RICONOSCENZA

La riconoscenza abbassa il nostro orgoglio.

Roberto Gervaso, Il grillo parlante, 1983

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RICONOSCENZA

La riconoscenza è la memoria del cuore.

[La reconnaissance est la mémoire du coeur].

Proverbio francese

(attribuito a Jean-Baptiste Massieu)

Evitare la maldicenza

 Lashon Hara

La Bibbia invita i figli di Israele a non spargere calunnie contro il prossimo. Da qui nasce il principio del Lashon Hara (discorso malvagio) che proibisce di dire cose negative riguardo a un’altra persona. Il precetto di non pronunciare un Lashon Hara, cioè di non dire nulla di negativo riguardo a un altro, si applica anche quando il discorso corrisponde a verità.

L’unica eccezione concerne chi ha legittimamente bisogno di ricevere informazioni positive e negative circa una determinata persona (come, per esempio, un datore di lavoro) o circostanza necessarie per prevenire un male maggiore.

Una storia chassidica può aiutare a comprendere la severità con cui si proibisce il parlare male degli altri. “Un uomo andava in giro per il villaggio raccontando bugie ingiuriose sul conto del suo maestro. Un giorno, sentendosi in colpa, andò dal maestro e lo pregò di perdonarlo, dicendogli che avrebbe fatto qualsiasi tipo di ammenda che questi gli avesse assegnato. Il rabbino disse all’uomo: “Prendi un cuscino di piumo, taglialo, aprilo e disperdi le piume al vento”. L’uomo fece come gli aveva ordinato il rabbino. Poi tornò da lui e riferì che aveva obbedito al suo invito. Il rabbino disse: “Devi fare ancora una cosa: ora raccogli le piume e rimettile nel cuscino”. L’uomo a questo punto capì che non c’era ammenda per il danno che le sue parole avevano provocato, proprio come era ormai impossibile raccogliere le piume disperse al vento”.

Fonte: ” Per conoscere l’ebraismo” di Daniel Taub

Bernardino del Boca di Villaregia

Fra poco i giovani faranno un’altra scoperta, una di quelle necessarie per la rottura col passato e per permettere l’avvento del nuovo “piano di coscienza”. Scopriranno che gli adulti sono soltanto mascherati da adulti. Scopriranno che i corpi invecchiano e che l’adulto si immedesima nel ruolo che la società gli fa assumere, ma che gli adulti, dentro, sono ancora ragazzi, con le stesse paure, le stesse infantilità, le stesse odiose meschinità. Scopriranno che professori e magistrati, poliziotti e uomini politici, medici e avvocati, banchieri e giornalisti, sotto la maschera della loro deformazione professionale nascondono la realtà di un infantilismo che la nostra civiltà non ha potuto far superare. Quando si accorgeranno di questa realtà, i giovani non perderanno più tempo a contestare e a criticare gli adulti, ma guarderanno con un nuovo senso critico a loro stessi.

Fortunato il paese che ha bisogno di eroi e (soprattutto) che ha Tolkien

di Roberto Alfatti Appetiti

Fonte: Roberto Alfatti Appetiti (Blog)

In principio fu Franco Cardini. Sua, l’intuizione. Giusto trent’anni fa, mentre la critica strabuzzava gli occhi  – tra lo stupore e il fastidio – davanti all’accoglienza entusiastica del pubblico per Il Signore degli anelli, lo studioso fiorentino azzardò l’analisi più acuta: il viaggio della Compagnia dell’Anello, come gruppo e in termini di singoli, altro non è che un viaggio nell’Oltretomba, nell’Aldilà, e in quanto tale un iter iniziatico, a conclusione del quale tutti raggiungono un mutamento di status, un cambiamento interiore, attraverso una serie di prove materiali e spirituali da superare. Più di qualcuno saltò sulla sedia. L’ambito in cui i critici avevano già pensato di circoscrivere l’opera tolkieniana era quello inoffensivo del racconto d’avventure, per quanto riuscito potesse dimostrarsi. Un confine che non giustificherebbe, però, i cento milioni di copie vendute in ogni angolo del mondo, le ristampe a cadenza annuale, la consacrazione cinematografica, le nuove generazioni di fans. Non soltanto l’opera tolkieniana ha resistito alle mode, ma ne ha generata una delle più fortunate: l’heroic fantasy, con tanto di case editrici specializzate, riviste, giochi da tavolo e relative app. Un successo inarrestabile che conferma, piuttosto, come le opere dello scrittore inglese abbiano saputo dare una risposta a bisogni universali. «Tolkien offre a una società scettica e demitizzata, sotto forma di una grande saga fantastica ed eroica, quasi un’epopea, un mito positivo, fondante, completo e verosimile in cui credere, anche se ci si rende conto che è la favola più lunga del mondo». Così Gianfranco de Turris introduce “J. R. R. Tradizione e modernità nel Signore degli anelli”, il prezioso e aggiornato volume di Stefano Giuliano (Bietti, pp. 345, € 22) appena tornato in libreria che, nella sterminata produzione di libri sull’opera tolkieniana, va a colmare un vuoto siderale. E lo fa proprio raccogliendo e approfondendo lo spunto offerto a suo tempo da Franco Cardini. «In Italia scarseggiano studi che analizzano specificatamente il retroterra culturale tolkieniano in funzione della simbologia mitologica, ossia quali siano i fondamenti di certi suoi personaggi, luoghi ed episodi – scrive ancora de Turris – e Stefano Giuliano analizza le influenze e le suggestioni che stanno al fondo di tale narrativa mettendo il Signore degli anelli a confronto con la storia delle religioni, l’antropologia culturale, la mitologia indoeuropea, l’epica medioevale, i romanzi arturiani, le chansons de geste e le saghe norrene, ricostruendo il senso simbolico di personaggi e azioni». Nell’attuale società “liquida”, con la perdita di “consenso” di fedi e credenze, nell’era del precariato globale, la fantasia mito-poietica di Tolkien, con la sua portata esemplare, le valenze morali collegate alle vicende dei protagonisti e le foreste di simboli attraversate dal lettore, hanno avuto successo non tanto e non solo perché narrano storie avventurose ma perché, in un’epoca segnata dal disincanto, hanno restituito significato al mito, dato nuovo vigore a idee e valori antichi, offerto un antidoto al materialismo e al cinismo odierno. «Il Signore degli anelli si fonda sul dispositivo narrativo della discesa agli inferi e sul simbolismo di morte e rinascita come racconto fondante del cammino dei protagonisti», sottolinea Giuliano, classe 1964, talmente a proprio agio tra immaginario religioso, agiografia medievale e letteratura cavalleresca da ricostruire passo dopo passo le fonti letterarie, folkloristiche e mitiche dell’opera tolkieniana. Nella ricerca, nata come tesi di laurea e pubblicata per la prima volta nel 2001 da Ripostes di Salerno col titolo “Le radici profonde non gelano”, Giuliano si sofferma su ogni “indizio” utile: il nome di un personaggio o di un luogo, le citazioni, i riferimenti celati tra le righe e, non ultimi, gli “stratagemmi” letterari con cui il professore coniugava sapientemente quanto efficacemente mito e realtà. Ecco che il percorso iniziatico di Frodo, il portatore dell’Anello, verso Mordor, può essere letto anche come la migliore metafora possibile della condizione dell’uomo di oggi in un mondo che sembra affacciarsi sull’orlo del baratro. Una missione così difficile, la sua, da risultare quasi “insostenibile”. Eppure Tolkien (non a caso) la affida a un mezzo uomo, un hobbit, la figura più “fragile” nel ricco parterre di eroi classici, elfi e guerrieri valorosi a sua disposizione. Con buona pace di Bertolt Brecht, è fortunato il paese che ha bisogno di eroi. Meglio ancora: il paese che coltiva una sana cultura dell’eroismo. Tolkien ambiva a restituire all’Inghilterra quelle storie di dei e degli eroi dell’epoca pre-cristiana (sul genere dell’Edda norrena, del Kalevala finnico e del Nibelungenlied tedesco) che la conquista normanna e la prima rivoluzione industriale avevano finito per disperdere. Ma, nello stesso tempo, non trascurava il mondo che aveva intorno. Mordor, oltre a essere una rappresentazione dell’inferno, lascia intravedere un’inquietante “somiglianza” con la realtà moderna: «inquinamento atmosferico e idrogeologico, impoverimento del territorio, rovina del paesaggio, accumulo di scorie e residui, mentre Sauron pare offrirsi come rappresentazione del potere assoluto e tirannico». Meglio di chiunque altro, era stato Elémire Zolla a “inquadrare” Tolkien, sin dalla prima introduzione all’edizione del 1970: «Autore o amatore di fiabe è colui che non si fa servo delle cose presenti». Tolkien, uno di noi.

Evola

È la visione del mondo ciò che, al di là di ogni cultura, deve unire e dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima.

 

Omraam Mikhaël Aïvanhov

“È meraviglioso come oggigiorno possiate incontrare Iniziati ovunque, perfino nei cabaret e nei luoghi di piacere!

E come si riconoscono? Oh, è semplice, sono loro stessi a dirvelo: «Io sono un Iniziato». Alcuni aggiungeranno anche di essere giunti al settimo, all’ottavo o perfino al nono grado di Iniziazione, e di questo si rallegrano gli ingenui e i ciechi: hanno trovato un Iniziato che in pochi giorni procederà ad “iniziare” anche loro. Che benedizione!

Nel passato, gli Iniziati non erano conosciuti da nessuno, se non da chi li cercava sinceramente e sapeva riconoscerli. Essi non dicevano mai di essere degli “Iniziati”: rimanevano segreti, sconosciuti, nascosti.

Come l’Eremita della nona carta dei Tarocchi, quel vegliardo che regge nella mano una lanterna

nascondendola fra le pieghe del grande mantello per sottrarla agli sguardi della folla. Ecco l’immagine del vero Iniziato!”