MEISTER ECKHART, 1260 – 1328

La gente pensa troppo a ciò che deve fare e troppo poco a quel che deve essere.

Teologo e religioso tedesco.

LA DEA DIMENTICATA

Autore: Giorgio Baietti

La celebrazione del femminino sacro ha caratterizzato sin dalle origini le culture di ogni tempo e nonostante tutti i tentativi di “normalizzazione” degli ultimi millenni, la sua forza e il suo autentico significato stanno lentamente riemergendo.

D come dea, D come donna: il dualismo della divinità femminile è come un fiume sotterraneo che scorre sotto la crosta delle convenzioni umane, delle dimenticanze volute, delle omissioni palesi. Scorre, nonostante tutto quello che, nel corso dei secoli, è stato fatto da uomini di potere per cancellarne la realtà. Ogni tanto emerge in superficie e poi ritorna in profondità, ma la sua forza non può essere trattenuta, perché è reale, autentica, indissolubile. Il femminino sacro è un argomento fondamentale delle culture di tutti i tempi e di tutti i luoghi della Terra ma, stranamente, c’è stata un’involuzione totale; col passare del tempo se n’è cancellata la parte più importante, lasciando solo dei semplici cenni che compaiono, qua e là, nelle varie epoche.

Oggi, 2016, non si parla tanto di sacralità quanto di serialità, lasciando la parola alle assurde e terribili statistiche che vedono la donna sempre più protagonista di omicidi (59 donne uccise dall’inizio dell’anno) e atti di violenza, avvenuti troppo spesso tra le pareti domestiche. Stupore ha poi destato in tutto il mondo il semplice accenno di Papa Francesco ad una timida, timidissima, apertura del diaconato alle donne, cosa che non dovrebbe nemmeno occupare una riga sui giornali, in quanto ovvia e naturale e, al contrario, si dovrebbe discutere invece del fatto che le donne (l’altra metà del cielo…direi anche qualcosa di più, stando alle statistiche) dovrebbero avere il ruolo di preti, vescovi, cardinali…papi!

Fantascienza? Al momento, purtroppo, sì, dirigiamo quindi la nostra indagine alla storia per restare coi piedi per terra e vedere quanto l’antichità fosse molto più moderna di questa attualità.

Tra i tanti nomi femminili della divinità metto al primo posto Asherah, un nome di sette lettere che racchiude un intero alfabeto di conoscenza suprema. Era conosciuta anche come la Grande Madre della mitologia semitica, generalmente considerata del tutto coincidente con la dea ugaritica Athirat. Era anche nota come Ishtar e Astarte. Era una divinità molto potente e celebrata in molte culture, dai Fenici ai Babilonesi, e le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Le sue tracce si possono trovare in testi ugaritici risalenti a un periodo precedente al 1200 a.C., testi che la chiamano con il suo nome completo: “Colei che cammina sul mare”.

Una Madonna o una Maddalena di dodici secoli prima?

Nella Bibbia ci sono molte citazioni di una “Regina del cielo” che potrebbe essere Asherah ma che le varie traduzioni (e cancellazioni) hanno occultato.

Ecco alcuni esempi

Geremia, 7,17/18 “Non vedi che cosa fanno nelle città di Giuda e nelle strade di Gerusalemme? I figli raccolgono la legna, i padri accendono il fuoco e le donne impastano la farina per preparare focacce alla Regina del cielo…”

Geremia, 44: 16,17 “…Quanto all’ordine che ci hai comunicato in nome del Signore, noi non ti vogliamo dare ascolto; anzi decisamente eseguiremo tutto ciò che abbiamo promesso, cioè bruceremo incenso alla Regina del cielo e le offriremo libazioni come abbiamo già fatto noi, i nostri padri, i nostri re e i nostri capi nelle città di Giuda e per le strade di Gerusalemme. Allora avevamo pane in abbondanza, eravamo felici e non vedemmo alcuna sventura…”

Geremia, 44,18/19 “…ma da quando abbiamo cessato di bruciare incenso alla Regina del cielo e di offrirle libagioni, abbiamo sofferto carestia di tutto e siamo stati sterminati dalla spada e dalla fame…E le donne aggiunsero: Quando noi donne bruciamo incenso alla Regina del cielo e le offriamo libagioni, forse che prepariamo per lei focacce con la sua immagine e le offriamo libagioni senza il consenso dei nostri mariti?”

Geremia, 44: 25 “…voi donne lo avete affermato con la bocca e compiuto con le vostre mani…adempiremo tutti i voti che abbiamo fatto di offrire incenso alla Regina del cielo… adempite pure i vostri voti e fate pure le vostre libagioni.” (1)

Quest’ultimo passaggio è, a mio avviso, eclatante. Lo stesso Geremia dà il proprio parere positivo, acconsente che le donne adempiano ai voti di onorare e adorare la Regina del cielo. Conclude, sì, il passo con un… “Tuttavia ascoltate la parola del Signore…”, ma non trova nulla da ridire in questa pratica, nulla di scandaloso in tutto ciò e questo è già di per sé la conferma che la Regina del cielo era una realtà consolidata, il fulcro primigenio del femminino sacro.

Nel libro di Geremia questa dea che è Asherah, viene con l’appellativo di “Regina dei cieli” esattamente come si presentò ai tre pastorelli l’entità celeste riconosciuta universalmente come la Madonna di Fatima. Un caso? Restiamo sempre coi piedi saldamente a terra e legati ai testi biblici.

La Bibbia darebbe conferma del culto di Asherah nel Libro dei Re, in cui si cita una statua di Asherah nel Tempio di Yahweh a Gerusalemme. A questa statua venivano offerti oggetti di tessuto prodotti dal personale femminile del Tempio. Il testo usa anche il termine “asherah” in due sensi, per riferirsi ad un oggetto religioso, o per definire il nome della divinità.

Secondo la scrittrice e ricercatrice inglese Lyn Picknett, Salomone non era assolutamente monoteista e nel suo Tempio molte erano le statue dedicate ad Asherah, tante quante quelle dedicate a Yahweh e la Dea suprema aveva la stessa dignità e lo stesso potere di Dio. Erano esattamente uguali.  A causa della furia iconoclasta del re Asa e poi di re Hezekiah (727-698 a.C.) le statue di Asherah scomparvero dal Tempio.

Ma lasciamo parlare, ancora una volta, la Bibbia:

“Asa, come Davide suo antenato, fece ciò che è giusto agli occhi del Signore. Eliminò i prostituti sacri dal paese e allontanò tutti gli idoli eretti da suo padre. Anche sua madre Maaca egli privò della dignità di regina madre, perché essa aveva eretto un obbrobrio in onore di Asherah; Asa abbatté l’obbrobrio e lo bruciò. Ma non scomparvero le alture anche se il cuore di Asa si mantenne integro nei riguardi del Signore per tutta la sua vita” (2)

La distruzione delle statue di Asherah nel Tempio di Salomone cancellò una buona parte del suo ricordo ma il culto della Dea madre non finì, ma si rigenerò in mille rivoli che toccarono varie figure mitiche femminili e si riversò in tutti i continenti sotto varie forme e credenze.

Una delle più importanti è sicuramente legata a Maria Maddalena, la donna amata da Gesù, che Gesù “baciava sulla bocca”, odiata da Pietro e dalla cultura maschilista e ortodossa in ogni tempo. Dopo la crocifissione Maria Maddalena è privata di Colui che la difendeva da ogni attacco ed è costretta alla fuga. È questo un tema su cui si dibatte da secoli, e cioè la sua partenza dalla Palestina e l’approdo sulle coste meridionali dell’odierna Francia. Poco dopo la crocifissione di Gesù, Maria Maddalena insieme ai fratelli Marta, Lazzaro, Maria Salomè, una bambina nera di nome Sara e Giuseppe di Arimatea, viaggiarono per mare fino alla costa dell’attuale Provenza. Il motivo che aveva spinto il gruppo ad intraprendere il viaggio varia secondo la versione dei vari autori.

Secondo alcuni erano fuggiti dalle persecuzioni contro la Chiesa primitiva; sfuggiti alla ira di Pietro e di alcuni discepoli, secondo un’altra ipotesi erano stati deliberatamente mandati alla deriva dai loro nemici su una nave senza timone e senza remi. Solo per un miracolo riuscirono ad approdare sulla terraferma.

Il gruppo sbarcò sulla costa sabbiosa della Camargue dove ora si trova il villaggio di Saintes Maries de la Mer. Si racconta che Maddalena predicasse in tutta la regione, convertendo i pagani, prima di diventare eremita in una grotta a Sainte Baume. La tradizione vuole che qui visse per quarant’anni, dedicandosi alla penitenza ed alla meditazione. Quando morì, il suo corpo fu sepolto in quella città che da lei prese il nome.

Una versione più recente e accattivante, lega il nome di Maria Maddalena al villaggio di Rennes le Château, o meglio, alla zona della regione nota come “Paese Cataro”, in cui lei, ancora oggi, è la regina incontrastata di chiese e luoghi dalla forte carica magnetica.

I Catari stessi (creatori di una religione cristiana dualista nel Medio Evo e argomento di grandissimo fascino che merita una storia a sé) davano grandissima importanza alla donna, tanto che nella loro chiesa i vescovi erano indifferentemente maschi o femmine. Leggete bene, vescovi cristiani donne nel 1200! Questa religione pura e semplice venne distrutta (volutamente?) proprio a partire dal giorno della festa di Maria Maddalena, il 22 luglio 1209, quando a Beziers, città della Provenza, non distante da Rennes le Château, tutti gli abitanti furono trucidati dalle truppe di papa Innocenzo III giunte lì per debellare “l’immonda lebbra del sud” per citare le parole del pontefice. I soldati papali chiesero al vescovo che li guidava come avrebbero fatto a distinguere i Catari dagli altri cristiani e esemplare fu la risposta: “Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”. E così avvenne. La “Crociata contro il Graal”, per usare le parole di Otto Rahn, era iniziata e si sarebbe conclusa dopo trentacinque anni, nel 1244 dopo innumerevoli morti e distruzioni, sulla montagna di Montsegur, luogo simbolo dei Catari e della loro cultura.

Anche con Maria Maddalena è stata fatta un’azione di distruzione, riflettendo l’atteggiamento della Chiesa medievale verso le donne. Di lei si costruì un’immagine che non corrispondeva per nulla al personaggio di cui si parla nei Vangeli…

DALLA NUOVA ZELANDA UNA LEZIONE DI CIVILTÀ

A sei anni dalla legalizzazione della prostituzione in Nuova Zelanda, l’esperimento sembra aver dato risultati largamente positivi.

Mentre sul finire del secolo scorso l’Europa invertiva sorprendentemente la marcia, e vedeva paesi “avanzati” come la Norvegia e la Svezia proibire di fatto il mercato del sesso, la Nuova Zelanda del 2003 stupiva il mondo, equiparando l’attività delle case chiuse ad una qualunque altra attività commerciale, riconosciuta e regolamentata dallo stato fin nel minimo particolare.

Oggi la prostituta neozelandese è protetta da un contratto di lavoro alto 50 pagine, che specifica esattamente quali siano i suoi diritti, e quali siano gli obblighi nell’ambito della pratica professionale. Primi fra tutti l’obbligo per il cliente di utilizzare il preservativo in qualunque attività di tipo sessuale, l’imposizione di stretti controlli di tipo sanitario, e soprattutto il diritto della prostituta di rifiutare un cliente, se non le va, senza per questo dover subire minacce, ricatti o violenze di alcun tipo.

In fondo si tratta di un accordo commerciale come qualunque altro, per cui è evidente che ambedue i contraenti debbano essere d’accordo.

Ma soprattutto, da quando c’è stata questa innovazione, si è assistito in Nuova Zelanda al progressivo rinsecchimento dell’intero ramo di malavita che normalmente ruota attorno alla prostituzione.

Il business della prostituzione, unito a quello del gioco d’azzardo, ha sempre rappresentato una delle accoppiate più redditizie nella storia della malavita, al punto che con l’avvento del proibizionismo il boss di Chicago John Colosimo non volle nemmeno saperne di mettersi a trafficare con bottiglie piene di birra puzzolente: aveva costruito un’Impero su azzardo e prostituzione, era l’imperatore indiscusso della città, e nulla avrebbe potuto spostarlo di un millimetro da quella posizione. Talmente restìo si dimostrò Colosimo ad abbandonare la vecchia strada per la nuova, che i capofamiglia di New York dovettero mandare a Chicago un certo Alfonsino Capone perché lo facesse fuori e prendesse il suo posto.

Stessa cosa dicasi per gli imperi mafiosi di Cuba o di Las Vegas, che senza la prostituzione non sarebbero mai nemmeno comparsi sulla mappa geografica del mondo.

Con la legalizzazione del mestiere invece non è più possibile ricattare una donna, obbligandola a prostituirsi per due lire, quando questa può guadagnare cifre superiori lavorando alla luce del sole, protetta dalla legge e dalle stesse istituzioni che una volta la perseguitavano.

A questo punto viene da domandarsi se per caso non ci sia un secondo fine dietro alla filosofia moralista e bacchettona, da noi molto diffusa, che sostiene di voler combattere la prostituzione “perché è un vizio immorale, che si nutre dello sfruttamento degli esseri umani “, quando di fatto, rendendola illegale, crea proprio i presupposti per quello sfruttamento.

Qualcuno forse ricorderà la vicenda della ragazza nigeriana, costretta prostituirsi per diciotto ore al giorno nella civilissima Torino.

E visto che ci siamo, proviamo a spingerci ancora più in là, e domandiamoci se per caso lo stesso moralismo ipocrita e bacchettone che sostiene di voler combattere anche la droga “perché è immorale e rende schiava la nostra gioventù”, non la voglia tenere fuori legge proprio per mantenere i presupposti di quella schiavitù.

Anche perché nel frattempo il traffico mondiale della droga è indispensabile ai servizi segreti di mezzo occidente per finanziare le loro sporche – ma costosissime – operazioni “sotto copertura”, mentre se legalizzi il mercato della droga i prezzi crollano, e finisce che con un quintale di oppio ti compri al massimo una pistola ad acqua.

 

Dovunque trovi il moralismo bacchettone, stranamente, trovi anche corruzione, crimine e furto del pubblico denaro, mentre con la “pericolosa liberalizzazione dei costumi” trovi solo il rispetto delle leggi e del fondamentale diritto dell’essere umano di fare quel cavolo che gli pare, senza dover più chiedere il permesso a nessuno.

Autore:  Massimo Mazzucco

A CHE COSA SERVE L’UOMO? IN SVEZIA NON SERVE A NIENTE

Era il paradiso del welfare, la meta di ogni sogno di liberazione. Che cosa è successo alla Svezia? Nel suo ultimo documentario, l’autore di Videocracy Erik Gandini racconta un Paese in cui le persone vivono isolate, sempre più donne single scelgono la fecondazione artificiale e molti anziani muoiono da soli, dimenticati da tutti. E con 80 euro vi spediscono anche il kit per la fecondazione artificiale a domicilio.

«Nell’inverno del ’72, un gruppo di politici ebbe una visione rivoluzionaria del futuro. Era giunto il momento di liberare le donne dagli uomini, gli anziani dai figli, gli adolescenti dai genitori». Venne scritto anche un manifesto, La famiglia del futuro. A volerlo, fu la sezione femminile del partito socialdemocratico allora guidato dal primo ministro Olof Palme.
Che cosa prevedeva il documento? Ce lo spiega Erik Gandini, regista bergamasco autore di Videocracy, che in Svezia vive e lavora. Lo spiega in un documentario importante, di cui si è parlato poco o, comunque, non abbastanza in Italia: La teoria svedese dell’amore. Andato in onda nelle scorse settimane sulla Rai per Doc3, il lavoro di Gandini sarà presto nelle sale cinematografiche, in versione integrale.

Ogni individuo dovrà essere considerato come autonomo, non come l’appendice di qualcun altro. È dunque necessario creare le condizioni economiche e sociali che ci renderanno finalmente individui indipendenti.
Manifesto del Partito Socialdemocratico svedese, 1972

Olof Palme, pilastro della socialdemocrazia svedese, voleva modernizzare il Paese. Riformò il sistema pensionistico, stabilì sussidi e forme di sostegno, edificò il paradiso del welfare attorno a un’idea non così scontata, quando si parla di Stato e diritti sociali: l’autonomia individuale. L’indipendenza degli individui. L’indipendenza della donna dall’uomo, dei figli dai padri, delle madri dai figli. In qualche modo, la distopia immaginata dal grande drammaturgo svedese August Strindberg nella riscrittura post-amletica del Padre, ma senza più ossessioni per la solitudine.
Oggi, in Svezia il 50% dei cittadini vive solo. Una vita senza l’altro e una morte che non è da meno: 1 cittadino su 4 muore in solitudine, abbandonato dai figli. È la teoria svedese dell’amore: un’idea talmente assoluta di indipendenza che porta a considerare che l’amore autentico può esistere solo tra estranei. O tra sconosciuti. O tra sé e sé: la relazione è un peso che sempre meno svedesi sembrano disposti a sopportare. Non serve. Nemmeno per avere figli.

Il manifesto “La famiglia del futuro”

In Svezia va per la maggiore la fecondazione fai da te. Una gran parte delle donne svedesi – svela Gandini – acquista sperma per corrispondenza. Lo fa dalla Cryos, una società danese fondata da Ole Schou. «La banca del seme più grande del mondo», alimentata da donatori che dichiarano di «volere il bene dell’umanità» e disponibile per tutti e per tutte le tasche. Lo sperma in Europa arriva con corriere espresso, conservato in ghiaccio secco e pronto all’uso (vengono fornite delle apposite fiale/siringhe fai da te). I tempi di consegna vanno da 1 a massimo 2 giorni.

Razza a scelta

 

Il prezzo va da 63 euro per 1 fiala/siringa ai 12mila euro per il “donatore esclusivo”. Si possono poi consultare i dati ex post, con le fotografie dei bambini, il loro – testuale – «profilo di intelligenza emotiva e il campione vocale». Si può pure scegliere – anche qui: testuale – la razza: caucasica, africana, medio orientale. Più della metà dei clienti della Cryos sono donne single.
«Ho pensato che fosse meglio avere un figlio da sola, ed evitarmi la fatica di trovare un partner», dichiara una donna.
A 40 anni dal manifesto Familjen i framtiden – en socialistisk familjepolitik l’utopia svedese si è rivelata una desolante emancipazione regressiva. Si nasce soli, si vive soli, si muore soli. Come nota Gandini nel Docu-film: “Ognuno va per la propria strada ma non c’è nulla che li tenga insieme”. Quest’ultimo fenomeno è talmente aumentato negli ultimi anni che lo Stato svedese ha dovuto creare uffici appositi che si occupano di tutte le incombenze legali e burocratiche legate alla scoperta di un morto senza legami, nel disinteresse di figli e parenti.

Fonte: vita.it

Visto su Megachip

Autore:  Marco Dotti

No Comment

No Comment

Un Canto Speciale

I membri di una tribù dell’Africa orientale utilizzano un canto speciale attribuito ad ogni persona prima della nascita. Si sostiene che la data di nascita di una creatura non sia né il giorno del parto né quello del concepimento. Per loro la data di nascita coincide con l’istante in cui la madre pensa per la prima volta ad avere un figlio. La donna, cosciente delle sue intenzioni di concepire un bambino, si allontana per sedersi solitaria all’ombra di un grande albero. Si apre all’ascolto, finché inizia a sentire il canto della creatura che lei desidera dare alla luce. Una volta concepito il canto, ritorna al villaggio e lo insegna al suo compagno per poterlo cantare insieme quando faranno l’amore, invitando la creatura a unirsi a loro. Quando si realizza il concepimento, la madre canta la canzone al figlio che porta nel ventre, poi lo insegna agli anziani e alla levatrice del villaggio, in maniera che, durante il parto e all’istante della nascita la creatura sia accolta con questa melodia. Dopo la nascita tutti i membri della comunità imparano la canzone di ogni bimbo, gliela cantano quando cade mentre impara a camminare, nei momenti di trionfo, nei rituali e durante le iniziazioni. Quando raggiunge l’età adulta, il canto diventa parte della sua cerimonia nuziale. E alla fine della sua vita, saranno i suoi cari, accanto al letto del commiato, a intonare quel canto per l’ultima volta.

 

Storie dello spirito, storie del cuore – Christina Feldman, Jack Kornfield

citato in Custode del Fuoco Sacro – Alessandra Comneno