Confucio

Se non si sa cos’è la vita, come si può sapere cos’è la morte?

 

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Confucio

Un uomo che ha commesso un errore e non lo ha riparato, ha commesso un altro errore.

 

EliSaby

Il silenzio è la forma più alta della parola; comprenderlo è la forma più alta dell’essere umano.

ABRAX

L’enigma della sfinge

 

Vi sono tombe che non sono per i morti, bensì per i vivi.

Quando il neofita avanzava verso lo spazio sacro della Piramide, immagine del Fuoco trasmutatore, incontrava la Sfinge a sbarrargli il passo. Solo colui che conosceva la soluzione dell’indovinello, poteva passare oltre quest’essere misterioso il cui corpo era formato dai quattro elementi (corpo di toro: terra; volto umano: acqua; ali d’aquila: aria; artigli di leone: fuoco). Il senso della domanda era: conosci tu, dove si nasconde la quintessenza? Risposta: nell’uomo, poiché è in lui che la creazione giunge a perfezione, divenendo cosciente di sé. È nell’uomo che è possibile afferrare la “materia” unica di tutte le cose: la luce astrale.
Solo chi ha compreso questo può attraversare la morte senza timore di smarrirsi. Solo chi ha fatto sua questa verità, può assistere ai sacri misteri pienamente consapevole che la vicenda del dio è la vicenda della sua stessa anima.
Giunto nella Piramide, il neofita “muore”. I legami che normalmente lo vincolano al corpo fisico vengono allentati, ed egli comincia a sprofondare in sé stesso. Guidato dal perfetto orientamento astronomico del Tempio, egli oltrepassa la soglia dell’individuale e sperimenta la dimensione cosmica. La sua anima viaggia tra le stelle ed impara entrando in contatto con le potenze della Gerarchia. A sostenere l’adepto in questo viaggio, l’identificazione con la potenza del Sole.

Per uno abituato a vivere nella prigione del corpo fisico, infatti, il contatto con la vastità dell’Universo, l’esperienza della Libertà, potrebbe risultare paralizzante. Al termine del viaggio, l’iniziando “rinasce” trasformato. Consapevole della sua natura celeste, egli ha letto direttamente nel gran libro della Natura i segreti della grande Arte.
Noi, oggi, rimaniamo stupiti dalle grandi conoscenze astronomiche degli antichi. Non riusciamo a capire le basi “scientifiche” del loro sapere, così finiamo con il teorizzare l’intervento di entità aliene che dotate di una superiore tecnologia sono intervenute per guidare l’evoluzione umana. Ancora una volta scegliamo la via più semplice, la meno impegnativa: continuiamo a cercare fuori le risposte celate dentro di noi. Qualcosa finisce sempre con l’allontanarci dal mistero di noi stessi.

E se gli antichi possedevano quelle meravigliose conoscenze sull’universo perché lo avevano realmente visitato? Senza bisogno di navicelle aliene, senza missili spaziali, ma semplicemente imparando a scendere dentro loro stessi, lì dove dall’individuale si entra nell’universale.

 

Estratto dalla rivista “Il Cervo Bianco “

 

Torque celtico

Fonte: http://www.ynis-afallach-tuath.com/public/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=235&mode=thread&order=0&thold=0

 

Simboli Quando ho pensato di affrontare il simbolo del torque (o torquis) celtico, sapevo che avrei incontrato un po’ di difficoltà nel cercare notizie, ma non credevo certamente che le conoscenze riguardanti questo monile fossero tanto scarse.

Il simbolo celtico forse più conosciuto a livello iconografico non è, evidentemente, l’oggetto su cui si sappia di più, anzi. Per cui, chiedo scusa al lettore se l’articolo potrà sembrare lacunoso ma, evidentemente, l’argomento in sé non è tanto facile da affrontare.

Cos’è il torque?

 

Il torquis (detto torc o torque – termine latino che significa “ritorto”) è un pesante collare metallico spesso realizzato con fili intrecciati di rame o d’oro ma anche di bronzo e, più raramente, d’argento.

Questo monile nacque nelle regioni orientali ed in origine era indossato esclusivamente dalle donne, anche se successivamente divenne oggetto d’uso anche maschile, come vedremo.

Questi collari potevano essere aperti o, più raramente, chiusi, con estremità ingrossate, a globi o decorate con teste di animali o con teste umane cesellate che venivano a trovarsi una di fronte all’altra sulla gola di chi indossava il gioiello; inoltre, potevano avere corpo liscio, attorcigliato o intarsiato.

Dicevamo che, all’inizio, il torquis fu un simbolo, soprattutto, delle donne al potere, ovvero di principesse e donne importanti della società celtica. Questo collare appare in molte ricchissime tombe femminili del V e IV secolo a.C. Le donne che avevano un peso sociale di questo tipo erano sempre ornate di torc d’oro e da altri monili dello stesso metallo prezioso come bracciali, anelli, fibule e pendenti. Le più celebri tombe, in questo senso, sono quelle di principesse celtiche del IV secolo a.C. trovate a Reinheim nella Sarre e a Waldalgesheim, in Renania. Siccome i Celti usavano volentieri l’oro come simbolo di potere, questi reperti preziosi confermano che alcune donne celtiche hanno svolto un ruolo eccezionale all’interno della società.

Prima del III secolo a.C. questi torques, che fossero in bronzo o oro, erano generalmente presenti nelle tombe femminili, ma poi, per motivi che rimangono oscuri, cominciarono ad essere portati dai guerrieri e divennero anche oggetti di offerta.

Tra i torques della seconda Età del Ferro, quelli in oro sono relativamente tardi: il fenomeno dei depositi di offerte costituite da questi collari d’oro compare nel IV secolo a.C. Sono tesori fantastici, diffusi in tutte le province celtiche; alcuni fra questi sono quello di Erstfeld nella regione di Zurigo, quello di Fenouillet (Haute-Garonne nel sud-ovest della Francia), quello di Snettisham (Norfolk in Inghilterra).

Mentre per quanto riguarda le tombe maschili, credo sia interessante citare una scoperta recente, compiuta a Saint – Romain – de – Jalionas (Isère), che riguarda il sepolcro di un principe risalente all’VIII secolo a.C. Il guerriero, inumato sotto ad un tumulo, oltre ad essere circondato da vasellame ed altri oggetti, portava vari gioielli d’oro tra cui un torquis a torciglione e con piccoli bottoni terminali; questo collare è una reminiscenza del periodo del Bronzo finale.

 

In quali periodi si ritrovano i torques?

 

L’arte celtica si sviluppa in periodi differenti.

Dal punto di vista cronologico, forse ci può essere comodo fare uno schema:

 

  • 600 a.C./460-440 a.C. circa: Periodo Halstattiano Recente

 

             600 a.C. Nel porto greco di Massilia (Marsiglia) viene scritto il “Massiliote Periplus” in cui vengono descritte due isole lontane: Ierne (Irlanda) e Albion (Inghilterra)

             500 a.C. Testimonianze della presenza della cultura celtica dall’Inghilterra alla Francia, in Spagna Occidentale, in Germania Meridionale, fino al Mar Nero.

             450 a.C. Erodoto parla dei Celti nella Spagna Occidentale e nei pressi della sorgente del Danubio.

 

Questo periodo è caratterizzato dal “Primo stile”: temi e motivi ispirati al repertorio etrusco, decorazioni disegnate al compasso, composizioni basate su sistemi di simmetria assiale, torques d’oro, fibule a maschera, guarnizioni di carri, ganci di cinturoni, foderi di spade, brocche di vino e sculture.

 

  • 460-440 a.C. circa – 270-250 a.C.: Periodo Lateniano Antico

 

             400 a.C. I Celti attraversano le Alpi e scendono in Italia

             387-386 a.C. Battagli sull’Allia. I Celti a Roma.

             369-368 a.C. Mercenari Celti in Grecia (menzionati da Senofonte)

 

Questo periodo è caratterizzato dallo “Stile vegetale continuo”; al fondo già costituito, si aggiungono elementi ispirati al repertorio italico: uso del racemo (decorazione di origine romana consistente nella rappresentazione stilizzata di tralci vegetali intrecciati, talvolta con l’inserzione di elementi animali o umani – racemus= grappolo) e della “pelta” (palmetta celtica). Alle composizioni a simmetria assiale si aggiungono composizioni a simmetria per rotazione. Compare l’uso dello smalto rosso e l’inserimento del corallo. Elmi, foderi, torques, bracciali, fibule a decorazioni vegetali, vasi dipinti a figure rosse.

 

  • 300a.C./160-140a.C.: Periodo Lateniano Medio

 

             332 a.C. trattato di pace tra i Senoni e Roma.

             310 a.C. vittoria riportata sugli Illiri. Inizio insediamento nei Balcani.

             298 a.C. spedizione celtica in Tracia e sconfitta sul monte Haemus (Bulgaria)

             295 a.C. sconfitta della coalizione di Senoni, Etruschi, Umbri e Sanniti da parte dei Romani a Sentinum

             284 a.C. i Senoni assediano Arezzo

             283 a.C. Romani sconfiggono i Senoni a le fonti del torrente Misa (fondazione della Colonia Sena Gallica)

             283 a.C. sconfitta dei Boi

             280 a.C. il territorio dei Triballi e la Tracia vengono invasi dai Celti di Kerethrios, l’Illiria e la Macedonia dai Guerrieri di Bolgios e la Peonia dalle truppe di Brennos e Akichorios.

             279 a.C. I Celti a Delfi.

             278-277 a.C. Gruppi celtici passano in Asia Minore

             275 a.C. vittoria di Antioco I Sotere sui Galati d’Asia Minore

             233-232 a.C. Guerra di Attalo I di Pergamo contro i Galati

             225 a.C. vittoria romana sui Boi cispadani. Una parte di loro torna nell’Europa Centrale.

Stile plastico e stile delle spade.

Questo periodo è caratterizzato da metamorfosi plastiche: misto di forme umane, animali, vegetali e astratte. Composizioni complesse che associano diversi tipi di simmetrie. Largo utilizzo della fusione a cera persa, della falsa filigrana e del pastillage (imitazione a bronzo della granulazione). Bracciali e perle in vetro policromo. Foderi, torques, bracciali e anelli da caviglia, guarnizioni di carro. Immagini monetarie. Ispirazione a modelli macedoni o ellenistici. Inoltre, vi sono molte immagini monetarie; ispirazione a modelli macedoni o ellenistici.

Nei periodi successivi, invece (dal 160-140 a.C./ 10 a.C. circa, Periodo Lateniano Recente, al primo periodo Cristiano che va dal 400 all’800 d.C.) il torques sembra sparire dalla produzione dell’oreficeria celtica.

La testimonianza di Polibio.

Originario di Megalopoli, Polibio visse ca. tra il 200 e il 118 a.C.; compose le Storie in 40 libri -di cui sono conservati per intero solo i primi 5 e solo in estratti i rimanenti- incentrate sugli avvenimenti che videro l’ascesa della potenza romana tra il 220, inizio della seconda guerra punica, e il 146 a. C., contemporanea distruzione di Cartagine e di Corinto.

In Storie, II, 28, 11; II, 29, 6-8 scrive: “Quando le truppe di fanteria entrarono in contatto, fu uno scontro unico e straordinario… La quantità delle buccine e delle fanfare era infatti incalcolabile e nello stesso tempo vi si aggiungeva all’intorno un clamore così vasto e così forte di tutto questo esercito che intonava il suo canto di guerra, che non solo gli strumenti e i soldati ma anche i luoghi circostanti che risuonavano di concerto, sembravano essi stessi gettare grida; terribili erano l’aspetto e i movimenti di questi uomini, nudi in prima fila, ammirabili per la loro vigorosa giovinezza e la bellezza dei tratti. Tutti quelli che formavano le prime linee erano parati di torques e di bracciali d’oro.”

Il torque all’origine delle scoperte sull’archeologia celtica.

Come ci spiega Laura Rangoni in “Il paganesimo”, l’origine dell’interesse scientifico per la cultura celtica – che ebbe inizio nel 1771 – nacque proprio quando, a Podmokoly, in Boemia, fu rinvenuto un calderone colmo di monete d’oro e, guarda caso, un torque. Quel ritrovamento, dice l’autrice, fu proprio l’incipit dell’archeologia celtica.

Ma cerchiamo, ora, di capire meglio cosa sia questo monile che si ritrova anche sul famoso Calderone di Gundestrup (I secolo a.C.) dove Cernunnos, il Dio dalle corna di cervo, vi viene rappresentato in mezzo a diversi animali selvatici, con un torque nella mano destra e, nella sinistra, un serpente con la testa d’ariete.

Il significato del torquis.

Come è già stato detto, da un certo momento in poi, non si sa perché, questo collare tipico dei Celti diviene d’ uso maschile, diventando segno distintivo della maturità virile o della dignità guerriera.

Sculture romane che mostrano guerrieri celtici (Galli) in diversi ruoli, mostrano quasi sempre questo monile, di solito aperto, sul petto. I reperti tombali, però, contrariamente a quanto testimoniano fonti antiche e opere d’arte, non posseggono sempre il torques. I soggetti raffigurati con questo monile non appartengono solo alle caste guerriere ma, come abbiamo già visto, anche a figure spirituali come, appunto, il Dio Cernunnos. Quindi, evidentemente, il torque assunse un significato anche religioso. Secondo alcuni, il significato profondo di questo collare sarebbe quello di Libertà, del Valore individuale e dell’Onore. Rappresenterebbe l’energia spirituale della vita che scorre nella gola, da cui passa il respiro ed il nutrimento di chi lo indossa. Inoltre, indicherebbe nobiltà d’animo e capacità d’azione. Per alcuni, sarebbe anche simbolo di abbondanza, un po’ come la cornucopia classica.

Secondo Riccardo Taraglio, autore di “Il vischio e la quercia”, il torque, oltre ad essere uno dei segni sociali distintivi della società Celtica, aveva sicuramente una connotazione religiosa.

L’autore ci spiega che, ovunque vi sia stato uno scavo archeologico che abbia messo in luce una presenza celtica, lì si è trovato uno di tali oggetti che possono, quindi, ritenersi distintivo dell’intera cultura celtica. Inoltre, continua, c’è una cosa interessante: come ci rende noto in una nota al capitolo “La società celtica”, la parola “torc”, in antico irlandese, significherebbe “capo” o “eroe”.

Successivamente, poi, nel capitolo “Il mondo divino: dal cielo alla terra”, mentre affronta l’argomento dell’iniziazione dei guerrieri, l’autore ci parla del già citato Calderone di Gundestrup, il recipiente d’argento ritrovato nel 1891 in una palude Danese che dovrebbe provenire dalle regioni del Basso Danubio.

Questo oggetto, dice Taraglio, pone molti interrogativi poiché unisce una lavorazione Tracia a molti elementi della tradizione culturale e religiosa celtica, come il carnyx (trombe da parata), elmi, simboli e il famoso torque, appunto, di Kernunnos. Proprio grazie a questi elementi si è pensato che il calderone fosse di fabbricazione degli Scordisci, tribù celtica che nel III secolo a.C. ebbe molti contatti con i Traci.

Poco dopo, analizzando la figura del Dio Cervo, l’autore dice che il torque che egli impugna nella mano destra sarebbe connesso con il cielo e con le forze celesti.

Ward Rutherford in “Tradizioni celtiche – la storia dei druidi e della loro conoscenza senza tempo”, nel capitolo “La civiltà dei Celti”, ci parla delle donne guerriere celtiche e delle eroine della storia della Britannia e della ricchezza di queste ultime, che andava di pari passo con l’autorità.

Tra queste donne, cita la famosa Boadicea (Budicca) – il cui nome significa “vittoria” – regina e comandante degli Iceni Britannici. Di struttura fisica imponente, la lancia brandita in pugno, si presentava con i suoi capelli rossi e lunghi fino alle anche ed il suo pesante torquis al collo quando solcava i ranghi della IX legione romana sul suo carro dal mozzo ornato di falci.

Successivamente, nel capitolo “La natura del druidismo”, sempre Rutherford ci parla di un’altra rappresentazione di Kernunnos, oltre a quella già citata. Si tratta di una stele gallo-romana di Reims che mostra il Dio seduto nella posizione “buddista” (con le gambe incrociate). Anche qui, egli indossa il torquis attorno al collo, sempre circondato da animali; ma, invece che stringerne uno in mano, ha una borsa in grembo che riversa monete con profusione divina.

Nel capitolo “Il signore del bosco sacro”, viene poi affrontato proprio questo simbolo di unione tra gli Dèi e gli uomini.

Di questi torquis sono stati trovati centinaia di esemplari, molti dei quali di squisita fattura. Nel testo sta scritto: “Siccome circonda spesso il collo di divinità maschili, anche in rappresentazioni per altri versi rudimentali, è evidente la sua funzione religiosa. Conosciamo molti esempi di usanze analoghe. Hilda Ellis Davidson ne cita una, propria dei Senoni, che legavano i devoti con una corda prima di ammetterli al loro raduno più solenne nel bosco sacro, per il sacrificio umano annuale. È interessante quest’uso della corda, poiché il disegno di molti torques celtici indica che il modello ispirativi doveva essere stato una corda o una fune. Tacito, parlando di questa pratica dei Senoni, dice che la legatura serviva “a riconoscere il potere della divinità”. Eliade, che dedica un capitolo di “Immagini e simboli” al “dio che lega”, considera il legame la prerogativa del “Sovrano Terribile” di Dumézil, la più potente delle categorie di divinità indoeuropee. Legarsi a un dio- dice Eliade – significa riconoscergli un potere di vita e di morte, potere ovviamente posseduto dal dio a cui erano dedicati i sacrifici umani.

Anche se il torquis è stato rinvenuto nel corredo funebre di alcune sepolture femminili, non si conoscono rappresentazioni di divinità femminili che lo indossino. Né è detto che gli dei lo indossino sempre. Sul Calderone di Gundestrup, ad esempio, il collo del dio che sta immergendo una vittima sacrificale in una tinozza è nudo, anche se le divinità di altre placchette sono rappresentate col torquis. Sulla stele di Reims, che mostra Apollo e Mercurio ai lati di Cernunnos in trono, solo Cernunnos ne ha il collo ornato. Infatti è la divinità che più frequentemente indossa il torquis e, considerando i suoi marcati tratti sciamanici e quella che io ritengo sia la sua intima associazione col druidismo, si può ben dire di lui che è “un dio che lega”.

Tuttavia il torquis non è suo esclusivo appannaggio, come si può notare nelle rappresentazioni di altre divinità, per esempio del dio guerriero di Entremont, Provenza (III-II secolo a.C.) e della figurina di ferro e bronzo di Bouray, presso Parigi, particolarmente straordinaria.

Poiché Dumézil associa precipuamente il concetto del legare con gli Indoeuropei, non sorprenderà trovarlo anche presso i Celti, che conservarono molte di queste antiche radici. Il passo di Tacito sui Senoni dice chiaramente che la legatura avveniva solo prima del sacrificio e questo porta a chiedersi se i Celti indossassero il torquis permanentemente oppure solo in occasioni rituali. O, invece, non lo indossavano affatto? Merrifield nota che alcuni di quelli rinvenuti nelle tombe sarebbero stati troppo piccoli per un collo umano e suggerisce che avrebbero avuto il ruolo di pagamento del pedaggio per l’ingresso nell’Aldilà. Ma contro questo argomento abbiamo la testimonianza di Dione Cassio, secondo la quale Budicca andò in battaglia indossandone uno. Inoltre, i guerrieri celti che indossano il torquis sono raffigurati in varie rappresentazioni classiche, come un sarcofago romano, dove essi appaiono armati di lancia e per il resto completamente nudi, a parte il torquis al collo.”

Inoltre, nel capitolo “Druida e Re” dello stesso testo, viene citato l’uso femminile di questo collare in un racconto gallese, Kulhwych e Olwen” che fa un riferimento a “Creiddylad figlia di Llud dalla mano d’argento”, che era una delle “gentili donne dal torquis d’oro di quest’isola”.

Per cui, rimangono vive ancora diverse domande ed incongruenze. La prima è se i Celti usassero normalmente il torque o se lo indossassero solo in certi momenti della vita o se, addirittura, fosse un oggetto solo usato come offerta agli Dèi. Un’ulteriore incongruenza è legata a chi indossasse questo collare. Mentre gli autori antichi ricordano i torques come oggetti d’ornamento tipici dei guerrieri celtici, che li indossano al collo durante le battaglie (nei bottini di guerra romani compaiono spesso quantità consistenti di torques strappati al nemico), essi vengono rinvenuti di norma nei corredi tombali femminili. Come mai il torques che si ritrova al collo dei guerrieri anche in numerose statue e rilievi (ad esempio nel fregio di Civitalba, località vicina al Sentino, in cui nel 295 a.C. si svolse la battaglia decisiva dei Romani contro la coalizione di Sanniti – Umbri – Etruschi – Galli – Senoni), non viene indossato dai guerrieri anche nella tomba? Al di là delle possibili congetture, non rimane che constatare il divario fra l’utilizzo pratico dell’oggetto (maschile) e la destinazione funeraria (femminile).

Una curiosità

 

Girando per il web nella ricerca di altre informazioni, mi sono imbattuta in un sito scritto da un signore, Enrico Calzolari, appassionato di Paleoastronomia, in cui tratta l’argomento “Studio di Coppelle in Sardegna ed in Liguria: Cerchi di coppelle con coppella centrale”.

In una scheda, l’autore del testo affronta l’argomento: “Coppelle ed incisioni in Lunigiana”. Riporto interamente il testo per far capire il contesto del ritrovamento, nel caso qualcuno volesse andare a cercare l’oggetto in questione, un altare con la figura di Cernunnos con la torque.

Il “Sentiero n. 118 del C.A.I. di Lunigiana” è un sentiero che si trova in Comune di Bagnone (MS) e partendo da Treschietto sale fino al Passo di Badignana (Monte Matto) segnando un’antica via di transumanza.

Il fortunato studio del Sentiero 118 C.A.I. di Lunigiana è avvenuto in conseguenza di una ricerca ( non ancora conclusa ) di un altare celtico- formato da una grande pietra triangolare poggiata su tre colonnine costruite con pietre, ornata di un’incisione rappresentante il dio Cernunnos, con serpente e torque – raffigurata in una fotografia che venne pubblicata sul libro “Incisioni rupestri e megalitismo in Liguria” e quindi resa esplicita in un disegno pubblicato sul Notiziario C.A.I. della Spezia – 1994. Poiché lo scopritore, per ragioni di età, non è più in grado di raggiungere il sito, posto a 1600 metri s.l.m., se ne sta cercando l’ubicazione per meglio studiare il cerchio megalitico ed il suo altare. Durante queste ricerche è stato scoperto il grande valore del Sentiero118, dovuto alla presenza di megaliti e di incisioni rupestri, con simbologie di carattere magico -sacrale ed esoteriche che derivano dai seguenti elementi:

–              all’inizio del sentiero a quota 850 metri s.l.m. vi è un’incisione geometrica che sembra legata ad un esoterismo più tardo, medioevale (un semicerchio con rette ortogonali che si incontrano al centro)

–              a quota 900 metri s.l.m. vi è un’incisione che rappresenta un antropomorfo che tiene nella mano sinistra il bastone di comando, arcuato

–              a quota 1350 metri s.l.m. si trovano due megaliti a forma di losanga, di cui uno con coppella centrale (a significare la Dea Madre Gravida) ed uno senza (a significare la Dea Madre Vergine) (si veda Marija Gimbutas – “Il linguaggio della Dea”)

All’inizio, a metà e al culmine del sentiero vi sono tre stele che sono state cristianizzate mediante l’inclusione di formelle in marmo bianco; la formella della stele centrale risulta asportata, quella della stele in basso rappresenta un giovinetto che viene invitato al cammino ascensionale da un personaggio che si ritiene sia San Giorgio.

La formella della stele posta in alto rappresenta lo Spirito Santo in forma di colomba; a quota 1150 metri s.l.m. vi è un’incisione rupestre, antichissima e particolarissima contenente la losanga attorniata da due tridenti, affiancata da una riga verticale, il templum (quadrato orientato) ed un angolo iscritto in un cerchio.

L’incisione è stata studiata con analisi avanzate, effettuate dal prof. Roberto Chiari dell’Istituto di Petrografia dell’Università di Parma. L’analisi spettrografica dei corpi millimetrici rinvenuti all’interno dell’incisione ha dimostrato che questa è stata ottenuta incidendo l’arenaria con diaspro e calcedonio. Trattasi della prima incisione analizzata con questa metodologia nell’intero Appennino.

 

 

 

 

 

Note: Articolo di Xenia La Chouette (Sarah Degli Spiriti) tratto da quaderno amatoriale “Labrys” n.10, Imbolc 2006.

 

Bibliografia e fonti iconografiche

 

             Le garzantine, Simboli; Ed. Garzanti (Cernusco, Milano, 2001)

             Laura Rangoni, Il paganesimo; ed. Xenia (S. Vittore Olona, Milano, 2005)

             I Celti, catalogo della mostra tenutasi nel 1991 a Palazzo Grassi (Venezia); ed. Bompiani (Caleppio di Settala, Milano, ristampa del 1997)

             Riccardo Taraglio, Il vischio e la quercia – spiritualità celtica nell’Europa druidica; Edizioni L’Età dell’Acquario (Cernusco sul Naviglio, Milano, 2001)

             Ward Rutherford, Tradizioni celtiche – la storia dei druidi e della loro conoscenza senza tempo; Edizione CDE spa (Cles, TN, 1997)

             Iain Zaczek, Arte celtica – modelli e disegni decorativi; Orsa Maggiore Editrice (Torriana, RN, 1995)

             Ricerca sui Celti: http://www.liceoberchet.it

             Gioielli celtici: http://www.bottegadeimonili.com

             Bibliografia sui Celti in Friuli: http://www.univ.trieste.it

             Associazione culturale Bibrax per lo studio della cultura celtica: http://www.bibrax.org

             Casa editrice Keltia: http://www.keltia.it/testi/celti

             Sito di paleoastronomia di Enrico Calzolari: http://www.paleoastronomia.com/articoli/ shopexd.asp? id=51

             Il cielo di Lilith: http:// digilander.libero.it/vocidip/e10htm

Rex Mundi: Federico II, custode dell’Impero

di Carlomanno Adinolfi

Fonte: Ereticamente

In molti conoscono la Kyffhäuser Saga, la leggenda che vuole il Barbarossa dormiente nel monte della Turingia in attesa del momento propizio per la rinascita, quando i corvi voleranno intorno alla vetta annunciando il ritorno del Re, pronto per la battaglia finale per riportare la Germania al suo antico splendore. Ma non tutti sanno che, in realtà, questa leggenda dai contorni insieme odinici e arturiani nacque non intorno alla figura del Barbarossa bensì a quella di suo nipote, lo Stupor Mundi Federico II. La leggenda fu adattata in pieno romanticismo e risorgimento tedesco nel XIX secolo: il Barbarossa era infatti più adatto al sentimento nazionale e alla rinascita della Germania rispetto al nipote, la cui vita lontana dalla nazione tedesca lo rendeva meno digeribile ai combattenti per l’identità e unità nazionale germanica. La leggenda originale infatti non aveva a che fare con il risorgere della grandezza di una singola nazione, ma aveva un respiro molto più ampio annunciando la Renovatio di un principio universale: quello dell’Impero, Sacro e Romano e dunque sovranazionale.

Federico II Hohenstaufen è stato indubbiamente il sovrano che più di tutti ha incarnato, dopo Augusto, la figura del Sovrano Universale. Lo stesso termine “ghibellino” usato come seguace dell’Imperatore e dell’Impero Universale in contrasto con le pretese di sovranità temporale da parte dei papi, nasce proprio con lo Stupor Mundi, dato che prima di lui il termine veniva usato solo in ambito di disputa dinastica, indicando i sostenitori della casa degli Hohenstaufen, originari del castello di Weiblingen, contro i sostenitori della casata sassone degli Welfen, da cui in origine il termine “guelfo”, il cui ultimo discendente Ottone IV fu il principale avversario di Federico II per l’ascesa al trono imperiale.

La figura dell’ultimo grande sovrano degli Hohenstaufen fu ammantata di miti e leggende. Nato il giorno di Santo Stefano e quindi a ridosso del giorno di Natale, nella città di Jesi il cui nome ricorda quello di Cristo e partorito da una donna quarantenne, evento quasi miracoloso in epoca medievale, fu ben presto associato tanto a Cristo stesso quanto all’Anticristo. Eppure Federico fu il primo grande sovrano medievale a spogliarsi di tutta la simbologia cristica e messianica in voga nei re e negli imperatori di quei secoli. A differenza dei suoi predecessori che provavano tramite iconografia biblica e apocalittica a sottrarre al pontefice il ruolo di rappresentante di Dio sulla terra, facendosi raffigurare troneggianti e circondati da angeli e santi, Federico II fece emergere una nuova iconografia nascente dagli echi delle grandi tradizioni di Roma, degli antichi e mitici re germanici e dei grandi condottieri celtici che avrebbero ispirato il ciclo arturiano. Federico fu il primo dei grandi imperatori germanici, se escludiamo in parte la breve ma splendente parabola di Ottone III, a dare maggior peso al titolo di “Imperatore dei Romani” piuttosto che a quello di sovrano del regno germanico. E per Romani Federico faceva intendere ovviamente l’intero Orbe occidentale e cristiano. Anziché un Imperatore novello Cristo sulla Terra, Federico iniziò a farsi rappresentare sempre più frequentemente come Augusto redivivo. Questo risulta palese in una delle iconografie più importanti e diffuse dell’epoca medievale, quella numismatica. Federico fece coniare una nuova moneta aurea chiamata appunto Augustale che in uno dei due versi aveva il busto dell’Imperatore con il capo laureato, con chiaro riferimento ai Cesari di Roma. Anche l’Aquila Imperiale simbolo del Sacro Romano Impero fu trasformata da Federico che la modificò con l’aquila ad ali spiegate classica dell’iconografia imperiale romana. Sull’altro lato dell’Augustale campeggiava proprio un’aquila simile, così come nel mezzo denario della zecca brindisina e messinese. Anche nel far costruire il proprio monumento sepolcrale Federico fece una scelta chiara e consapevole, scegliendo una tomba di porfido rosso, quel Lapis Porphyrites di color porpora associato alla dignità imperiale dei Cesari. La figura dell’Imperatore come erede dei Cesari fu enfatizzata anche da un’opera storico-cronologica compilata a Firenze in cui venivano riportate le vite dei grandi imperatori partendo da Cesare fino ad arrivare proprio a Federico II. Gli fu anche associata una profezia della Sibilla che lo voleva come restauratore della Roma dei Cesari, ponendolo come ultimo nella linea di successione degli eroi della storia di Roma partendo da Enea.

Ma il grande Hohenstaufen andò anche oltre l’iconografia cesariana e augustea. In numerose occasioni i figli Corrado e Manfredi si riferirono a lui come manifestazione del Sole, riprendendo la tradizione pre-cristiana dei grandi Re che identificandosi con l’astro diurno affermavano il loro ruolo di sovrani universali, a partire dai faraoni egizi, tutti figli di Ra e incarnanti Horus, passando per i Re persiani e arrivando fino ai Cesari che da Augusto restauratore del Regno di Apollo presero poi a partire da Aureliano a identificarsi con il Sol Invictus. Il ruolo del sovrano-sole come luce e polo – come Apollo – dell’intero cosmo si ritrova anche nella stessa leggenda del re che, al giungere della notte del mondo, dorme in attesa di ridestarsi in un monte che svetta al di là del regno materiale. Chiaro il riferimento alla leggenda arturiana in cui il leggendario possessore di Excalibur non è morto ma si è “ritirato” dormiente ad Avalon in attesa della sua prossima venuta. Al di là dell’immagine messianica della seconda venuta di Cristo, quello del Re dormiente in attesa di essere svegliato, del Re ferito in attesa di essere guarito, questo è un tema che affonda le sue origini in un passato indoario molto antico che potrebbe trovare riscontri anche nel rito del Rex Nemorensis. Il riferimento è proprio quello di un principio immortale – il re non è mai morto, dorme – che deve essere restaurato, rinnovato – il re che va ringiovanito, o guarito o la sua spada spezzata che va riunita o il suo albero sacro, secco, che va fatto rifiorire – e che proprio in quanto principio immortale ha sede al Centro di tutto, nell’Asse cosmico, nella terra polare: per questo l’isola al centro del lago o del mare o la stessa Montagna Sacra, come nei casi di Artù e Federico. Lo stesso nome di Artù, da Arktos che vuol dire orso, rimanda alla simbologia polare dell’Orsa, l’astro attorno a cui ruota il mondo intero. E tutta la saga arturiana, nata proprio durante il regno degli Hohenstaufen, quando il Barbarossa da Magonza fece partire un nuovo mecenatismo sotto il vessillo imperiale che avrebbe fatto rifiorire la letteratura cavalleresca, è imperniata tutta sulla figura di un Re polare e sovrano universale.

Pur se nato nel contesto celtico-britanno della Cornovaglia, forse ispirato a un condottiero realmente vissuto nel VI secolo dopo Cristo, il mito arturiano per come fu codificato a partire dal XII secolo abbatte i limiti nazionali per divenire la saga di un Rex signore dell’intero Orbe e intorno a cui si siedono i cavalieri provenienti da tutto il mondo – la Tavola Rotonda chiaro emblema dell’intera volta cosmica, i dodici cavalieri come ipostasi microcosmiche dello Zodiaco – e a cui spetta di diritto, il calice del Sacro Graal contenente il Sangue Reale. Il mito di Artù, anche se cristianizzato con la leggenda del Graal come calice dell’Ultima Cena contenente il sangue di Cristo, segna in realtà il re-irrompere della tradizione pagana e pre-cristiana nell’immaginario medievale e fu non a caso utilizzato come “contro-mito” da parte imperiale contro le pretese dei papi che infatti cercarono sempre, da allora, di depotenziare il mito arturiano e del Graal facendo aleggiare intorno ad esso un sospetto alone di eresia. Federico II attinse a piene mani al mito arturiano tanto che sotto il suo imperio circolarono i Verba Merlini, profezie attribuite al celebre mago mentore di Artù che profetizzavano lo scontro tra la Roma imperiale e quella dei Papi con chiaro riferimento allo scontro tra Federico e Gregorio IX prima e Innocenzio IV poi. Impossibile poi non ricordare, oltre al mito postumo del suo sonno nel monte Kyffhäuser, la leggenda secondo cui in delegazione a omaggiare Federico venne lo stesso Re Pescatore, mitico custode del Graal, proprio a testimoniare il riconoscimento di Federico come Rex Mundi da parte del Principio regale-cosmico stesso. Sempre secondo la leggenda, il Re donò a Federico un anello capace di renderlo invisibile e quindi di portarlo al di là del mondo materiale trasportandolo in quello spirituale, da cui deriva la stessa Auctoritas imperiale. Anche il mito del Sangue Reale fu spesso utilizzato da Federico: gli Hohenstaufen vennero definiti stirpe divina il cui sangue imperiale era esso stesso divino, e in questo la diretta discendenza degli imperatori svevi da Enea, Cesare e dalla gens Iulia enunciata dalla profezia sibillina che circolava in quegli anni ebbe un ruolo non di poco conto. Il fatto stesso che poi Federico facesse raffigurare sui braccioli del suo trono non le solite figure apostoliche o angeliche bensì tutti i suoi predecessori, dimostra come egli volesse manifestare una trasmissione dinastica e “di sangue” tra i sovrani che sono tali non tramite intercessione papale ma che fanno derivare la loro Dignitas dall’autorità imperiale medesima che discende essa stessa dal Divino, senza intermediari.

Catalizzando tutto questo simbolismo su di sé Federico II ovviamente si spogliava della figura dell’Imperatore come protettore della Chiesa, come vicario di Cristo o come controparte del papa per diventare qualcosa di assolutamente nuovo e, simbolicamente, più alto. L’Imperatore diventa egli stesso una figura divina, al pari dei divi Cesare, Augusto e dei loro successori, Pontifex lui medesimo in quanto punta della piramide gerarchica sulla terra e quindi punto di incontro con il Cielo. Il Sovrano assoluto diventa il fulcro attorno a cui ruota l’Impero senza confini che abbraccia tutto il mondo, il perno intorno a cui gira la civiltà stessa e le vite degli uomini. Anche le famosissime costituzioni di Melfi del 1231, il cui codice fu chiamato Liber Augustalis con ovvio e rinnovato riferimento al divo Augusto, vanno lette in quest’ottica. In esse Federico riconosce nella Pace e nella Giustizia il “fondamento di tutti i regni” riprendendo tanto il concetto di Pax Augusta quanto il ruolo della figura indoaria del Cakravartî, il “signore di Pace e Giustizia” che garantisce la Legge come Ordine Cosmico (Rta), nonché quella della misteriosa figura biblica di Melchisedek, re del mitico regno di Salem e primo re universale della mitologia ebraica pre-mosaica nonché capostipite di una tradizione regale superiore e in qualche modo contrapposta a quella abramitica – che ne sarebbe una derivazione o una deviazione – e il cui nome vuol dire proprio “Re di Giustizia” mentre il nome del suo regno, Salem, secondo alcune tradizioni vuol dire proprio “Pace”. È interessante poi notare che proprio il nome Federico derivi dall’antico germanico Frithu-Rik che vuol dire appunto “Sovrano di Pace”. Le costituzioni di Melfi poi segnano un momento cardinale per la storia del diritto poiché pongono fine al dualismo post-ambrosiano e medievale tra il diritto divino che si evince dalle Scritture e il diritto umano, tramandato, mutevole, scaturito da abitudini claniche e tribali e comunque poco codificato ma pur sempre sottoposto al primo. Con il Liber Augustalis l’Imperatore sale sul vertice del mondo e diventa garante della “giustizia che emana direttamente dal Cielo”. Tramite la formula sempre presente nel codice Deus et Iustitia Federico annuncia al mondo un nuovo diritto, seppur mutuato dall’antico mondo pagano e soprattutto romano, per cui chi serve la Giustizia serve anche Dio e soprattutto radicando il principio per cui chi serve lo Stato in tutte le sue forme e nelle singole mansioni particolari non serve soltanto un regno terrestre ma compie la volontà divina, arrivando quindi nuovamente a identificare la Lex con il Rta e l’Impero con il Cosmo.

L’identificazione dell’Imperatore con il centro del mondo che garantisce un Ordine divino sulla terra ebbe una portata politica e spirituale senza precedenti. L’Impero di Federico II davvero non ebbe confini. Oltre ai regni cristiani vennero a rendergli omaggio anche delegazioni dal mondo orientale – forse la leggenda della visita del Re Pescatore nacque grazie a tali ambascerie – e noti sono i contatti con il mondo arabo, con la sesta crociata, unica nella storia, ad essere risolta senza che fosse versata una sola goccia di sangue grazie al patto d’amicizia sancito con il sultano ayyubideMalik al-Kamil, nipote del Saladino, che garantì a Federico, oltre alla celebre armata di mercenari saraceni più volte decisiva nelle sue guerre, anche la corona di Re di Gerusalemme, considerata allora il centro del mondo al pari di Roma e che contribuì ancor più a dare all’Hohenstaufen l’aura di sovrano cosmico.

La sovranità universale di Federico si riversò anche sull’aspetto religioso. Il superamento della forma cristiana non si attuò solamente sull’iconografia e sulla politica: sono documentati i rapporti e i dialoghi filosofico- religiosi di Federico tanto con Michele Scoto, filosofo scolastico e dunque cristiano ma che fu anche astrologo e alchimista con fama di “mago”, quanto con il filosofo arabo IbnSab’in. Le sue domande sulla sopravvivenza dell’anima e il suo continuo ribattere polemico e spesso irriverente alle risposte dogmatiche dei sacerdoti cristiani e islamici furono usati come pretesto per dimostrare l’eresia o perfino l’ateismo dell’Imperatore che invece fu tutt’altro che “materialista” come volle la vulgata guelfa e filo-papale, ma che fu piuttosto un cercatore di una Unità trascendente e divina al di là delle singole forme particolari dei dogmi, che per Federico erano mere superstizioni che ostacolavano la vera Scienza divina.

Questo fece nascere ulteriori dicerie e leggende che si intrecciarono con quelle sui Templari. In molti vollero Federico in rapporti segreti esoterici con l’Ordine del Tempio – ch invece ebbe rapporti travagliati con il sovrano che gli preferì sempre l’Ordine Teutonico – che si espressero soprattutto nell’architettura magico-simbolica di alcuni edifici tra cui il celebre Castel del Monte, sotto al quale si diceva che Federico intrattenesse, in una stanza segreta all’interno del monte il cui tetto era dipinto a imitazione della volta celeste, discorsi sapienziali con i più alti rappresentanti delle tre grandi religioni monoteistiche. Ovviamente l’intreccio di leggende templari e arturiane fece nascere anche la leggenda secondo la quale il sovrano custodisse egli stesso il Sacro Graal. Fu sempre Castel del Monte al centro di queste leggende. Il castello fu e resta un unicum nell’architettura medievale: tanto il luogo lontano dalle frontiere quanto l’assenza di soluzioni e meccanismi difensivi e soprattutto le scale che salgono in senso antiorario favorendo l’assalitore invece del difensore rendono palese che l’iconico castello ottagonale non avesse scopo militare. La complessa architettura basata su rapporti geometrici e matematici e direzionata scientemente secondo direttive astronomiche rendono il castello più simile ai templi pagani e agli antichi cerchi megalitici o alle cattedrali gotiche. Un edificio così particolare e dalla geografia sacra così palese non poteva che essere costruito per un motivo molto importante e fu ovviamente indicato come uno dei tanti luoghi in cui il Graal era custodito.

Leggende, ovviamente, che possono far sorridere chi sia convinto che il Graal non sia tanto un calice fisico quanto ciò che contiene: il Sangue Reale che riconnette al Principio e che pertanto non può essere qualcosa di materiale. Sangue Reale e Principio che sicuramente furono incarnati dal grande Federico, Rex Mundi, Imperatore a cui si possono tranquillamente applicare le parole dell’Artù del film Excalibur di John Boorman: “non ero destinato ad una vita umana ma ad essere l’essenza di memorie future”.

 

Bibliografia essenziale dei temi trattati:

– Ernst Kantorowicz, Federico II Imperatore, Garzanti;

– Cristian Guzzo, Federico II Storia e metafisica politica di un messia ghibellino tra spiritualità e politica, Edit@;

– Ernst W. Wies, Federico Barbarossa, Bompiani;

– Julius Evola, Rivolta contro il Mondo Moderno, Mediterranee;

– Julius Evola, Il Mito del Graal, Mediterranee;

– Paul-Georges Sansonetti, Graal e Alchimia, Rusconi;

– Aldo Tavolaro, Astronomia e geometria nell’architettura di Castel del Monte, F.lli Laterza Editori;

– Aldo Tavolaro, Castel del Monte e il Santo Graal, F.lli Laterza Editori;

– Werner Eck, Augusto e il suo Tempo, Il Mulino.

DOPO

Il tempo non si trattiene; la vita è un compito da fare e che ci portiamo a casa. Quando uno guarda e.… sono già le sei del pomeriggio. Quando uno guarda ed è già venerdì. Quando uno guarda ed è finito già il mese. Quando uno guarda ed è già finito un anno. Quando uno guarda e già sono passati 50 o 60 anni. Quando uno guarda e si accorge di aver perso un amico. Quando uno guarda l’amore della propria vita andarsene e accorgersi che è tardi per tornare indietro… Non smettere di fare qualcosa che ti piace per mancanza di tempo, non smettere di avere qualcuno accanto a te o di goderti la solitudine. Perché i tuoi figli subito non saranno più tuoi e dovrai fare qualcosa con questo tempo che resta. In quanto l’unica cosa che ci mancherà sarà lo spazio che solo si può godere con gli amici di sempre, quel tempo che purtroppo non torna più… Prova ad eliminare il “dopo“… dopo ti chiamo… dopo lo faccio… dopo lo dico… dopo io cambio…. ci penso dopo…. Lasciamo tutto per dopo come se il dopo fosse il meglio, perché non capiamo che: dopo il caffè si raffredda… dopo la priorità cambia… dopo l’incanto si perde… dopo il presto si trasforma in tardi… dopo la malinconia passa… dopo le cose cambiano… dopo i figli crescono… dopo la gente invecchia… dopo le promesse si dimenticano… dopo il giorno è notte… dopo la vita finisce…… Non lasciare niente per dopo perché nell’attesa del dopo puoi perdere i migliori momenti, le migliori esperienze, i migliori amici, i migliori amori….. Ricordati che il dopo può essere tardi, il giorno è oggi, non siamo più nell’età in cui ci è permesso di posticipare. Magari avrai tempo per leggere e dopo condividere questo messaggio o altrimenti lascialo per…. “dopo” Sempre uniti: sempre insieme… sempre fratelli… sempre amici…