Sulle orme del Genius: il Mistero della Fondazione e della Roma Arcana

Pompeii_-_Casa_del_Centenario_-_MANdi Stefano Mayorca

Fonte: Ereticamente

Nell’antica religione dell’Urbe, la figura del Genio deteneva un posto di rilievo e sottendeva a processi creativi di ordine occulto estremamente complessi e secretati. Il Genio era l’espressione più pura della tradizione romana non derivata dall’ambiente greco. Questa entità, presente a livello sottile nella struttura occulta dell’essere umano, presiede alla divinizzazione dell’individuo, ne decreta le qualità innate e la personalità trascendente. La sua duplice valenza attiva e passiva permea l’essere e il supporto invisibile si manifesta contemporaneamente alla nascita dell’essere umano. Il Genius, dunque, ci accoglie, ci assiste e ci protegge dopo la nostra nascita. La controparte femminea del Genius era denominata Iuno. In Politica Romana (N. 3, 1996), diretta dal carissimo amico e noto Ermetista Piero Fenili, è riportato a riguardo uno scritto di Servio il quale ci informa che nel giorno della cerimonia arcana dedicata all’adorazione del Genius – corrispondente al compleanno – l’orante si toccava la fronte, punto nevralgico che per i Romani era la sede della creazione dei pensieri: “Frontem Genio (esse consecratam) unde venerantes deus tangimus frontem”. C’è da rilevare in proposito che tale concezione sembra privilegiare nelle connessioni con il Genio la parte mentale e la struttura sottile, piuttosto che concentrarsi su quelle inerenti la sfera sessuale.

Da quanto sinora esposto emerge un particolare rilevante che induce a pensare circa il parallelismo concernente il Genius e la Iuno a una concezione tardiva, poiché originariamente il Genio era correlato tanto all’uomo quanto alla donna. Non a caso, un tempo, nelle dimore romane era presente la raffigurazione di due serpenti simboleggianti i geni della moglie e del marito. Questa entità celata è in intima connessione con l’esistenza dell’individuo e con il suo principio vitale, come testimoniano le parole di Plauto che descrive il Genio come una sorta di doppio da nutrire e vezzeggiare, sinergicamente al soggetto stesso. Anche la consacrazione del talamo nuziale al Genio non racchiudeva valenze di ordine sessuale, ma alludeva simbolicamente all’intervento del medesimo, giacché attraverso il Genio si sviluppava lo scambio indispensabile per la fusione dei principi vitali appartenenti ai genitori, scambio che, a quanto pare, darebbe origine ai figli. Pensiamo all’apparizione leggendaria di un fallo di fuoco nel focolare del celebre sovrano etrusco Tarquinio Prisco, che annunciava la nascita di Servio Tullio. La manifestazione fenomenica fu attribuita al Lar familiaris che, a differenza del Genius, legato all’individualità della persona, si connetteva con un luogo specifico in cui appariva. Tuttavia, anticamente il Genio e il Lar furono sovente confusi. In ogni caso, i due culti vennero ben presto associati confluendo nel culto familiare. Come è noto, all’epoca di Augusto, a ogni incrocio della Roma imperiale veniva celebrato il rispettivo Genius in compagnia dei Lares compilates. Nel I secolo a.C. era già diffusa la concezione del Genius posto in analogia con diverse divinità: Iovis Genius (il Genio di Giove); Priapi Genius (il Genio di Priapo); Genius Martis (il Genio di Marte); Genius Iunonis Sospitae (il Genio di Giunone); Genius Victoriae (il Genio della Vittoria). Più tardi, alla primeva concezione latina subentra l’influsso greco e viene introdotta l’idea di un dualismo geniale, legato alla presenza di due geni caratterizzati da aspetti morali che ne delineano una componente di vario ordine e grado. Così, mentre uno possedeva connotazioni benefiche e positive, l’altro era contraddistinto da una polarizzazione negativa tendente al male. In tale visione sembra rientrare – ma solo in parte – la figura di Giano Bifronte che simboleggiava i due volti del dio, quello occulto e nascosto e quello manifesto ed essoterico. Nel contesto che ci riguarda, viceversa, alluderebbe alle due nature geniali. Approfondendo la struttura del mito e la simbolica che concerne questo dio, apprendiamo che si tratta di una divinità antichissima prettamente italica che non trova riscontro presso alcun altro popolo indoeuropeo. Il suo nome si ricollega a ianua (porta) o ianus (passaggio). Giano dunque, potrebbe essere stato in origine un dio apritore. Peculiarità di Giano, come accennato, è la doppia faccia che guarda sia avanti verso il futuro, che indietro verso il passato. Ci troviamo di fronte a una divinità del tempo, in sostanza, un dio del Sole che sorge e tramonta. Per questa ragione veniva posto in analogia con i Solstizi. Ciò spiega, tra le altre cose, la sua funzione divina correlata all’apertura delle porte, visto che lo spuntare del Sole all’alba e il suo eclissarsi verso il crepuscolo erano considerati dei passaggi. In questa veste, Giano diviene colui che apre e chiude le porte. La soglia è l’emblema del Tempio dei Misteri, o luogo segreto che indica la zona interiore, l’autentico laboratorio di luce che è posto nelle profondità dell’essere umano evoluto, espressione elettiva del Genius. Gli edifici dedicati a Giano mostravano una particolarità, infatti, l’arco del tempio aveva un doppio passaggio, che era riferito in qualche maniera alla volta celeste dove il giorno e la notte nel corso del loro cammino si incontrano. Quale custode delle porte, recava con sé una chiave di notevoli dimensioni. Il secondo attributo del dio era rappresentato da un bastone, simbolo del viandante che entra ed esce perennemente e conduce un’esistenza errante. In modo analogo, il Sole cammina di continuo, e il suo percorso separa il giorno dalla notte e determina il cambiare delle stagioni. Per questo motivo sono sacri a Giano la prima ora del giorno e il primo mese dell’anno, che porta il suo nome (Ianuarus Gennaio). Nonostante in origine gennaio non fosse il primo mese dell’anno romano, era comunque il primo mese dopo il Solstizio d’Inverno. Ma torniamo a parlare delle funzioni del Genio interno. Dobbiamo soffermarci su alcuni elementi relativi al destino che attende l’uomo e la sua controparte geniale dopo la dipartita. Orazio era convinto che il Genius esaurisse il suo ciclo con la morte dell’individuo. Secondo il grande iniziato e Gran Sacerdote di Iside, Lucio Apuleio, al contrario sarebbe stato immortale.

In diverse iscrizioni funerarie romane rinveniamo una conferma alle parole di Apuleio, visto che si menziona il fatto che al Genius spetterebbe un destino spirituale celeste. Sorte che si differenzia da quella cui vanno incontro i Manes e gli Umbra (aspetti della materia eterica più pesante, e della personalità fisica), i quali resterebbero legati alla terra e al sepolcro. I Manes erano considerati anche le anime dei defunti, Numi tutelari della famiglia. L’iconografia che ritraeva il Genius, lo presentava spesso con un corno dell’abbondanza nella mano sinistra e una patera sulla destra. In molti casi era raffigurato con altre divinità, specialmente i Lari. Non di rado lo spirito geniale veniva associato al serpente, anche se a tale riguardo il sommo Virgilio aveva espresso dei dubbi. Di diversa matrice, invece, la cerimonia misterica delle nozze magiche.

Dignitas Matrimonii: il Matrimonio Misterico

Ci riferiamo al rito nuziale che si officiava nell’antica Roma, durante il quale la sposa, prima di congiungersi con il marito, doveva unirsi con il dio Tutinus, di origine priapica (da Priapo, divinità il cui culto si era originato nell’Asia Minore), considerato anche come Genius domesticus o Lar familiaris. Il Lare familiare era considerato il Nunme tutelare della famiglia. Una volta entrata nell’abitazione del coniuge, la fanciulla (nuova nupta) accedeva al letto coniugale solo dopo essersi seduta sul simulacro intifallico del dio, che a livello simbolico la iniziava alla vita sessuale. Alcune volte si pregava ritualmente rivolgendosi agli dèi, invocando la divinità prescelta connessa con una data propizia scelta accuratamente e in seguito ci si isolava. Nell’ambito di questo iter operativo, si possono individuare elementi sapienziali collegati a una scienza ermetica volta a fare insorgere le condizioni adatte mirate al concepimento magico. La forza esternata da tale pratica consentiva di concretare, per mezzo di processi arcani, la nascita di un figlio maschio anziché di una figlia femmina, a seconda delle necessità. È importante sottolineare circa il Dignitas Matrimonii, che il talamo matrimoniale a Roma si chiamava lectus genialis, ovvero letto del genius. Questo genere di Genio, il cui nome deriva dal verbo gigno, che vuol dire Io genero, incarnava simbolicamente la virtù procreatrice dell’uomo. La fase dell’amplesso, quindi, celava elaborate valenze di ordine magico che ritroviamo poi nel tantrismo sacro. Nel contesto della famiglia, la donna sacralizzata assumeva il ruolo di custode del fuoco incorporando così la natura di Vesta (Fiamma viva o Fuoco-Vita). L’uomo, viceversa, rappresentava la controparte maschile e prendeva il nome di Pater familias. Colei che vestiva i panni di Vesta aveva il compito di vegliare sul Fuoco Sacro allo scopo di evitare che la fiamma si spegnesse e mantenesse la purezza originaria. In tal modo, la sposa (o Flaminica dialis) invocava la forza sacra del fuoco offrendo dei sacrifici. Nell’ambito di tali usanze rinveniamo frammenti di culti brahmanici espletati in India con valenze ancora più profonde e di ordine cosmico. La sposa, unita all’uomo dal sacramento chiamato Samskara, diveniva la dea della casa o grhadevata. In questo caso, la giovane configura simbolicamente e magicamente sia il focolare (Kunda) sia la Fiamma del sacrificio. Nell’unione degli opposti si celebravano così le nozze magiche tra il principio maschile e quello femminile, che ritroveremo a livello alchimico nella Roma del Medioevo. In Grecia, gli elementi magici connessi al matrimonio sono riconducibili alla dea Aphrodite Teleia e lo sposalizio presentava elementi di tipo misterico. L’attributo con cui era chiamata Aphrodite (Teleia) deriva da telos, termine relativo all’iniziazione. L’atto procreativo racchiudeva in tal modo l’assunzione cosciente delle corrispondenze cosmiche del maschile e del femminile, unione tra il Cielo e la Terra, l’Alto e il Basso.

Genius publicus: l’ente populi

La gerarchia geniale contava diverse categorie, per così dire, e tra queste troviamo il Genius Publicus, menzionato e reso noto per la prima volta nel 218 a.C. su ingiunzione dei Libri Sibillini. La sua funzione era legata alla prosperità, alla salute e al successo del popolo romano e veniva evocato solamente nei momenti critici che segnavano la storia dell’Urbe. Comunque, questa figura rimane incerta e potrebbe essere identificabile con il Genius Populi Romani, attestato a partire dal I secolo a.C. Basandosi sul calendario di Aminterno e ai Fasti Fratrum Arvalium, (i Fasti dei Fratelli Arvali). Il Genius Publicus era associato a Fausta Felicitas e a Venus Victrix in Capitolio, come spiegato in Politica Romana. La sua ricorrenza cadeva il 9 ottobre e per la sua venerazione era previsto il sacrificio di un animale: “Iovi bovem marem, Iunoni vaccam, Minervae vaccam, Saluti vaccam, Victoriae vaccam, Genio populi Romani taurum, Genio ipsius taurum”.

Di norma, il Genius Publicus aveva come attributo un diadema, ma talvolta questo veniva sostituito da un calathos, forse a causa dell’influenza degli imperatori illirici. Una conferma in tal senso proviene dalla descrizione della statua d’oro dedicata al Genio che Aureliano pose sui rostri del Foro. Nel calendario Filocaliano era riportata la festa dedicata al Genio, che si svolgeva nei giorni undici e dodici febbraio del 354 d.C. Tali festività erano denominate ludi Genialici e contemplavano feste solenni e giochi nel circo.

Il Genius Augusti, da noi già menzionato, possedeva una duplice valenza poiché commisto al Genius dell’Imperatore e al Genius Publicus. Il Genius Augusti è visibile ancora oggi ai Musei Vaticani, dove è conservata la splendida statua in marmo che lo ritrae testimoniando la crescente importanza che aveva acquisito anticamente. Nel corso degli anni, il Genio imperiale veniva utilizzato anche durante i giuramenti; basti pensare alla punizione inflitta da Caligola ad alcuni cittadini che si erano rifiutati di giurare sul suo Genio. Ma non è tutto. Risulta dalle cronache dell’epoca, che alcuni cristiani si erano dovuti difendere di fronte all’accusa di lesa maestà nei confronti dell’Imperatore. Anche in questo caso si trattava di un diniego verso il giuramento al suo Genio. Gli accusati ammisero la loro colpa, aggiungendo però che avevano fatto voti per la sua salute. L’episodio è narrato da Tertulliano: “Sed et iuramus sicut non per Genius Caesarum, ita per salutem eorum, quae est augustior omnibus Geniis”. Durante il regno di Settimio Severo, viceversa, veniva punito chi giurava il falso sul Genio del principe, come testimoniato da Ulpiano. Anche il Genius Loci mostrava degli aspetti controversi, ricordiamo in proposito il Genius Loci con le sembianze di un serpente intravisto da Enea, sulla cui veridicità l’eroe aveva espresso le sue riserve. Ancora Servio, al contrario, confermerà che l’apparizione sostanziatasi a Enea era senza ombra di dubbio identificabile con questa entità geniale: “Nullus enim locus sine Genio, qui per anguem plerumque ostenditur”. A sostegno della tesi serviana il ritrovamento di un iscrizione nella città di Ercolano, tracciata accanto a un altare, attorno al quale si trovava un serpente raffigurato mentre divora l’offerta ricevuta: “Genius huius locis montis”.

Genius Urbis: il mistero della fecondazione-fondazione occulta

Siamo giunti all’argomento chiave di questo articolo, che esplicita alcune conoscenze segrete rinvenibili nella cognizione ermetica-magica legata alla fecondazione occulta, o germinazione magica, che veniva praticata per la fondazione e celebrazione della nascita di Roma. In un mio pezzo pubblicato sul numero 7 di Politica Romana (2005-2007), dedicato al Genio di Roma, titolato “Il Sole dietro il Sipario: il volto Aureo del Genius-Defensor”, ho parlato del Genio Fondatore o forza arcana intelligente che presiedeva alla vita segreta dell’Urbe, Nume protettore e anima stessa di Roma. La sua vita segreta era intimamente legata alla città imperiale, alla sua energia ctonia, alle correnti celate che ne segnavano l’espletazione magico-sacrale. Il nome di questa Divinità-Tutelare era segretissimo, un mistero impenetrabile che ancora oggi è inaccessibile. Il divieto di divulgare la sua vera identità era mirato a scongiurare l’eventualità che la città venisse exaugurata (profanata) o, più esattamente, privata della sua entità tutelare. L’antichità di questo culto tributato al Genius Urbis è documentata in epoca storica da uno scudo ad esso dedicato in Campidoglio, come afferma Servio in un suo scritto nel quale menziona il Genio definendolo Sovrano dei cieli. Tale era il mistero che lo circondava che non si sapeva se la divinità protettrice dell’Urbe fosse maschile o femminile. Ciò che maggiormente ci interessa è comprendere se il Genio di Roma è legato alla fondazione della città eterna, oppure è preesistente e ad essa precedente. Se fosse nato con la fondazione, sarebbe strettamente associato alla Roma arcaica facente capo a Romolo. In tal caso, la sua collocazione temporale può essere ascritta a un periodo ben preciso dell’Urbe, riconducibile alla venerazione di Giove, come attestato da Servio. Difatti la denominazione Signore dei cieli era un epiteto riservato alla divinità gioviana. Qualora il Genius precedeva la nascita di Roma, invece, poteva essere relazionato a Saturno, che esule dall’Olimpo si nascose nella latebre del Lazio, come riportato dalla tradizione epica romana (Virgilio-Eneide). In tutti i casi, l’intimo legame esistente tra Roma e la struttura materiale della città è innegabile, soprattutto quale elemento principe di una cultualità secretata. Del resto, i luoghi naturali, determinate e peculiari strutture e le costruzioni artificiali, erano per i Romani permeate di presenze sottili, i Geni. Questa considerazione ci riporta alla mente Le Mille e Una Notte, opera straordinaria dai contorni ermetici ed esoterici in cui sono citati più volte i Geni, con allusione ai Settantadue Demoni di Salomone e alle entità di cui stiamo trattando. Nei santuari druidici aleggiavano forze misteriose legate a certi esseri geniali e in quelli cristiani, egualmente la presenza del Genio era attiva. L’apparizione di Lourdes non era altro che la materializzazione di una creatura geniale, di una Fata. In seguito, il suo vero messaggio è stato rielaborato scartando gli aspetti pagani che la visione aveva affidato a Bernadette Soubirous. Non bisogna dimenticare che secondo il paganesimo le grotte erano le dimore delle fate e che Lourdes era un antichissimo santuario dei sacerdoti celti: i Druidi. Ad ogni città la mente divina aveva assegnato determinati Numi tutelari e culti particolari. Analogamente all’uomo che possiede un’anima, così ciascun popolo ha un Genio che presiede al suo destino. Il Genio di Roma è correlato forse al Giove sotterraneo, Veiove, il cui simulacro è custodito nel Tabularium (Musei Capitolini). Il Grande Daimon (spirito), altro nome con il quale veniva chiamato il Genio, potente spirito guardiano, veniva accomunato anche alla divina Fortuna dell’Urbe, la Fortuna dei Romani. Tuttora agente, il Genio attende di tornare a diffondere la sua luce arcana e feconda e, nascosto nelle viscere della Roma arcaica, aspetta di poter tornare. A quanto sembra lo spirito guardiano si aggira nella Catacomba di San Callisto, e non solo. La sua presenza è stata registrata nei momenti critici legati alla città in diversi luoghi, ma il sito elettivo in cui dimora è situato nelle Grotte Vaticane, dove si snoda l’antica necropoli, vastissima, disseminata da sarcofagi millenari: il villaggio dei morti. Qui, sul Colle Vaticano originario, lungo la vera Urbe sotterranea, il Genius Urbis resta in attesa.

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