Asceti armati: Riccardo Scarpa e l’esegesi sull’archetipo marziale

di Luca Valentini

Recentemente per le Edizioni Pisa University Press è stato pubblicato un poderoso volume di Riccardo Scarpa, avvocato e conosciuto ed affermato docente in diverse facoltà italiane, con una preziosa prefazione di Davide Bigalli, presidente della Scuola Romana di Filosofia Politica e già docente di Storia della Filosofia dell’Università degli studi Statale di Milano, sulla radice ancestrale di ciò che possiamo definire la Confraternita Cavalleresca ovvero l’animo profondo degli Eroi insito nella sapienzialità occidentale. È un testo molto particolare, che non risulta essere di mera natura compilativa, circa quelli che sono state le varie espressioni nella storia dell’animo cavalleresco, da Oriente a Occidente: vi è molto di più. Al lettore si presenta un tomo dalla dimensione scolastiche e universitarie, insuperabile per le sue oltre 600 pagine per molti saccenti virtuali, che quasi sempre non sanno andare oltre l’indice e la quarta di copertina: è un testo che va meditato, che va riletto più volte, come abbiamo voluto fare noi, anche solo per onorare il dono prezioso che l’autore in sincera fraternità ha voluto farci.

Qualcosa si intuisce già nella presentazione del Bigalli, già si presagisce che le pagine che seguiranno non potranno avere dei riferimenti semplicemente documentali, se in essa si accenna alla multiformità del Nume di Delfi, Apollo, quale divinità taumaturgica ma allo stesso tempo, come ce la tratteggia Omero nell’Iliade, nella sua variante “febica”, cioè oscura, distruttrice, vendicatrice, nell’espressione non – duale di un’espressione trasmutatoria che non elide le polarità organiche, ma le assume in un percorso univoco di palingenesi. Non casualmente, infatti, si ritrova il simbolismo del cavallo, tipico degli Equites di tutte le ere e di tutte le latitudini.

Riprendendo gli insegnamenti di un Gurdjieff (I racconti di Belzebù a suo nipote), similmente al mito della Biga Alata nel Fedro in Platone, la dimensione corporale può essere paragonata ad una carrozza, quella lunare e sottile legata all’umida emozionalità può essere paragonata alla funzione del cavallo, quella mercuriale e marziale legata al pensiero può essere ricollegata alla Sapienza che dirige magistralmente l’eroica impresa, la dimensione solare, infine, l’Intelligenza Minervale, demiurgo di un’Opera di riconversione e riconoscimento dell’Io umano che ridesta che incarna l’Io Assoluto:

“L’altra dimensione, nella quale la valenza magica dello sciamanesimo trascorre nell’esperienza del cavaliere, riguarda le armi. Non tanto il loro uso, quanto il loro significato simbolico” (Davide Bigalli, prefazione, p. 11).

La Tradizione Eroica ivi viene tratteggiata come un consapevole itinerario interiore in cui un vero e proprio equilibrio si viene a costituire, di azione magica umida e secca, di ritualità e di ascesi, quasi a limitare gli eccessi di entrambi, affinché solo ciò che giova effettivamente alla realizzazione marziale possa emergere. Un esempio luminoso l’autore lo delinea nell’iniziazione eroica nell’Impero del Sol Levante, indicando la via dello Shinto, quale pratica inesauribile di purificazione, intendendo la stessa non come una prassi propedeutica, ma come l’Opera stessa da realizzare. Tramite i riti e gli esorcismi dell’Harae o del Misogi o dell’Imi, i lavacri, digiuni e mantica assumono la valenza di strumenti essenziali per acquisire quella purità che solo consente al guerriero shinto di conquistare “il paese degli Dei, governato da un Dio vivente, sorgente prima della sovranità e d’ogni potere. Da qui il mikadosimo, la via dell’Imperatore…” (p. 66).

Questo è il punto di cruciale dove la Libertà rispetto alla catabasi può realmente manifestarsi in tutta la sua pienezza, perché ogni vincolo, di qualsiasi genere, può essere infranto. Quando il nostro governo interiore, l’Io –Testimone riprende il governo della barra del timone, o almeno compie i primi passi per farlo, divenendo indipendente dall’Automa, cioè l’individualità che come una maschera oscura il nostro vero Essere, tale trasfigurazione non è assolutamente indolore né tale separazione si compie senza colpo ferire e per tale motivo l’impresa ascetica si ammanta di una alta valenza eroica. Si prefigura la virtù della Nobilitas, come nell’Ordine Equestre romano, in cui le valenze delle Deità si caratterizzano per una precipua prospettiva esoterica che, a nostro avviso, Riccardo Scarpa, coglie meravigliosamente:

“Azione volta a trasformare l’essere in un portatore di luce. L’elmo di Marte è l’elmo di Minerva, e la sua saggezza s’esprime nella consapevolezza dell’apparenza della morte, e nell’alleviare la sofferenza di commilitoni, degli avversari, dei civili, soprattutto donne e bambini, coinvolti nelle operazioni belliche e nel fare, sino in fondo, il proprio dovere nel combattimento col più assoluto sprezzo del pericolo, in quanto è tutto illusorio. I romani, in sé, furono la Nazione dell’iniziazione marziale” (p. 151 – 2).

L’autore ci riconsegna l’immagine gloriosa di un popolo che con la sua Potenza, con i suoi riti, con il suo Ius seppe condizionare, comandare e ordinare il Fas degli Dei, la loro volontà, cioè Roma e la sua “eterna presenza eroica”. Ed a questa eroicità, scevra da ogni formalismo neopagano e neospiritualista, da ogni settarismo abramitico mascherato d’arcaicità, che fu comune nell’antichità anche alla Grecia Dorica ed a tutta l’ecumene indoeuropea, che bisogna modellare il proprio modus vivendi, rifacendosi ai “isti sunt potentes a saeculo viri famosi”, riscoprendo la visione del mondo che promana dalle pagine che recensiamo, che unicamente si esplicita da una pratica ascetica prima, misterica successivamente, per riaffermare la centralità della persona, in una senatoria fermezza d’animo nei confronti di ogni accadimento dell’esistenza umana. L’impassibilità e l’imperturbabilità, pertanto, forgiano l’ideale stile di vita del Sapiente, che “androginicamente” ha la capacità di coniugare l’Azione e la Contemplazione, come un maschio ed una femmina, la copula di Marte e Venere, che alchenicamente guidati da Mercurio, conquistano le vette di Minerva e di Padre Giove.

Si rileva una prassi metodica, continua, instancabile di riconoscimento noetico di sé stessi, di irriducibile ostinazione nella liberazione delle proprie facoltà sottili, nelle varie espressioni della Cavalleria, che lo Scarpa con una poderosa documentazione e con un’ermeneutica non limitatamente letterale, coglie dall’India Vedica, al ghibellinismo medievale, fino al Templarismo e negli Ordini moderni delle costanti, non ideali, ma di stretta e rigorosa pratica militaresca. Si manifesta la presenza dell’Io-Testimone, che nella letteratura esoterica è identificato nel primo Guardiano della Soglia, come che lui che è il vegliante del guado, cioè il limite che non vuole farsi superare e che tende le più astute imboscate pur di assolvere al proprio ruolo, pur di ostacolare il nostro percorso di realizzazione. In tal senso, più l’ascesi e la pratica diventano assidue e profonde, più la separazione diviene lacerante e le componenti che andiamo a trasmutare cercano di opporsi a tale cambiamento tramite la magniloquenza del nostro ego, il serpente che striscia dentro il nostro corpo sottile. Merito, in tal senso, di quest’opera è anche di aver fatto riecheggiare le splendide pagine di Giambattista Vico, in cui l’iniziazione marziale e cavalleresca diviene la condicio sine qua non della fondazione della Patria ideale e terrena, quale dimora inattaccabile degli Eroi e della Sapienza: “l’ingegnoso pittore fa comparire un fascio romano, una spada ed una borsa appoggiata al fascio, una bilancia e ‘l caduceo di Mercurio” (p. 433).

Per l’autore, si evince tramite il Vico, quella naturale contiguità tra dimora dei Numi e dimensione dell’Eroico, tra Sacro e Magia nell’Urbe, nei suoi sacerdozi, nella sua storia, nel valore dei suoi militi, quale storia e protagonisti di una trama volta alla trasfigurazione teurgica di un Popolo e di un’Idea. Rivive, infatti, una precisa epica del Combattimento e della Vittoria, così come interpretata da molti esponenti della letteratura italiana ed europea, come Junger, Tolkien o Carducci, ma che diviene Estetiva del Bello e del Vissuto nel Vate del ‘900 d’Italia, cioè in Gabriele D’Annunzio, che nel suo nome iniziatico, Ariel, aveva sigillato l’impresa della vita:

“È quell’operazione teurgica che già il primo sciamano compì nell’iniziazione del primo guerriero, ma attraverso l’invocazione di Dioniso e Venere invece che per mezzo di quella forza distruttiva del mondo delle forme che è Ares – Marte << O notte in cui viver mi parve / figurato nel violento mito / che divennemi un sogno sacro … >>” (p. 581).

 

Il volume termina con un’interessante postfazione a cura di Giovanni Sessa, Segretario generale della Scuola Romana di Filosofia Politica, in cui riecheggia una precisa metafisica della guerra di matrice evoliana, in l’Asceta Armato viene dipinto per quello che è e che non potrebbe diversamente essere, cioè un Maestro d’Armi e di Sapienza, un fiero rappresentante della Tradizione d’Occidente, quale variante eroico – ermetica della Tradizione Primordiale. Di tutto ciò, si renda il sincero e profondo plauso a Riccardo Scarpa, per il dono prezioso offerto ai suoi attenti lettori.

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Ikeda

Non camminiamo perché c’è la strada: in realtà poiché camminiamo, si costruisce la strada.

Dieci Orsi fu autore di uno dei discorsi più significativi ed eloquenti alla conferenza di Medicine Lodge:

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

« Nel vedervi, il mio cuore si riempie di gioia come i torrenti si riempiono d’acqua quando la neve si scioglie in primavera; e sono felice come i ponies quando l’erba fresca nasce all’inizio dell’anno. Ho saputo del vostro arrivo molte lune fa, e mi sono dovuto spostare poco per incontrarvi. So che siete venuti per far del bene a me ed alla mia gente. Cercavo benefici che durassero per sempre, e così il mio viso si illumina di gioia nel vedervi. I miei uomini non hanno mai teso un arco o sparato un colpo per primi contro i bianchi. Ci sono stati disordini tra di noi, e i giovani della mia tribù hanno ballato la danza di guerra. Ma non abbiamo cominciato noi. Voi avete mandato il primo soldato, e noi il secondo. Due anni fa venni su questa pista, inseguendo i bisonti, affinché le mie mogli e i miei figli potessero avere guance paffute e corpi caldi. Ma i soldati hanno sparato contro di noi, e da allora c’è sempre stato un rumore come di tempesta, e non sapevamo più dove andare. Questo accadde sul Canadian. Eppure non siamo stati creati per piangere da soli. I soldati blu e gli Utes vennero fuori dalla notte mentre era calma e buia, e incendiarono le nostre capanne come fuochi da campo. Invece di cacciare hanno ucciso i miei uomini, e i guerrieri della tribù si sono tagliati i capelli in segno di lutto. Questo accadde in Texas. Hanno portato la disperazione nei nostri accampamenti, e allora noi uscimmo fuori come maschi di bisonte quando le loro femmine vengono attaccate. Quando li abbiamo trovati li abbiamo uccisi, e i loro scalpi sono stati appesi nelle nostre capanne. I Comanches non sono deboli e ciechi come cagnolini di sette giorni. Sono forti e hanno la vista lunga come cavalli adulti. Ci siamo messi sulle loro tracce e le abbiamo seguite. Le donne bianche hanno pianto e le nostre hanno riso. Ma ci sono cose che avete detto che non mi piacciono. Non sono dolci come zucchero ma aspre come zucche. Avete detto di volerci mandare in una riserva, per costruirci case e ospedali. Non li voglio. Sono nato nella prateria dove il vento soffiava libero, e dove non c’era nulla che spezzasse la luce del sole. Sono nato dove non esistevano confini, e dove tutto respirava libero. Voglio morire lì, e non all’interno di mura. Conosco ogni ruscello e bosco dal Rio Grande all’Arkansas. Ho cacciato e vissuto nella prateria. Ho vissuto come i miei antenati, e come loro, ho vissuto felicemente. Quando sono stato a Washington il Grande Padre mi disse che tutti i territori Comanche erano nostri e che nessuno avrebbe dovuto impedirci di vivere lì. Allora, perché ci chiedete di lasciare i fiumi, il sole e il vento per vivere dentro case? Non chiedeteci di barattare il bisonte con la pecora. I giovani hanno sentito questa dicerìa, che li ha fatti diventare tristi e arrabbiati. Non parlatene più. Amo riportare le parole del Grande Padre. Quando riceviamo doni io e la mia gente siamo contenti, perché significa che tiene a noi. Avrebbe potuto esserci la pace se i texani fossero rimasti fuori dalla mia terra. Ma quella su cui dite che dobbiamo vivere è troppo piccola. I texani si sono presi i pascoli e le foreste migliori. Ce li avessimo ancora noi, avremmo potuto accettare le vostre richieste. Ma è troppo tardi. L’uomo bianco possiede la terra che amiamo, e noi chiediamo solo di poter vagare nella prateria fino alla morte. Qualsiasi cosa buona mi diciate non sarà dimenticata. La porterò nel cuore come faccio con i miei figli, e sarà sempre sulla mia lingua assieme al nome del Grande Padre. Non voglio che il sangue macchi l’erba sulla mia terra. La voglio pulita e pura, e lo voglio al punto che tutti quelli che arriveranno tra la mia gente trovino pace, e la perdano non appena andranno via. »

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Preghiera è quando tu parli a Dio, meditazione è quando tu ascolti Dio.

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