pacchetti turistici, con tanto di sconto famiglia. E nel profondo Nord, in quella che è la Lapponia senza frontiere, un’area che si estende dalla Russia alla Norvegia, si può pagare per vivere «come i sami». I prezzi si aggirano sui 200 euro a testa per una notte in tenda. Ti colorano la faccia e ti cantano i cosiddetti Joik, gli antichi canti, accompagnati dal suono del tamburo dello sciamano, vietato dalle autorità locali per secoli. O, meglio, una versione moderna, dato che quasi tutti i tamburi originali, adorni delle immagini del pantheon sami, sono stati distrutti o si trovano nei musei da quando i sami sono stati ufficialmente cristianizzati. Alla fine della cerimonia, arriva la bevanda a base di erbe segrete. «Vivere come i sami» vuole dire vivere con le renne, l’allevamento storicamente alla base della loro cultura. È una forma di eco-turismo che si vende come il pane, specie in estate, quando il sole illumina le praterie quasi 24 ore al giorno e gli svedesi possono lasciarsi alle spalle per un weekend la vita moderna e tornare, un po’, nella natura.

Senza Stato 

I sami hanno la loro lingua, imparentata con l’ungherese e il finlandese, che nulla ha a che fare con le lingue scandinave. E sono un popolo, un’etnia, anche se le regole del parlamento sami, piccolo organo rappresentativo sottoposto a quello svedese, riconoscono diritto di voto a chiunque si autodefinisca sami. La storia non ha lasciato confini chiari. Il riconoscimento della loro cultura è arrivato quando ormai i sami vestono, parlano e in gran parte vivono come tutti gli altri. Da qualche tempo però è arrivato anche il momento di fare i conti con un passato che mette in imbarazzo la Svezia. Al filmfestival di Venezia 2016, una giovane svedese di origine sami, Amanda Kernell, ha vinto il premio di regista emergente con il film «Sami Blood» (Sangue sami). Come una doccia gelata, esso rievoca le vicende del passato con chiarezza e forza narrativa inaudita. Visto con gli occhi d’una ragazza di 14 anni, racconta le condizioni di vita dei sami negli Anni 30 del secolo scorso. Anticipando la Germania nazista, la Svezia, nel 1922, fu il primo Paese ad aprire un centro statale per lo studio della razza, l’eugenetica. L’obiettivo era migliorare la razza nordica, una categoria rispetto alla quale i sami erano considerati l’antitesi (come anche altre minoranze e i disabili fisici e psichici). Negli archivi dell’Università di Uppsala, si trovano 12.000 scatti di individui di cosiddetta razza inferiore, spesso nudi, contrapposti a soggetti più atletici definiti nordici. I sami furono studiati come oggetti per provarne l’inferiorità e lo Stato si imbarcò in una campagna di sterilizzazione forzata.

La protagonista del film premiato a Venezia fugge dalla vita tradizionale sami perché vuole studiare, cerca di entrare nella società svedese ma si scontra contro un muro di pregiudizi. Il film è, nelle parole della regista, un omaggio alle generazioni del passato che spesso hanno dovuto tagliare ogni legame con la loro cultura e nascondere le proprie origini per trovare un posto nella società svedese.

Ma se il passato viene raccontato e la cultura esistente tutelata, al punto che, a seguito di quanto sofferto dai sami, nella Svezia di oggi non si può più catalogare la gente secondo etnia, resta un punto interrogativo sul futuro. Grazie al titolo di «popolo originario», cioè residente in loco prima degli altri scandinavi, i sami hanno il diritto di usufruire di terre loro riservate per il pascolo e un monopolio sull’allevamento di renne. Privilegi fortemente contestati dal partito di destra Sverigedemokraterna, (secondo gli ultimi sondaggi tra i partiti più popolari del Paese), che contesta il principio secondo cui alcuni cittadini, sulla base di criteri etnici non meglio definiti, possano godere di diritti speciali a svantaggio di altri. Ormai sono pochissimi i sami che si dedicano all’allevamento di renne. Ma il dibattito è sempre più attuale, considerata la gran quantità di immigrati che arriva in Svezia e che sta rapidamente cambiando la composizione etnica del paese.

Raggiunto al telefono, Lars-Jonas Johansson, capo del partito Landspartiet Svenska Samer, conferma che l’allevamento di renne, con gli spazi estesi che esso richiede, è portatore di cultura. Senza i privilegi attuali, la tradizione sami andrebbe sicuramente a morire. E Johansson è preoccupato per le prossime elezioni nazionali: «Non mi sento al sicuro col vento di destra che soffia sull’Europa. Se vince la destra, sicuramente cercheranno di trovare consenso in Parlamento per privarci delle terre, che sono nostre e dei nostri antenati».

Ecoturismo di lusso a parte, la Lapponia continua ad essere meglio nota in Italia come il luogo di origine di Babbo Natale. Lui avrebbe senz’altro passaporto sami. Secondo la docente di cultura sami presso l’Università di Uleåborg, Anni-Siiri Länsman, il personaggio è ispirato ad un mago della religione sciamanista sami che si serve di renne volanti e veste di rosso cardinale, uno dei tanti elementi che rimanda ai tempi in cui i sami mescolavano liberamente la loro religione con il cristianesimo.

Chi porta i bambini in vacanza al villaggio di Babbo Natale a Rovaniemi, in Finlandia, una volta finita la visita, può approfittare per dirigersi verso le praterie. Con un po’ di fortuna, sfidando gli sciami di zanzare, può imbattersi in mandrie di renne accompagnate dai loro padroni sami. Per un altro po’ ancora, ma forse non per molto.

OM MANI PADME HUM

OM MANI PADME HUM (Om Mani Pémé Hung) è il mantra di Chenrezi, o Avalokiteshvara, il Buddha della compassione, protettore del Tibet.
Sono sillabe sacre che significano: “La gemma (mani, cioè Buddha, o la sua dottrina) è nel loto (padma, cioè nel mondo)”, om e hum sono formule dagli infiniti significati.
Nel Tibet a queste parole è attribuita una grande potenza benefica, e per questo motivo vengono continuamente ripetute, scritte, e dipinte ovunque. Il mantra scritto più volte su strisce di carta è introdotto nelle cavità di “ruote”, o mulini di preghiera (Manichorkor), che saranno girati a mano o dall’acqua.
Le ruote di preghiera sono usate dai tibetani per purificare se stessi, ed il mondo, dal karma negativo accumulato, in base alla convinzione che il mettere in movimento il mantra scritto produce gli stessi benefici effetti del pronunciarlo.

ELIZABETH KÜBLER-ROSS, 1926 – 2004

Impara ad entrare in contatto col silenzio che è dentro te stesso ed a capire che tutto in questa vita ha uno scopo.

Medico psichiatra svizzero.

Un Canto Speciale

I membri di una tribù dell’Africa orientale utilizzano un canto speciale attribuito ad ogni persona prima della nascita. Si sostiene che la data di nascita di una creatura non sia né il giorno del parto né quello del concepimento. Per loro la data di nascita coincide con l’istante in cui la madre pensa per la prima volta ad avere un figlio. La donna, cosciente delle sue intenzioni di concepire un bambino, si allontana per sedersi solitaria all’ombra di un grande albero. Si apre all’ascolto, finché inizia a sentire il canto della creatura che lei desidera dare alla luce. Una volta concepito il canto, ritorna al villaggio e lo insegna al suo compagno per poterlo cantare insieme quando faranno l’amore, invitando la creatura a unirsi a loro. Quando si realizza il concepimento, la madre canta la canzone al figlio che porta nel ventre, poi lo insegna agli anziani e alla levatrice del villaggio, in maniera che, durante il parto e all’istante della nascita la creatura sia accolta con questa melodia. Dopo la nascita tutti i membri della comunità imparano la canzone di ogni bimbo, gliela cantano quando cade mentre impara a camminare, nei momenti di trionfo, nei rituali e durante le iniziazioni. Quando raggiunge l’età adulta, il canto diventa parte della sua cerimonia nuziale. E alla fine della sua vita, saranno i suoi cari, accanto al letto del commiato, a intonare quel canto per l’ultima volta.

 

Storie dello spirito, storie del cuore – Christina Feldman, Jack Kornfield

citato in Custode del Fuoco Sacro – Alessandra Comneno

I Variaghi nella pianura russa

DI ALDO MARTURANO

Fonte: http://www.centrostudilaruna.it/i-variaghi-nella-pianura-russa.html

Uno sguardo alle circostanze che generarono i primi stati slavo-russi

Grandissima parte della gente che oggi abita nelle varie nazioni europee, compresi logicamente i russi e gli affini slavi e i non slavi del nordest europeo, ha vissuto nel Medioevo dello sfruttamento, agricolo e non, della foresta che copriva un’enorme porzione del continente. Se dovessimo colorare i raggruppamenti agricoli diciamo col color rosso su una carta geografico-storica del XII-XIII sec. d.C., li noteremmo neppur troppo numerosi, ma anzitutto come delle piccolissime gocce di inchiostro vermiglio schizzato ai margini di un mare verde di alberi.

Dal folclore contadino, che possiamo subito chiamare paneuropeo perché rispecchiantesi molto simile nei contenuti delle favole note nell’Europa intera, sappiamo che la presenza dell’ecosistema forestale era percepita sovente come un’incombente minaccia e cioè di un luogo misterioso infestato da altri esseri non troppo umani e persino non umani, come animali feroci e mostri, dèi e folletti con i quali occorreva patteggiare per evitare assalti mortali allorché ci si volesse addentrare. E l’uomo medievale, almeno chi era stato già battezzato e aveva assimilato i modi di vedere “cristiani” negativi verso il mondo “silvicolo”, era educato a convivere sempre all’erta e sempre in armi contro tali abominevoli entità pagane e per principio pericolosissime per le energie che sprigionavano!

Dove però la religione cristiana non era ancora penetrata, l’obbligo insegnato era di prendere su di sé il dovere di conservare e difendere le entità della selva, quelle che fossero, giacché ogni parte della foresta era viva e nessuno poteva danneggiarla impunemente. La tradizione pagana aveva conservato solenni e propiziatori riti che instauravano il rispetto per le divinità forestali: riti orgiastici, feste sacrificali e tabù vari proprio come si soleva fare per proteggere parenti e agnati di una grande famiglia, e aborrendo pertanto ogni possibile attività deforestante.

La foresta, malgrado le superstizioni religiose, restava la parte del macrocosmo da cui si traeva non soltanto legna da ardere, per cucinare e per scaldarsi e ogni tipo di materiale per costruirsi una casa, arnesi e armi, ma pure cibo pronto al consumo e foraggio per gli animali domestici, amici intimi dell’uomo. Ad esempio i porci in autunno erano mandati nel fitto a pascolare e a copulare col verro selvatico per migliorare così la razza e la carne che se ne ricavava e il cinghiale pertanto non era un animale da cacciare… Da temere per il suo carattere aggressivo? Certo, ma da rispettare nel suo ruolo sacro di ipostasi di un dio maschile della selva.

In breve c’era un complesso e complicato intrigo di legami che comprendeva fra i riti a cui accennavamo sopra persino l’accoppiamento umano con femmine di animali ossia la copula bestiale. Quest’ultimo rito serviva non tanto per propiziarsi delle prede di caccia, quanto perché presso i popoli del nord dal Pacifico all’Atlantico, dalla Siberia al Canada gli animali selvatici erano venerati come i capostipiti dei gruppi umani e delle nazioni (totemizzazione) e perciò il rapporto con loro era fra persone non tanto diverse nell’aspetto fisico e in ogni caso con poteri magici e con i medesimi e profondi sentimenti.

Naturalmente dopo secoli di sfruttamento selvaggio le relazioni uomo-foresta sono alquanto cambiate e sono diventate più neutre al presente, almeno per quanto riguarda i sentimenti di amore-sesso con i compagni viventi nella biocenosi forestale. La selva, pur fortemente depauperata di molte piante e di animali del passato, sta ritornando agli onori della cronaca ed è riconosciuta il fulcro dell’ecologia del pianeta… tanto più cara a noi europei per la parte che ci tocca conservare!

Sia come sia, senza dover elencare tutti i prodotti che la foresta forniva (e fornisce) per l’uso e il consumo umano, diciamo che nel Medioevo essa rappresentava un enorme giacimento di materie prime e di risorse alimentari, sebbene la ricerca ininterrotta di terre da coltivare con conseguente deforestazione restasse una violenza al bioma notoriamente difficile da riparare nel breve termine, ma ritenuta inevitabile e, nell’Impero Romano, prescritta dalla religione cristiana dominante (v. Regola di san Benedetto).

Nel caso specifico della Pianura Russa il terreno da mettere a coltivo non era scelto a caso ai margini o nelle radure fuori o dentro la foresta, anzi! La scelta che i documenti del VII sec. d.C. invitano a attribuire agli Slavi, noti come spericolati contadini, ricadeva su quei suoli che davano delle buone rese giacché, a causa della primitività degli arnesi usati, delle messi andate male potevano significare morte e miseria per molte persone. Quali suoli allora? Guarda caso nella Pianura Russa esistevano dei suoli fertili speciali arcinoti fin dall’antichità: le Terre Nere (russo Černozjòm) o Terre a loess cosiddette. Consistevano di suoli di un’argilla tipica capaci di ospitare un bioma senza tanti alberi, ma con una ricca vegetazione erbacea. E qui sorgevano i dissapori. Mantenuti a pascolo stagionale, immediatamente a disposizione senza fatica alcuna, erano contesi a sud fra i nomadi pastori della steppa e gli Slavi agricoltori che, al contrario, quei terreni li vedevano coperti di messi rigogliose.

Meno intenso era invece lo scontro degli Slavi con i raccoglitori a nord poco sotto il Circolo Polare Artico. In quest’ultimo caso accadeva che in certe zone del settentrione della Pianura Russa eliminare alberi e arbusti significava causare l’emigrazione o l’estinzione di una parte di fauna e di flora e andar così contro gli interessi economici e vitali dell’unico abitante umano della zona stessa e cioè del raccoglitore-cacciatore ugro-finnico più o meno autoctono. Questi giudicava indispensabile per la propria esistenza (compresa l’offerta nello scambio di risorse) che la foresta rimanesse intatta con la fauna e la flora sue e non accettava la deforestazione quantunque limitata essa fosse da parte di contadini giunti da chissà dove, se non con enorme diffidenza e ostilità rancorosa (basta leggersi le favole locali!) che prevedeva vendette e scontri. Non si dimentichi infatti che il raccoglitore-cacciatore ha bisogno di un vasto territorio da battere alla ricerca di cibo e che deve cercare di mantenere un buon equilibrio fra quanto raccolto/cacciato e la riproduzione di flora e fauna onde evitare malaugurati esaurimenti.

In conclusione un’eventuale colonizzazione del nord restò in principio un passo molto pericoloso per chiunque si azzardasse ad intraprenderlo. Da parte slava moscovita l’occupazione inizierà nel XV sec. d.C. proprio dal lato nordest e spesso scorrerà il sangue! Il paesaggio silvicolo, la fredda tundra nordica e la taigà più temperata, nella Pianura Russa terminava a sud nelle regioni appena sopra Kiev o appena sotto Tver’ e di qui iniziava subito la steppa che il pastore, come abbiamo detto, riservava alle sue mandrie o alle sue greggi pronto a difenderla contro qualunque intruso.

Si capisce facilmente che il contadino era immaginato genericamente dal “raccoglitore-cacciatore” o dal “nomade pastore” un verosimile e potenziale nemico e in entrambi i casi quando lo si vedeva attivo in una certa area era spontaneo pensare, e non a torto, che così si intendesse spingere chi da tempo là abitava a una forzata emigrazione o, peggio! a un’indesiderata soggezione. Si può dedurre inoltre che il contadino fosse molto più interessato alla steppa poiché era giusto questa la zona delle dette Terre Nere. Il clima appariva più clemente qui e, lo ripetiamo, l’agricoltura era estremamente agevole più che in qualsiasi altra regione europea per la fertilità e per la fatica da spendere a lavorarla.

Concludendo si può affermare che parlare una lingua slava in gran parte della Pianura Russa già verso l’VIII-IX sec. d.C. volle dire essere assimilati al generico avversario.

Da questa collezione di notizie e riflessioni possiamo concludere che la conservazione della biocenosi forestale rispetto alla biocenosi steppica diventasse uno dei crucci maggiori di quei varjaghi, quegli slavi e altri che si separarono come élites di potere intorno al VIII sec. d.C. e si contrapposero agli altri abitanti presenti per il diritto di disporre dei territori senza limitazione di alcun genere.

E allora quali sono le élites che ambiscono al potere quando a partire dal VI-VII sec. d.C. ne leggiamo accennate una dopo l’altra nelle regioni in cui era stata suddivisa la Pianura Russa dalle stesse élites? L’élite però – teniamolo ben presente – vede sé stessa destinata non soltanto a sfruttare la foresta e a risolvere i suoi problemi economici senza interferenze, ma deve pur sopravvivere e per la sussistenza oltre alla selvaggina – richiestissimo cibo carneo che gli dèi concedono peraltro solo ai nobili permettendo loro la caccia nella foresta – ha bisogno soprattutto delle granaglie/cereali e quindi del surplus prodotto dai contadini. Non c’è scelta! I contadini saranno obbligati a produrre quel surplus non più in risposta alle proprie esigenze di consumo, ma come contributo al potere in condizioni di sudditanza. Ed ecco un problema peculiare per uno stato che si costruisca nella Pianura Russa.

La realtà del contadino slavo trasmessa dai documenti è di famiglie di una decina di persone ciascuna che ogni 8-10 anni lasciano un insediamento perché il terreno si è esaurito non avendolo saputo concimare e migrano alla ricerca di una nuova radura da trasformare in villaggio con coltivi nuovi annessi e connessi. Individuato lo spazio nella foresta adiacente e preparatolo per l’accoglienza negli anni precedenti, il vecchio abitato è abbandonato e quasi cancellato dalla memoria collettiva. Con un tal regime di vita, peraltro neppure raro in Occidente, come fa il potere a individuare e a raggruppare i propri sudditi intorno alla sua residenza? La Pianura Russa è priva di strade romane e ha un clima continentale severissimo, con superfici ghiacciate e neve che durano per molti mesi. Percorrerla per un eventuale censimento muovendosi lungo i fiumi è assolutamente impraticabile persino con la bella stagione perché si forma fra neve sciolta e terriccio una fanghiglia spessa – in russo rasputìca – che dura anch’essa qualche mese e fa perdere la strada! Addirittura, nel caso in cui un villaggio geograficamente individuato e sottomesso si rifiuti di pagare il contributo, come si fa a muovergli contro una spedizione punitiva?

Altre sono le circostanze nella steppa. Da queste parti élites tradizionali che governano esistono già, ma con interessi tutt’altro opposti a quelli indicati appena qui sopra. Nella steppa l’economia dipende dai capi di bestiame e dal foraggio di cui gli animali hanno bisogno che, quando come nella steppa è bello e pronto, abbondante e spontaneo, diventa preziosissimo. Per forza di cose a guardarne la prossimità geografica rispettiva le ostilità e le divergenze fra la steppa di pastori e la Kiev sostenuta da agricoltori provocheranno una conflittualità minuta, ma perenne e molto costosa per le casse kievane. Se ciò costituisce un punto debole della Rus’ di Kiev, non si può dire che al nord regni la pace assoluta nella gestione dei territori. Novgorod, città-stato legata in qualche modo a Kiev e che appare tardivamente (ca. 930 d.C.) sulla scena con un tipo di élite al potere di carattere oligarchico e repubblicano ha da fare i conti pure con i ripetuti tentativi a conquistarla degli Scandinavi.

È, questo nostro, un primo sommario esame delle circostanze da affrontare da parte dei élite che abbiamo preferito introdurre subito giacché tali problemi derivati saltavano subito agli occhi di chi si ingegnava a stabilire un dominio.

Una domanda sorge ora spontanea: l’élite kievana che minimo di tradizioni/ideologie portava con sé per poter elaborare una teoria dello stato? Siccome la nostra ricerca è focalizzata su Kiev, è comprensibile che la nostra attenzione si volga allora all’Impero Romano di Roma/Costantinopoli e all’Impero Carolingio i quali, ad esempio, nel loro ambito potevano proporre dei modelli da imitare e a cui aspirare a questo proposito. Pertanto possiamo già prevedere quali consigli e quanti consulenti da questi think-tanks dell’epoca potessero essere richiesti e benvenuti presso l’élite kievana, non appena essa fu in grado di scegliere e optare per uno stato slavo-russo e avere contatti con l’estero.

Esiste un altro fattore che non è lecito trascurare: la composizione etnica – importante per gli sviluppi culturali e politici – dell’élite che si sente pronta per assurgere al potere su un certo territorio e sui suoi abitanti. Contatti e mescolanze fra le etnie conviventi nella congerie multietnica della Pianura Russa sono ovvi e ben documentati e quindi occorre indagare fra quei gruppi che hanno lasciato nel terreno tracce riconoscibili delle loro frequentazioni. Fra questi c’è in particolare la mafia varjaga che appare sotto forma di bande armate. Perché notarla? Essa è per sua natura formata da nuclei a tendenze elitarie poiché quando “invade” la Pianura Russa è spinta dall’unico desiderio di consolidare un proprio angolo di dominio qui e là dove vivere al meglio delle risorse locali, indipendente e sovrana.

Diamo però un’occhiata alla soluzione globale per l’esercizio del potere esemplificata dall’organizzazione romano-cristiana intorno alla figura dell’Imperatore come appariva intorno al VII-IX sec. Il personaggio si afferma essere investito del potere su genti e paesi da un dio superiore invincibile e padrone del mondo e condivide tale potere col rappresentante di quel dio fra gli uomini ossia col capo religioso o Patriarca, l’ideologo incaricato al controllo che tutto fili liscio. Alcuni personaggi varjaghi assaporeranno, stando al servizio personale di questo tipo di monarca, come funziona il sistema e decidere di emularlo e, se la condizione sine qua non è adottare il cristianesimo, è un passo facile e allettante per un varjago pagano! In breve Roma sul Bosforo ha i migliori esperti per dire come fare e è pronta a offrirli purché le élites decidano seriamente di aderire al Commonwealth Cristiano. Addirittura fra i Goti presenti sporadicamente nella realtà slavo-russa o nell’odierna Polonia la variante “ariana” del cristianesimo aveva già fatto dei proseliti e i Goti svedesi apparivano già pronti a costituire stati autonomi propri sin dal IV sec. (Ermanarico!) … Non solo! Nel 862 era giunta a Costantinopoli un’ambasciata del principe moravo Rostislav con la richiesta di missionari da mandare nelle terre slavo-morave affinché facessero propaganda della fede cristiana fra i suoi sudditi in lingua locale e lo aiutassero a consolidare il suo stato e il suo potere.

Un esempio anteriore di ben due secoli all’exploit moravo era stata la Bulgaria del Danubio, creata da Costantinopoli e nota nei documenti imperiali come Magna Bulgaria. I Bulgari con l’aiuto degli esperti politologi imperiali erano in parte riusciti a creare un enorme stato “cristiano” dal Caucaso alla riva sinistra del Danubio sotto la guida del loro khan Kubrat, benché non fosse ancora un impero come avrebbe auspicato lo stesso khan che – è bene dirlo – nella sua cultura nomade era capo militare e religioso esattamente come il collega imperatore romano… I Bulgari stessi a volte chiamavano il loro stato, che comprendeva Kiev e dintorni, Bulgaria Occidentale o Bulgaria Nera e alla morte di Kubrat si era disfatto e il potere si era diviso fra due altre élites bulgare: una che finirà stabile nella conca del Danubio e l’altra, insieme con i Càzari, che crescerà sul medio e alto Volga.

Il grosso errore di Kubrat era stato quello di non esser riuscito a coinvolgere gli stessi suoi figli e l’intero suo clan Dulo nel progetto cristiano. L’uso pratico di quella religione prevedeva riti continui con la partecipazione obbligatoria dei sudditi e i riti richiedevano dei luoghi appositi (chiese o simili) sparsi nel territorio in numero sufficiente poiché qui si ripeteva all’infinito il nome del sovrano e l’obbedienza che gli era dovuta. Inoltre il compito primario del prete-parroco cristiano era scovare, anche a costo della propria vita, gli abitanti più remoti e reconditi per raccoglierli presso il tempio ed “evangelizzarli”. Questa attività ecclesiastica ci è sembrata trascurata sotto Kubrat, che forse aveva creduto sufficiente essere in combutta col capo religioso mandato o nominato da Costantinopoli per reggere il nuovo sistema! Sebbene ciò accadesse fra i Bulgari, ripetiamo, un paio di secoli prima (VII sec. d.C.) che la mafia varjaga si dimenasse per creare uno stato per qualcuna delle sue bande, quell’esperienza non costituiva forse un insegnamento e una spinta per capire che il modello cristiano-romano di stato non era così solido se, ad esempio, a causa di certe sue particolarità non applicate si causava il collasso?

Il discorso non è comunque semplice ed è consigliabile leggere S. Runciman (v. bibl.) al di là di ciò che ne abbiamo scritto nella prima parte della nostra ricerca sulla Rus’ di Kiev (v. bibl.).

Conviene invece ritornare sulla natura delle bande varjaghe per vedere fino a che punto fossero in grado collettivamente di elaborare dei piani futuribili di nuove comunità. Innanzitutto erano gruppi di maschi riuniti intorno a un capo del tutto provvisorio il quale, procuratasi una nave, l’armava per attraversare il Mar Baltico e dirigersi al sud, dove la tradizione insegnava che si potesse trovar da vivere di gran lunga meglio che in Scandinavia. Il gruppo non portava con sé donne e non aveva pertanto alcuna intenzione di mutarsi in un nuovo popolo insediato fra gli altri della Pianura Russa, una volta trovata l’area dove sistemarsi. Ogni attività “lavorativa” e “continuativa” era aborrita e l’unica idea, peraltro offerta dal capo come traguardo da raggiungere “sotto la sua esperta guida” (di qui il contratto di adesione tramite un giuramento di assoluta obbedienza celato nell’etimo di varjago), era di accumulare ricchezze sottraendole con la forza a chi le aveva. L’antropologo J. Diamond (v. bibl.) ha coniato per il tipo di stato in cui sfociano tali “intenti predatori” il termine cleptocrazia. Il cleptocrate si disinteressa della produzione e dei produttori completamente, ma pretende per sé il prodotto che requisisce con la forza, diretta o mascherata da un’ideologia/religione che la giustifichi. Crea o mutua così i miti di soprannaturali potentissime entità che prestano una parte dei loro poteri al suo gruppetto di uomini armati.

E agli inizi nella Rus’ di Kiev è giusto questo il tipo di regime che osserviamo. All’élite è affidata la convivenza fra gli amici stretti (varjaghi) e le locali etnie (slave e non) col compito di ridurre in pochi necessari scontri la conflittualità reciproca per poi incanalarla nell’idealistico sacrificio della vita per il benessere reciproco comune.

D’altronde, se seguiamo il cammino dei Varjaghi quando toccano i lidi della Pianura Russa, vediamo che le bande abbandonavano le imbarcazioni originarie non più adatte alla navigazione sui fiumi e a questo punto un’arma di ricatto che il capo-armatore aveva avuto per guidare l’avventura, e cioè il mezzo per tornare in patria ricchi e gloriosi, cadeva. Rimanere ora da capobanda e non correre il rischio di essere spodestato e rimpiazzato significava esaltare al massimo il traguardo dell’impresa originaria con nuove promesse di successo sempre più fantasiose.

Le due vie seguite dai Varjaghi per il sud (da W. Keller – Ost minus West = Null, München 1963)

Nessun ruolo di preminenza era mai stato formalizzato o garantito al momento della partenza dalla Svezia, e la facoltà di capobanda affermato si acquisiva e si rafforzava con l’abilità di vincere gli ostacoli con le armi giuste, ma prima di tutto usando e sfruttando, senza mai svelarle, le informazioni possedute sui paesi stranieri nei quali ci si muoveva. Era un modo efficacissimo all’epoca dove la propaganda si faceva esclusivamente parlando e raccontando, e dove la leggenda infiorata e la storia (v. le saghe islandesi!) erano la stessa cosa. Con questi metodi il capo esercitava potere e comando sui “suoi congiurati” (uno degli etimi proposti di varjago è väringr, ossia ‘compagno giurato’ in norreno). Il capo era una persona magica e divina, investito dagli dèi di una missione trascendentale. Senza dubbio i progetti delle imprese oltremare erano custoditi gelosamente in mente e magari alcuni erano impossibili e improbabili, ma il capo non li divideva con nessuno o al massimo li condivideva con i suoi pochissimi intimi. Dalle divinità inoltre riceveva in continuazione i dati per portare avanti e fino al termine con successo l’impresa prevedendo senza esitazioni lo sviluppo delle azioni compiute giorno per giorno. Lo dimostrava il fatto di eseguire frequenti riti di ringraziamento agli dèi nei momenti di stress.

Si badi bene che questi comportamenti erano moneta corrente nella patria svedese e quando si parlava con i mercanti stranieri si pensava solo al lucro che si poteva trarre dai viaggi fra gli ignoranti e ingenui popoli del Mar Baltico sud-orientale. Ce lo documenta sant’Ansgario del Vescovado di Brema-Amburgo, che frequentò Birka nel tentativo di battezzare i pagani scandinavi e offrendosi di accompagnarli nelle loro imprese baltiche. Alla fine, si trattava di combinare l’abito mentale varjago pronto al saccheggio e alla razzia con il mondo di genti effettivamente sconosciute. L’unico movente era di impadronirsi del territorio di proprietà di queste genti con la sua natura ricchissima di risorse monetizzabili. Le bande varjaghe letteralmente si illudevano di saper condurre una gestione intelligente di uomini e cose, una volta insediati. Per affermarsi e costruirsi una testa di ponte in due o tre aree del nordest russo certe bande avevano inventato una “polizza assicurativa di difesa perenne” contro le bande concorrenti marchiate di “terribili esseri vampireschi” e “malvagi maghi”. Dove per qualcuna di esse l’operazione “assicurativa” riuscì, fu poi facile mutarsi in dinastia sacralizzata e decidere di rimanere a godersi la vita da “mantenuti” senza vagare oltre. E come chiamare questo presentarsi dei varjaghi sulla scena della storia, se non col nome più logico di mafia? Insomma niente di nuovo sotto il sole europeo…

Un’ultima misura in ordine di tempo, parte piuttosto dell’ultima evoluzione storica della mafia varjaga alle prese con la foresta europea “orientale” che era già applicata con successo dai Romani da tempi abbastanza remoti, apparve nel Medioevo Russo: la legislazione forestale. Essa diventò un corpus giuridico non prima del XVI sec. d.C. cioè quando ormai i discendenti dei Varjaghi erano i gestori del potere legittimati a emanare ordinanze e leggi sull’ecosistema. Introducendo la novità della terra affidata con quanto c’era sopra di uomini e bestie, di piante e di altro all’élite al potere e mascheratala con la leggenda che una divinità l’avesse deciso, il sovrano ora e per sempre ne poteva disporre a suo piacimento. Di conseguenza costui condannava e puniva, persino con la morte, chi fosse stato sorpreso ad aggirarsi nel folto degli alberi senza il suo permesso.

Sicilia: scoperto a Gela un calendario megalitico di 5 mila anni fa

Potrebbe essere il più antico segnatempo della storia europea, forse una delle prime testimonianze dell’epoca in cui i nostri antenati hanno cominciato a misurare il tempo. Tutto questo in Italia, precisamente a Gela, Sicilia.

Anche l’Italia potrebbe avere la sua Stonehenge, ma molto più antica.

Il team di ricercatori guidato dall’archeologo Giuseppe La Spina hanno individuato quella che potrebbe essere una ‘pietra calendario’ tra le più antiche d’Europa.

La scoperta è stata fatta il 26 novembre 2016, a circa otto chilometri da Gela, in Sicilia, a poche decine di metri dalla Necropoli Grotticelle, di epoca preistorica.

Si tratta di un grande megalite con un foro di circa un metro di diametro, posizionato in modo tale da essere allineato con il sole nel giorno del solstizio d’inverno.

Come riporta l’Ansa, i ricercatori hanno rinvenuto il megalite forato mentre facevano un tour ricognitivo ai ‘bunker anti scheggia’ della Seconda Guerre Mondiale presenti lungo la statale che da Gela porta a Catania.

«Mi è parso subito chiaro che si trattava di un foro artificiale prodotto dall’uomo», spiega Giuseppe La Spina su Livescience.com. «Tuttavia, avevamo bisogno di prove empiriche per dimostrare che la pietra fu usata in epoca preistorica come un calendario per misurare le stagioni».

Così il team si è messo all’opera e, munito di bussola, macchine fotografiche e di una videocamera installata su un “drone” dotato di GPS, ha condotto un esperimento nel mese di dicembre, nel giorno del solstizio d’inverno.

L’esperimento è stato un successo totale. «Alle 7:32 il sole brillava attraverso il foro con una precisione incredibile», spiega La Spina. «È stato stupefacente».

Lo scopo del megalite poteva essere quello di indicare agli uomini dell’età del bronzo l’approssimarsi della stagione fredda, in modo da potersi preparare in tempo e affrontare il lungo inverno. Ed è anche possibile che il megalite fosse il centro anche di un qualche rituale. Infatti, ulteriori indagini dell’area hanno rivelato che alla fine del terzo millennio a.C. il sito era considerato un luogo sacro.

Non lontano dalla pietra forata, i ricercatori hanno trovato numerose sepolture intatte, note come ‘Necropoli Grotticelle’. È interessante notare che ad est della roccia calendario, La Spina e colleghi hanno trovato quello che sembra essere un menhir. La pietra di circa 5 metri giaceva a terra, ma la presenza di un foro vicino alla sua base suggerisce che il megalite in origine doveva essere in posizione verticale. «Questo, ovviamente, rafforza la sacralità del luogo», ha spiegato La Spina.

Fonte: http://www.ilnavigatorecurioso.it/2017/01/08/sicilia-scoperto-a-gela-un-calendario-megalitico-di-5-mila-anni-fa/