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BdB – “Singapore-Milano-Kano” – ed. 1976 –  25-9-1974 – pag. 200

25 settembre 1974 – … La corruzione dilaga. I giornali e le riviste sono pieni di notizie di politica, di finanza e di scandali, cioè di cose morte, poiché queste notizie riflettono soltanto l’effetto di cause che rimangono completamente ignorate dalla stampa.  Gli effetti sono cose esaurite, già morte, che non si possono né plasmare né mutare. Tuttavia tutti si ostinano a vedere solo la realtà morta, non le vive cause che continuano ad agire sul piano della coscienza di ogni individuo. Nessuno ha insegnato a vivere, eccetto Gesù. Ma gli uomini benpensanti di 2000 anni fa hanno pensato bene di crocefiggere il suo vero messaggio. E gli uomini benpensanti di oggi lo stanno facendo ancora, con accanimento e con la stessa ignoranza. Povera massoneria universale, cosmica, occulta. Povere chiese in cui si adorano statue di scagliola e ci si lascia guidare dai dogmi.”

 

Dietro il velo del Tempo: il fascino sacro della circolarità temporale

 

di Stefano Mayorca

Fonte: Ereticamente

Il sacro fluire dei giorni, il passaggio delle ore che scandiscono inesorabili lo scorrere del tempo e sanciscono il patto oscuro con le forze dissolutrici, incarna simbolicamente il lento e costante viaggio verso le regioni ignote. Fin dalla più remota antichità, il quotidiano e incessante moto delle stelle, del Sole e della Luna rispetto al nostro pianeta, ha consentito all’uomo di misurare, attraverso un metodo pratico e affidabile, il passaggio del tempo. I riti, le cerimonie magiche e religiose, sono da sempre in connessione con particolari periodi astrologici e tempi magici che mediante un corretto e competente utilizzo possono rafforzare il complesso energetico che viene esteriorizzato. Nell’ambito delle operazioni legate alla semina, le lunazioni e le specifiche fasi che accompagnano il corpo celeste giocano un ruolo di primaria importanza. Anche le “festività magiche” sono connesse con precisi periodi temporali le cui peculiarità rivestono notevole valore. Gli equinozi e i solstizi rientrano in tale contesto. Nel corso degli equinozi la notte ha la stessa durata del giorno, da qui il nome che ne deriva. Ogni anno, gli equinozi si manifestano con un anticipo di due minuti primi e ventitré secondi in confronto all’anno precedente, si parla allora di precessione degli equinozi. Durante il solstizio, invece, il moto apparente del Sole sull’eclittica raggiunge la massima altezza sul piano dell’equatore. Ai solstizi d’estate e d’inverno il Sole è allo Zenit, rispettivamente sul Tropico del Cancro e sul Tropico del Capricorno.

Le principali feste magiche

Tra le cosiddette feste magiche che esprimono valori energetici ed ermetici di inestimabile valore occulto troviamo Halloween, che ha inizio nella notte tra il 31 ottobre e il primo giorno di novembre. Il nome originario di tale festività era Samahain ed è riconducibile alle genti celtiche. I Druidi, grandi sacerdoti e alti dignitari Celti, celebravano in questa data il Capodanno. Era consuetudine inoltre, accendere dei falò con lo scopo di allontanare gli spiriti erranti che in quella notte si manifestavano tra i vivi, poiché il confine tra cielo e Terra, tra la dimensione fisica e quella ultraterrena, si annullava creando una commistione fra le due realtà. Si dice anche, che al fine di placare la anime dei morti che creavano distruzione e spavento bisognava dare loro del cibo quando, giunti nelle campagne, bussavano alle porte. Da qui deriva l’usanza odierna di travestirsi e di presentarsi all’uscio di un’abitazione, suonare il campanello e pronunciare l’ormai nota e inflazionata frase: “Scherzetto o dolcetto”. In realtà, le connotazioni profonde insite nella ricorrenza esoterica menzionata, alludono alla marea oscura che monta alla luce che viene offuscata dalle forze tenebrose simboleggiate dal gelido inverno che si approssima. Per questa ragione, la cerimonia che veniva officiata dai Druidi era volta ad accumulare, se così si può dire, le correnti luminose relative al “raccolto” interiore difendendolo dal buio. Samahin rappresenta il periodo in cui le “sementi dormono” e il “raccolto” sarà abbondante solo se il lavoro svolto sarà stato espletato con capacità e competenza sia materialmente (dai contadini), sia a livello ermetico (dagli iniziati). Anche Candlemas, o Imbolc, l’inizio della primavera magica che cade il primo di febbraio, racchiude valenze occulte di un certo interesse. E’ la festa dell’elemento Aria, e designa i riti di iniziazione e altre fasi operative magiche. Dopo Candlemas troviamo Spring Holiday, la festa di metà Primavera (la notte che va dal 20 al 21 marzo). Marzo è il mese relativo all’equinozio di primavera. Beltane o May Eve, che cade nella notte tra il 30 aprile e il primo di maggio invece, è la festa magica più importante dopo Samahin. In essa si celebra l’abbondanza della natura giunta al culmine della sua potenza e del suo splendore. Seguono poi, la Festa di mezza Estate e la Festa di San Giovanni, Lammas o Lugnasadh e Yule. La Festa di Mezza Estate cade il 21 giugno (mese legato al solstizio estivo) e il 24 giugno si celebra quella dedicata a San Giovanni (o notte del Fuoco magico). Lammas ricorre il primo di agosto, viene considerata la Festa del raccolto ed è in analogia con l’elemento Fuoco, visto che il sole di questo mese arde con maggiore intensità. Yule (21 dicembre), ci avvisa che l’inverno è ormai giunto e segna la data dell’imminente solstizio invernale. In questa ridda di date e di tempi è celata la segreta armonia della Natura e degli elementi cardine che si rincorrono, misteriosi ritmi di luce, penombra e ombra, che si determinano annunciando il ciclico ed eterno divenire.

Il ritmo segreto del Tempo: il calendario Maya

Nel contesto astronomico dei Maya e del computo del tempo che li riguarda è possibile rinvenire delle sostanziali differenze rispetto al metodo europeo, ciò nonostante, il livello raggiunto da questo popolo straordinario era notevole. I Maya furono gli ideatori dell’astronomia zenitale (riferito al Sole che raggiunge lo Zenit. Intersezione della verticale di un luogo con la volta celeste). Ossessionati in qualche modo dalla ricerca dei cicli temporali e dei periodi, si distaccavano nettamente dalla visione degli antichi europei e da quella legata ai popoli orientali, che erano interessati soprattutto al moto degli astri e alle rispettive posizioni celesti. Per questa ragione, il calendario Maya risulta estremamente complesso e mostra diversi cicli che si collegano tra loro mediante una metodologia abilmente concepita. Il calendario rituale Tzolkin (ruota dei giorni), è uno degli esempi maggiormente esplicativi circa la visione astronomica dei Maya. Il suo ciclo durava 260 giorni ed era connesso probabilmente con il numero di giornate nelle quali si suddivideva il periodo del Sole, dal suo passaggio allo Zenit a Izapa e a Copàn. Non a caso, alla latitudine di queste città, l’astro diurno era visibile a sud dello Zenit per una durata di 260 giorni e a nord per 105 giorni. E’ interessante notare che nel calendario Tzolkin ogni giorno veniva consacrato ad una specifica divinità. Il secondo ciclo, denominato Haab, contava 365 giorni ed era suddiviso in 18 mesi composti di 20 giorni, a cui se ne aggiungevano altri cinque detti Uayeb, collocati al di fuori del calendario, giacché erano considerati infausti. Come nel caso dello Tzolkin, l’Haab era consacrato ad altrettante divinità che si diversificavano dal precedente calendario. Nel delicato sistema maya, ogni giorno portava sia il nome Tzolkin (composto da un certo numero di divinità) che il nome Haab (anch’esso contraddistinto da una serie numerica di divinità). Per questo motivo si originavano delle particolari combinazioni, dalle quali scaturiva la possibilità che un determinato giorno potesse ripresentarsi con il medesimo nome Haab e l’identico nome Tzolkin solamente dopo un periodo di 18.980 giorni, ossia ogni 52 Haab. Questo lasso di tempo fu denominato giro del calendario.

L’antico Egitto e i cicli nilensi del Tempo

Nella misteriosa terra d’Egitto l’anno era diviso in tre stagioni: inondazione del Nilo, emersione delle terre, mietitura. La loro durata complessiva si ripartiva in 4 mesi, 30 giorni e 24 ore. Gli Egizi erano anche dei valenti architetti le cui opere immortali sono tuttora insuperate. La sapiente maestria, la precisione e le profonde conoscenze che sono alla base di tale sapere, le possiamo ammirare ancora oggi. Pensiamo alla monumentale Piramide di Cheope. La precisione degli angoli allineati con i punti cardinali e dei corridoi interni posizionati in corrispondenza delle stelle, fanno di questo gigante un perfetto esempio di architettura e di cognizioni astronomiche. A quanto pare, i corridoi in questione erano orientati verso Thuban, la stella più luminosa del Drago e verso la stella Alnilam, nella costellazione di Orione. Sul piano simbolico Orione incarnava il dio solare Osiride (che era anche Signore dell’oltretomba) e i collegamenti con Sirio alludevano, sempre simbolicamente, alla dea Iside, sua sposa. Tra le altre cose, la Piramide di Cheope risulta inclinata in modo che la sua posizione venga a trovarsi parallela all’asse del mondo. Tutto ciò non è affatto casuale, ma fa capo a un Corpus Sapienziale di notevole spessore. I cicli temporali connessi con il sacro Nilo sacralizzavano il tempo e in essi era presente un simbolismo arcano i cui ritmi erano in sintonia con le sue acque. Dopo le alluvioni annuali, quando il Nilo si ritirava tornando nel suo alveo, lasciava la terra fecondata che ben presto si ricopriva di verde. Allo stesso modo le piante maturavano in tempi brevi per morire altrettanto velocemente a causa del caldo torrido e rinascevano in seguito, dopo la successiva alluvione. Nei seguenti processi è ravvisabile il concetto di procreazione, vita, morte e rinascita. Le cose oggi non sono così diverse, perché il Nilo ha mantenute intatte le sue caratteristiche e i suoi cicli silenti che da un’era immemorabile seguono ancora il passaggio del tempo.

 

I Babilonesi, il Tempo e gli interpreti celesti

Nella concezione astronomica babilonese il tempo seguiva determinate regole e complessi calcoli, che tenevano conto sia dei differenti valori di ordine planetario sia delle numerose coordinate celesti. Secondo i Babilonesi i pianeti rappresentavano gli interpreti, una sorta di intermediari che avevano il compito dì comunicare direttamente agli uomini il volere degli dei. L’osservazione di Giove, nello specifico, era di estrema importanza, infatti, secondo questo popolo il moto del pianeta in questione era collegato con il futuro del re. Mediante l’individuazione di 36 stelle (o costellazioni primarie), avevano dato vita a un sistema planetario e astrologico originale, elevando a rango maggiore le 12 costellazioni zodiacali scelte tra le 36 appena menzionate. Come per tutte le civiltà antiche, la Luna rivestiva grande valore, e veniva chiamata Sin. Questo spiega perché il calendario, che si basava sul periodo sinodico lunare, risultava estremamente complesso. Il principio dei mesi era determinato dall’apparizione della prima falce di Luna. In merito a tale computo, appare chiaro che dopo dodici lunazioni non era ancora trascorso un anno e all’incirca ogni tre anni, a causa di ciò, avanzava un mese. Per tale ragione, allo scopo di ripristinare la corrispondenza annuale con il periodo lunare, ogni tre o quattro anni i Babilonesi introducevano un intervallo di un mese. L’inserimento di tale periodo di tempo, in ogni caso, avveniva in maniera alquanto irregolare. A partire dal 747 a.C. le cose si regolarizzarono e il sovrano Nabu-Nasir decise di introdurre un ciclo periodico di 19 anni, caratterizzato dalla presenza di 7 mesi intercalari dislocati nel corso del periodo. Come accennato, l’astro notturno era tenuto in grande considerazione da questo popolo di sapienti e le eclissi lunari, in particolar modo, suscitavano profonde credenze di ordine ermetico. A Babilonia si pensava che le eclissi di Luna fossero provocate da sette esseri malvagi (7 = numero magico dalle valenze iniziatiche), e durante il loro manifestarsi veniva officiata una cerimonia volta ad intervenire magicamente su tale fenomeno. Il sacerdote si poneva di fronte a un altare e servendosi di particolari canti (formule magiche?) indirizzati alle forze della natura, provvedeva a mantenere costantemente acceso un fuoco (Fuoco Sacro). Le persone raccolte attorno al sacerdote piangevano e si coprivano la testa con le vesti fino al termine dell’eclissi.

Gli Inca e la cerimonia del Sole incatenato

Non è facile ricostruire i dettami dell’astronomia Inca dato che non esistono né codici né incisioni utili per estrapolare tale conoscenza. Le uniche fonti sono rappresentate dall’orientamento dei monumenti e dagli scritti pervenuti fino a noi dagli antichi cronisti che viaggiavano a seguito dei conquistatori spagnoli. Tra questi troviamo Garcilaso della Vega, che nella sua opera Commentarios reales, risalente al 1609, racconta di tre torri che sorgevano nella città di Cuzco destinate a usi astronomici. Infatti erano degli osservatori celesti. Questi servivano per traguardare i punti in cui sorgeva il Sole nei giorni degli equinozi e dei solstizi. Un altro cronista, Felipe Guamàn Poma de Ayala, invece, parla nei suoi resoconti di alcuni osservatori muniti di “finestre”, utilizzati dagli Inca per seguire il moto del Sole, in base al quale stabilivano le epoche maggiormente favorevoli per espletare i principali lavori agricoli. Il disco solare aveva un grande valore per la civiltà incaica, tanto che il loro sovrano era considerato Figlio del Sole. Riguardo al culto dedicato all’astro luminoso, è interessante riportare un aspetto davvero singolare ad esso collegato. Avendo notato che nell’odierna città di Quito, posizionata sull’equatore, nei giorni prossimi agli equinozi le colonne non producevano ombre, gli Inca si convinsero che ciò era dovuto al Sole, il quale si metteva seduto su quei luoghi, che per questo motivo erano considerati sacri. La cosa vi sembra ingenua? Solo un profano può pensarlo. Chi conosce le vibrazioni sottili dell’ombra e della Luce sa cosa significa… Gli sciamani del Messico, quando si trovano in un luogo di potere e devono sedersi su qualche roccia, si assicurano che sia ben illuminata, perché nell’ombra possono celarsi eventuali forze contrarie, correnti negative. In uno dei rituali officiati dai sapienti del popolo Inca nel giorno del solstizio invernale, (che nell’emisfero sud cade il 21 giugno), era stato escogitato un sistema per controllare il percorso del Sole. Temendo che il punto di levata dell’astro proseguisse verso nord (la cerimonia si svolgeva nell’emisfero sud), tramite una catena d’oro (metallo solare), il sacerdote del Sole tentava di ancorarlo ad una roccia, opportunamente predisposta, detta l’Intihuatana (ormeggio del Sole). Una di queste rocce è tuttora visibile nelle antiche vestigia di Machu Picchu, la celebre città fortificata. Qui era stato edificato il più importante osservatorio incaico chiamato Torreon, o Torrione. Grazie ad esso era possibile osservare il punto di levata del Sole nel giorno del solstizio invernale e allo stesso tempo il punto di levata delle Pleiadi, la cui levata eliaca (termine astronomico volto a indicare un astro che sorge e tramonta rispettivamente prima o dopo il Sole), lo annunciava avvenendo 10-15 giorni prima del solstizio invernale.

Piedra del Sol, la Ruota del Tempo

Il 17 dicembre 1790, nel corso dei lavori di scavo che si svolgevano nello Zocalo (la piazza maggiore di Città del Messico), eseguiti per rafforzare le fondamenta dell’omonima cattedrale, venne rinvenuto sepolto al di sotto del piano stradale un gigantesco monolite: la celebre Piedra del Sol, la Pietra del Sole. Questo incredibile reperto archeologico, che oggi troneggia al centro della sala Mexica del museo di antropologia della capitale messicana, racchiude la sintesi della cosmologia azteca e altre nozioni di rilievo. La Piedra del Sol ha forma circolare ed è stata scolpita in ogni parte della sua superficie litica. La larghezza è di 360 cm. E il suo peso è di ben 25 tonnellate. Il colossale monolite è stato ricavato da un unico blocco basaltico di olivina (una pietra dura in genere di colore verde), la cui faccia, incredibilmente ben conservata nonostante le ingiurie del tempo, mostra uno straordinario lavoro di incisione e intaglio composto da un’iconografia complessa e altamente simbolica. Non bisogna trascurare inoltre il luogo del suo ritrovamento, permeato com’è da arcani e ancestrali richiami. Infatti, in questa zona un tempo sorgeva un recinto sacro appartenente all’antica capitale azteca, la mitica Tenochititlàn, sulle cui rovine si erge l’attuale metropoli. Gli archeologi hanno scoperto nell’immenso disco di pietra elementi che farebbero supporre che originariamente veniva usato per la datazione del calendario. Non a caso, il lavoro di incisione segue un andamento composto da fasce concentriche e, nella raffigurazione centrale racchiusa in una cornice circolare, è possibile rinvenire la maschera di Tonatiuh, il dio del Sole connesso con il culto azteco. Per questa ragione il monolite è stato denominato la Pietra del Sole, anche se sarebbe più giusto definirlo la Pietra dei Soli, giacché secondo lo studioso di simbologia cosmologica, Richard F. Townsend, esperto conoscitore delle civiltà amerinde, i soli che si susseguirono nel corso delle ere immaginate in seno ai miti aztechi furono cinque. Se si osservano con attenzione i cartigli rettangolari che fanno da corona al volto di Tonatiuh, noteremo i simboli relativi ai primi quattro Soli, contenuti per la precisione all’interno della prima zona circolare delle incisioni. A detta di Townsend, la Piedra del Sol non venne mai posta sul frontone di qualche tempio o su una parete, ma doveva trovarsi con ogni probabilità in posizione orizzontale ed orientata verso est (il punto cardinale dove sorge il Sole ), così come appariva al momento del ritrovamento. Sembra che la grande pietra sia stata consacrata intorno all’anno 1479 e che ad essa veniva attribuita notevole importanza. Lo stemma che campeggia nella parte superiore del manufatto rappresentava il tredicesimo giorno di Actl, il mese azteco dedicato alla canna, e contrassegnava anche il giorno in cui il re Itzocòatl aveva realizzato la costituzione dell’impero azteco dopo avere ottenuto una vittoria decisiva nei confronti del nemico. Nelle concezioni astronomiche degli Aztechi il tredicesimo giorno di Actl e il punto cardinale est racchiudevano importanti significati, giacché il numero tredici corrispondeva anche alla data della creazione del quinto Sole e l’est indicava la rigenerazione giornaliera del Sole. Il quinto Sole raffigurava anchel’inizio della quinta era cosmica presieduta dal dio solare Tonatiuh.

Il tempo, abile affabulatore, grande burattinaio e signore del destino, guida le umane sorti. E in fretta corre verso la fine. A noi non resta che spendere bene i giorni che abbiamo dinanzi, cercando di assaporare pienamente e con consapevolezza le stagioni della vita. Il resto, nell’ombra arcana dell’ignota via è solo silenzio. Un lungo, interminabile silenzio.

Canto della Loba, la guaritrice antica delle Ande

Quel che è uno è due,

Quel ché è due fa tre.

Ciò che vive morirà

ciò che muore vivrà.

(

Giovanni Sessa

Il filo aureo del mito

di Giovanni Sessa

Fonte: Centro Studi La Runa

Marcello Veneziani, nella sua vastissima produzione letteraria, ha sostenuto un corpo a corpo con il senso comune contemporaneo. Ha attraversato pagine di autori desueti, controcorrente e, a volte, poco noti perfino al lettore abituale dei suoi libri. Nell’ultima fatica, ci pare, se abbiamo ben letto, essersi posto un obiettivo più ambizioso. Presentare i limiti desolanti, sotto il profilo esistenziale e spirituale del nostro tempo, in uno con la possibile uscita di sicurezza da esso, individuata nel recupero del mito. Ci riferiamo al volume, Alla luce del mito, da poco nelle librerie per l’editore Marsilio (euro 16,50). Per la verità, il tema compare in gran parte delle opere dell’autore o, comunque, era in esse implicito. Tale consuetudine tematica ha giocato un ruolo significativo nella riuscita del nuovo esperimento.

Al termine dalla lettura, siamo stati colti da una piacevole sensazione. Nell’effimero tempo del leggere, ci siamo sottratti al brusio da officina dei nostri giorni, al presente deprivato di profondità proprio dell’età della mercificazione universale, al clamore mediatico che avvolge eventi senza spessore. Il testo di Veneziani appartiene di diritto, infatti, alla trattatistica erudita che, aliena dalla pesantezza della saggistica accademica, è animata dalla ricerca di simboli che alludano alle verità ultime.

La concezione che sostiene il libro, può essere ravvisata nell’esperienza che, del tempo, ebbe il mondo antico. Gli uomini dell’età classica avvertivano in modo chiarissimo e con tragica sensibilità, il duplice mostrarsi del tempo: il suo defluire, nel vario susseguirsi delle stagioni, e il suo confluire, nell’unico stare dell’eternità. Per loro non era difficile convincersi che il tempo fluisce in una dimensione super storica e, al medesimo tempo, nella caducità, connessa alla dimensione esistenziale-politica, nella quale l’uomo nasce, cresce e muore. Per riattualizzare tale sensibilità, ricorda Veneziani con Eliot, bisogna sbarazzarsi del “provincialismo del nostro tempo”, della pretesa “di ritenere assoluta e perenne la concezione imperante nella propria epoca” (p. 67) e convincersi che, in noi, scorrono due vite parallele: la vita “piccola” chiusa nella riserva limitata dei giorni, dell’ego e della ratio calcolante e la vita “grande” che riluce nel mito.

Il mito concede agli uomini la possibilità di una vista ulteriore, posta oltre il vedere sensibile. In essa si dà la comunità dei viventi, dei passati e dei futuri, che i Romani celebravano nel Foro attorno al Mundus. Il mito in quanto precedente autorevole su cui sintonizzare la nostra azione nel mondo, fa vivere, nel susseguirsi delle generazioni, la Tradizione. La facoltà mitopoietica ci concede non solo di raccontare i miti, ma di abitarli, di dar loro esistenza. Dobbiamo immaginare la vita umana svilupparsi su due piani di una stessa abitazione, prosegue l’autore: al primo dimora lo spirito di realtà, ma solo dalla terrazza si scorgono cielo e stelle. Questa è la Dimora cui tendiamo, perché in essa incontriamo il nostro destino stellare, il grande escluso del tempo presente “si de-sidera e si con-sidera, si respira un’altra aria” (p. 11). L’ossigeno del mito è indispensabile per uscire dal dis-astro moderno, sostenne Jünger. Lo sguardo dell’ulteriorità mitica è analogico, scorge corrispondenze ed interconnessione tra fatti, rispetta archetipi e rituali, ma soprattutto è magico, in quanto consente di partecipare ad eventi che tengono in uno micro e macrocosmo.

Nel mito si incontra il meraviglioso, l’irruzione dell’Essere nell’effimero della   vita, con il quale ci accostiamo e guardiamo negli occhi gli dei. Veneziani distingue i miti in discendenti, mitofanie o manifestazioni di forze divine, e ascendenti, prodotti dall’assolutizzazione di un’immagine, come nel caso dell’amore descritto da Stendhal. Inoltre, e ciò ha davvero rilevanza, nel mito la centralità dell’Io viene meno, esso non è più centro o scopo della visione del mondo, ma semplice frammento. Il mito si pone oltre la verità e l’errore. In una parola, è semplice figurazione ed icona della verità, incapace di annullare la realtà, rinvia alla dimensione dell’Inutile che sostanzia di sé l’esistenza “Ogni mito evoca la fondazione del mondo e la sua rigenerazione periodica in rapporto all’origine” (p. 20), donando l’unica immortalità concessa ai mortali.

 

Come ben compresero Proust e Benjamin, il passato “reca in sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione” (p. 23), è il sentiero lungo il quale si incontra l’origine. Mito e infanzia possono essere pensati quali sinonimi, regni del sempre possibile e della giovinezza del mondo. Ma il mito è A-more, il senza morte. Infatti, “gli innamorati abitano un’altra dimora carnale ed eterea, al riparo dal mondo ma esposta alle stelle” (p. 31). Le poesie di Prevert, ci pare, confermino tale asserzione. I suoi innamorati vivono nell’eterno presente, senza escludere passato e futuro, “avvampati nella compresenza di aspettative, ricordi e timori” (p. 31). Veneziani, in piena sintonia con Hillman, vede nel mito la corretta terapia per lasciarci alle spalle la liquidità contemporanea. Il mito assolve funzioni essenzialmente antimoderne: fonda identità, fornisce valori, genera appartenenza comunitaria.

Per la sua impersonalità è il solo competitore della Tecnica: “Suscita altre motivazioni, altre visioni…Rispetto all’era della tecnica compie una radicale rivoluzione di mentalità” (p. 38). Il Mito è visione. La Tecnica manipolazione del mondo. La filosofia, se vorrà salvarsi dallo scacco in cui sta precipitando per il prevalere delle scuole analitico-epistemologiche, dovrà porsi al servizio del mito.  Indicazioni significative sono state fornite da Heidegger, nell’attesa del pensiero-poetante. Veneziani, sulla scorta di un aforisma di Andrea Emo, auspica il primato del mito pensiero. Emo, in proposito, così si è espresso: “Lo scopo della filosofia è di condurre con la sua razionalità fino alla zona del mito, là dove il mito è purissimo…là dove esso è pura esperienza” (p. 51). Ma, attenzione! Anche tale percorso può presentare dei rischi: perdersi nel mito è pericoloso quanto “perdere” il mito “La vita si allarga quando il possibile eccede sul reale, si restringe quando l’essere vive sotto la tirannide del dover essere” (p.60).

L’autore discute le tesi degli autori che di mito si sono occupati, da Eliade a Lévi-Strauss, da Lévi-Bruhl a Girard, da Colli a Pavese, da Otto ad Evola, per citarne alcuni. Ecco, rispetto a quanto detto riguardo ad Evola, ci permettiamo di dissentire. Non ci pare che nella sua opera il mito assuma una coloritura prevalentemente negativa e che venga ridotto alla sua accezione moderna. Al contrario! Ci sembra, inoltre, che Evola abbia perfettamente incarnato l’ideale del Cavaliere di Dürer-Cau, evocato da Veneziani in una delle pagine più belle del libro. Evola sa, proprio alla luce del mito, che “Ciò che vale nella vita non è la vita stessa, ma ciò che se ne fa…Della vita va salvato il mito che la proietta, la eleva e la trasforma in epos” (p. 92).

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Questo secolo oramai alla fine, saturo di parassiti senza dignità, mi spinge solo ad essere migliore con più volontà.

Battiato

Oskar Fischinger

Ogni cosa nel mondo ha uno spirito che è liberato dal suo suono.

 

[Everything in the world has a spirit which is released by its sound]