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Le 3 domande

Un racconto di Lev Tolstoj

 

Un giorno, un certo imperatore pensò che se avesse avuto la risposta a tre domande, avrebbe avuto la chiave per risolvere qualunque problema:

• Qual è il momento migliore per intraprendere qualcosa?
• Quali sono le persone più importanti con cui collaborare?
• Qual è la cosa che più conta sopra tutte?

L’imperatore emanò un bando per tutto il regno annunciando che chi avesse saputo rispondere alle tre domande avrebbe ricevuto una lauta ricompensa. Subito si presentarono a corte numerosi aspiranti, ciascuno con la propria risposta.

Riguardo alla prima domanda, un tale gli consigliò di preparare un piano di lavoro a cui attenersi rigorosamente, specificando l’ora, il giorno, il mese e l’anno da riservare a ciascuna attività. Soltanto allora avrebbe potuto sperare di fare ogni cosa al momento giusto.
Un altro replicò che era impossibile stabilirlo in anticipo; per sapere cosa fare e quando farlo, l’imperatore doveva rinunciare a ogni futile svago e seguire attentamente il corso degli eventi.
Qualcuno era convinto che l’imperatore non poteva esse re tanto previdente e competente da decidere da solo quando intraprendere ogni singola attività; la cosa migliore era istituire un Consiglio di esperti e rimettersi al suo parere.
Qualcun altro disse che certe questioni richiedono una decisione immediata e non lasciano tempo alle consultazioni; se però voleva conoscere in anticipo l’avvenire, avrebbe fatto bene a rivolgersi ai maghi e agli indovini.

Anche alla seconda domanda si rispose nel modi più disparati.
Uno disse che l’imperatore doveva riporre tutta la sua fiducia negli amministratori, un altro gli consigliò di affidarsi al clero e ai monaci; c’era chi gli raccomandava i medici e chi si pronunciava in favore dei soldati.

La terza domanda suscitò di nuovo una varietà di pareri. Alcuni dissero che l’attività più importante era la scienza. Altri insistevano sulla religione. Altri ancora affermavano che la cosa più importante era l’arte militare.

L’imperatore non fu soddisfatto da nessuna delle risposte, e la ricompensa non venne assegnata.
Dopo parecchie notti di riflessione, l’imperatore decise di andare a trovare un eremita che viveva sulle montagne e che aveva fama di essere un illuminato. Voleva cercarlo per rivolgere a lui le tre domande, pur sapendo che l’eremita non lasciava mai le montagne e riceveva
solo la povera gente, rifiutandosi di trattare con i ricchi e i potenti. Perciò, rivestiti i panni di un semplice contadino, ordinò alla sua scorta di attenderlo ai piedi del monte e si arrampicò da solo su per la china in cerca dell’eremita.

Giunto alla dimora del sant’uomo, l’imperatore lo trovò che vangava l’orto nei pressi della sua capanna. Alla vista dello sconosciuto, l’eremita fece un cenno di saluto col capo senza smettere di vangare. La fatica gli si leggeva in volto. Era vecchio, e ogni volta che affondava
la vanga per smuovere una zolla, gettava un lamento.
L’imperatore gli si avvicinò e disse: “Sono venuto per chiederti di rispondere a tre domande: qual è il momento migliore per intraprendere qualcosa? Quali sono le persone più importanti con cui collaborare? Qual è la cosa che più contasopra tutte?”.

L’eremita ascoltò attentamente, ma si limitò a dargli un’amichevole pacca sulla spalla e riprese a vangare.
L’imperatore disse: “Devi essere stanco. Sù, lascia che ti dia una mano”. L’eremita lo ringraziò, gli diede la vanga e si sedette per terra a riposare.
Dopo aver scavato due solchi, l’imperatore si fermò e si, rivolse all’eremita per ripetergli le sue tre domande. Di nuovo quello non rispose, ma si alzò e disse, indicando la vanga: , “Perché non ti riposi? Ora ricomincio io”. Ma l’imperatore continuò a vangare. Passa un’ora, ne passano due.

Finalmente il sole comincia a calare dietro le montagne. L’imperatore mise giù la vanga e disse
all’eremita: ”Sono venuto per rivolgerti tre domande. Ma se non sai darmi la risposta ti prego di dirmelo, così me ne ritorno a casa mia”.
L’eremita alzò la testa e domandò all’imperatore: “Non senti qualcuno che corre verso di noi?”.
L’imperatore si voltò. Entrambi videro sbucare dal folto degli alberi un uomo con una lunga barba bianca che correva a perdifiato premendosi le mani insanguinate sullo stomaco. L’uomo puntò verso l’imperatore, prima di accasciarsi al suolo con un gemito, privo di sensi.
Rimossi gli indumenti, videro che era stato ferito gravemente. L’imperatore pulì la ferita e la fasciò servendosi della propria camicia che però in pochi istanti fu completamente intrisa di sangue. Allora la sciacquò e rifece la fasciatura più volte, finché l’emorragia non si fu fermata.

Alla fine il ferito riprese i sensi e chiese da bere. L’imperatore corse al fiume e ritornò con una brocca d’acqua fresca. Nel frattempo, il sole era, tramontato e l’aria notturna cominciava a farsi fredda. L’eremita aiutò l’imperatore a trasportare il ferito nella capanna e ad adagiarlo sul suo letto. L’uomo chiuse gli occhi e restò immobile.

L’imperatore era sfinito dalla lunga arrampicata e dal lavoro nell’orto. Si appoggiò al vano della porta e si addormentò. Al suo risveglio, il sole era già alto. Per un attimo dimenticò dov’era e cos’era venuto a fare. Gettò un’occhiata al letto e vide il ferito che si guardava attorno smarrito. Alla vista dell’imperatore, si mise a fissarlo intensamente e gli disse in un sussurro: “Vi prego, perdonatemi”. “Ma di che cosa devo perdonarti?”, rispose l’imperatore.
‘Voi non mi conoscete, maestà, ma lo vi conosco. Ero vostro nemico mortale e avevo giurato di vendicarmi perché nell’ultima guerra uccideste mio fratello e vi impossessaste dei miei beni. Quando seppi che andavate da solo sulle montagne in cerca dell’eremita, decisi di tendervi un agguato sulla via del ritorno e uccidervi. Ma dopo molte ore di attesa non vi eravate ancora fatto vivo, perciò decisi di lasciare il mio nascondiglio per venirvi a cercare. Ma invece di trovare voi mi sono imbattuto nella scorta, che mi ha riconosciuto e mi ha ferito. Per fortuna, sono riuscito a fuggire e ad arrivare fin qui. Se non vi avessi incontrato, a quest’ora sarei morto certamente.
Volevo uccidervi, e invece mi avete salvato la vita! La mia vergogna e la mia riconoscenza sono indicibili. Se vivo, giuro di servirvi per il resto dei miei giorni e di imporre ai miei figli e nipoti di fare altrettanto. Vi prego, concedetemi il vostro perdono”.

L’imperatore si rallegrò infinitamente dell’inattesa riconciliazione con un uomo che gli era stato nemico. Non solo lo perdonò, ma promise di restituirgli i beni e mandargli il medico e i servitori di corte per accudirlo finché non fosse completamente guarito. Ordinò alla sua scorta di riaccompagnarlo a casa, poi andò in cerca dell’eremita. Prima di ritornare a palazzo, voleva riproporgli le tre domande per l’ultima volta. Lo trovò che seminava nel terreno dove il giorno prima avevano vangato.

L’eremita si alzò e guardò l’imperatore. “Ma le tue domande hanno già avuto risposta”.
“Come sarebbe?”, chiese l’imperatore, perplesso. “Se ieri non avessi avuto pietà della mia vecchiaia e non mi avessi aiutato a scavare questi solchi, saresti stato aggredito da quell’uomo sulla via del ritorno. Allora ti saresti pentito amaramente di non essere rimasto con me. Perciò, il momento più importante era quello in cui scavavi i solchi, la persona più importante ero io, e la
cosa più importante da fare era aiutarmi. Più tardi, quando è arrivato il ferito, il momento più importante era quello in cui gli hai medicato la ferita, perché se tu non lo avessi curato sarebbe morto e avresti perso l’occasione di riconciliarti con lui. Per lo stesso motivo, la persona più importante era lui e la cosa più importante da fare era medicare la sua ferita.

Ricorda che c’è un unico momento importante: questo.
Il presente è il solo momento di cui siamo padroni. La persona più importante è sempre quella con cui siamo, quella che ci sta di fronte, perché chi può dire se in futuro avremo a che fare con altre persone? La cosa che più conta sopra tutte è rendere felice la persona che ti sta accanto, perché solo questo è lo scopo della vita”.

Il cosmo secondo il popolo Lappone

di Annalisa Ronchi

Fonte: http://planet.racine.ra.it/testi/artico.htm

La Lapponia è una immensa regione (250.000 chilometri quadrati) dell’estremo nord dell’Europa, che si estende nella penisola Scandinava, nella Finlandia e nella penisola di Kola, tra il mar Baltico, il mar di Barents e il mare di Norvegia, e che prende il nome dal popolo che da millenni la popola: i Lapponi.

Come accadde a molti altri popoli, anche i Lapponi hanno finito con l’essere conosciuti con un nome che fu dato loro dai più potenti vicini. Fu in questo modo, infatti, che Finlandesi, Svedesi e Russi chiamarono per molto tempo questo popolo nelle rispettive forme Lappalaiset, Lappar e Lopari. Tutti termini che sembrerebbero provenire da Lappi, una parola che significa terra remota, o dal termine finlandese Lapp che indica una persona che trae le proprie fonti di sostentamento dalla pesca, dalla caccia e dall’allevamento della renna: le tradizionali e principali attività economiche dei Lapponi. Un Lappone però chiama sé stesso Sapmelas e la sua gente Samit o Sami, ovvero gente della palude, un nome che trae la sua origine dalla regione dei laghi finlandesi che un tempo fu abitata da questo popolo.

Come molti popoli indigeni, i Lapponi consideravano la natura da un punto di vista animistico. Tutto, in natura, inclusa la materia inorganica, aveva una vita e un’anima che, tramite la reincarnazione, sarebbe passata da un essere ad un altro. La natura non doveva essere disturbata o distrutta senza motivo, e ciò avvicina questo popolo ad altre antichissime civiltà, come quella degli Aborigeni Australiani, o quella dei Nativi americani.

Essendo la più antica popolazione del Nord-europa, il popolo dei Lapponi possiede la memoria collettiva che risale ai tempi più remoti: una carta stellare, la quale propone anche i nomi di stelle e di costellazioni, fu scolpita sulla pietra 4.000 – 4.100 anni fa, il che non è molto più tardi della prima definizione storica delle costellazioni, datata a 4.600 – 4.700 anni fa).

Se questa voce che si ode da dietro il velo dei millenni è correttamente compresa, noi possiamo partecipare a cose affascinanti: la vita di una nazione indigena ed i cambiamenti che sono avvenuti, oscuri eventi storici ed eventi naturali straordinari.

Tale memoria è stata preservata sia in una forma non scritta, tramite leggende, miti e canti trasmessi attraverso le generazioni, sia con sculture e pitture sulle rocce, con i suoni dei tamburi degli sciamani, e gli oggetti scoperti da scavi archeologici. Malgrado ciò, l’interpretazione è difficile e molti tratti della tradizione sono rimasti inesplorati o spiegati in maniera poco plausibile.

I Sami hanno sempre condotto vita nomade, seguendo il cammino percorso dalle renne alla ricerca del cibo, con la neve, la Luna, le stelle e le aurore boreali che erano le uniche cose che permettevano di trovare la strada nella stagione buia. Pertanto la perfetta conoscenza del luogo in cui ci si trovava era indispensabile per la sopravvivenza in luoghi tanto inospitali.

E la vista di alcuni fenomeni naturali può aver dato luogo alla nascita dei vari miti e delle varie divinità che popolavano le lunghe e faticose giornate di questi uomini.

L’osservazione della nascita improvvisa in mare di isole vulcaniche, abbastanza comune in questi luoghi ancora giovani del globo terrestre, ha portato alla leggenda della nascita della Terra: il diavolo, nella forma di un uccello, un “tuffatore gola-nera”, portò del terreno dalle profondità dell’oceano primordiale, ma quando cominciò a crescere nel suo stomaco, fu obbligato a sputarlo fuori, e da questo sono nate le pietre, le rocce e le montagne.

In un’altra storia si parla sempre di mare: Luonnotar è la dea creatrice, figlia dell’aria, colei che dette luogo al cielo ed alla terra. Per 700 anni galleggiò sulle acque primordiali, poi si unì con un uccello e depose delle uova. Quando le uova colpirono l’acqua si aprirono e le parti superiori del guscio formarono il cielo, mentre quelle inferiori dettero luogo alla terra. I tuorli divennero il Sole e gli albumi la Luna.

Il cielo è concepito come una grande sfera con molti buchi (le stelle) che lasciano intravvedere il fuoco presente all’esterno e attraverso i quali cadono giù sulla terra la neve e la pioggia: ecco perché dicono che quando le costellazioni sono tante, cioé ci sono tanti buchi, in quel periodo arriva la neve. Le stagioni Lapponi sono diverse dalle nostre e dipendono dalle condizioni atmosferiche: cakca (ottobre-novembre), juovlla-aigge (dicembre), gaska-dalvve (mezzo inverno, gennaio-febbraio), gidda-dalvve (dopo inverno, marzo-aprile).

Nella regione del cielo vanno le anime degli uomini e degli animali morti e, sempre da quella regione, scendono giù le anime destinate a reincarnarsi. Quando in cielo non c’è la Luna, è perché sta portando giù, sulla terra, tali anime.

Il Sole è una sfera incandescente di idrogeno e di elio la quale non essendo solida, ha la velocità di rotazione intorno al proprio asse diseguale alle varie latitudini, così che normalmente si considera la velocità all’equatore, la quale si approssima ai 25 giorni. Il diametro del Sole è di circa 1,4 milioni di chilometri, la massa è 330.000 volte quella della Terra con una densità che è 1/4 di quella terrestre ed una forza di gravità 28 volte superiore a quella sulla Terra. Il colore delle stelle ci dà indicazioni riguardo alla temperatura della parte più esterna, cioè quella che vediamo, della stella stessa. Si va dalle stelle bianco-azzurre, con temperature tra i 30.000 ed i 60.000 gradi, alle stelle rossastre con temperature inferiori ai 3.000. Il nostro Sole è una stella bianco-gialla con una temperatura esterna di circa 6.000 gradi ed una temperatura interna valutata intorno ai 15.000.000 gradi.

Come in ogni luogo, anche qui il Sole fu considerato la sorgente di vita.

Il Sole è un Dio femmina che i Lapponi consideravano come la madre di ogni cosa che vive, che si prende cura dei neonati di renna e che dà loro il calore naturale così che essi possano vivere a lungo e sani. Ci sono stati sacrifici al Sole, come quando un bambino si ammalava, ma in generale l’adorazione dell’astro non ha mai assunto il significato che aveva nei paesi del sud dell’Europa. Il simbolo del Sole nel rituale che accompagnava i sacrifici durante le eclissi, era un anello con un foro al centro e con un manico (o una coda?).

Una cosa che non poteva sfuggire a persone che vivevano sempre all’aperto, era il diverso aspetto del Sole durante il giorno, più scuro e grande al mattino ed alla sera, più chiaro e piccolo a mezzogiorno. L’effetto è attribuibile alla diffusione dei raggi di luce secondo Rayleigh. All’alba ed al tramonto, i raggi solari ci pervengono dopo un lungo tragitto attraverso la bassa atmosfera, e dunque dopo avere subito un grande numero di processi diffusivi. Questi depauperano la luce diretta del Sole delle sue componenti blu-violette, così che nei raggi che ci giungono prevalgono le componenti giallo-rosse.

I Lapponi spiegano la cosa con questa storiella: un pastore di renne ha sposato la figlia del Sole ed un giorno le chiese di aiutarlo ad incontrare sua madre (il Sole è una donna) per comprendere il perché dei suoi cambiamenti nell’arco del giorno. Lei le disse dove andare ad incontrare sua madre ed il giovane uomo vide il Sole che cavalcava una renna. Il Sole spiegò a suo genero che lei andava intorno al mondo ogni giorno, cominciando al mattino come un orso, cambiandosi in una pernice a mezzogiorno, e in una renna femmina alla sera.

Esiste anche un dio solare, Ukko, chiamato anche Pauanne (tuono), il quale restituì ai mortali il fuoco sottratto alla terra da uno spirito maligno (un Prometeo del nord!). Ukko scagliò dal cielo un fulmine che fu ingoiato da un pesce. L’eroe Vainamoinen pescò il pesce e trovò il fuoco nel suo ventre.

Talvolta gli intensi campi magnetici del Sole liberano improvvisi lampi di energia, durante i quali delle particelle atomiche vengono eruttate nello spazio. Queste particelle raggiungono la Terra dopo un giorno, ionizzando gli strati superiori della nostra atmosfera, e producendo le Aurore Boreali. Queste sono uno spettacolo stupendo: il cielo sembra risplendere di luce colorata, che può assumere la forma di archi o drappeggi, splendenti e cangianti per ore.

Per i popoli nordici, l’aurora boreale è provocata dagli spiriti dei morti mentre danzano o quando giocano alla palla (un gioco molto diffuso, descritto come un misto di rugby, calcio e lotta ma con regole diverse a seconda del popolo). La tradizione narra che l’aurora danzerà al ritmo del fischiare delle persone dal cuore puro.

La Luna è l’astro più vicino a noi e, sicuramente, il più osservabile ad occhio nudo. Ha un raggio di 1.738 chilometri, un quarto circa di quello terrestre, con una massa solo 81 volte inferiore a quella del nostro pianeta ed una densità che è circa la metà di quella terrestre. Non essendo dotata di atmosfera, la Luna presenta ampie differenze di temperatura, dai 130 °C nella parte illuminata ai -150 °C in quella oscura. La gravità è circa sei volte minore di quella terrestre.

La Luna era, naturalmente, un’importante sorgente di luce durante la lunga notte invernale, e come in molte antiche culture senza avanzate conoscenze astronomiche, il calendario usato era il calendario lunare.

Uno dei fenomeni più evidenti che riguarda la Luna sono le fasi lunari, le quali sono dovute alle varie posizioni che il nostro satellite assume, nel corso della sua rivoluzione, rispetto alla Terra e rispetto al Sole.

I Lapponi pensavano che i responsabili di tali mutamenti fossero i grotteschi e maligni Goblin, Elfi dell’oscurità.

L’orbita lunare e l’orbita terrestre giacciono su due piani leggermente inclinati che si intersecano in due punti (i nodi) congiunti dalla cosiddetta “linea dei nodi”. Solo lungo questa linea si può avere il perfetto allineamento tra Sole, Terra e Luna e la casualità che i dischi del Sole e della Luna appaiano della stessa grandezza apparente (è un gioco di prospettiva) dà le eclissi, di Luna o di Sole. Nella eclissi di Sole, distinguiamo le eclissi totali (se la Luna è in perielio) ed eclissi anulari (se la Luna è in afelio).

Alklha è il mostro che eclissa il Sole e la Luna ingoiandoli. Le macchie lunari (dovute a differenze nella composizione mineralogica delle rocce visibili) sono le cicatrici lasciate dalle ferite inflitte da Alklha.

Uno dei mostri più terribili che popola l’immaginario dei popoli nordici, come quello di tutto il mondo, è un mostro serpentiforme che sputa fuoco dalle fauci. Come già detto, molti miti possono essere interpretati in modo naturale, in termini di sporadici fenomeni cosmici, meteoriti e comete in particolare.

Le meteoriti sono costituite da roccia o da metallo (a volte da entrambi), in movimento nello spazio interplanetario, che formano la fascia di asteroidi posta tra Marte e Giove. Se deviate possono impattare con la Terra. Tali rocce possono avere un diametro di molti chilometri (che causano crateri di centinaia di chilometri di diametro, distruzione di ampie porzioni del globo ed estinzione di specie biologiche – ci sono prove di numerosi eventi simili nella storia della Terra) o essere inoffensive pietre grandi meno di un pugno. Ma anche le piccole meteoriti sono collegate con effetti sonori e luminosi osservabili da ampie zone.

Probabilmente, il terribile drago che mangia gli uomini e soffia fuoco è una metafora e rappresenta la caduta di un meteorite: il veemente, brillante grande corpo, a volte spezzato in due, può assomigliare a delle fauci spalancate e la traccia di fuoco e fumo è l’alito del drago. I venti possono muovere la scia di fumo, dandogli una forma a zigzag, come il corpo di un serpente o di un drago.

Le comete sono corpi di alcuni chilometri di diametro le quali perdono materiale durante il loro viaggio, come il ghiaccio che le forma, il quale si scioglie mentre si avvicinano al Sole nella loro orbita molto eccentrica (ovale). Il materiale perso è visto come una lunga chioma di capelli e le piccole comete sono le mani del Dio del Sole, che sostengono il cielo.

Questo fenomeno non è stato sempre modesto come al presente: la famosa cometa di Halley brillò qualche centinaia di anni fa con una luminosità 100 volte la luminosità di Venere e la cometa Encke gareggiò in luminosità con la Luna. Normalmente le comete sono innocue, ma durante un incontro ravvicinato con la Terra, qualche loro frammento può impattare con conseguenze devastanti: quando durante il passaggio della Halley nel 1910 le vecchie donne della Carelia si nascosero in cantina e i vecchi uomini bevvero vodka come che quello fosse letteralmente il loro ultimo giorno, forse c’era qualche connessione razionale nascosta con un debole ricordo di un lontano passato.

Le palle di fuoco sono materiale libero, probabilmente detriti cometari, distrutti ad una altezza di 50 – 60 chilometri, e viste come una striscia brillante. Uno dei più grandi di questi bolidi che abbia mai toccato il suolo cadde a Tunguska, in Siberia, il 30 giugno 1908 (se avesse tardato solo 4 ore e mezza, sarebbe caduto sulla città di Helsinki). Gli alberi furono tagliati di netto per un raggio di 70 chilometri. Il rumore dell’impatto fu udito ad una distanza di oltre 1.000 chilometri. Una colonna di fuoco alta 20 chilometri fu vista da 400 chilometri. Le notti seguenti furono spettacolari in tutta l’Eurasia.

Oltre a ciò, ci sono stati altri due meteoriti giganti, molto osservati dai Lapponi, che cadendo hanno formato i crateri a Ilumets e Kaali, entrambi in Estonia. Questi ultimi eventi sono stati datati a circa 6.000 e 2.500 – 3.500 anni fa. Il cratere di Troms ha forse meno di 10.000 anni, più giovane dell’ultima glaciazione. I crateri di Troms e di Kaali hanno diametri simili, circa 100 metri, Ilumets è più piccolo.

Le pietre cadute dal cielo sono oggetti ideali di adorazione, e forse i Sami, come altri popoli indigeni, hanno forgiato i primi attrezzi e le prime armi in ferro con quello estratto da tali rocce.

La Stella Polare, Polaris, alfa Ursae minoris, è una supergigante gialla distante circa 700 anni luce. A circa 1 grado si trova l’attuale polo nord celeste, ma sarà verso il 2.100 che la precessione porterà Polaris alla minima distanza dal polo.

Un ruolo molto importante nel mondo dei Lapponi è giocato proprio dalla Stella Polare (chiamato il Chiodo del Nord, Boahje-naste). L’intero cielo stellato sembra ruotare intorno ad essa ed i Lapponi pensavano che questa stella sostenesse la sfera dei cieli, come anche che tutte le stelle fossero connesse con essa e che da essa derivassero il loro moto. Se un sostegno si fosse spezzato, la stella sarebbe caduta sulla Terra. Ma se il Chiodo stesso avesse ceduto, l’intera volta celeste sarebbe collassata. Johan Turi, un notabile lappone, scrittore e pittore, scriveva nel suo libro “Vita da lappone” (1910) «Quando Favtna con il suo arco colpirà Boahje-naste, allora il cielo cadrà e schiaccerà la terra, tutto il mondo si incendierà e ogni cosa finirà».

Il maggiore fra gli dei Lapponi è il Dio dei Cieli, Veralden rade o Radien, il Sovrano del mondo, anche conosciuto come Tsorve-radien con sua moglie Tsorve-edne (tsorve significa corno), e Jubmel, il quale è connesso con i baltico-finnici Jumi e Jumala.

Probabilmente quando i Lapponi offrivano sacrifici alla Stella Polare, affinché il cielo non collassasse, l’oggetto dell’adorazione era in realtà il dio dei cieli.

Vicino all’altare era collocato un “pilastro del mondo”, a volte dotato di rami, a supporto del mondo. Una di tali colonne, posta vicino al fiordo di Porsanger, è stata descritta da Leem (1676): come un tronco squadrato con ornamenti e un chiodo di ferro sulla punta. La relazione di questo obelisco nordico con la Stella Polare è ovvio.

Anche il dio della fertilità, Veralden olmai, L’Uomo del mondo, era strettamente connesso e parzialmente confuso con quello dei cieli. I Lapponi norvegesi avevano assegnato il lavoro di sorreggere il mondo, contro il grande collasso, proprio a questo dio (l’equivalente nordico di Atlante). Quando venivano fatte offerte a questo dio, i maschi di renna venivano mangiati dai credenti tranne il sangue, le corna, le ossa e i genitali che venivano offerti a lui.

L’unione di forze costruttive e distruttive in un unico corpo è comune nei miti di tutto il mondo. Per esempio, l’adorazione del Serpente Arcobaleno è vista dagli Aborigeni Australiani come importante per la fecondità delle donne, ma la stessa divinità può anche catturare e cibarsi degli uomini. Shiva in India, la parola significa benigno, è una spaventosa divinità connessa con la distruzione ma al tempo stesso è il creatore, colui che preserva la vita, il gentile.

Dal cielo scendono le luci e le pietre (le meteoriti), scende la pioggia rinfrescante, giunge il calore del Sole, la luce della Luna e delle stelle, le quali consentono di calcolare il tempo e di seguire la direzione giusta di notte.

Un esempio di tale bivalenza è il mito di Jumi. Egli è al tempo stesso una divinità della fertilità (per inciso, presso il popolo Sami, un uomo ed una donna impegnati in un atto sessuale si dicono essere in jumi) e un malevolo assassino cieco, il quale scaglia frecce a casaccio con cui può uccidere uomini o animali. E i termini “cieco” e  “a caso” sono rivelativi, pensando alla frase “le cieche forze della natura”, gli eventi meteorici appaiono infatti in maniera casuale.

La vita dei Sami ruotava intorno alle renne ed è naturale che abbiano creato tale costellazione, per onorare l’animale che era al tempo stesso duro lavoro e ricchezza.

L’Alce (Sarva) è una costellazione composta da molte nostre costellazioni. La parte superiore delle grandi corna è la costellazione di Cassiopea, le corna e la parte anteriore del corpo sono Perseo e un paio di stelle dell’Auriga formano la parte posteriore del corpo dell’Alce.

E l’alce è sicuramente la preda preferita degli “abitanti del cielo”, infatti è cacciata dai Cuoigahaegjek (“i due sciatori” rappresentati da Castore e Polluce dei Gemelli), da una vecchia con un branco di cani (Miese-cora, le Pleiadi), dai figli di Galla (le tre stelle della cintura di Orione) e da Favtna (la stella Arturo).

Le due stelle più visibili della costellazione dei Gemelli sono alfa Geminorum, Castore, una straordinaria stella multipla a 6 componenti distante 45 anni luce, e beta Geminorum, Polluce, una gigante arancione distante 85 anni luce.

Ogni anno le meteore Geminidi irradiano da un punto vicino a Castore. Le Geminidi sono uno dei più ricchi e brillanti sciami meteorici, che raggiunge un massimo intorno al 14 dicembre, quando si possono vedere fino a 60 meteore all’ora.

Favtna è Arturo, la quarta stella del cielo per luminosità, è una gigante rossa 24 volte più grande del Sole e distante 36 anni luce e fa parte della costellazione del Boote. Ha una massa simile a quella del Sole e si ritiene che, tra 5 miliardi di anni, il nostro Sole si gonfierà fino ad assomigliare ad Arturo.

Sopra ad Arturo c’è l’arco di Favtna (Fauna davgge, cioè l’Orsa maggiore). La caratteristica principale di questa costellazione è sicuramente il grande carro, la più nota di tutte le configurazioni stellari. Qui si trovano due splendide galassie, M 81 ed M 82 e la nebulosa M 97, comunemente chiamata Nebulosa Civetta e distante da noi 2.600 anni luce.

M 45, meglio noto come Pleiades (le Pleiadi), è l’ammasso stellare più brillante e famoso di tutto il cielo, citato in ogni tempo, da Omero a D’Annunzio. Il nome è di origine greca e deriva da plein, cioè navigare, oppure da pleios cioè molti. Ad occhio nudo si possono vedere circa sette stelle, le quali sono Alcyone, h (eta), la più brillante, quindi troviamo Celaeno, Electra, Taygeta, Maia, Asterope, Merope, Atlas, Pleione, una stella con inviluppo esteso che emette anelli di gas a intervalli regolari, la cui luminosità fluttua imprevedibilmente. In realtà, dell’ammasso distante da noi 415 anni luce, fanno parte circa 250 stelle, comprese molte giganti blu, immerse in una debole luminosità, residuo della nube da cui si sono formate “soltanto” 50 milioni di anni fa.

In un cielo terso come quello che si può trovare a tali latitudini, la visione della Via Lattea deve essere spettacolare. Essa appare come una larga banda chiara nell’oscurità del cielo notturno, è costituita da miliardi di stelle la cui unione costituisce un disco schiacciato (del diametro di circa 100.000 anni luce) con un rigonfiamento centrale, detto Bulge (del diametro di circa10.000 anni luce), dal quale partono due bracci principali (il braccio del Perseo, che si trova a 8.000 anni luce da noi verso l’esterno, e il braccio del Sagittario a circa 6.000 anni luce da noi verso il centro) nonché bracci minori (come il braccio di Orione, nella cui parte più interna si trova la nostra stella) che si snodano a spirale lungo il disco.

Durante l’estate, la tundra diventa luogo di cova e di allevamento per numerose specie di uccelli, i quali, al sopraggiungere della stagione fredda migrano verso sud, alla ricerca di luoghi più ospitali. Uno dei problemi che ha assillato gli studiosi è come possono questi animali orientarsi di notte, quando non sono visibili riferimenti orografici. I Lapponi hanno risolto il problema indicando nella Via Lattea (Lodde-raiddaras) la Via degli Uccelli, attraverso la quale gli uccelli migratori potevano mantenere la rotta scelta mentre volavano di notte.

Qualcuno crede anche che il culto dei morti fosse connesso con la Via Lattea.

Altra stella importante è Rigel, una supergigante bianco-azzurra distante 910 anni luce e facente parte della costellazione di Orione.

Tale stella rappresentava l’alluce sinistro del gigante Orwandil, mentre l’altro, che si era congelato, fu staccato dal dio Thor e gettato fra le stelle a nord, dove divenne la stellina Alcor, compagna di Mizar nella coda dell’Orsa maggiore.

Il dio del tuono (Ukko, Tiermes, Hora-galles, Thor) era la meglio descritta e la più largamente venerata divinità lappone; al tempo stesso, Tiermes è anche il nome del fenomeno naturale del tuono. Egli era una dei principali motivi delle illustrazioni nei tamburi, portante uno o due magli, molto spesso oggetto di sacrificio. Il tuono e la sua divinità ha una funzione positiva piuttosto che ostile: Hora-galles scacciò i cattivi goblin e il tuono diede «dalle sue scure e spesse nubi, pioggia rinfrescante per la buona crescita dei licheni e dell’erba»; ma è anche vero che i balzi dei fulmini erano pericolosi per le renne sui pendii rocciosi. Il tuono è un mito originato da un forte vento dovuto al lancio del gigantesco martello cosmico, e il lampo, è la furiosa ira di un dio cosmico. Ma il tuono non è di per sé stesso abbastanza per un mito: tutti sanno che anche la prossima estate ci saranno ancora lampi e tuoni che non distruggeranno l’ordine dell’universo.

Tra gli dei maggiori c’è anche il dio del vento, Bieggagalles-olmai. Il suo strumento sui tamburi erano uno o due bastoncini con spigoli triangolari che si estendono in alto.

Delle caratteristiche generali di questa cultura si possono ancora menzionare, in addizione agli oggetti naturali come rocce o scogliere di forme straordinarie o luoghi particolari, le sejdas, rocce di varie forme e dimensioni consumate dall’acqua e dagli agenti atmosferici, poste vicino agli accampamenti di “lunga durata”. I Lapponi avevano anche sejdas di legno costituite da ceppi o pali conficcati nel terreno in luoghi in cui la caccia o la pesca erano buone. I luoghi delle più importanti sejdas erano sacri, e innumerevoli nomi di pendii, laghi, fiumi, ecc; derivano dalla sejda di adorazione (SeitŠjŠrvi, PyhŠtunturi, PyhŠjŠrvi, PyhŠjoki).

Tra i lapponi Kemi, i sejdas di legno erano chiamati Viresakka o Vironakka, i quali probabilmente sono connessi con i Vironkannas della Carelia menzionati da Agricola e simboleggianti una dea della foresta.

Queste pietre sacre, associate agli spiriti degli animali e degli uomini, a volte venivano deliberatamente raggruppate a rappresentare una famiglia ed erano usate per predire il futuro o propiziarsi l’aiuto degli dei.

Il mito, rielaborando il caos delle informazioni ricevute dal mondo esteriore e dando loro ordine e significato, preserva dalla paura in un ambiente tanto ostile.

Il grande retaggio che ci ha lasciato un popolo così lontano per cultura e mentalità, è che esiste un’altra via, oltre quella della ragione, che conduce alla conoscenza.

I miti sono metafore di eventi reali, narrati tramite le leggende, frutto di lunghe meditazioni, silenzi e solitudine negli spazi sconfinati della tundra.

Bibliografia:

Johan Turi, Vita del Lappone, Adelphi, Milano, 1991;

Mario Marchiri, Il tamburo magico, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1997;

Arthur Cotterel, The illustrated Encyclopedia of myths and legends, Marshall, 1989.

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