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Danimarca, l’integrazione fallita per il popolo degli inuit

Portati da piccoli sulla terraferma hanno perso le radici e anche il futuro

NOA AGNETE METZ

COPENAGHEN

Un turista in visita a Copenaghen forse non nota gli uomini stesi su qualche panchina con la bottiglia di birra in mano. L’occhio non abituato può scambiarli per immigrati venuti dal sud. Ma sono invece inuit, e il danese lo parlano senza accento, una cosa quasi impossibile per chi viene da fuori. Vivono fra di loro, marginalizzati rispetto ai danesi che passano velocemente sulla pista ciclabile, portando con sé i loro numerosi figli, che mangiano bio, che tengono alla parità tra i sessi e al welfare. Questi uomini dal volto inuit non potevano essere più lontani dal mondo che li circonda. In danese si usa dire «essere ubriaco alla groenlandese», cioè privo di sensi per il consumo d’alcool. La gente inuit per strada è quanto lasciato da una politica coloniale che, anche se ha evitato scontri violenti, è tutt’altro che riuscita.

Molti suicidi 

Con un elevato tasso di suicidi, diffusa disoccupazione e un’aspettativa di vita di 10 anni inferiore rispetto a Copenaghen, non si vive tanto bene in Groenlandia. Ogni anno la Danimarca versa all’isola circa mezzo miliardo di euro, e in più, gestisce sicurezza, giustizia e affari esteri. Questo fa si che, senza parlare il danese, diventa difficile accedere a un’occupazione in Groenlandia, e gran parte del lavoro qualificato viene svolto da danesi. La Danimarca voleva «portare la civilizzazione agli inuit in modo che permettesse loro di sopravvivere come popolo» spiegava nel 1952 il dipartimento per l’amministrazione della Groenlandia. In realtà le misure furono radicali.

Eleonora è una signora inuit sui cinquanta, abita a Nuuk, la capitale della Groenlandia. Da giovane si è laureata in Danimarca, ma poi è tornata nell’artico. A 13 anni fu portata via dalla famiglia, a 4000 chilometri di distanza, in Danimarca per imparare il danese. «Volevamo andare, i nostri genitori volevano che andassimo. Devi capire che per noi, in quell’epoca, i danesi erano tutto quello che aspiravamo a essere: alti, belli ed efficienti. In Danimarca non si stava così male, ma era difficile stare lontano dai miei fratelli, e quando ho rivisto mamma dopo un anno, ero timida. Non sono più tornata a vivere a casa. Al ritorno in Groenlandia, ci hanno messi a vivere presso dei convitti vicino alla scuola e, alla fine, tra noi ragazzi parlavamo poco groenlandese. Quando andavo dai miei in estate, spesso non capivo quello che dicevano. Ci siamo allontanati».

Una lingua comune 

La politica linguistica era parte dell’idea di aprire la Groenlandia al mondo ed era cominciata anni prima. A metà del secolo scorso ci si imbarcò in un esperimento: creare cittadini indigeni d’élite che sarebbero potuti diventare gli interlocutori groenlandesi della pubblica amministrazione danese. Nel ’51 furono prelevati dalle loro famiglie, senza un chiaro consenso dai genitori, 22 bambini groenlandesi tra gli 8 e i 5 anni. Arrivarono in Danimarca per imparare la lingua e la cultura della madre patria, ma nessuno di loro riuscì mai a fare parte d’una élite indigena. Persero anzi la lingua madre e l’appartenenza culturale e affettiva. Metà di loro morì in giovane età, le loro vite distrutte tra orfanotrofi e famiglie danesi a cui erano affidate, spesso non capaci di comprenderne la difficoltà. Nel 2015 la Croce Rossa, che aveva materialmente prelevato i bambini, ha chiesto scusa. Ma il governo danese, responsabile del progetto, ha solo ammesso che si era trattato di un «errore».

Convivenza forzata 

Dagli anni ’60 in poi, divenne invece obbligatorio per la gran parte dei piccoli inuit, dagli 8 anni in su, trascorrere uno o due anni in Danimarca per studiare la lingua. È il caso della signora Eleonora. Una prassi proseguita in modi diversi fino agli anni ’90. «Ho imparato il groenlandese di nuovo studiando eschimologia all’Università di Copenaghen, pensa. Il problema quando non torni dai tuoi cari, e c’erano anche bambini molto più piccoli di me, è che perdi il senso della famiglia. Noi, la mia generazione, ci siamo un po’ persi. Se cresci da solo con altri ragazzi in un convitto, perdi le tue radici. Non ti insegnano ad andare a caccia, non ti raccontano le nostre storie».

Si tratta di politiche che hanno provocato una rottura nel tessuto culturale inuit e una crisi sociale tuttora in corso. Oggi nessuno viene più spedito in Danimarca, ma questo non sembra aver risolto i problemi sull’isola. E anche Eleonora non scarta del tutto il vecchio sistema. «I giovani parlano un bel groenlandese, ma la vita tradizionale inuit quasi non esiste più. E senza parlare bene il danese, quale lavoro vuoi trovare in Groenlandia?».

Fonte: http://www.lastampa.it/2017/04/06/esteri/danimarca-lintegrazione-fallita-per-il-popolo-degli-inuit-xOvnq1w7f4xV1yzvxkzitO/pagina.html

Amigdala

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

L’amigdala, o corpo amigdaloideo, è una parte del cervello che gestisce le emozioni e in particolar modo la paura [1]. A livello anatomico scientifico viene definita anche come un gruppo di strutture interconnesse, di sostanza grigia facente parte del sistema limbico, posto sopra il tronco cerebrale, nella regione rostromediale del lobo temporale, al di sotto del giro uncinato (uncus) e anteriormente alla formazione dell’ippocampo. Ha una struttura ovoidale (in greco antico amygdala significa mandorla) situata nel punto più basso della parete superiore del corno inferiore di ogni ventricolo laterale. È in continuità con il putamen, dietro alla coda del nucleo caudato.

Connessioni

L’Amigdala invia impulsi all’ipotalamo per l’attivazione del sistema nervoso simpatico, al nucleo reticolare talamico per aumentare i riflessi, ai nuclei del nervo trigemino, del nervo facciale, alla zona ventrale tegmentale, al Locus ceruleus ed ai nuclei laterodorsali tegmentali.

Funzioni

È ritenuta il centro di integrazione di processi neurologici superiori come le emozioni, coinvolta anche nei sistemi della memoria emozionale. È attiva nel sistema di comparazione degli stimoli ricevuti con le esperienze passate e nell’elaborazione degli stimoli olfattivi.

I segnali provenienti dagli organi di senso raggiungono dapprima il talamo, poi servendosi di un circuito monosinaptico, arrivano all’amigdala (vi è un fascio molto sottile di fibre nervose che vanno dal talamo all’amigdala); un secondo segnale viene inviato dal talamo alla neocorteccia. Questa ramificazione permette all’amigdala di cominciare a rispondere agli stimoli prima della neocorteccia. In questo modo l’amigdala è capace di analizzare ogni esperienza, scandagliando le situazioni ed ogni percezione. Quando valuta uno stimolo come pericoloso, per esempio, l’amigdala scatta come una sorta di grilletto neurale e reagisce inviando segnali di emergenza a tutte le parti principali del cervello; stimola il rilascio degli ormoni che innescano la reazione di combattimento o fuga, (adrenalina, dopamina, noradrenalina), mobilita i centri del movimento, attiva il sistema cardiovascolare, i muscoli e l’intestino. Contemporaneamente, i sistemi mnemonici vengono “sfogliati” con precedenza assoluta per richiamare ogni informazione utile nella situazione di paura.

Mentre l’ippocampo “rimembra” i fatti, l’amigdala ne giudica la valenza emozionale. L’amigdala quindi fornisce a ogni stimolo il livello giusto di attenzione, lo arricchisce di emozioni e, infine, ne avvia l’immagazzinamento sotto forma di ricordo.

L’amigdala è dunque l’archivio della nostra memoria emozionale, per ciò analizza l’esperienza corrente, con quanto già accaduto nel passato: quando la situazione presente e quella passata hanno un elemento chiave simile, l’amigdala lo identifica come una associazione ed agisce, talvolta, prima di avere una piena conferma. Ci comanda precipitosamente di reagire ad una situazione presente secondo paragoni di episodi simili, anche di molto tempo fa, con pensieri, emozioni e reazioni apprese fissate in risposta ad eventi analoghi. L’amigdala può reagire prima che la corteccia sappia che cosa sta accadendo, e questo perché l’emozione grezza viene scatenata in modo indipendente dal pensiero cosciente, e generalmente prima di esso.

Anatomia

Al suo interno, si distinguono almeno dieci o dodici aree, con proprie suddivisioni interne e con diverse funzioni. I singoli nuclei facenti parte del complesso dell’amigdala non hanno un nome specifico, pertanto ci si riferisce complessivamente ad essi come “nuclei basolaterali” e “nuclei corticomediali”: I “nuclei basolaterali” hanno connessioni (in alcuni casi reciproche) con la corteccia prefrontale, il giro del cingolo, l’insula, il giro paraippocampale, il subicolo e i giri del lobo temporale vicini, il nucleo dorsomediale del talamo, le aree motorie, il nucleo accumbens e il neostriato ventrale. Le principali afferenze provengono dal lobo temporale, dal giro del cingolo, dall’insula, dalla regione dorsomediale del talamo e da altri nuclei talamici specifici, come il corpo genicolato mediale.

I “nuclei corticomediali” ricevono afferenze da quelle regioni encefaliche implicate nella risposta autonoma e in funzioni viscerosensoriali, come il bulbo olfattivo, il nucleo parabrachiale del ponte, i nuclei ipotalamici ventromediali e laterali.

Ipersensibilità

L’ipersensibilità dell’amigdala è una condizione nella quale l’amigdala è iperattiva, provocando un senso costante di paura, caratterizzata dal rilascio costante di adrenalina nel circolo e relativi danni psichici e psicosomatici che si riflettono nel comportamento, comunemente definito come “timidezza“. Essa è poco conosciuta dagli psichiatri, che la generalizzano come depressione e ansia, e la curano di conseguenza; gravi crisi acute possono manifestarsi quando un soggetto, diagnosticato come depresso, è curato con antidepressivi inibitori della ricaptazione delle monoamine (pazienti ritenuti a torto “resistenti agli antidepressivi” cioè a un farmaco inutile, non essendo depressi) o che impediscono l’eliminazione dell’adrenalina (IMAO ed SNRI). La vita sociale è compromessa e quella lavorativa è preclusa a causa dell’ottundimento della lucidità proprio degli effetti dell’adrenalina sul sistema nervoso. I danni somatici evidenti sono quelli tipici dell’ipersurrenalismo, riguardanti l’effetto vasocostrittore periferico e catabolizzante dell’adrenalina e del cortisolo (cachessia, ectomorfismo, ipertensione arteriosa, sofferenza cutanea e delle mucose, alito cattivo, carie dentaria, impotenza sessuale, calvizie).

Il ritmo circadiano è solitamente alterato a causa degli effetti a cascata che lo squilibrio ormonale ha sull’intero sistema endocrino. L’effetto a cascata può portare ad altri disturbi endocrini ed alimentari, ad esempio diabete. L’equilibrio minerale è alterato (forte deplezione di potassio e magnesio causata dal cortisolo). Gli stimoli ambientali sono ottusi dal sentimento preponderante, la paura; tipica è l’anoressia nel bambino, e la bulimia di risposta nell’adulto. Il soggetto è accondiscendente, non accetta la competizione, non è in grado di difendersi e di compiere atti ostili. Il trattamento prevedrebbe principalmente di ristabilire l’equilibrio minerale (integrazione di potassio e magnesio); quello ambientale di evitare gli shock morali intensi (ad esempio l’interazione forzata, soprattutto con forme di autorità; il giudizio, la coercizione, le punizioni, la cattività). La legislazione italiana non prevede emolumenti pensionistici nonostante l’inabilità al lavoro (a meno che non sia fatta passare come depressione grave, il che dà diritto ad una pensione di 280 euro mensili). [2].

Note

^ Svelato il segreto della donna senza paura – Repubblica.it

^ https://books.google.it/books?id=U6HoOkTuklgC&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=false

Bibliografia

  1. Goleman, Intelligenza Emotiva, ed. CDE, Milano

Francis Leukel, Psicologia – Fisiologia, ed. Zanichelli, Bologna

Arthur C. Guyton, Neurofisiologia Umana, ed. Il Pensiero scientifico, Roma

Krishnananda, Amana, A tu per tu con la paura, ed Feltrinelli, Milano,2011

L’Invisibile ed il suo necessario governo del Mondo e dei Viventi

di Giandomenico Casalino

Fonte: Ereticamente

“Tutto intero vede, tutto intero pensa, tutto intero ode.

Ma immune da fatica, con la potenza del pensiero tutto muove”.

(Senofane 21b23 – 24DK)

Se noi poniamo mente ad un elemento fattuale, nel significato precipuo di concretezza storica ed evidente dello stesso, non possiamo non consentire con la constatazione (di fatto! …) che è l’Invisibile, l’Intangibile, l’Inconoscibile, a provvedere al governo autentico del Mondo e dei Viventi: “Amor che move il Sole e l’altre stelle…”, sentenzia all’uopo la sapienza di Dante.

Ora tale prima locuzione affermativa, può, in un tema come il presente, apparire anche apodittica e quasi “fideistica”, cioè priva di adeguati e corroboranti argomenti probatori simili a ciò che i Greci intendevano esplicitare quando definivano il Logos filosofico, in sostanza, un Lògon didònai, che è: “rendere ragione del proprio dire”; così però appare o può apparire ma a ben vedere o porre mente, è talmente vera, cioè aristotelicamente coincidente con il reale, tale affermazione che è, in una parola e come infatti ci siamo espressi, una semplice constatazione! La stupidità sedicente “materialistica” o “meccanicistica” dei moderni, consiste infatti proprio nel non vedere l’Evidente e nel credere dogmaticamente nell’esistenza e nel presunto “potere” di “qualcosa” (la cosiddetta “materia”) che non solo non è e, per lo effetto, non ha alcun potere ma anzi è animata e, quindi, formata e governata da Altro; dove Questo è, nell’uomo e in tutti i Viventi sino alle dimensioni più cristallizzate del Mondo e rarefatte della Vita universale, il Governante, Colui che decide, secondo Necessità, la Via che il Tutto deve percorrere ab aeterno. E Lui, come insegna Platone (Sofista 248e 249a) è movimento, Vita, Anima e Intelligenza!

Quando l’uomo ama o odia, gioisce o è rattristato, quando è affascinato ed attratto, quasi come misteriosamente avvinto e vinto da quella o tal’altra persona, realtà, espressione o figura, questo “qualcosa” che non solo governa o domina, a seconda delle sue modalità di accadimento e di manifestazione nel fenomenico, il Vivente ma è il Vivente medesimo, questo “qualcosa”, è stato mai visto o toccato o conosciuto da qualcuno?

L’Amore o l’odio, sono visibili o tangibili? Eppure, nonostante ciò, ad onta della ottusità dei moderni, se c’è qualcosa di vero, di autentico nonché di potente e di ineluttabile, di misterioso e di incommensurabile nonché di furiosamente capace di vincere qualsiasi distanza sia di tempo che di spazio, qualsiasi impedimento di qualsivoglia natura, è proprio l’Invisibile Amore o l’Invisibile Odio. E la dimensione dell’Invisibile Arché non è solo questa, vi è in verità, infatti, quella ancora più potente, proprio nel significato etimologico del termine: ed è il Pensiero, l’Intelletto, lo Spirito che, identificandosi con le Forme e le Essenze del Mondo medesimo, riconoscendosi in esse (Hegel), essendo il Medesimo, lo conosce e lo governa nella stabilità e nell’Eternità dello stesso, varcando tutti i limiti e le barriere poiché l’Eterno non conosce e non ha limiti al di là di Sé medesimo, atteso che Lui non ha  né un al di qua né un al di là, essendo il Perfetto, il Compiuto, Pèras per i Greci, l’Intero (che è il Vero, insegna Hegel). Eppure anch’esso, il Pensiero, che è lo Spirito nella sua apicalità, è Invisibile, Intangibile e Inconoscibile… se non attraverso e per mezzo delle sue stesse Opere cioè di ciò che il suo Governo crea ed edifica.

Spirito e Anima sono quindi le dimensioni dell’Invisibile, “oggetto” della Conoscenza suprema: il mèghiston màthema di cui parla Platone (Repubblica, 534b3), gerarchicamente disposti, il primo verso l’Alto e la seconda verso il Basso; e nessuno li ha mai visti né toccati né conosciuti, nel senso di conoscenza sensoriale, eppure proprio per questa ragione o causa sono (anzi è) l’Invisibile governo del Mondo. Appare, pertanto, vieppiù evidente la stupidità, frutto dell’ignoranza e dell’infatuazione accecante, di cui sono affetti i moderni: essi, al pari di bambini inesperti e maldestri, credono che ciò che realmente non ha alcuna né vera esistenza né consistenza (vedi la meccanica quantistica! …) o autonomia cinetica e di governo, sia addirittura la vera ed unica realtà essenziale di cui dovrebbero consistere il Mondo e i Viventi, poiché,  avendo perduto, cioè dimenticato, gli altri strumenti di conoscenza, ne hanno una fittizia e sensoriale apparizione che, da ignoranti, scambiano per conoscenza, senza peraltro pensare (quanto ha ragione Heidegger, quando sostiene che ciò che è necessario fare, in questi tempi ultimi, come tentativo di re-Inizio, è, solo ed esclusivamente, ri-cominciare a pensare…!) che anche e soprattutto il tatto, la vista e tutti gli altri strumenti sensori del Vivente uomo sono, nell’essenza, null’altro che mezzi di cui l’Invisibile si serve per visualizzare, conoscere o determinare e chiudere in quella particolare esperienza sensibile, che è certezza sensibile, ciò che poi è l’Universale, lo Spirito che già è presente e da sempre in quella prima tattile “conoscenza” dell’oggetto A o della persona B, poiché i sensi dicono all’Invisibile medesimo: “ecco una scarpa o un bicchiere o altro!”. Ciò accade poiché quegli strumenti sono animati, cioè sono come diramazioni visibili dell’Invisibile medesimo; ed è la primigenia definizione del Concetto e tutto ciò è un parlare dello Spirito a sé medesimo, utilizzando, come strumento, ciò che è visibile e da Lui stesso animato.

Se sin dalla certezza sensibile appare ed è quindi evidente che fondamento ed essenza, sarebbe a dire ciò in cui consiste la conoscenza, è la Forma nella Luce, cioè l’Idea che è l’Unità vivente del Logico ed è l’Universale e quindi lo Spirito, è altrettanto evidente che la conoscenza, che accomuna tutti i Viventi, essendo l’azione e il movimento che gli stessi esercitano in virtù della medesima, a tutti comune, potenza della Vita che li governa, non è altro che il Circolo Eterno dello Spirito che conosce Se stesso e governa Se stesso: l’Invisibile conosce il suo riflesso nel Mondo e tale riflesso aspira e desidera ritornare a Lui in Alto, essendo della stessa natura e cioè Invisibile. È lecito, pertanto, poter affermare che, come i Greci già sapevano, lo Spirito deve “conoscere se stesso”: è questo infatti il significato profondo del gnòthi sautòn Delfico: ed è il Mistero della Conoscenza e del governo magico del Mondo, conosciuti ed esperiti certamente dall’umanità appartenente alle Civiltà tradizionali o premoderne, e, crediamo, in primis dalla Cultura sapienziale giuridico-religiosa Romana che, proprio del principio della specularità causale  dell’Agire con lo Spirito nello e sullo Spirito, ha fatto, non solo il suo fondamento, ma la garanzia unica della sua Majestas ed Aeternitas!

Nel suo percorso spirituale, l’uomo, pertanto, è giunto sempre ad un confine, a un punto che egli stesso riconosce come ultimo o remoto o invalicabile, e vi può giungere, quando è sulla Via della Cerca, tramite la Scienza sacerdotale, l’Azione sacra guerriera o il Sapere iniziatico-filosofico; la fine del percorso (che è poi l’Inizio dell’altro…!) coincide con l’avere dinanzi questa barriera che è, quindi, l’Invisibile, l’Indicibile, l’Ineffabile, l’Intangibile, il più-che-ente, “qualcosa”  che non è afferrabile né con i sensi né con la Mente , né con l’Anima, se tutto ciò, che è lo Spirito, non si avvicina sempre più, come essenza, natura intima, a quella dell’Invisibile medesimo, divenendo, quanto più è possibile , simile a quella natura; il nostro Spirito acquisirà così la capacità dell’immaginazione (parola che è un composto di in-mago…!) e ritornerà grado per grado a riacquistare ciò che ha perduto poiché lo ha dimenticato, smarrito, perdendone pertanto l’uso e la dimestichezza: “vedere gli Dei”  è ancora possibile! Vedere l’Invisibile significa vedere ciò che poi è visibile ed evidente solo all’occhio visionario, cioè allo sguardo che non “guarda” ma vede l’Idea, l’Unità, la Logica come Armonia ed equilibrio, come Legge dello Spirito che governa il Mondo, come Legge che mi insegna o  mi ricorda che “Io sono il Sé”, che, come afferma Hegel: “Chi guarda al Mondo con gli occhi della Ragione, ne è ricambiato con lo stesso sguardo”; e ciò ha il profondo ed esoterico significato che quello sguardo, quell’occhio, il mio e quello del Mondo, il mio e quello della Divinità, che è l’Invisibile, sono lo stesso occhio! (Meister Eckhardt).

Ecco che appare in tutta la sua Luce, la visibilità dell’Invisibile, quel “qualcosa” che c’è! E, nonostante Lui sia qualificato da “non”, cioè dalla negazione di tutto ciò che è visibile in quanto guardabile, Egli è l’unica Realtà visibile poiché è la Visione dell’Idea, che è Intuizione, presente in un Istante (Platone, Parmenide 155b 157d), della Forma, dell’Essenza, dell’Unità: ecco che si vive la Conoscenza di Lui che è la Conoscenza di ciò che si è ritornati ad essere, di ciò che da sempre siamo nell’essenza, nel profondo dell’Anima, avendone però piena consapevolezza e Scienza: comprendiamo così ciò che Plotino ed Hegel dicono di Lui, in ordine alla Verità che l’Uno, l’Assoluto è qui con noi, vicino anzi vicinissimo a noi, ma noi non lo sappiamo poiché non lo vediamo!

Se stiamo procedendo secondo la Via dell’analogia tra le Scienze dello Spirito, appare vero ed evidente che da quello che sappiamo tanto dalla esperienza dei Misteri (che sono la medietà tra il fatto religioso e quello sapienziale-filosofico) quanto dalla stessa ritualità religiosa o dal Sapere filosofico medesimo che è, poi, la considerazione esoterica del Divino (Hegel) e che proviene dallo stesso antico Sapere dei Templi, ciò che si vede, viene assunto, presentato, qualificato come Assoluto, Sacro, Divino, Invisibile è nella sua essenza ciò che è visto ed è presente innanzi al nostro sguardo ogni giorno e per tutto il giorno, in ogni occasione e circostanza e per tutta la nostra vita: noi guardiamo ma non vediamo, nella stessa guisa in cui sentiamo, gioiamo, piangiamo, amiamo, odiamo, pensiamo, soffriamo, sogniamo ma non vediamo dentro noi stessi, non vediamo e, quindi, non sappiamo come e perché tutto ciò è l’Assoluto, che è Sapere e quindi Essere; la quaestio non è ciò che vediamo o non vediamo ma come dobbiamo essere noi che guardiamo per poter vedere!

Tutto inizia e finisce infatti nell’Anima che, conoscendosi come cosmica, vedendosi Anima Mundi, muta o meglio si rivela a te poiché sei simile ad essa, quale Anima delle cose, quell’Invisibile di cui abbiamo qui tentato di parlare; e sei il Tutto, l’Uno, il Divino che è qui e nell’Universo; sei la Conoscenza suprema che è uno stato dello Spirito ed è l’Eterno che è l’Istante, al di fuori del tempo e dello spazio!

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I Variaghi nella pianura russa

DI ALDO MARTURANO

Fonte: http://www.centrostudilaruna.it/i-variaghi-nella-pianura-russa.html

Uno sguardo alle circostanze che generarono i primi stati slavo-russi

Grandissima parte della gente che oggi abita nelle varie nazioni europee, compresi logicamente i russi e gli affini slavi e i non slavi del nordest europeo, ha vissuto nel Medioevo dello sfruttamento, agricolo e non, della foresta che copriva un’enorme porzione del continente. Se dovessimo colorare i raggruppamenti agricoli diciamo col color rosso su una carta geografico-storica del XII-XIII sec. d.C., li noteremmo neppur troppo numerosi, ma anzitutto come delle piccolissime gocce di inchiostro vermiglio schizzato ai margini di un mare verde di alberi.

Dal folclore contadino, che possiamo subito chiamare paneuropeo perché rispecchiantesi molto simile nei contenuti delle favole note nell’Europa intera, sappiamo che la presenza dell’ecosistema forestale era percepita sovente come un’incombente minaccia e cioè di un luogo misterioso infestato da altri esseri non troppo umani e persino non umani, come animali feroci e mostri, dèi e folletti con i quali occorreva patteggiare per evitare assalti mortali allorché ci si volesse addentrare. E l’uomo medievale, almeno chi era stato già battezzato e aveva assimilato i modi di vedere “cristiani” negativi verso il mondo “silvicolo”, era educato a convivere sempre all’erta e sempre in armi contro tali abominevoli entità pagane e per principio pericolosissime per le energie che sprigionavano!

Dove però la religione cristiana non era ancora penetrata, l’obbligo insegnato era di prendere su di sé il dovere di conservare e difendere le entità della selva, quelle che fossero, giacché ogni parte della foresta era viva e nessuno poteva danneggiarla impunemente. La tradizione pagana aveva conservato solenni e propiziatori riti che instauravano il rispetto per le divinità forestali: riti orgiastici, feste sacrificali e tabù vari proprio come si soleva fare per proteggere parenti e agnati di una grande famiglia, e aborrendo pertanto ogni possibile attività deforestante.

La foresta, malgrado le superstizioni religiose, restava la parte del macrocosmo da cui si traeva non soltanto legna da ardere, per cucinare e per scaldarsi e ogni tipo di materiale per costruirsi una casa, arnesi e armi, ma pure cibo pronto al consumo e foraggio per gli animali domestici, amici intimi dell’uomo. Ad esempio i porci in autunno erano mandati nel fitto a pascolare e a copulare col verro selvatico per migliorare così la razza e la carne che se ne ricavava e il cinghiale pertanto non era un animale da cacciare… Da temere per il suo carattere aggressivo? Certo, ma da rispettare nel suo ruolo sacro di ipostasi di un dio maschile della selva.

In breve c’era un complesso e complicato intrigo di legami che comprendeva fra i riti a cui accennavamo sopra persino l’accoppiamento umano con femmine di animali ossia la copula bestiale. Quest’ultimo rito serviva non tanto per propiziarsi delle prede di caccia, quanto perché presso i popoli del nord dal Pacifico all’Atlantico, dalla Siberia al Canada gli animali selvatici erano venerati come i capostipiti dei gruppi umani e delle nazioni (totemizzazione) e perciò il rapporto con loro era fra persone non tanto diverse nell’aspetto fisico e in ogni caso con poteri magici e con i medesimi e profondi sentimenti.

Naturalmente dopo secoli di sfruttamento selvaggio le relazioni uomo-foresta sono alquanto cambiate e sono diventate più neutre al presente, almeno per quanto riguarda i sentimenti di amore-sesso con i compagni viventi nella biocenosi forestale. La selva, pur fortemente depauperata di molte piante e di animali del passato, sta ritornando agli onori della cronaca ed è riconosciuta il fulcro dell’ecologia del pianeta… tanto più cara a noi europei per la parte che ci tocca conservare!

Sia come sia, senza dover elencare tutti i prodotti che la foresta forniva (e fornisce) per l’uso e il consumo umano, diciamo che nel Medioevo essa rappresentava un enorme giacimento di materie prime e di risorse alimentari, sebbene la ricerca ininterrotta di terre da coltivare con conseguente deforestazione restasse una violenza al bioma notoriamente difficile da riparare nel breve termine, ma ritenuta inevitabile e, nell’Impero Romano, prescritta dalla religione cristiana dominante (v. Regola di san Benedetto).

Nel caso specifico della Pianura Russa il terreno da mettere a coltivo non era scelto a caso ai margini o nelle radure fuori o dentro la foresta, anzi! La scelta che i documenti del VII sec. d.C. invitano a attribuire agli Slavi, noti come spericolati contadini, ricadeva su quei suoli che davano delle buone rese giacché, a causa della primitività degli arnesi usati, delle messi andate male potevano significare morte e miseria per molte persone. Quali suoli allora? Guarda caso nella Pianura Russa esistevano dei suoli fertili speciali arcinoti fin dall’antichità: le Terre Nere (russo Černozjòm) o Terre a loess cosiddette. Consistevano di suoli di un’argilla tipica capaci di ospitare un bioma senza tanti alberi, ma con una ricca vegetazione erbacea. E qui sorgevano i dissapori. Mantenuti a pascolo stagionale, immediatamente a disposizione senza fatica alcuna, erano contesi a sud fra i nomadi pastori della steppa e gli Slavi agricoltori che, al contrario, quei terreni li vedevano coperti di messi rigogliose.

Meno intenso era invece lo scontro degli Slavi con i raccoglitori a nord poco sotto il Circolo Polare Artico. In quest’ultimo caso accadeva che in certe zone del settentrione della Pianura Russa eliminare alberi e arbusti significava causare l’emigrazione o l’estinzione di una parte di fauna e di flora e andar così contro gli interessi economici e vitali dell’unico abitante umano della zona stessa e cioè del raccoglitore-cacciatore ugro-finnico più o meno autoctono. Questi giudicava indispensabile per la propria esistenza (compresa l’offerta nello scambio di risorse) che la foresta rimanesse intatta con la fauna e la flora sue e non accettava la deforestazione quantunque limitata essa fosse da parte di contadini giunti da chissà dove, se non con enorme diffidenza e ostilità rancorosa (basta leggersi le favole locali!) che prevedeva vendette e scontri. Non si dimentichi infatti che il raccoglitore-cacciatore ha bisogno di un vasto territorio da battere alla ricerca di cibo e che deve cercare di mantenere un buon equilibrio fra quanto raccolto/cacciato e la riproduzione di flora e fauna onde evitare malaugurati esaurimenti.

In conclusione un’eventuale colonizzazione del nord restò in principio un passo molto pericoloso per chiunque si azzardasse ad intraprenderlo. Da parte slava moscovita l’occupazione inizierà nel XV sec. d.C. proprio dal lato nordest e spesso scorrerà il sangue! Il paesaggio silvicolo, la fredda tundra nordica e la taigà più temperata, nella Pianura Russa terminava a sud nelle regioni appena sopra Kiev o appena sotto Tver’ e di qui iniziava subito la steppa che il pastore, come abbiamo detto, riservava alle sue mandrie o alle sue greggi pronto a difenderla contro qualunque intruso.

Si capisce facilmente che il contadino era immaginato genericamente dal “raccoglitore-cacciatore” o dal “nomade pastore” un verosimile e potenziale nemico e in entrambi i casi quando lo si vedeva attivo in una certa area era spontaneo pensare, e non a torto, che così si intendesse spingere chi da tempo là abitava a una forzata emigrazione o, peggio! a un’indesiderata soggezione. Si può dedurre inoltre che il contadino fosse molto più interessato alla steppa poiché era giusto questa la zona delle dette Terre Nere. Il clima appariva più clemente qui e, lo ripetiamo, l’agricoltura era estremamente agevole più che in qualsiasi altra regione europea per la fertilità e per la fatica da spendere a lavorarla.

Concludendo si può affermare che parlare una lingua slava in gran parte della Pianura Russa già verso l’VIII-IX sec. d.C. volle dire essere assimilati al generico avversario.

Da questa collezione di notizie e riflessioni possiamo concludere che la conservazione della biocenosi forestale rispetto alla biocenosi steppica diventasse uno dei crucci maggiori di quei varjaghi, quegli slavi e altri che si separarono come élites di potere intorno al VIII sec. d.C. e si contrapposero agli altri abitanti presenti per il diritto di disporre dei territori senza limitazione di alcun genere.

E allora quali sono le élites che ambiscono al potere quando a partire dal VI-VII sec. d.C. ne leggiamo accennate una dopo l’altra nelle regioni in cui era stata suddivisa la Pianura Russa dalle stesse élites? L’élite però – teniamolo ben presente – vede sé stessa destinata non soltanto a sfruttare la foresta e a risolvere i suoi problemi economici senza interferenze, ma deve pur sopravvivere e per la sussistenza oltre alla selvaggina – richiestissimo cibo carneo che gli dèi concedono peraltro solo ai nobili permettendo loro la caccia nella foresta – ha bisogno soprattutto delle granaglie/cereali e quindi del surplus prodotto dai contadini. Non c’è scelta! I contadini saranno obbligati a produrre quel surplus non più in risposta alle proprie esigenze di consumo, ma come contributo al potere in condizioni di sudditanza. Ed ecco un problema peculiare per uno stato che si costruisca nella Pianura Russa.

La realtà del contadino slavo trasmessa dai documenti è di famiglie di una decina di persone ciascuna che ogni 8-10 anni lasciano un insediamento perché il terreno si è esaurito non avendolo saputo concimare e migrano alla ricerca di una nuova radura da trasformare in villaggio con coltivi nuovi annessi e connessi. Individuato lo spazio nella foresta adiacente e preparatolo per l’accoglienza negli anni precedenti, il vecchio abitato è abbandonato e quasi cancellato dalla memoria collettiva. Con un tal regime di vita, peraltro neppure raro in Occidente, come fa il potere a individuare e a raggruppare i propri sudditi intorno alla sua residenza? La Pianura Russa è priva di strade romane e ha un clima continentale severissimo, con superfici ghiacciate e neve che durano per molti mesi. Percorrerla per un eventuale censimento muovendosi lungo i fiumi è assolutamente impraticabile persino con la bella stagione perché si forma fra neve sciolta e terriccio una fanghiglia spessa – in russo rasputìca – che dura anch’essa qualche mese e fa perdere la strada! Addirittura, nel caso in cui un villaggio geograficamente individuato e sottomesso si rifiuti di pagare il contributo, come si fa a muovergli contro una spedizione punitiva?

Altre sono le circostanze nella steppa. Da queste parti élites tradizionali che governano esistono già, ma con interessi tutt’altro opposti a quelli indicati appena qui sopra. Nella steppa l’economia dipende dai capi di bestiame e dal foraggio di cui gli animali hanno bisogno che, quando come nella steppa è bello e pronto, abbondante e spontaneo, diventa preziosissimo. Per forza di cose a guardarne la prossimità geografica rispettiva le ostilità e le divergenze fra la steppa di pastori e la Kiev sostenuta da agricoltori provocheranno una conflittualità minuta, ma perenne e molto costosa per le casse kievane. Se ciò costituisce un punto debole della Rus’ di Kiev, non si può dire che al nord regni la pace assoluta nella gestione dei territori. Novgorod, città-stato legata in qualche modo a Kiev e che appare tardivamente (ca. 930 d.C.) sulla scena con un tipo di élite al potere di carattere oligarchico e repubblicano ha da fare i conti pure con i ripetuti tentativi a conquistarla degli Scandinavi.

È, questo nostro, un primo sommario esame delle circostanze da affrontare da parte dei élite che abbiamo preferito introdurre subito giacché tali problemi derivati saltavano subito agli occhi di chi si ingegnava a stabilire un dominio.

Una domanda sorge ora spontanea: l’élite kievana che minimo di tradizioni/ideologie portava con sé per poter elaborare una teoria dello stato? Siccome la nostra ricerca è focalizzata su Kiev, è comprensibile che la nostra attenzione si volga allora all’Impero Romano di Roma/Costantinopoli e all’Impero Carolingio i quali, ad esempio, nel loro ambito potevano proporre dei modelli da imitare e a cui aspirare a questo proposito. Pertanto possiamo già prevedere quali consigli e quanti consulenti da questi think-tanks dell’epoca potessero essere richiesti e benvenuti presso l’élite kievana, non appena essa fu in grado di scegliere e optare per uno stato slavo-russo e avere contatti con l’estero.

Esiste un altro fattore che non è lecito trascurare: la composizione etnica – importante per gli sviluppi culturali e politici – dell’élite che si sente pronta per assurgere al potere su un certo territorio e sui suoi abitanti. Contatti e mescolanze fra le etnie conviventi nella congerie multietnica della Pianura Russa sono ovvi e ben documentati e quindi occorre indagare fra quei gruppi che hanno lasciato nel terreno tracce riconoscibili delle loro frequentazioni. Fra questi c’è in particolare la mafia varjaga che appare sotto forma di bande armate. Perché notarla? Essa è per sua natura formata da nuclei a tendenze elitarie poiché quando “invade” la Pianura Russa è spinta dall’unico desiderio di consolidare un proprio angolo di dominio qui e là dove vivere al meglio delle risorse locali, indipendente e sovrana.

Diamo però un’occhiata alla soluzione globale per l’esercizio del potere esemplificata dall’organizzazione romano-cristiana intorno alla figura dell’Imperatore come appariva intorno al VII-IX sec. Il personaggio si afferma essere investito del potere su genti e paesi da un dio superiore invincibile e padrone del mondo e condivide tale potere col rappresentante di quel dio fra gli uomini ossia col capo religioso o Patriarca, l’ideologo incaricato al controllo che tutto fili liscio. Alcuni personaggi varjaghi assaporeranno, stando al servizio personale di questo tipo di monarca, come funziona il sistema e decidere di emularlo e, se la condizione sine qua non è adottare il cristianesimo, è un passo facile e allettante per un varjago pagano! In breve Roma sul Bosforo ha i migliori esperti per dire come fare e è pronta a offrirli purché le élites decidano seriamente di aderire al Commonwealth Cristiano. Addirittura fra i Goti presenti sporadicamente nella realtà slavo-russa o nell’odierna Polonia la variante “ariana” del cristianesimo aveva già fatto dei proseliti e i Goti svedesi apparivano già pronti a costituire stati autonomi propri sin dal IV sec. (Ermanarico!) … Non solo! Nel 862 era giunta a Costantinopoli un’ambasciata del principe moravo Rostislav con la richiesta di missionari da mandare nelle terre slavo-morave affinché facessero propaganda della fede cristiana fra i suoi sudditi in lingua locale e lo aiutassero a consolidare il suo stato e il suo potere.

Un esempio anteriore di ben due secoli all’exploit moravo era stata la Bulgaria del Danubio, creata da Costantinopoli e nota nei documenti imperiali come Magna Bulgaria. I Bulgari con l’aiuto degli esperti politologi imperiali erano in parte riusciti a creare un enorme stato “cristiano” dal Caucaso alla riva sinistra del Danubio sotto la guida del loro khan Kubrat, benché non fosse ancora un impero come avrebbe auspicato lo stesso khan che – è bene dirlo – nella sua cultura nomade era capo militare e religioso esattamente come il collega imperatore romano… I Bulgari stessi a volte chiamavano il loro stato, che comprendeva Kiev e dintorni, Bulgaria Occidentale o Bulgaria Nera e alla morte di Kubrat si era disfatto e il potere si era diviso fra due altre élites bulgare: una che finirà stabile nella conca del Danubio e l’altra, insieme con i Càzari, che crescerà sul medio e alto Volga.

Il grosso errore di Kubrat era stato quello di non esser riuscito a coinvolgere gli stessi suoi figli e l’intero suo clan Dulo nel progetto cristiano. L’uso pratico di quella religione prevedeva riti continui con la partecipazione obbligatoria dei sudditi e i riti richiedevano dei luoghi appositi (chiese o simili) sparsi nel territorio in numero sufficiente poiché qui si ripeteva all’infinito il nome del sovrano e l’obbedienza che gli era dovuta. Inoltre il compito primario del prete-parroco cristiano era scovare, anche a costo della propria vita, gli abitanti più remoti e reconditi per raccoglierli presso il tempio ed “evangelizzarli”. Questa attività ecclesiastica ci è sembrata trascurata sotto Kubrat, che forse aveva creduto sufficiente essere in combutta col capo religioso mandato o nominato da Costantinopoli per reggere il nuovo sistema! Sebbene ciò accadesse fra i Bulgari, ripetiamo, un paio di secoli prima (VII sec. d.C.) che la mafia varjaga si dimenasse per creare uno stato per qualcuna delle sue bande, quell’esperienza non costituiva forse un insegnamento e una spinta per capire che il modello cristiano-romano di stato non era così solido se, ad esempio, a causa di certe sue particolarità non applicate si causava il collasso?

Il discorso non è comunque semplice ed è consigliabile leggere S. Runciman (v. bibl.) al di là di ciò che ne abbiamo scritto nella prima parte della nostra ricerca sulla Rus’ di Kiev (v. bibl.).

Conviene invece ritornare sulla natura delle bande varjaghe per vedere fino a che punto fossero in grado collettivamente di elaborare dei piani futuribili di nuove comunità. Innanzitutto erano gruppi di maschi riuniti intorno a un capo del tutto provvisorio il quale, procuratasi una nave, l’armava per attraversare il Mar Baltico e dirigersi al sud, dove la tradizione insegnava che si potesse trovar da vivere di gran lunga meglio che in Scandinavia. Il gruppo non portava con sé donne e non aveva pertanto alcuna intenzione di mutarsi in un nuovo popolo insediato fra gli altri della Pianura Russa, una volta trovata l’area dove sistemarsi. Ogni attività “lavorativa” e “continuativa” era aborrita e l’unica idea, peraltro offerta dal capo come traguardo da raggiungere “sotto la sua esperta guida” (di qui il contratto di adesione tramite un giuramento di assoluta obbedienza celato nell’etimo di varjago), era di accumulare ricchezze sottraendole con la forza a chi le aveva. L’antropologo J. Diamond (v. bibl.) ha coniato per il tipo di stato in cui sfociano tali “intenti predatori” il termine cleptocrazia. Il cleptocrate si disinteressa della produzione e dei produttori completamente, ma pretende per sé il prodotto che requisisce con la forza, diretta o mascherata da un’ideologia/religione che la giustifichi. Crea o mutua così i miti di soprannaturali potentissime entità che prestano una parte dei loro poteri al suo gruppetto di uomini armati.

E agli inizi nella Rus’ di Kiev è giusto questo il tipo di regime che osserviamo. All’élite è affidata la convivenza fra gli amici stretti (varjaghi) e le locali etnie (slave e non) col compito di ridurre in pochi necessari scontri la conflittualità reciproca per poi incanalarla nell’idealistico sacrificio della vita per il benessere reciproco comune.

D’altronde, se seguiamo il cammino dei Varjaghi quando toccano i lidi della Pianura Russa, vediamo che le bande abbandonavano le imbarcazioni originarie non più adatte alla navigazione sui fiumi e a questo punto un’arma di ricatto che il capo-armatore aveva avuto per guidare l’avventura, e cioè il mezzo per tornare in patria ricchi e gloriosi, cadeva. Rimanere ora da capobanda e non correre il rischio di essere spodestato e rimpiazzato significava esaltare al massimo il traguardo dell’impresa originaria con nuove promesse di successo sempre più fantasiose.

Le due vie seguite dai Varjaghi per il sud (da W. Keller – Ost minus West = Null, München 1963)

Nessun ruolo di preminenza era mai stato formalizzato o garantito al momento della partenza dalla Svezia, e la facoltà di capobanda affermato si acquisiva e si rafforzava con l’abilità di vincere gli ostacoli con le armi giuste, ma prima di tutto usando e sfruttando, senza mai svelarle, le informazioni possedute sui paesi stranieri nei quali ci si muoveva. Era un modo efficacissimo all’epoca dove la propaganda si faceva esclusivamente parlando e raccontando, e dove la leggenda infiorata e la storia (v. le saghe islandesi!) erano la stessa cosa. Con questi metodi il capo esercitava potere e comando sui “suoi congiurati” (uno degli etimi proposti di varjago è väringr, ossia ‘compagno giurato’ in norreno). Il capo era una persona magica e divina, investito dagli dèi di una missione trascendentale. Senza dubbio i progetti delle imprese oltremare erano custoditi gelosamente in mente e magari alcuni erano impossibili e improbabili, ma il capo non li divideva con nessuno o al massimo li condivideva con i suoi pochissimi intimi. Dalle divinità inoltre riceveva in continuazione i dati per portare avanti e fino al termine con successo l’impresa prevedendo senza esitazioni lo sviluppo delle azioni compiute giorno per giorno. Lo dimostrava il fatto di eseguire frequenti riti di ringraziamento agli dèi nei momenti di stress.

Si badi bene che questi comportamenti erano moneta corrente nella patria svedese e quando si parlava con i mercanti stranieri si pensava solo al lucro che si poteva trarre dai viaggi fra gli ignoranti e ingenui popoli del Mar Baltico sud-orientale. Ce lo documenta sant’Ansgario del Vescovado di Brema-Amburgo, che frequentò Birka nel tentativo di battezzare i pagani scandinavi e offrendosi di accompagnarli nelle loro imprese baltiche. Alla fine, si trattava di combinare l’abito mentale varjago pronto al saccheggio e alla razzia con il mondo di genti effettivamente sconosciute. L’unico movente era di impadronirsi del territorio di proprietà di queste genti con la sua natura ricchissima di risorse monetizzabili. Le bande varjaghe letteralmente si illudevano di saper condurre una gestione intelligente di uomini e cose, una volta insediati. Per affermarsi e costruirsi una testa di ponte in due o tre aree del nordest russo certe bande avevano inventato una “polizza assicurativa di difesa perenne” contro le bande concorrenti marchiate di “terribili esseri vampireschi” e “malvagi maghi”. Dove per qualcuna di esse l’operazione “assicurativa” riuscì, fu poi facile mutarsi in dinastia sacralizzata e decidere di rimanere a godersi la vita da “mantenuti” senza vagare oltre. E come chiamare questo presentarsi dei varjaghi sulla scena della storia, se non col nome più logico di mafia? Insomma niente di nuovo sotto il sole europeo…

Un’ultima misura in ordine di tempo, parte piuttosto dell’ultima evoluzione storica della mafia varjaga alle prese con la foresta europea “orientale” che era già applicata con successo dai Romani da tempi abbastanza remoti, apparve nel Medioevo Russo: la legislazione forestale. Essa diventò un corpus giuridico non prima del XVI sec. d.C. cioè quando ormai i discendenti dei Varjaghi erano i gestori del potere legittimati a emanare ordinanze e leggi sull’ecosistema. Introducendo la novità della terra affidata con quanto c’era sopra di uomini e bestie, di piante e di altro all’élite al potere e mascheratala con la leggenda che una divinità l’avesse deciso, il sovrano ora e per sempre ne poteva disporre a suo piacimento. Di conseguenza costui condannava e puniva, persino con la morte, chi fosse stato sorpreso ad aggirarsi nel folto degli alberi senza il suo permesso.

Sicilia: scoperto a Gela un calendario megalitico di 5 mila anni fa

Potrebbe essere il più antico segnatempo della storia europea, forse una delle prime testimonianze dell’epoca in cui i nostri antenati hanno cominciato a misurare il tempo. Tutto questo in Italia, precisamente a Gela, Sicilia.

Anche l’Italia potrebbe avere la sua Stonehenge, ma molto più antica.

Il team di ricercatori guidato dall’archeologo Giuseppe La Spina hanno individuato quella che potrebbe essere una ‘pietra calendario’ tra le più antiche d’Europa.

La scoperta è stata fatta il 26 novembre 2016, a circa otto chilometri da Gela, in Sicilia, a poche decine di metri dalla Necropoli Grotticelle, di epoca preistorica.

Si tratta di un grande megalite con un foro di circa un metro di diametro, posizionato in modo tale da essere allineato con il sole nel giorno del solstizio d’inverno.

Come riporta l’Ansa, i ricercatori hanno rinvenuto il megalite forato mentre facevano un tour ricognitivo ai ‘bunker anti scheggia’ della Seconda Guerre Mondiale presenti lungo la statale che da Gela porta a Catania.

«Mi è parso subito chiaro che si trattava di un foro artificiale prodotto dall’uomo», spiega Giuseppe La Spina su Livescience.com. «Tuttavia, avevamo bisogno di prove empiriche per dimostrare che la pietra fu usata in epoca preistorica come un calendario per misurare le stagioni».

Così il team si è messo all’opera e, munito di bussola, macchine fotografiche e di una videocamera installata su un “drone” dotato di GPS, ha condotto un esperimento nel mese di dicembre, nel giorno del solstizio d’inverno.

L’esperimento è stato un successo totale. «Alle 7:32 il sole brillava attraverso il foro con una precisione incredibile», spiega La Spina. «È stato stupefacente».

Lo scopo del megalite poteva essere quello di indicare agli uomini dell’età del bronzo l’approssimarsi della stagione fredda, in modo da potersi preparare in tempo e affrontare il lungo inverno. Ed è anche possibile che il megalite fosse il centro anche di un qualche rituale. Infatti, ulteriori indagini dell’area hanno rivelato che alla fine del terzo millennio a.C. il sito era considerato un luogo sacro.

Non lontano dalla pietra forata, i ricercatori hanno trovato numerose sepolture intatte, note come ‘Necropoli Grotticelle’. È interessante notare che ad est della roccia calendario, La Spina e colleghi hanno trovato quello che sembra essere un menhir. La pietra di circa 5 metri giaceva a terra, ma la presenza di un foro vicino alla sua base suggerisce che il megalite in origine doveva essere in posizione verticale. «Questo, ovviamente, rafforza la sacralità del luogo», ha spiegato La Spina.

Fonte: http://www.ilnavigatorecurioso.it/2017/01/08/sicilia-scoperto-a-gela-un-calendario-megalitico-di-5-mila-anni-fa/