Lao Tzu

Al centro del tuo essere hai la risposta. Sai chi sei e sai cosa desideri.

 

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Seneca

Le nostre paure sono molto più numerose dei pericoli concreti che corriamo. Soffriamo molto di più per la nostra immaginazione che per la realtà.

Sagrinte Nen

A venta mai Sagrinesse ant la Vita.

Él tem passà a Sagrinesse a l’è Temp Campà Via.

Antica Roma: spiriti malvagi dei defunti

Gli spiriti malvagi dei defunti in epoca romana

Nel mondo spirituale dell’antica Roma, accanto a divinità di ogni genere, si aggiravano anche entità nefaste: gli spiriti malvagi dei defunti, noti come Larvae e Lemures.

Larvae

Presso la religione romana, le Larvae o Maniae erano gli spiriti mi dei defunti che furono malvagi durante la vita. Anche da morti tormentano sia i vivi sia i morti opponendosi ai Lari (Lares), spiriti benigni.

Il loro aspetto era terrificante, simili a scheletri (nudis ossibus) e a demoni scarnificati; era loro costume accendere la follia nei vivi che potevano allontanarli solamente con espiazioni e lustrazioni (1).

Lemures

Altro profilo mostruoso delle anime dei defunti era quello dei Lemures, spettri spaventosi che tornavano nei luoghi in cui vissero in passato.

Antropologicamente rappresentano l’aspetto più ancestrale del culto dei morti e della purificazione della casa. Per scongiurare l’arrivo dei Lemuri infatti ogni 9, 11 e 13 maggio si celebravano i Lemuria: verso mezzanotte, a piedi nudi, il pater familias o il capo domestico si lavava tre volte le mani e metteva in bocca una fava nera, per nove volte, sputandola poi dietro di sé in direzione dell’uscio ma senza guardarlo. Doveva poi recitare la frase “con queste fave io riscatto me e i miei” con la credenza che i Lemuri le raccogliessero. Dopo un’altra lustrazione delle mani diceva “Manes exìte paterni!” (Ombre dei miei antenati, andatevene!). I Lemuri erano così placati per un anno (2).

Note

  • (1) PLAUTO, Anfitrione 2, 2, 154; SENECA, Epistole a Lucilio, 24.
  • (2) OVIDIO, FastiV, 419-483.
  • Fonte: Antica Roma: spiriti malvagi dei defunti

ANTENATI, CULTO DEGLI.

Di Mircea Elide

L’espressione culto degli antenati indica i riti e le credenze relative ai congiunti defunti. I riti caratteristici del culto degli antenati comprendono le devozioni personali, i riti domestici e il culto rivolti agli antenati appartenenti a un gruppo familiare, come ad esempio una linea parentale; inoltre i riti periodici nell’anniversario della morte e i riti annuali rivolti alla collettività degli antenati. Sono invece generalmente esclusi da tale categoria i riti per i morti che non hanno una particolare relazione con il gruppo parentale e le credenze relative ai defunti in generale, prive di una qualche relazione specifica con la parentela.

Caratteristiche generali e problemi di ricerca.

Il culto degli antenati ha sempre attirato l’interesse di coloro che si sono dedicati ai diversi settori degli studi religiosi. Intorno alla fine del XIX secolo esso fu ritenuto la forma elementare della religione e le successive ricerche, più specifiche e settoriali, hanno fornito stimolanti modalità di approccio ai numerosi problemi religiosi, sociali e culturali ad esso connessi.

Il culto degli antenati è strettamente legato alla cosmologia e alla visione del mondo, alle concezioni del-

L’ anima e della vita futura e a una forma di regolazione sociale fondata sull’eredità e sulla successione. Nell’Asia orientale il culto degli antenati risulta profondamente inserito nel Buddhismo e i riti rivolti agli antenati costituiscono la parte principale della pratica religiosa confuciana. Si riconosce in genere che il culto degli antenati contribuisce a sostenere l’autorità degli anziani, a mantenere il controllo sociale e a favorire tendenze conservatrici e tradizionaliste. Inoltre il culto degli antenati è chiaramente connesso con un atteggiamento morale di pietà filiale e di obbedienza agli anziani.

Il culto istituzionalizzato degli antenati viene a ragione considerato una pratica religiosa, non una religione

autonoma. Esso viene generalmente praticato da gruppi parentali e solo di rado esistono sacerdoti incaricati di tale pratica. Limitato ad un gruppo etnico particolare, non presenta alcun tentativo di acquisire nuovi proseliti. La sua dimensione etica rinvia fondamentalmente alla corretta gestione delle relazioni familiari e parentali. Non possiede una vera e propria dottrina; quando ci sono dei testi, essi sono di solito manuali liturgici.

Nella maggior parte dei casi, il culto degli antenati non è l’unica pratica religiosa di una comunità: esso

costituisce piuttosto una parte di un sistema religioso più ampio e più complesso. Nell’espressione culto degli antenati il valore del termine culto appare problematico.

Il culto degli antenati, infatti, assume forme notevolmente diverse nelle varie aree culturali e di conseguenza le sue caratteristiche fondamentali risultano fortemente oscillanti. Talora gli antenati sono

considerati i detentori di un potere equivalente a quello delle divinità: in questo caso viene loro concesso un culto e sono ritenuti capaci di influire sulla comunità nella stessa misura delle divinità. Il modo di concepire gli antenati, del resto, è tipicamente e fortemente influenzato dal modo di concepire le altre entità soprannaturali presenti nel sistema religioso della comunità.

Talora, invece, gli antenati sono invocati in quanto hanno il potere di concedere favori o di allontanare le

disgrazie, anche se la loro efficacia rimane pur sempre limitata all’ambito dei legami di parentela. Perciò chi

appartiene a una determinata linea parentale invoca soltanto gli antenati di quella particolare linea; sarebbe giudicato un atto privo di senso invocare gli antenati di una linea parentale differente. Viceversa, chi fa parte di altre linee è escluso, in via di principio, dai riti rivolti agli antenati dei gruppi parentali dei quali egli non fa parte. Tra gli atteggiamenti religiosi caratteristici del culto degli antenati si segnalano la pietà filiale, il rispetto, la comprensione e qualche volta il timore.

I riti connessi con la morte, che comprendono i riti funerari e quelli mortuari, possono essere inclusi nel-

l’ambito del culto degli antenati soltanto quando i riti commemorativi oltrepassano il periodo della morte e

della deposizione del cadavere e costituiscono regolari cerimonie del gruppo parentale. Per questo i riti funerari e gli atti commemorativi occasionali, comuni in molte parti del mondo, non sono considerati prove indiscutibili di un autentico culto degli antenati. Quando invece i discendenti, in qualità di membri di un gruppo parentale, attribuiscono collettivamente e regolarmente un culto ai loro antenati, in questo caso tali pratiche vanno considerate forme autentiche di culto degli antenati.

I neonati defunti, i nati morti e gli aborti sono in genere distinti, a livello concettuale, dagli antenati. Nella

maggior parte dei casi a questi morti eccezionali vengono al massimo attribuiti riti funerari molto abbreviati

e modesti rituali commemorativi. Come nel caso di coloro che muoiono durante la giovinezza, prima del

matrimonio, il loro destino è considerato particolarmente deplorevole e fonte di possibile danno per i sopravvissuti.

L’analisi del culto degli antenati propone numerosi interrogativi. Come vengono concepite le relazioni tra

gli antenati e i loro discendenti? Il culto degli antenati è in qualche modo il riflesso delle effettive relazioni

che intercorrono tra padri e figli? In quali circostanze gli antenati sono considerati capaci di arrecar danno ai loro discendenti e in quale misura la loro benevolenza o malevolenza è connessa al senso di colpa dei discendenti nei loro confronti? Quali insegnamenti può fornire lo studio del culto degli antenati a proposito delle relazioni giuridiche e dei rapporti di autorità? Quali sono le caratteristiche dei riti domestici? Questi ultimi, ad esempio, paiono spesso riflettere la sensazione che i defunti siano in qualche modo ancora «vivi» e che sia possibile entrare in contatto con loro per chiedere consiglio. Le varie ricerche in questo settore illuminano i diversi atteggiamenti nei confronti della morte e illustrano l’intuizione, largamente diffusa, che i morti vadano gradatamente perdendo le loro caratteristiche individuali, per venire infine lentamente assorbiti all’interno di una collettività impersonale. Un particolare filone di ricerca si è interessato, in tempi recenti, alle differenze che distinguono gli atteggiamenti delle donne, nei confronti degli antenati, da quelli degli uomini.

Il culto degli antenati nella storia degli studi. Herbert Spencer scrisse (Principles o/ Sociology, 1877) che

«il culto degli antenati costituisce l’origine di ogni religione». Secondo Spencer, il culto degli eroi deriverebbe dalla divinizzazione degli antenati; tutte le divinità, addirittura, trarrebbero la loro origine da un processo consimile. La teoria evemeristica di Spencer si fondava sopra una idea assai diffusa a quel tempo: la religione nel suo complesso possiede una origine comune, dalla quale derivano tutte le sue numerose forme. La conoscenza di questa forma originaria può fornire la chiave per comprendere tutti gli sviluppi successivi.

Poco tempo prima, Fustel de Coulanges aveva sostenuto (La cité antique, 1864, 1901, trad. it. 1982) che

in Grecia e a Roma la società era originariamente fondata sul culto degli antenati. In seguito, quando le credenze e le pratiche proprie del culto degli antenati andarono indebolendosi, la società nel suo complesso risultò interamente trasformata. Secondo questo studioso, in Grecia e a Roma era diffusa, fin dalle origini, la comune credenza nella sopravvivenza dell’anima dopo la morte del corpo. La famiglia, che continuava a tributare un culto ai suoi antenati, divenne l’unità di base della comunità, articolandosi gradualmente nelle suddivisioni del clan, della gens, della fratria e della tribù.

Infine furono costituite le città, governate dalle famiglie nobili come associazioni di tipo religioso.

Sigmund Freud sostenne (Totem und tabu, 1913, trad. it. 1930) che la credenza che i vivi possono essere

danneggiati dai morti ha la funzione di ridurre il senso di colpa nei confronti dei defunti stessi. All’interno

delle relazioni di parentela, caratterizzate a livello conscio dall’affetto, sarebbe cioè inevitabilmente presente una certa dose di ostilità; tale ostilità, entrando in conflitto con l’ideale cosciente che auspica relazioni affettuose, deve però essere repressa. L’ostilità repressa viene infine proiettata sui defunti e si trasforma nella credenza che i morti siano malvagi e possano recare danno ai viventi.

Meyer Fortes, lavorando su materiali africani, perfezionò notevolmente l’ipotesi di Freud. Fortes (Oedipus

and Job in West African Religion, 1959) scoprì, infatti, che tra i Tallensi la credenza nella perpetua autorità

degli antenati costituisce, più che un senso di timore, il principale mezzo per alleviare il senso di colpa derivante dall’ostilità repressa.

Fra i Tallensi le relazioni tra padri e figli sono affettuose; tuttavia, dato che il figlio acquisisce piena autorità

giuridica soltanto dopo la morte del padre, i figli nutrono un rancore latente nei confronti dei padri. Tale

rancore non si manifesta però nella credenza che i morti siano malvagi. I Tallensi credono invece che

l’autorità del padre sia a sua volta a lui concessa dagli antenati, che esigono dal figlio continua subordinazione.

In questo modo la funzione del culto degli antenati è quella di rafforzare la generale e positiva considerazione dell’autorità degli anziani, a prescindere dalla personalità individuale di ogni singolo antenato. A tale funzione è connessa quella di attribuire un valore positivo alla subordinazione dei desideri individuali all’autorità collettiva degli anziani della tribù. Tale valore contribuisce a garantire e a conservare la solidarietà del gruppo.

In Death, Property, and the Ancestors (1966), Jack Goody ha studiato il culto degli antenati tra i Lo Dagaa

dell’Africa occidentale. Le proprietà, destinate ad essere ereditate dai discendenti, non vengono distribuite

prima della morte del padre. Poiché non gli è consentito di disporre del pieno possesso di tali beni, il figlio

nutre il desiderio inconscio che il padre muoia. La repressione di questa colpa si manifesta nella credenza

che i defunti conservano in eterno i diritti sulle proprietà che un tempo possedevano. Per poter infine godere di questi diritti è necessario che i sopravvissuti indirizzino sacrifici ai defunti. Se tali sacrifici non sono solleciti, gli antenati colpiranno i loro discendenti con malattie e disgrazie. In questo caso le credenze relative alle sventure inviate dagli antenati sono inestricabilmente legate alle regole sociali dell’eredità e della successione.

In Gods, Ghosts, and Ancestors (1974), Arthur Wolf ha dimostrato la stretta correlazione che intercorre in

Cina tra le diverse concezioni degli esseri soprannaturali e la realtà sociale. In particolare, il modo di concepire gli antenati riproduce il modo in cui vengono percepiti i genitori, gli anziani e gli altri parenti. Non si tratta però di una confusione tra i morti e i vivi: significa semplicemente che i medesimi rapporti di autorità e di obbedienza che agiscono tra i vivi si manifestano anche nei loro riti per gli antenati.

La pratica del culto degli antenati.

Descriveremo in questa sezione la pratica del culto degli antenati nelle diverse aree culturali, in relazione alle varie tradizioni religiose.

Africa.

Il culto degli antenati costituisce di norma soltanto un aspetto della religione africana. Un individuo

privo di discendenti non può diventare un antenato: per acquisire tale rango è necessaria una corretta

sepoltura, accompagnata dai riti adeguati alla condizione sociale del defunto. Dopo un certo intervallo di

tempo a partire dal decesso, il defunto divenuto antenato non è più percepito come un individuo. Le sue

caratteristiche personali svaniscono dalla consapevolezza dei sopravvissuti e permane soltanto il suo valore

di antenato portatore di un esempio morale. Si pensa che gli antenati siano in grado di intervenire nelle vicende umane, ma soltanto all’interno dello specifico campo della loro autorità, cioè tra i loro discendenti.

In un importante studio sul culto africano degli antenati, Max Gluckman (1937) stabilì la distinzione tra

culto degli antenati e culto dei morti. Gli antenati rappresentano forze morali positive, che possono provocare o evitare le sventure e che richiedono ai loro discendenti l’osservanza di un codice morale.

Il culto dei morti, invece, non è rivolto esclusivamente ai congiunti defunti, ma agli spiriti dei morti in generale. In questo caso gli spiriti vengono invocati per il conseguimento di scopi amorali o antisociali, mentre agli antenati ci si può rivolgere soltanto per fini che si accordino con i principi sociali fondamentali.

Gli Edo pensano che il defunto avanzi nel mondo degli spiriti lungo una linea parallela al procedere sulla

terra di suo figlio e degli altri suoi discendenti. Gli eventi di questo mondo sono contrassegnati dai riti e si

crede che essi abbiano un perfetto duplicato nel mondo degli spiriti. In questo modo possono anche passare vent’anni prima che uno spirito venga finalmente assorbito nella collettività dei defunti e prima che i suoi discendenti possano acquisire la pienezza della loro autorità. Così gli antenati continuano a esercitare la loro autorità sui discendenti per un lungo periodo dopo la morte e i figli, fino a quando tale autorità resta in vigore, devono compiere i riti prescritti e devono comportarsi nei modi previsti.

Tra gli Ewe del Ghana, intorno al culto degli antenati ruota l’intera società. Tale culto costituisce la base

di tutto il sistema religioso e il punto di riferimento per la concettualizzazione di tutti i rapporti sociali. Gli

Ewe credono che l’uomo possegga due anime. Prima della nascita egli risiede nel mondo degli spiriti e giunge in questo mondo quando riesce a trovare una madre; alla sua morte ritornerà nel mondo degli spiriti. Questo movimento ciclico che percorre i diversi regni è perpetuo. Gli antenati vengono invocati, per mezzo di libazioni, in qualunque occasione rituale; i riti possono oscillare da semplici libazioni individuali a rituali complessi che coinvolgono un’intera linea di parentela.

Durante il rito, l’anima dell’antenato ritorna a essere nutrita attraverso lo scanno cerimoniale, che funge

da suo contenitore. Oltre agli scanni individuali, esistono anche scanni per gli antenati di un intero gruppo

parentale, che vengono conservati avvolti in panni di seta o di velluto.

Gli studi di Igor Kopytoff (1971) sui Suku dello Zaire sollevano la questione della correttezza dell’espressione culto degli antenati. I Suku, infatti, non hanno un termine che possa essere tradotto con «antenato»: essi non operano alcuna distinzione terminologica tra i morti e i vivi. I rapporti tra i giovani e gli anziani sono regolati da pochi e semplici principi e tali principi non sono in alcun modo segnati dalla linea di demarcazione che separa i vivi dai defunti. Perciò si può dire che tra i Suku il culto degli antenati è semplicemente un’estensione dei rapporti di parentela che intercorrono tra gli anziani e i loro giovani discendenti. Le linee di parentela, inoltre, vanno considerate come comunità che raccolgono insieme sia i vivi che i morti. I poteri attribuiti agli antenati, in definitiva, sono soltanto la proiezione dei poteri posseduti in vita dagli anziani. In questo caso l’espressione «culto degli antenati» appare impropria.

Melanesia.

Gli antenati sono uno dei tanti tipi di spiriti conosciuti dalle società tribali della Melanesia.

Nell’analisi del ruolo del culto degli antenati nella vita tribale, Roy Rappaport (Pigs /or the Ancestors, 1968,

trad. it. 1980) introduce un approccio assolutamente nuovo e originale rispetto alle ricerche rivolte ad altre

aree geografiche. Tra gli Tsembaga delle regioni montuose, il rituale rivolto agli antenati fa parte di un complesso sistema ecologico, che tende alla regolazione di un ciclo accuratamente bilanciato tra abbondanza e scarsità. Le piantagioni di patate dolci sono infatti minacciate dalla crescita indiscriminata della popolazione suina e perciò gli uomini provvedono a integrare la loro dieta, fondamentalmente basata sugli amidi, con le proteine della carne. Questo ciclo alimentare è messo in movimento dalla credenza che i maiali debbano essere sacrificati in gran numero agli antenati: tali sacrifici forniscono agli Tsembaga una grande quantità di proteine. I maiali sacrificati in occasione della morte di qualcuno o in relazione alle guerre intertribali integrano la consueta dieta a base di patate dolci, dieta che è adatta alle consuete attività, ma non è adeguata a periodi di forte tensione. In questo caso il culto degli antenati assume un ruolo vitale in relazione all’equilibrio biologico della tribù inserita nel suo ambiente.

India.

Il culto degli antenati assume in India una grandissima varietà di forme, a seconda dell’area e del

gruppo etnico interessato; tuttavia la pratica di procurare cibo per i defunti è fondamentale e largamente

diffusa. Nell’Induismo ortodosso c’è un rito annuale, tra agosto e settembre, che prevede l’offerta agli antenati di palle di riso consacrato (pinda). Le Leggi di Manu comprendono istruzioni specifiche per le offerte rivolte agli antenati. I discendenti organizzano per i brahmani un banchetto (chiamato iriiddha) e il merito di questa azione viene trasferito agli antenati. Il rito assume forme diverse a seconda se viene praticato durante il funerale o in occasione delle successive cerimonie annuali. Dettagliate prescrizioni intorno alle purificazioni e alle diverse preparazioni rituali sono contenute in testi specifici.

Buddhismo.

Nell’Asia orientale e sudorientale viene celebrata la «festa di tutte le anime», Avalambana, che si fonda su una narrazione canonica. La storia riguarda uno dei discepoli del Buddha, Maudgalyayana, famoso per la sua abilità nella meditazione e per i suoi poteri paranormali. La madre di Maudgalyayana apparve

in sogno al figlio e gli rivelò che, a causa del suo karman, stava soffrendo innumerevoli tormenti nel

profondo dell’inferno. Grazie alla sua magia, Maudgalyayana si recò a sua volta nell’inferno, ma i suoi poteri

non furono sufficienti a ottenere la liberazione della madre. Alla fine il Buddha gli consigliò di convocare

un’assemblea di sacerdoti, che avrebbero recitato i sutra e avrebbero poi trasferito agli antenati il merito di

quei riti. I discendenti, in altri termini, sono costretti a utilizzare la mediazione dei sacerdoti per far pervenire i loro benefici agli antenati. Ne risulta così una festa annuale, tradizionalmente celebrata il giorno di luna piena dell’ottavo mese lunare. Nel corso di questa festa nei templi buddhisti hanno luogo speciali recitazioni dei sutra e offerte rituali rivolte agli antenati; in ogni paese, inoltre, si compiono particolari riti domestici.

Oltre ai riti per gli antenati, si svolgono celebrazioni religiose per le «anime affamate» e per gli spiriti di coloro che sono morti senza lasciare discendenti.

Sebbene una delle principali concezioni del primitivo Buddhismo indiano fosse quella della non-anima

(aniitman), di fatto il concetto di anima è largamente accettato nell’Asia orientale. La credenza nella rinascita in forma umana, divina o subumana, convive con l’idea che l’anima eterna riposi in una lapide dedicata agli antenati, oppure soggiorni nel regno dei morti. Le contraddizioni implicite in questo intreccio di concezioni diverse non sono in genere percepite come problematiche da coloro che pacificamente le accettano.

Al giorno d’oggi, nell’Asia orientale, l’esecuzione dei riti rivolti agli antenati e di quelli funebri fornisce

al clero buddhista una delle principali fonti di reddito; questa tendenza è particolarmente marcata in Giappone.

Il clero buddhista è soprattutto impegnato a recitare i sutra per i morti e a conservare nei templi le lapidi

dei defunti.

Sciamanismo.

In ogni parte dell’Asia orientale il culto degli antenati si trova strettamente associato a pratiche sciamaniche. Attualmente, in Asia, lo sciamanismo è ridotto a semplici comunicazioni medianiche,

nel corso delle quali lo sciamano cade in trance e rivela la condizione attuale degli antenati del suo cliente.

Queste pratiche si fondano sull’opinione, diffusa tra la gente comune, che, se una persona è colpita da una

sofferenza insolita o apparentemente ingiustificata, la causa va ricercata nei suoi antenati. Se gli antenati

stanno soffrendo, se sono scontenti della condotta dei loro discendenti o se è stato loro offerto un rito inadeguato o insufficiente, essi possono provocare sofferenze ai loro discendenti. Soltanto di rado, tuttavia, una simile credenza sfocia nell’affermazione esplicita che gli antenati fanno soffrire i loro discendenti in modo volontario e dunque malevolo.

Nelle concezioni metafisiche cinesi legate al culto degli antenati sono

presenti e particolarmente attive le antiche teorie locali sull’anima. All’inizio, a partire dai tempi di Chou (circa 1123-221 a.C.), la nozione dominante di anima, presente ad esempio nei racconti popolari, era quella

di una spettrale e pallida ombra dell’uomo. Queste apparizioni sono chiamate kuei, che significa demoni,

diavoli, fantasmi. Esse sono contrapposte agli shen, gli spiriti benevoli degli antenati (con lo stesso termine ci si riferisce anche, in modo generico, a tutte le divinità). Insieme a questa idea dell’anima spettrale si sviluppò anche una concezione dell’anima rispondente alla teoria dello yin e dello yang. Secondo questa teoria, la parte yin dell’anima, chiamata p’o, può trasformarsi in un kuei e provocare disgrazie qualora i discendenti non celebrino i prescritti riti per gli antenati. Il p’o resterà invece pacifico se viene placato in modo soddisfacente.

La parte yang dell’anima, detta hun e associata allo shen, benedirà al contrario e proteggerà i discendenti

e le loro famiglie. In questo modo i riti cinesi per gli antenati hanno trovato la loro motivazione nel

timore della vendetta dei morti e nella speranza della protezione degli antenati.

Il culto cinese degli antenati può essere interpretato come l’associazione di due culti distinti: da un lato il

culto che esprime l’unità della linea parentale, limitandosi a un segmento di tale linea, il cosiddetto culto del vestibolo; dall’altro il culto rivolto ai membri di una famiglia da poco defunti, il culto domestico. Le cerimonie religiose della linea parentale si svolgono tutte in un vestibolo dedicato agli antenati, in cui le lapidi che rappresentano gli antecedenti vengono conservate e venerate dai discendenti alla maniera confuciana. I riti domestici si riducono invece a offerte quotidiane presentate davanti a un altare domestico. Il rituale della linea parentale tende alla formalizzazione e all’espressione di sentimenti di obbedienza all’autorità degli antenati e del gruppo degli anziani; il rituale domestico esprime invece soprattutto sentimenti individuali e mantiene continue relazioni tra i discendenti e alcuni particolari individui defunti.

Il culto cinese degli antenati è strettamente legato all’eredità dei beni; ciascun individuo defunto deve ricevere offerte da almeno un discendente, che gli fornirà i mezzi di sostentamento per la vita futura. Si richiede, tuttavia, che ogni singola persona veneri solamente quegli antenati dai quali ha ricevuto dei beni.

Confucianesimo.

Il Confucianesimo attribuisce notevole importanza alla corretta pratica dei riti dedicati agli antenati. Una particolare attenzione viene prestata ai più minuti dettagli, relativi al contenuto e alla preparazione

delle offerte, all’abbigliamento opportuno, ai gesti, alle posizioni e all’ordine di precedenza nel

comparire davanti agli altari degli antenati. Secondo il Libro del rituale familiare dello studioso neoconfuciano Chu Hsi, il Chu-tzu chia-li, la commemorazione degli antenati divenne in primo luogo una responsabilità dei figli maggiori, mentre le donne, nella celebrazione dei riti, erano escluse da funzioni cerimoniali.

Nella dottrina confuciana la virtù più alta è la pietà filiale, che viene espressa nel modo più elevato nel culto

degli antenati. Quando il Buddhismo fu introdotto in Cina, una delle principali obiezioni che i confuciani

gli mossero fu che la nuova dottrina si contrapponeva alla pietà filiale e avrebbe finito per spazzare via la pratica del culto degli antenati. Se i figli avessero accettato la tonsura e avessero mancato di eseguire i riti destinati agli antenati, allora non soltanto gli spiriti dell’altro mondo avrebbero sofferto per la scarsa cura esercitata nel rituale, ma perfino i rapporti sociali della comunità sarebbero stati minati nei loro fondamenti.

Nella società cinese tradizionale il luogo in cui si collocano le tombe viene indicato da un geomante.

Partendo dalla convinzione che una opportuna confluenza di «venti e acque» (jeng-shut) porta beneficio

ai defunti e ai loro discendenti, il geomante cerca un luogo in cui l’urna sepolcrale possa essere circondata

da alture digradanti e da acque correnti. Si ritiene che questa combinazione di forze cosmiche offra dei vantaggi ai defunti e faciliti il loro percorso nell’altro mondo. Le famiglie sono spesso in feroce competizione tra loro per accaparrarsi questi rari luoghi privilegiati e talora arrivano a rimuovere le sepolture non custodite, per poter occupare con le proprie tombe di famiglia i luoghi migliori.

Corea.

In Corea il rapporto con gli antenati è assai differenziato per le donne e per gli uomini. La donna si

sposa lontano dal suo paese natale ed entra nella casa del marito, sotto l’autorità della madre e del padre di lui. I suoi rapporti con la famiglia del marito saranno inevitabilmente caratterizzati da sentimenti di lotta e di competizione. Il suo legame di appartenenza alla linea parentale del marito è assai debole e viene pienamente riconosciuto nel rituale soltanto dopo la sua morte. Dal momento che le relazioni della donna con la linea parentale del marito sono strutturate in modo così conflittuale e insieme evanescente, la concezione femminile degli antenati risulta più negativa di quella maschile.

Tale valutazione negativa, propria delle donne, si esprime nell’idea che gli antenati possano malignamente affliggere i loro discendenti provocando malattie e disgrazie.

Gli uomini venerano gli antenati per mezzo dei riti confuciani, dai quali le donne sono escluse; le donne,

invece, si rivolgono agli antenati alla maniera sciamanica, utilizzando l’estesa rete degli sciamani, che sono in maggior parte donne. Questa differenziazione su base sessuale del culto degli antenati è un aspetto del tutto caratteristico della tradizione coreana.

Giappone.

A partire dal periodo Tokugawa (1600-1868), in Giappone il culto degli antenati è stato praticato

principalmente alla maniera buddhista, anche se sopravvivono ancora i riti scintoisti. Come avviene in

Cina, il rituale rivolto agli antenati riflette relazioni di autorità e di eredità. Tuttavia tali riti non sono eseguiti

all’interno di ciascuna linea di parentela diretta, ma sono organizzati dalle famiglie più importanti e ramificate del sistema familiare tradizionale, le ie. Le famiglie «laterali» (bunke) riconoscono la centralità rituale della famiglia principale (honke) e partecipano ai suoi riti in posizione subordinata. La honke non contraccambia.

In Giappone, accanto a questi riti honke-bunke, un elemento importante del culto degli antenati è costituito dai riti domestici eseguiti davanti a un altare buddhista.

Nel suo studio Ancestor Worship in Contemporary japan (1973), Robert Smith ha mostrato come la compassione induca spesso i giapponesi a conservare nei loro altari domestici anche le lapidi di persone estranee alla loro famiglia. Essi custodiscono le lapidi perché sospinti da un personale sentimento di affetto per il defunto, e non per timore delle punizioni che li colpiranno se mancano al loro dovere. Oltre a riflettere le relazioni di parentela, il culto degli antenati diventa allora un mezzo per esprimere un sentimento di attaccamento.

Le «nuove religioni» costituiscono in Giappone un gruppo di parecchie centinaia di associazioni, nate nel

XIX e xx secolo. Quando la loro dottrina deriva dallo Scintoismo o dal Buddhismo, esse riservano in qualche

modo al culto degli antenati un ruolo di particolare importanza. L’ «Associazione degli amici degli spiriti»

(Reiyiikai Kyodan) rappresenta un singolare esempio di gruppo religioso che pone il culto degli antenati al

centro dei suoi riti, individuali e collettivi. La venerazione per gli antenati è, nelle nuove religioni e in generale nella società giapponese, strettamente legata ad un certo conservatorismo sociale e politico e alla valorizzazione tradizionalista dei costumi sociali del passato.

[Vedi anche FAMIGLIA, voi. 3].

BIBLIOGRAFIA

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  1. Yanagita, Senza no hanashi, Tokyo 1946 (trad. ingl. About Our Ancestors, Tokyo 1970): una presentazione del culto degli antenati in Giappone in rapporto alla cultura giapponese.

Evitare la maldicenza

 Lashon Hara

La Bibbia invita i figli di Israele a non spargere calunnie contro il prossimo. Da qui nasce il principio del Lashon Hara (discorso malvagio) che proibisce di dire cose negative riguardo a un’altra persona. Il precetto di non pronunciare un Lashon Hara, cioè di non dire nulla di negativo riguardo a un altro, si applica anche quando il discorso corrisponde a verità.

L’unica eccezione concerne chi ha legittimamente bisogno di ricevere informazioni positive e negative circa una determinata persona (come, per esempio, un datore di lavoro) o circostanza necessarie per prevenire un male maggiore.

Una storia chassidica può aiutare a comprendere la severità con cui si proibisce il parlare male degli altri. “Un uomo andava in giro per il villaggio raccontando bugie ingiuriose sul conto del suo maestro. Un giorno, sentendosi in colpa, andò dal maestro e lo pregò di perdonarlo, dicendogli che avrebbe fatto qualsiasi tipo di ammenda che questi gli avesse assegnato. Il rabbino disse all’uomo: “Prendi un cuscino di piumo, taglialo, aprilo e disperdi le piume al vento”. L’uomo fece come gli aveva ordinato il rabbino. Poi tornò da lui e riferì che aveva obbedito al suo invito. Il rabbino disse: “Devi fare ancora una cosa: ora raccogli le piume e rimettile nel cuscino”. L’uomo a questo punto capì che non c’era ammenda per il danno che le sue parole avevano provocato, proprio come era ormai impossibile raccogliere le piume disperse al vento”.

Fonte: ” Per conoscere l’ebraismo” di Daniel Taub

Leggenda del girasole

Clizia era una giovane ninfa innamorata del dio del Sole, ogni giorno lo seguiva con lo sguardo mentre guidava il carro di fuoco. Apollo lusingato da tanto amore dapprima cedette alla ragazza, ma dopo averla sedotta, l’abbandonò.

Si dice addirittura che scelse la sorella. Clizia era disperata a tal punto che pianse per nove giorni interi immobile in un campo, mentre continuava ad osservare il dio del Sole viaggiare sul suo carro.

Leggenda dice che il corpo della ninfa piano piano si irrigidì trasformandosi in uno stelo sottile ma resistente, i suoi piedi si conficcarono nella terra, mentre i suoi capelli diventarono gialli. Clizia era diventata un girasole che continua a seguire il suo amore.

Scritto da Dominella Trunfio